domenica, 13 novembre 2005
Libri, fotografie e blog
Categoria:arte, narrativa, scritto da stefano havana
Questa cosa che ho diviso in quattro parti (#1, #2, #3 e #4) non lo so cos'è. John Barth, probabilmente, la chiamerebbe accordatura del pianoforte. Più semplicemente è stato uno sgranchirsi di dita e di nocche di fronte a qualcosa che non avevo mai provato a fare: non è una cosa da blog, questo è certo. Non ne ha i tempi, soprattutto: è qualcosa che ho scritto per conto mio dopo aver letto un libro illuminante di Colson Whitehead che si chiama "Il colosso di New York". Whitehead è uno scrittore giovane, americano e bravissimo: è nato nel 1969 e in questo suo libro dipinge alcune fotografie cittadine (dalla metropolitana, all'aeroporto JFK, passando per Broadway e Coney Island). Non ci sono personaggi, se non appellati genericamente, pescati tra la folla ed elevati per poche righe al ruolo di protagonisti; non c'è niente. C'è solo New York e il tratto di una penna sapiente. Più o meno in questo stesso periodo mi sono appassionato alle fotografie di Diane Arbus: che razza di genio, questa donna nata nella Grande Mela, morta suicida e diventata una delle più famose fotografe americane nel giro di una carriera fulminante, appena 11 anni di attività. Sono due le cose interessante del suo lavoro: 1) i soggetti degli scatti guardano sempre (c'è forse una sola eccezione) nell'obiettivo e 2) i soggetti degli scatti sono freak, nani, giganti, pervertiti, froci, pazzi, travestiti, assassini, vecchi deformi. Diane Arbus racconta una sottocultura americana che nessuno in quei tempi (parliamo degli anni '60) aveva mai pensato di mostrare. Si racconta che alcune sue opere esposte al MOMA siano state rese oggetto di sputo da parte di visitatori. D'altra parte guardare qui, qui, qui, qui, qui o qui per credere. Diane era ebrea e certi vedono in questo suo ossessivo ritrarre i diversi, un modo per stigmatizzare la propria condizione; i suoi scatti riprendono persone talmente appariscenti - questo il centro della sua tematica - da essere invisibili. Gli invisibil emarginati dalla società: sono questi i figli di Diane Arbus, fotografa.
L'unione di questi due elementi (alcuni critici hanno concretamente paragonato gli scritti di Whitehead con le fotografie dell'artista americana), mi hanno fatto ardentemente desiderare di provare qualcosa di simile. Una certa ossessione carveriana per la vita monotematica e allucinata (e portata all'eccesso, naturalmente) della borghesia media, ha fatto il resto.
Racconto questo per nessun tipo di motivo: è solo domenica. Forse ho mutuato dal prezioso Ataru lo sfizio del "post inutile del weekend", in cui si parla di tutto e niente. Sarà che devo lavorare, oggi, e che per la terza sera consecutiva ho fatto le quattro di notte, fatto sta che trovo delizioso una volta a settimana non parlare assolutamente di niente. L'ultima volta ci avevo provato qui ed era nata cosa graziosa. Alberto segnala un sondaggio rivolto a tutti i blogger e lettori di blog: partecipare significa poter vincere un i-pod shuffle. Io partecipo. A proposito di blogger, mi preme segnalare questo post di A Day in The Life, sulla guerra, Baldoni, Falluja e la condivisione di materiale utile a far circolare la vera verità. Curioso: e ancora ci vengono a dire che la televisione non uccide.
Infine un pensiero ai Dispensatori di Giustizia che hanno picchiato la propria compagna di scuola, rea di non aver fatto copiare il compito in classe. A loro dico: coraggio, ragazzi. C'è bisogno di gente come voi al mondo per regolare i più grandi atti di bastardaggine, altro che bullismo. Siete degli eroi rivoluzionari e da parte mia e da parte di tutti quelli che - come me - a scuola campavano solo ed esclusivamente sulle spalle dei secchioni, il più sentito GRAZIE.





