venerdì, 09 dicembre 2005

Banlieue romana
Categoria:ritratti romani, scritto da andy capp


Pasolini - periferia di RomaMancava dall'Italia da quasi quattro anni. A causa di alcune pendenze con la giustizia era scappato all'Estero. Il carcere no, non avrebbe avuto la forza di sopportarlo. E poi il dispiacere che avrebbe dato ai genitori, che l'avevano fatto studiare al liceo, sarebbe stato troppo grande. Valerio (il nome è di fantasia, ndn) si era anche iscritto all'Università, ma dopo un anno passato tra libri e piccoli lavoretti non ce l'aveva fatta a dare il famoso esame del primo anno per non partire militare. Passata la leva, e con gli studi diventati un ricordo, finisce che uno si può anche perdere nella giungla della metropoli. Ribelle lo era sempre stato. Fuori dagli schemi, orgoglioso. Aveva letto un mucchio di libri sugli anni Settanta, sui terroristi rossi e neri, su quelli che avevano dedicato la propria vita a una causa. E che erano finiti male, ma con onore. Aveva una venerazione per Giusva Fioravanti (il terrorista nero dei Nar, ndn), diceva di ammirarlo per il ribellismo rivoluzionario e perché aveva rinunciato ad avere un figlio con la sua compagna in quanto reo di aver fatto piangere troppi genitori e quindi non degno di essere padre. Dopo aver viaggiato per l'Europa con mezzi di fortuna, Valerio ha ritrovato da poche settimane la sua periferia, gli amici di sempre, il bar sotto casa.

"E io ristò qua, abito sempre in zona. Me so' preso 'na stanza finarmente. Lavoro co' st'amico mio – gli fa un cenno mentre quello beve un Campari –  faccio le consegne. Ma qui è tutto 'no schifo. Ancora dicono che vivemo a Roma? Io vivo su 'na striscia d'asfalto, ma quale Roma? Ma che è vita questa? Dopo le nove nun c'è un bar aperto. Te vonno mannà pe forza ar centro. Robba che tocca ringrazià Vincenzo (il proprietario del bar, ndn) che resta aperto fino alle dieci, se no' pe comprà un pacchetto de sigarette me tocca fa tre chilometri. Ma che te pare normale? Sò stato a Bilbao, lì se scendi da casa nun è che te devi sporge sul menù de un bar pe vedè li prezzi prima d'entrà. Anzi, vai sempre allo stesso tranquillamente, nun è che stai a pensà che ce ne po' sta 'n altro dove se spenne de meno. Pure da altre parti è così. Qui da noi insistono cor mercato. Ce vonno inculcà sta storia della concorrenza, della competizione. Lì se un bar mette un caffè a venti centesimi de più, l'altro glie dice ma che sei scemo? Ma poi a quello manco glie viene in mente de arzà er prezzo".

E' stato via non per molto tempo, di contatti ne ha tenuti pochi (per non farsi rintracciare), ma l'impatto con quello che aveva lasciato è stato peggiore del previsto: "Euro, non-euro, al popolo nun glie ne frega un cazzo. I discorsi che fanno in televisione è robba che riguarda un gruppo de quindici persone. So' argomenti elitari: l'aborto, Sofri… ma che me frega a me. Io nun c'ho mai avuto troppe pretese, c'ho trent'anni, ma me piacciono le cose de prima. Scendo al bar a famme du chiacchiere, me so fatto er cane, armeno cho 'n amico fidato – sorride – pure lo stadio me stanno a levà. Oh, ma un giovane der quartiere nostro ma che deve fa'? Vai ar centro e nun c'è un romano, abitamo qua da 'na vita e ancora se dovemo nasconde pe girasse 'na canna pe paura che quello der primo piano ce vede e chiama le guardie. Ma mica so' un delinquente. Uno nun è che chiede tanto, me basterebbe solo poté annà in giro co 'na scarpa e 'na ciavatta senza esse guardato in cagnesco dalla gente. Certo mò potrai pure dì che sto a lavorà per fanne parte de sta gente, pe raggiunge er livello loro, ma er problema de sto paese resta la borghesia. Co mille euro ar mese nun se vive più, ce ne vonno dumila, ma pe avenne dumila devi lavorà tutto er giorno, questi so' matti".

Prima di salutare l'amico del bar si accende una sigaretta e sale sul furgone: "Se rivedemo presto Patrì, ma tanto a febbraio me ne rivado. Io qua soffoco, nun ce se po' più vive".