mercoledì, 11 gennaio 2006

Gente del Wyoming
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Vi voglio raccontare la storia di un libro. Questo libro si chiama "Brokeback mountain"; in italiano è stato tradotto con "Gente del Wyoming". L'autrice, E. Annie Proulx l'ha scritto nel 1998, io l'ho letto seduto su una panchina al sole di Cagliari un giorno d'estate dell'anno 2000. Da allora e fino a pochi mesi fa di "Brokeback mountain" o "Gente del Wyoming", che dir si voglia, non ne ho mai più sentito parlare; tantomeno di E. Annie Proulx, nonostante il frontespizio del piccolo libro (64 pagine) spiegasse che l'autrice in meno di dieci anni si è affermata come una delle poche e indiscusse eredi della grande tradizione narrativa nordamericana. Chissà se anche il regista Ang Lee ha letto questo libro seduto su una panchina al sole di Cagliari. Ne dubito: fatto sta che il regista Ang Lee, a un certo punto, ha deciso di farci un film. Lo ha chiamato esattamente "Brokeback mountain" e ci ha vinto un Leone d'Oro a Venezia.

La trama di "Brokeback mountain" è molto particolare (difatti non mi piacque per niente, allora). In sostanza due giovanissimi cowboy poco istruiti si ritrovano a vivere (e, letteralmente, a scoprire) la propria omosessualità sperduti in una capanna durante alcune mastodontiche transumanze: non c'è nulla di particolarmente romantico (anzi, è tutto così disperato) e fu proprio questo - seduto su quella panchina ormai cinque anni fa - che mi portò a ignorare il libro. A 20 anni si hanno poche idee per la testa e generalmente sono quasi tutte confuse: di sicuro due uomini con lo sporco sotto le unghie che si rotolavano nello stesso letto soffiando l'uno sulla nuca dell'altro non mi parevano granché simbolici, nonostante le stelle e tutto il resto. Lessi quelle 64 pagine nell'arco di un pomeriggio: se non ricordo male il traghetto per Roma partiva alle 18 e io sedetti in quel parco intorno mezzogiorno, se non prima.

Jack Twist ed Ennis del Mar: ecco come si chiamavano i due cowboy con il vizietto. C'erano belle storie intorno a loro (adesso ho riletto il libro e mi è piaciuto davvero, anche se quella panchina non c'è più e veramente un sacco di cose sono cambiate da allora). Per esempio Ennis era stato allevato dal fratello e dalle sorelle maggiori da quando i genitori erano finiti fuori strada nell'unica curva della Dead Horse Road, lasciando ventiquattro dollari in contanti e un ranch gravato da due ipoteche. Adesso questa cosa mi piace: mi invoglia a leggere, se non altro per capire come farà l'autrice in così poco spazio a sciogliere tutta la trama. Allora - su quella panchina - non lo so cos'è che non andò. Sarà che ogni venti o trenta righe al massimo sentivo questo bisogno di alzare gli occhi dalla pagina e guardare il cielo azzurro (c'era un gioco che facevamo - non so se chiamarlo gioco sia giusto, insomma era una cosa che facevamo sempre - guardavamo il cielo azzurro tra le fronde degli alberi verdi e ci dicevamo che era proprio una gran storia quell'accostamento cromatico, anche se magari non lo pensavamo davvero. Era semplicemente un fatto tenera da dire l'uno all'altra mentre le nostre dita facevano conoscenza). Mi distraevo quindi; c'era la gente che passava, mi ricordo tantissimi piccioni e poi le strade, naturalmente. Quelle mica cambiano: restano drammaticamente le stesse sia quando sei in compagnia sia quando sei da solo. Perciò mi ricordavo certe cose e un po' sorridevo un po' mi aggiustavo meglio gli occhiali da sole.

Ennis si svegliò nel rosso dell'alba con i calzoni attorno alle ginocchia, un mal di testa da non vederci e Jack a ridosso della sua schiena; senza bisogno di dir niente entrambi sapevano come sarebbe andata per il resto dell'estate, e al diavolo le pecore.

Percepisco una sorta di climax, in questo passaggio (appena 10 pagine dopo l'inizio). Percepisco una tristezza, un fatalismo. Mi piace: lo trovo tridimensionale, profondo, narrativo. Seduto su quella panchina, invece, credo che lo trovai soprattutto fastidioso. Sarà che c'era la mia valigia da controllare, il portafoglio pieno di scontrini che mi ricordavano cose e sostanzialmente un odioso profumo addosso che in quel momento non significava più niente. Non finisce bene, "Brokeback mountain"; anzi finisce malissimo. Ma in un certo senso non c'è sorpresa in questo: è da quel paragrafo che ho riportato poco sopra, appena dopo pagina 10, che si percepisce il nero destino che si poserà presto su quelle anime perdute. Anche questo fatto, durante quell'estate lì, non è che lo potessi capire appieno. Innamorato com'ero - innamorato cotto, innamorato al culmine, innamorato che le cose sembravano sempre fatte apposta per noi, innamorato come ci si innamora di un film o di una canzone, gravido di quella sensazione di onnipotenza e fiducia verso tutte le cose del mondo - innamorato così, voglio dire, facevo spallucce davanti a storie senza happy end. Semplicemente non erano roba mia: io me ne stavo lì, seduto su una panchina nel mezzo di un parco del centro di Cagliari e a vista scorgevo il porto. Fossi stato dotato di superpoteri, avrei potuto scorgere perfino Roma, casa mia e il momento esatto in cui avrei fatto la strada alla rovescia per rivederla, stringerla, baciarla sulla bocca fresca e tutte quelle cose che si fanno quando la valigia è aperta e i vestiti tutti sparpagliati sul letto.

gentedelwyomingImmagino che andrò a vedere il film di Ang Lee, non lo so. La vita crea da sola quella consolazione di cui si ha bisogno per superare i fatti, perciò quando ripenso al giorno che lessi "Brokeback mountain" seduto su quella panchina, magari un po' me la prendo con me stesso per cento milioni di cose lasciate cadere e mai recuperate; magari mi dico che potevo diventare un uomo migliore; mi dico che l'avrei potuta tenere per le mani un po' più a lungo. Mi accuso perfino: che stupido a non averlo capito allora, quel libro. Ma poi alzo le spalle e mi dico che, via, in fondo ero solo un ragazzino seduto su una panchina con un biglietto di ritorno stropicciato nella tasca dei jeans.