venerdì, 17 febbraio 2006

Libertà d'opinione
Categoria:giornalismo, attualità, scritto da andy capp


feltriIl 14 febbraio Vittorio Feltri, direttore del quotidiano Libero, è stato condannato in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione per diffamazione nei confronti del senatore Ds Gerardo Chiaromonte, scomparso nel 2003. La decisione è stata presa dal giudice monocratico di Bologna Letizio Magliaro. Il processo era relativo ad un articolo apparso nel 1999 su Qn (di cui Feltri all'epoca aveva assunto la direzione), il quotidiano nazionale della Poligrafici Editoriale, proprietaria anche del Resto del Carlino, la Nazione e il Giorno. Nel pezzo incriminato (e non firmato) il nome del senatore veniva indicato come uno di quelli inseriti nel dossier Mitrokhin, ovvero la lista di collaboratori occulti dell'Unione Sovietica compilata da un ex archivista del Kgb. Nello stesso processo, invece, è stato assolto Gabriele Canè, allora direttore de il Resto del Carlino.

Sulla condanna a Feltri ha preso posizione anche il premier Silvio Berlusconi: «Resto sconcertato di fronte alla notizia che un giornalista del calibro e con la storia professionale di Vittorio Feltri venga condannato, per di più ad una pena assolutamente straordinaria, un anno e mezzo di reclusione, per un reato di opinione». Per la storia professionale di Feltri vi rimando a questi due ottimi post scritti qualche mese fa da Stefano (1#; 2#). 

«Feltri condannato al carcere» è il titolo della prima pagina con cui Libero ha dato la notizia. Mentre nel catenaccio si legge: «Un anno e mezzo di galera per una querela sulla lista Mitrokhin, colpa di una legge che non è stata cambiata». Ecco invece, sempre dalle colonne del suo giornale (suo poiché ne viene fatto un uso personale), alcuni passi dell'articolo di Vincenzo Vitale, apparso il giorno successivo.

"La condanna di Vittorio Feltri a un anno e mezzo di carcere è davvero un'assurdità. E non solo per colpa di una legge che finisce per punire giornalisti peggio dei delinquenti, ma anche perché rappresenta da sola una mostruosità giuridica. [...] Certo, c'è subito da evidenziare che se intento del Tribunale fosse stato quello di emettere una sentenza che potesse fungere da esempio a carico di un giornalista tradizionalmente estraneo ai cori ed alle mode - quale Feltri costituzionalmente è -, ebbene, il Tribunale è incorso in un clamoroso autogol. Infatti, nelle ultime ore, non c'è nessun esponente del mondo giornalistico o politico italiano che non solidarizzi con lui, esprimendo serie riserve sulla giustizia (perché, anche se spesso lo si dimentica, la sentenza, ogni sentenza ha da essere espressione di giustizia) di questa decisione del Tribunale bolognese. Innanzitutto, è da notare come il destinatario della querela fosse espressamente soltanto il direttore responsabile del Resto del Carlino (edizione bolognese del Qn), Gabriele Canè, oltre all'articolista ignoto ai querelanti ed a chiunque altro risultasse responsabile dei fatti. [...] In altre parole, l'articolo era senza firma in quanto redazionale e comunque traduzione di larghi stralci di dossier, mentre il direttore responsabile - vale a dire espressamente indicato dalla legge come colui al quale è dovuto il controllo su ogni riga pubblicata- era Canè. Ora qui non interessa sapere se quel nome vi fosse o meno (la sentenza dice di no): interessa invece capire secondo quale logica (ammesso ce ne sia una) Feltri sia stato condannato. Si è detto che la querela non ne faceva neppure il nome. Come può essere allora che il Tribunale sia giunto a lui? Semplice: la legge prevede il c.d. effetto estensivo della querela, in forza del quale essa si estende a tutti coloro che avessero contribuito a commettere il reato (come del resto chiedevano i querelanti). Tuttavia, essendo l'articolo incriminato privo di firma e perciò ignoto il suo autore, allora non rimaneva che il direttore responsabile, imputabile per omesso controllo, vale a dire per un reato colposo e proprio: colposo, in quanto commesso per negligente controllo sull'operato dei suoi giornalisti; proprio, in quanto soltanto lui, nel suo specifico, avrebbe potuto commetterlo, non altri: e di qui, l'imputazione a carico di Canè (del resto espressamente citato dai querelanti). E Feltri? Feltri entra probabilmente in scena quasi per un gioco di prestigio, quello stesso gioco di prestigio in virtù del quale invece Canè ne esce, finendo con l'essere assolto. Il Tribunale, su richiesta espressa della Procura, ha condannato Feltri per concorso attivo nel reato, per avere cioè partecipato dolosamente alla redazione del pezzo facendo sì che il suo ignoto autore vi includesse espressamente il nome di Chiaromonte. Ve la immaginate la scenetta? L'ignoto redattore che si nega riottoso, mentre Feltri, suadente e maligno, lo convince ad inserire quel nome, quel nome soltanto, quello di Chiaromonte. [...] Il fatto è che senza questa prova piena e specifica ("chi ha fatto a Feltri il nome di Chiaromonte", ndn), vale a dire senza la prova della piena e personale consapevolezza e della effettiva volontà di Feltri nell'offendere la memoria del senatore comunista, la sentenza del Tribunale di Bologna non è un atto di giustizia, ma soltanto un atto di imperio; e per di più eccessivo [...]".

Mi sfugge un particolare: è assurdo che Feltri sia stato condannato perché la legge va contro la libertà d'opinione, però è anche assurdo che Canè sia stato assolto (quindi lui poteva essere accusato). Ma prendere in considerazione il fatto di aver scritto il falso? Ah già... Ora qui non interessa sapere se quel nome vi fosse o meno.