venerdì, 17 marzo 2006

La pittura del silenzio
Categoria:arte, scritto da stefano havana


Quanto a pittura, non sono un grande esperto. A maggior ragione non so nulla di correnti pittoriche. So qualcosa di impressionismo (non mi piace, nonostante Monet), mi incuriosisce il cubismo e mi definirei - se fosse possibile - un classicista-futurista, nonostante il mio amore inossidabile per il post-moderno. Mi piacciono cose strane e i miei gusti sono dettati dall'istinto più che dalla ragione: spesso gli occhi degli altri si sgranano di orrore quando dico, con un'aria un po' così, che mi piace Fontana, quello dei tagli sulla tela. Mi piace un sacco anche Botero, amo Andy Warhol, ma soprattutto - e mi sa che ne provo a scrivere adesso per la prima volta in vita mia - impazzisco, letteralmente, per Edward Hopper.

Guardate questo. Un bar. E' notte: non siamo solo osservatori di un dipinto. Siamo passanti. Passanti su quel marciapiede: non è fantastico anche solamente così? E che bar squallido: spoglio. Il barman mi pare triste, stanco: capirai, è tarda notte. E quei due? Guardano fissamente davanti a sé, non scambiano una parola. Silenzio. Zitti. Lei si guarda le unghie, lui ha davanti una tazza. Forse lui le ha chiesto di sposarla e lei se n'è rimasta così: l'ha guardato e in quello sguardo lui ha capito quante illusioni si fosse fatto negli ultimi mesi. Si è tenuto l'anello di brillanti in tasca e, una volta fuori di lì, lo butterà in un tombino o forse lo rivenderà, in attesa del prossimo amore. E l'uomo di spalle? Mi fa impazzire: ha avuto una giornata storta. Ha trovato una nota di demerito sulla scrivania al lavoro e ha litigato col capufficio: quello gli ha detto che così facendo non andrà da nessuna parte. Forse dovrebbe smetterla con la bottiglia, ma come si fa, quando a casa non c'è nessuno che te le nasconda dove non puoi arrivare?

E qui dove siamo? Che bel posto: caldo, accogliente. Secondo me fanno dei tè ottimi che dei camerieri gentili servono con un grande sorriso e dei piattini bianchi decorati, pieni di biscotti fatti in casa. In primo piano ci sono queste due donne, ma a me piace soprattutto il tizio dietro che mangia composto e in silenzio. La donna con il cappello rosso lo guarda e secondo me sta pensando che ha fatto un grande errore ad accettare questo invito: lui succhia il tè dal cucchiaino con un disgustoso rumore liquido. La ragazza con il maglioncino verde, invece, è molto truccata: quella di fronte forse è la madre che mentre aspetta l'ordinazione pensa a quanto sia venuta su bene la sua figliola. Non parlano molto, più che altro giocano con il posacenere e i piccoli oggetti posati sulla tavola. Quando arrivano le tazze fumanti la più giovane dice: «Buono, vero?», ma la madre non sta benissimo con i denti e deve aspettare molto tempo prima di poterlo bere pure lei.

Guardate che bello questo qui sopra. Lui legge il giornale, ma in quale posa? E' una posa momentanea. Nessuno leggerebbe il giornale così; forse è imbarazzato, di certo non a proprio agio. E lei? Pigia distrattamente con le dita su un pianoforte: forse neanche sa suonare. Forse non ha mai suonato in vita propria. La porta è chiusa e noi guardiamo dalla finestra aperta, dal balconcino. Perché non parlano? Si conoscono? Sono marito e moglie? Hanno appena litigato o lo stanno per fare? E perché sono così eleganti? Lei ha un abito da sera, lui sembra in tenuta da lavoro o da teatro. Forse è andata male una serata: lei ha trovato qualcosa di strano nel suo sguardo e l'ha capito subito. Lui sono mesi che la tradisce con un altra, e mentre la donna in rosso preme ripetutamente la nota 're', lui legge ripetutamente la stessa parola dell'articolo del giornale. Forse c'è di mezzo un aborto: lei non lo vuole tenere, ma lui continua a ripetere tra i denti qualcosa come: «Non ammazzerai mio figlio, non ammazzerai mio figlio». Oppure è disoccupato e quella è la pagina delle inserzioni: lei attende con ansia che il marito schiocchi le dita e annunci finalmente di aver trovato qualcosa di positivo. Ma chi vorrebbe mai un maestro di musica ebreo?

Loro sono colleghi. Mi sa che stanno facendo gli straordinari. Non sembra ci sia nessun altro, a parte un gran disordine e un foglio lì per terra, appena accennato. Mi piace da matti il modo che ha lei di guardare lui: è un suo superiore? Sono segretamente amanti e forse soffrono per il fatto che devono vivere la cosa clandestinamente? Forse no: forse lei sta guardando proprio il foglio di carta per terra, sta pensando a quanto sia disordinato lui, a quanto lavoro c'è ancora da fare prima di poter chiudere baracca e tornare a casa.

Forse il mio preferito. Mi vengono in mente mille storie, solo a guardarlo: intanto fuori dalla finestra c'è un paesaggio assurdo, lunare. Penso a uno di quei motel da film americano, uno di quei non-luoghi posizionati chissà dove lungo una highway, con le porte di legno e le chiavi legate a uno di quei portachiavi enormi, intrasportabili. Si intravede una macchina: è della donna o del suo accompagnatore? Non so perché, ma tutto mi viene di pensare tranne che questo viaggio (appena finito o ancora da cominciare) sia gradito al soggetto. Le valigie sono fatte: aspettano di essere prese oppure disfatte? Entrambe portano regolarmente un'etichetta con le informazioni della viaggiatrice. C'è una giacca blu buttata là su una poltrona: forse non è entrata nel bagaglio o forse aspetta di essere presa? E perché la donna è seduta così sul bordo del letto? Guardando nella nostra direzione, per giunta? Forse sta posando per una fotografia? Di certo non è casa sua, quella: troppo spoglia, troppo "momentanea", troppo fredda e silenziosa. Dove va? Perché mi viene in mente di continuo che stia scappando da qualcosa di più grande di lei? Sì, mi sa proprio che è lì per una fotografia. Gli chiederà: «A che serve?». Lui risponderà: «Per ricordarci della nostra fuga d'amore». Però lei non lo sa: non ha più vent'anni ed è una vita che non si concede il lusso di una fantasia. Certe volte scuote la testa e pensa a suo marito: a quell'ora deve essere ancora addormentato nella loro camera da letto e non s'è accorto di niente. Chissà come la prenderà al mattino, quando aprirà gli occhi su un cuscino vuoto.

Che desolazione qui. Una donna nuda che guarda dalla sua finestra. Nuda eccetto le scarpe: non sembra particolarmente bella, non sembra neanche un po' felice. O lasciva. Non c'è niente di perverso in questa posa: nulla di erotico. Forse ha appena fatto all'amore con qualcuno e adesso lo sta guardando andare via, riprendere la macchina, aggiustarsi il collo della camicia prima di girare l'angolo. Ho l'impressione che chiunque stia guardando questa donna nuda dalla finestra, quel qualcuno non si volterà a salutarla. Forse ci sono delle banconote dentro un posacenere e, da qualche parte, un tariffario. E' sempre la stessa storia: subito dopo lei pensa di farla finita. Di smetterla con questo mestiere e mettere la testa a posto. Ma come si fa? Non a 40 anni con un matrimonio fallito alle spalle: e poi non è più bella come una volta. C'era un giorno in cui desiderava fare la ballerina classica, ma è morta lei molto prima del cigno.

Non ci resta che spiare. Ho idea che i protagonisti di questo quadro siamo noi stessi, con la nostra indefessa voglia di guardare dove non siamo accetti. Il grande occhio che si accontenta della scena più anonima, purché sia proibita, purché non ci appartenga. Le fa male la schiena, eppure continua. E' in ritardo con le camere e ha già rischiato troppe volte il licenziamento: suo figlio è a casa, steso nel solito letto e aspetta il suo turno per quel rene. Non si sa quanto terrà, ancora. Lei, nell'attesa, un po' rifa i letti un po' ruba nelle tasche dei vestiti che trova appesi negli armadi.

Sono le sei e trenta di mattina. Questo è il marciapiede più trafficato della città, ma adesso tutti dormono e tutti devono ancora arrivare. Il negozio del barbiere è sempre pieno di gente: dicono che lì una volta si sia tagliato le basette Elvis Presley, ma nessuno sa se sia vero oppure no. Il proprietario ha dovuto dannare per trovare la torretta rossa e blu: alla fina l'ha comprata per un prezzo esorbitante a una fiera dell'usato. L'altro giorno ha inseguito due ragazzini che stavano cercando di abbatterla: li ha inseguiti per un isolato intero, fino a quando si è accorto che stava correndo con il camice bianco e con le forbici in mano. Allora si è fermato ed è tornato indietro: ora sta ancora dormendo e sogna i suoi soliti sogni. Lui da grande voleva fare il pilota d'aerei, capirai.

***

Ecco, secondo me Edward Hopper (nato a New York nel 1882) è il Raymond Carver della pittura: e questa cosa può già far storcere il naso di qualcuno. Come lo scrittore è magistrale nel raccontare l'allucinazione e la solitudine della periferia americana, le abitudini ripetitive e monotematiche della bassa borghesia provinciale statunitense, così il pittore racchiude nelle sue tele momenti analoghi di vita anonima. I personaggi ritratti da Hopper non parlano mai; sono sempre da soli e quando non lo sono - quando sono in compagnia - si vede subito che la situazione è comunque quella propria dell'isolamento. Si dice - non a caso - che Hopper ritragga il silenzio: il che è bellissimo, perché per la prima volta in dei quadri si parla di una sensazione uditiva piuttosto che visiva. La pittura di Hopper ci porta in luoghi che altrimenti non avremmo possibilità di visitare: non Marte, Giove o il Medioevo. Ma stanze, camere o angoli di strada la cui esistenza sulla tela ci ricorda come sia lo stesso mondo a vivere indipendentemente dalla nostra presenza.