venerdì, 24 marzo 2006

Una casa per tutti
Categoria:politica, attualità, scritto da andy capp


seconda puntata (1#)

Il tema della casa è uno dei punti su cui le due fazioni politiche si giocano la credibilità in vista delle prossime elezioni del 9 e 10 aprile. Per un quadro esaustivo delle loro proposte vi rimando all'analisi fatta dall'Unione Inquilini, uno dei sindacati maggiormente attivi nella lotta agli sfratti e ai giusti affitti. Sia l'Unione che la Casa delle Libertà, tuttavia, non sembrano fare proposte per così dire rivoluzionarie. Anzi, le loro soluzioni, tengono conto dei numerosi punti di vista coinvolti nella vicenda. Non solo le esigenze dei cittadini, quindi, vengono tenute in considerazione soprattutto quelle di Confedilizia e affini. Sul rilancio di un'edilizia popolare, poi, nessuno si sbilancia. Anzi, quello che fa gola maggiormente agli schieramenti è il patrimonio pubblico che ancora non è stato venduto ai privati. Negli ultimi anni, a Roma, una grossa fetta delle case di proprietà degli Enti (non solo Iacp - oggi Ater - ma anche Ina Assitalia, ecc...) è stata venduta a colossi entrati nel mercato immobiliare come Pirelli. Le conseguenze, al di là, dell'ottimo affare per chi ha comprato, sono sotto gli occhi di tutti: aumento degli affitti, oppure vendita degli appartamenti a condizioni vantaggiose (rispetto al mercato) per gli inquilini. Senza tener conto, però, che in alcuni casi ci si trova di fronte a nuclei familiari che pagano l'affitto da oltre vent'anni e che superata una certa età, difficilmente possono accedere a un mutuo. Di seguito vi propongo un interessante articolo di Jean Paul Sartre pubblicato su France Soir. Si tratta di un reportage (lo trovate pubblicato da Massari editore nella racconta "Visita a Cuba") sulle riforme fatte dal governo di Fidel Castro subito dopo la vittoria della Rivoluzione. Non si tratta certo della soluzione per il nostro Paese, però fa riflettere.

Abbassamento autoritario degli affitti

"Nelle città esistevano due rivendicazioni permanenti che univano, senza distinzione, la classe operaia a quella degli impiegati: ancora prima che gli venisse versato il salario, l'affitto e l'elettricità ne avevano consumato la metà; non poteva più andare avanti così. Era quello che si diceva già quando Fidel studiava diritto all'Avana. Era quello che si diceva anche 15 anni prima; e ancora si diceva. Ma le esigenze del popolo sono a misura della sua fiducia; i dirigenti avevano conosciuto, durante la guerra, la pressione delle circostanze; alla vittoria fecero l'esperienza della pressione popolare. Annunciarono bruscamente l'abbassamento autoritario degli affitti; 50 percento, non di meno.

I motivi della decisione sono chiari; il governo, appena istituito in questa città (L'Avana, ndn) ancora estranea, non poteva permettersi di deludere il popolo. Bisognava agire e non promettere, liberare i poveri da un peso schiacciante, restituire al piccolo commercio cubano il denaro che volava negli Usa per automobili, frigoriferi o per sciocchi investimenti in costruzioni immobiliari; si cercava di alleggerire l'economia nazionale e, diminuendo la rendita, si deviavano i capitali verso l'industria. La maggior parte furono d'accordo, ma a dispetto di tutto, l'unanimità marginalmente si sgretolerà; abbiamo già visto che l'edilizia assorbiva tutti i risparmi cubani. Non solo i guadagni dei ricchi, ma l'economia delle classi medie. Questa borghesia riteneva i propri introiti immutabili ed ecco che un colpo di penna li diminuiva di metà. Si impaurì; per qualche istante di panico, l'Avana, spaventata, visse uno spettro rosso: il bolscevismo nelle Antille.

Jean Paul Sartre ("Uragano sullo zucchero" - 6 luglio 1960)

Cuba - centro storico