martedì, 28 marzo 2006
Come un film di Altman
Categoria:cinema, quotidianismi, scritto da stefano havana
Amo i film corali. Sono settimane che vorrei scrivere qualcosa su Robert Altman ma - come si nota - è un periodo in cui letteralmente mi manca il tempo per stare davanti al computer: c'è un non so che nei film corali che mi ricorda la vita vera e se c'è un genere di cinema (o di letteratura) che prediligo, questo genere è quello che rappresenta la vita di tutti i giorni. America Oggi forse è il capolavoro totale. Magnolia di Paul Thomas Anderson mi ha levato il sonno e forse Crash di Paul Haggis è il film che mi è piaciuto di più negli ultimi cinque anni (insieme a Match Point e Se mi lasci ti cancello). Tre film corali che hanno quella caratteristica dell'evento globale finale che funge da "collante narrativo". Qualcosa di apocalittico o visionario che si spalmi su tutti i protagonisti del film (fino a quel momento divisi gli uni dagli altri). In America Oggi è un terremoto, in Magnolia è una formidabile pioggia di rane, in Crash è una leggera nevicata.
C'è stata una pioggia pazzesca a Roma, qualche giorno fa. E' stata acqua, poi è diventata grandine: una grandinata ottusa, lunga che non s'è mai fermata, al punto che sui tetti delle macchine e sui marciapiedi c'era tutto uno strato bianco che sembrava neve. I pneumatici delle macchine facevano un rumore tipico e anche le suole delle scarpe: davvero, sembrava una parentesi di inverno a Copenaghen, che ne so. Io stavo in macchina cercando di tornare dal lavoro e mi sono sentito proprio come in un film di Robert Altman: questo evento atmosferico incredibile che stava agendo sulle vite di persone sconosciute. Non come una semplice pioggia: scendeva giù che c'era da farsela sotto. Il rumore della grandine sulla macchina copriva per intero il volume della radio. A Via dei Campi Sportivi c'era un uomo in tuta acetata e cappuccio che si allenava al lancio del peso. Prendeva questa enorme sfera di acciaio e la lanciava oltre le proprie spalle: poi la raggiungeva lentissimamente e ripeteva la cosa. Ancora e ancora: l'ho guardato mentre la fila del semaforo scemava e il rosso diventava verde. Ho visto un anziano che scendeva da un Ape e, senza guardare, infilava direttamente un piede dentro una pozzanghera alta così: la gamba gli è scomparsa fino a metà polpaccio e io ho ripensato a quella frase di Ray Bradbury che spiega l'acqua: l'acqua è un prestigiatore che ti sega a metà. Ho visto una ragazza bionda a bordo di uno scooter levarsi con il mignolo un capello fradicio dalle labbra: assomigliava a Nicole Kidman e aveva le nocche delle mani rosse per il freddo. Ho visto due ragazzini fermi sotto un porticato raccogliere la grandine dentro un astuccio per occhiali e usarlo come uno strumento musicale: lo scuotevano tra le mani con la grandine dentro. Ho visto due uomini in cravatta camminare sotto lo stesso ombrello a braccetto e ho scoperto che se piove molto la gente si affretta disturbata, ma se piove spaventevolmente o addirittura grandina, allora la gente cammina più lenta, rassegnata: quei due, per esempio, se la ridevano di santa ragione. Ho visto una donna avvolgersi due buste della spesa intorno alle scarpe e camminare così, elegantissima per il resto, con una borsetta che sembrava di pitone. Ho visto persone guidare con la faccia vicinissima al parabrezza e il petto quasi attaccato al volante. Ho visto un gatto completamente fradicio, con il pelo tutto allungato sotto la pancia e mi è tornata in mente quella vecchia pubblicità che andava un po' di tempo fa, quella della bambina che raccattava un micio dalla strada e se lo metteva sotto l'impermeabile. Mi sa che era della Barilla. Ho visto sacchetti della spazzatura posati in terra tutti bucherellati dai chicchi di grandine. Ho visto una giovane donna attraversare la strada con una rivista sopra la testa, affondare una scarpa in una pozza e fermarsi a riaggiustarsi le calze. Ho visto i soliti bambini un po' sotto gli ombrelli e un po' no: ce n'era uno con delle calosce viola che guardava verso l'alto con gli occhi chiusissimi. La cosa mi ha fatto ripensare a un racconto bellissimo di Stephen King, The Body, in cui un gruppo di meravigliosi ragazzini partono alla ricerca di un cadavere che si dice giaccia lungo un fiume. Uno dei punti focali della loro curiosità riguarda proprio la grandine e cosa succeda a un morto che sia morto con gli occhi spalancati verso il cielo.
Mi succede spesso di pensare ad eventi "collettivi" e di ridurre tutto a un film di Altman. Forse la prima volta fu l'11 settembre: stavo nella mia camera, davanti alla televisione accesa, a pensare a tutte le televisioni accese del mondo in quello stesso momento. Mi veniva da pensare che perfino Al Pacino doveva stare facendo la stessa cosa che facevo io. O i miei amici. O la biondina che mi piaceva. Non capisco bene come accada, ma trovo che ci sia qualcosa di parecchio confortante in tutto questo.





