giovedì, 11 maggio 2006

L'uomo che squarciava il silenzio
Categoria:personaggi, scritto da stefano havana


Cade in questi giorni la ricorrenza di una morte. Per l'esattezza il 9 maggio del 1978 crepava ammazzato Peppino Impastato. Guarda un po', proprio qualche giorno fa ho visto "I Cento passi" di Marco Tullio Giordana: è un film su questo ragazzo che scelse a caro prezzo di squarciare il silenzio. E spesso le cose cominciano così, ci fate caso? Da un film. O da un libro. Uno vede un film o legge un libro e si interessa a un argomento d'attualità. Coincidenze, niente di più.

Di tutta la visione mi è rimasta soprattutto un'immagine: Peppino che conta i suoi cento passi fino al balconcino di Badalamenti. Ecco, è lì che ho avuto i brividi e che ho capito un po' di più cos'è che manchi alla nostra generazione civile e politica. E' un momento importante del film e della vita di Impastato: perfino i Modena City Ramblers ne hanno fatta una canzone che si chiama proprio così, "I cento passi". E' una bella scena, mi ha fatto pensare a un sacco di cose: «Io voglio poter urlare che Tano è un mafioso. Voglio poter urlare che mio padre è un mafioso!». Ecco, nello specifico, è stata questa frase urlata in bocca al leone, a scuotermi l'anima. Con più coraggio e determinazione di Che Guevara, Impastato diventò l'eroe anti-mafia nonostante fosse la sua stessa famiglia notoriamente collusa con Cosanostra: suo padre, soprattutto. Ma anche la zia che sposò il capomafia Cesare Manzella e molte delle persone che frequentava, gli amici degli amici, i politici, gli assessori comunali della sua città, Cinisi. Lui un bel giorno si svegliò e portò suo fratello sotto al balconcino di Badalamenti urlandone peste e corna; poi fondò il giornalino "L'idea socialista", sul cui primo numero campeggiò il titolo: "La mafia è una montagna di merda". Ci è morto neanche trentenne per queste cose: fu fatto saltare col tritolo sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani.

Non è una cosa così a mancarci? Una forza simile? La sua, dico, non quella del tritolo. Dispiace che Peppino sia morto ammazzato, certo, ma soprattutto dispiace che sia evaporato quel grido lanciato con coraggio sotto il balcone del nemico giurato e in faccia allo stesso padre. Che fine ha fatto quell'urlo? Dov'è andato? Dove adesso? E' rimasto in qualche urna elettorale? E' iscritto tra le righe delle schede bianche al Quirinale? Colerà su scrivanie e banchi verdi con la proprietà del mercurio? Si solleverà oltre le spalline blu dei carabinieri presenti ai seggi delle prossime tornate elettorali? Questo coraggio puro, questa totale forza e voglia di verità, libertà, autonomia e rivoluzione dove sta? Sta con Prodi o sta con Berlusconi? Sta con Napolitano o sta con D'Alema? Sta con Letta? Qualcuno me lo dica, per piacere, qualcuno scoperchi il sudario e ci mostri questo graal: sta nello scandalo che sta facendo implodere il sistema calcio? Sta nell'anima dei Moggi o nel cuore dei Giraudo? Arruffoni arraffa soldi, colpevoli usufruitori di scorciatoie sociali; ecco su cosa mi ha fatto fermare il film di Giordana, la storia di Peppino. Quante coltellate vengono date, ogni giorno, nel petto dei pochi Peppino rimasti nel mondo, a favore di quegli altri, gli omuncoli? Mille e mille, ogni volta che una voce scomoda viene fatta tacere pr il bene del Guadagno; mille e mille, ogni volta che una penna viene fermata o un gesto esemplare celato per volere del Potere. Impastato è morto da 28 anni e il grande insegnamento che ci ha consegnato è che non serve fare il giro del mondo per fare una cosa GRANDE. Spesso sono sufficienti cento passi da casa propria, davvero. Parte tutto da qui dentro: battersi il dito indice su una delle tempie e vedere l'effetto che fa squarciare il silenzio.