domenica, 23 aprile 2006
Parliamo di calcio
Categoria:sport, scritto da stefano havana
Io sono tifoso della Lazio.
Sono uno di quelli che crede che il calcio sia una cosa seria: il pensiero sottocutaneo che traccia le menti di certe persone per cui 22 uomini che corrono sudati non possono rappresentare motivo di interesse, ecco io lo lascio a costoro: che vivano pure le loro annoianti vite a brontolare. Io sono tifoso della Lazio e credo che il calcio sia una cosa che possa condizionare l'umore e la vita stessa di una persona. Qualche frocetto di sinistra benpensante ha usato la metafora del calcio, ultimamente, per parlare del risultato elettorale: sembra che, in una partita di pallone, a vincere al 97' su autogoal ci sarebbe da vergognarsi. Ecco qua il più fulgido esempio di un soggetto per cui il calcio è qualcosa da ricercare sulla tavola degli elementi. Uno che non ha mai (MAI) seguito con partecipazione una partita di pallone. Uno che sicuramente non ha mai giocato. Vincere al 97' su autogoal è il calcio. Quando vinci al 97' su autogoal, la mattina dopo esci di casa prima degli altri per andare a comprare il giornale e poi cammini tronfio, col quotidiano sotto il braccio, facendo bene attenzione che si legga bene bene il titolo. Quando vinci al 97' su autogoal - o su calcio di rigore che non c'era - la prima cosa che fai è farti vedere in giro. Vai a trovare il macellaio e il barbiere per riscuotere quel taglio gratis o quel manzo a metà prezzo. Quando la tua squadra soffre da morire e poi strappa una vittoria immeritata, la notte non ci dormi e bruci il telecomando del televisore a forza di cercare le immagini dell'esultanza STRATOSFERICA dei tuoi. A patto che non ci sia stata truffa, è ovvio.
Vincere così, questo voglio dire, non significa rubare una partita. Rubi una partita quando l'aiuto arbitrale è categoricamente scientifico. Quando l'aiutino politico e strumentale è cristallino, puntuale, fastidioso: ecco quando hai rubato una partita. Ieri pomeriggio la Juventus è riuscita in un'impresa titanica: in novanta minuti è riuscita a non meritare più uno scudetto che doveva strappare dalle mani del Milan in maniera plebiscitaria. Ieri la Juventus ha rubato una partita, uno scudetto, il diritto di stima da parte degli avversari. Io sono tifoso della Lazio, ma la Juventus non ha rubato una partita per questo. Vero è che solo quando giochi a Torino contro i bianconeri può succere di andare al riposo in vantaggio e di essere contestualmente triste e demoralizzato come sotto di tre goal. E noi tifosi della capitale, Lazio e Roma, siamo orgogliosi come puttane improfumante: sull'1-0 contro il Lecce già pensiamo a Coppe dei Campioni. Mica ci fasciamo la testa. Mica ci nascondiamo dietro a un dito: eppure ieri pomeriggio, all'intervallo, le facce intorno a me erano quelle della sconfitta certa, sicura, imminente. Erano le espressioni di chi s'aspetta, da un momento all'altro, er pasticciaccio brutto.
Levare il gusto alla vittoria, che senso ha?
Ben venga il gol di Trezeguet a cinque minuti dalla fine. Quello fa mordere il cuscino, non è un problema. Quello è calcio, evviva. Un ginocchio e una caviglia spezzati e una tibia fratturata in 180 minuti e neanche un rimbrotto verbale, questa è la rabbia, invece. A fronte di un'espulsione fiscale come un capotreno e di un goal annullato, su cui si potrebbe discutere quantomeno una settimana.
Volevo parlare di calcio, invece non l'ho fatto.
Facciamo finta che questo sia il post della domenica, allora. E un modo come un altro per dire che la nottata passa sempre e che, insomma, il blog è aperto, ci mancherebbe pure.





