martedì, 02 maggio 2006
Il colosso pop
Categoria:attualità , scritto da stefano havana
Pensare che un grattacielo abbia 75 anni è impossibile. Eppure la prima luce dell'Empire State Building fu accesa esattamente nel 1931, dopo che per una ventina di mesi la gente di New York aveva vissuto a naso in su andando al lavoro. Le ventiquattrore oscillavano lungo i fianchi di capuffici e professori e non uno che procedesse resistendo alla tentazione di sollevare lo sguardo da terra: c'erano questi coraggiosissimi operai che oscillavano da pensiline pericolanti a 90 metri d'altezza e la curiosità veniva usurpata così, dalla mattina alla sera, senza pietà. Dai palazzi vicini, quelli che non erano stati sgomberati, c'erano continuamente facce dietro ai vetri e dai balconi oscillavano le braccia dei curiosi come da dietro una nave che si sta lasciando dietro il porto. Indossavano ridicoli elmetti di protezione, questi scriteriati, come se cadendo da quell'altezza uno si fosse potuto salvare. C'è una mostra monografica bellissima su questi eroi dell'industria, appesi come pipistrelli; ci sono album fotografici che li immortalano nell'atto comune di mangiare un panino a cavalcioni su una trave che ruota su se stessa sopra una settima avenue in bianco e nero e piccolissima. Quelle briciole devono impiegare almeno un minuto ad arrivare a terra per nutrire i piccioni o chissà quanto.
Il 1931, non è pazzesco? Nel 1931 nasceva Umberto Eco, tanto per nominare uno che di cose alte se ne sarebbe inteso. Nesceva l'attrice Ileana Ghione che è morta qualche mese fa. Mio Dio, veniva al mondo James Dean nel 1931: uno che se ne sarebbe andato molto prima che gli ultimi piani dell'Empire venissero riforniti di mobilio. Nasceva pure Robert Duvall, quello de Il Padrino e Apocalypse Now: no, dico. Era un anno, il 1931, in cui mi pare che il mondo dovesse ancora prendere la forma che ha adesso - fisicamente, politicamente, economicamente - eppure a New York c'era già un grattacielo di 90 piani conosciuto tuttora nel mondo intero con il nome di Empire State Building. Non è un palazzo abitato: ci sono solo uffici. E' stato uno dei primi edifici a non presentare sul tetto le cisterne dell'acqua: fu inventato questo sistema per metterne diverse internamente, un po' ogni piano, così da non guastare l'aspetto estetico. Inizialmente fu pensato come approdo di ancoraggio per i dirigibili, poi l'idea fu abbandonata. Pare che ci sia qualche problema anche per l'aria condizionata: i cassoni esterni lo renderebbero semplicemente brutto e allora ci si arrangia in altro modo, forse con i ventilatori, forse con sistemi alternativi che adesso non mi vengono in mente.

Di New York ho amato soprattutto questo gusto pazzesco per Il Bello. New York è una delle città più naturalmente romantiche che mi sia mai capitato di vedere: diciamo che non ci vuole molto ad essere romantici in un bellissimo bistrot di Parigi. Ci vuole un po' più di genio per rendere romantico da far galoppare il cuore una cosa teoricamente orrenda come il Financial District. Ecco, non so come abbiano fatto, ma lì ci sono riusciti. Perciò quello che vorrei dire è che l'Empire State Building è bellissimo.
Lo vedi sempre, in qualunque posto ti trovi. Si vede da SoHo, si intravede nei dintorni del palazzo dell'Onu che sta veramente molto a Sud. La punta luminosa (una sera blu, una sera verde, un'altra volta è rossa) si intuisce dal Greenwich Village e in questo modo non esiste la condizione per perdersi. Ed è bello. E' architettonicamente bello; è bello la sera, è bello al mattino con la luce del sole che si moltiplica nelle finestre. Lo devi guardare con gli occhiali scuri, lo devi guardare con il collo piegato talmente tanto che l'ultima volta avevi sette anni e tuo padre ti stava rimproverando dall'alto dei suoi sedici metri d'altezza, minimo. Quando ci sono salito, nell'ascensore (ce ne sono 67) ho avuto paura. Le orecchie si sono chiuse come durante il decollo di un aereo e, dentro quella scatola di latta che corre trenta volte più veloce di un qualunque altro ascensore normale, mi sono sentito veramente solo e alla mercè di qualunque cosa. Dall'86 piano, l'ultimo abitabile perché poi c'è l'antennona, si può vedere tutto. Io mi sono messo lì, con i gomiti fissati sul parapetto di protezione e sono rimasto fermo, convinto di poterci scorgere Roma da lassù.
Non ho capito se per lavorare a quell'altezza serva più coraggio o mancanza di fantasia: io sarei sempre distratto da qualcosa. O terrorizzato, perché lì gli elicotteri volano esattamente alla tua altezza e puoi guardare i piloti nelle palle degli occhi.
E poi il discorso della ripetitività. Ci sarebbe tutto un discorso da fare sulle mille finestre che si ripetono ossessivamente per gruppi e gruppi. Ma dovrei cominciare a parlare di uno dei più famosi newyorchesi, ovvero Andy Warhol e della pop-art e allora mi dilungherei troppo. Questo voleva essere solo un ricordo del grattacielo più famoso che c'è. Per altri argomenti c'è tempo. Buon compleanno, colosso silenzioso.






