giovedì, 04 maggio 2006
Morti e stramorti
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana
Da quando sono morti i soldati a Nassiriya è stato un ripetersi ossessivo di una sola frase: il loro sacrificio non sarà vano, il loro sacrificio non sarà vano. Fossi stato al posto di uno dei familiari di costoro, io immediatamente mi sarei alzato sulla panchina della Chiesa e con le residue forze avrei sparacchiato con un fucile automatico sul prete e i chierichetti tutti. Avrei spezzato le candele con un colpo di machete e trangugiato il vino dalla coppa, asciungandomi il mento col palmo della mano; dopodiché mi sarei appropriato del feretro del mio estinto carissimo e lo avrei trasportato alle isole Galapagos, per seppellirlo sotto la sabbia a mezzanotte così da non scottarmi i piedi.
Perciò non riesco mai a vederci niente di buono nella morte. Nella morte degli altri, in particolare. Quando qualcuno parla della morte, immancabilmente faccio per girarmi dall'altra parte. Enzo Baldoni, in un suo articolo, chiamò questa cosa rivincita della vita. Altre persone, quando ne muore uno, parlano di lontana eco o una menata simile. Dicono che quella persona mai morirà veramente, perché per sempre resisterà una lontana eco delle sue gesta, delle sue opere o che ne so. Come no, la lontana eco... C'è una formidabile pagina di letteratura in Farhenheit 451 di Ray Bradbury che parla proprio della morte: dice che non sono tanto le persone che ci mancheranno, quanto le cose che sapevano fare. Colui che sapeva costruire grandiose casette per uccelli, mai più ne produrrà una e quanti uccelli al mondo resteranno senza casetta? Quello che sapeva fare delle perfette imitazioni, non ripeterà mai più il suo show e quello che correva i cento metri in un secondo esatto non animerà mai più uno stadio d'atletica leggera. E allora non sento mai la morte tanto presente come quando se ne va un grandissimo esemplare di uomo. Mi sembra talmente morto Oscar Wilde, quando leggo un suo passaggio. Mi sembrano così irrimediabilmente trapassati Joyce o Kafka. Mi sembrano immancabilmente morti, defunti, sotterrati James Dean, Cechov, Mozart, Picasso e Massimo Troisi. Non c'è una volta in cui io guardi alla tv - magari a tarda notte - un film di Alberto Sordi e mi ritrovi a pensare: eh, caro Albertone, c'è ancora la tua lontana eco tra di noi. Macché: a me Alberto Sordi non m'è mai sembrato tanto morto come da quando un centro commerciale, a Roma, ha preso il nome suo. Mortissimo, stramorto. Mortomortomorto.
Mi pare supermorto Dante Alighieri, quando i quattordicenni del mondo sbadigliano sulle sue terzine perché non esiste un professore che sappia spiegare loro dove sia la meraviglia. Mi sembra una sacca svuotata del sangue Raymond Carver, quando scopro che non ho neanche più un suo racconto da leggere. Mi sembrano mortissimissimi tutti questi qua e mi viene da piangere quando un artista è ricordato con termini simili a quelli usati per i soldati caduti. Il suo sacrificio non è stato vano. Massì che è stato vano, dài. Perché dare false speranze a chi rimane? Sì che sarà vano. Perfino quando vedo al teatro una commedia di Woody Allen che non è interpretata o diretta da Woody Allen - e anzi Woody Allen in quello stesso momento se ne sta a Brooklyn per i fatti suoi e non ne sa niente - mi viene da pensare che anche lui stia lì lì per morire e che, piuttosto, vorrei che avesse 35 anni e tutte le sue brillanti commedie ancora da scrivere. Voglio dire che la morte dei soldati italiani fa tristezza proprio perché è stata del tutto vana, evitabile, stronza: è così che si onora la memoria di un caduto.





