giovedì, 06 luglio 2006
Il qui ed ora e i gorilla
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana
C'è uno scrittore americano, non molto conosciuto in Italia ma eccezionale, che si chiama Thom Jones. Ha una biografia interessante: in pratica lui ha fatto tutto, nella vita, fuorché lo scrittore - il bidello, il pugile soprattutto - finché un bel giorno tre dei suoi racconti furono acquistati dal "New Yorker", da "Harper's" e dall'"Esquire", le principali riviste sognate da qualunque scrittore americano che voglia vedere il proprio nome stampato in calce a una buona storia.
La sua migliore raccolta di racconti si intitola "Il pugile a riposo" ed è veramente un'opera importante. Addirittura John Updike ha definito "Voglio vivere!" - una delle storie ivi contenute - "Il miglior racconto americano del Novecento". Personalmente non sono d'accordo, perché me ne vengono in mente subito almeno altri tre migliori ("Il lamento di Sleeping Bear" di David Means, "Cattedrale" di Raymond Carver" e "Un giorno ideale per i pesci banana" di J.D. Salinger) ma è certo che "Voglio vivere!" è un fantastico racconto in prima persona che parla di una donna morente. Tuttavia quello che a me è piaciuto particolarmente di questo libro sta tutto nel racconto intitolato "Zanzare" e ve lo voglio riportare qui di seguito. In sostanza Jones mette in bocca a uno dei suoi personaggi la summa della spiegazione sul comportamento umano e lo fa in meno di 1000 battute:
Prendete il gorilla. Credo che ne restino solo una quarantina su tutto il pianeta, a dir tanto. Dato di fatto: il motivo per cui il gorilla ha un cervello così grande non è che deve ingegnarsi a capire dove trovare il cibo o come costruirsi un piccolo nido in mezzo all'erba. Nella Terra dei Gorilla il cibo abbonda; e i nemici, a parte l'uomo, non esistono. Per procurarsi il cibo, costruirsi il nido e spostarsi da una sede all'altra, al gorilla basterebbe un cervello delle dimensioni di Rice Krispie.
Il motivo per cui il gorilla ha un cervello così grande e il motivo per cui i piccoli ci mettono così tanto a maturare e svilupparsi è che nella società dei gorilla, oltre a comprendere le varie sfumature delle emissioni di voce dei compagni, gli individui sono maestri nell'interpretare il linguaggio del corpo. Sono psicologi abilissimi e, a modo loro, benché non abbiano modi raffinati, sono più diplomatici di quanto possa mai sperare di diventare un essere umano.
In un branco di gorilla non esiste la violenza. Tutti vanno d'accordo. C'è una gerarchia, è vero, ma ognuno ha il suo posto e lo accetta. I gorilla sono felici. Non hanno bisogno di scarpe da tennis New Balance, di videoregistratori o di Jaguar V-12 decappotabili. Non hanno bisogno di Donna Karan. Non hanno bisogno di crack. Non hanno bisogno di scrivere racconti intelligenti su un tizio che gira in macchina per Cape Cod pieno di rabbia. Se date a un gorilla una banana e una bella femmina da scopare, lo fate contento: un gorilla che non desidera affatto commettere stupri o omicidi premeditati, dipingere la Cappella Sistina, candidarsi alle elezioni presidenziali o vinere il Nobel - niente di tutto questo. I gorilla non si fanno guerra tra loro e non si torturano l'un l'altro. Non succede mai.
Un mio amico del pronto soccorso mi ha detto che la coscienza animale è fatta solo di qui ed ora, e che un essere umano può grosso modo riprodurre quella condizione bevendo cinque martini di fila mentre sta a mollo in una vasca d'acqua bella calda. Una condizione che si raggiunge il sabato sera, se tutto va bene. Il resto del tempo... Be', basta leggere i giornali per capire cosa intendo. Il comportamento umano, per il novantotto per cento, è un abominio.
E' vero o no?





