lunedì, 14 agosto 2006
La pace degli oggetti
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana
L'abbiamo scritto sul nostro blog on the road da Cuba, ci stavo ripensando stanotte. C'è un momento esatto, durante tutte le vacanze del mondo, in cui ti accorgi che è finita: non è solo questione di stomaco e nervi, di orario e tensione, di tristezza e malinconia o semplicemente di calendario. Arriva un giorno in cui, tutto abbronzato, ti rimetti a fare la valigia: è allora che togli, scastri, demolisci tutti gli oggetti che durante quelle tre settimane hai sistemato in giro e ti rendi conto che nessuno di quelli - vestiti, scarpe, schiuma da barba, cinte, pezzi di carta, penne - poteva stare in una posizione diversa.
In bagno il mio beautycase sistemato sopra il ferro che solitamente tiene l'asciugamano, le scarpe da turista tedesco di Pat sotto il condizionatore, le due buste con le statue di legno di Davide sul divano; le tre valigie nelle rispettive posizioni e guai a spostarle. Quella casa sarebbe stata un'altra casa, se dall'oggi al domani, ci fossimo messi a modificare l'assetto di ogni cosa, a sconvolgere la pace trovata autonomamente dagli oggetti. I miei vestiti sulla poltrona, l'occorrente per le lenti a contatto di Pat sul comodino vicino al letto, carte, scontrini e numeri di telefono sul tavolo di vetro in salotto: ti accorgi in un momento di autocompiacimento e malinconia che quella era diventata casa tua, con le tue manie, le abitudini - l'ordine maniacale di Pat, il disordine incondizionato mio - e che da un momento all'altro diventerà casa di un altro, rispecchierà il modo d'essere di un altro.
Mi ricordo a New York quest'inverno: il periodo più lungo mai trascorso personalmente in una camera d'albergo. Alla fine tutto aveva un senso e mi pareva impossibile pensare a quella camera in termini diversi: il pupazzone verde di Slime di Davide sopra al frigorifero, tutte le scarpe che ci eravamo comprate posizionate lungo la parete, i miei cappelli invernali sulla scrivania, la sciarpa sulla spalliera, la mia valigia sotto la finestra, quella di Davide accanto l'armadio. E il modo in cui ognuno istintivamente sceglie il proprio letto? Ci avete mai pensato? Si arriva in un posto - magari si è in tre o in quattro - e ciascuno si dirige verso un posto letto. Non capita mai di sedersi in due sullo stesso e di doverne parlare per decidere: semplicemente ognuno posa il proprio culo su un materasso - oppure ci lancia distrattamente una felpa sopra - e da allora quello sarà il suo letto. Nessuna discussione, nessun dubbio; arriva il giorno della partenza e capisci, ti dici, che nessun altro letto poteva essere il tuo. Quello è proprio un letto che ti piace, nella posizione giusta, con la consistenza giusta: gli altri ti sembrano impossibili e ti daresti una pacca sulla spalla per congratularti con te stesso.
Poi tutto sparisce, naturalmente. Nell'aereo che ti riporta a casa rimane solo la consistenza di un'altra avventura tra le labbra e l'angoscia per l'ennesimo vuoto d'aria che ti lascia lì, aggrappato ai braccioli, a domandarti chi te l'ha fatto fare.





