lunedì, 04 settembre 2006

Era una cannonata lo stesso
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Come scrive Jonathan Lethem, vi chiederò di immaginarmi piccolo e buffo in un periodo della vita in cui andavano ancora di moda certi occhiali spessi e i pantaloni a vita altissima; vi chiederò di immaginarvi gli inizi degli anni Novanta così come li avete vissuti voi, tra conseguenze politiche ed economiche per la caduta del Muro di Berlino e le notti magiche della Nannini. Ciascuno di noi c'è passato: avevamo vent'anni, avevamo sei anni, avevamo dieci anni, eravamo già vecchi. Vi chiedo di immaginarvi questo: un tizio alto circa 140 cm e pesante almeno cinquanta chili (io) seduto su un muretto con ai piedi superga bianche e sul viso neanche un pelo di barba. Ecco, stavo proprio lì, così, e non so assolutamente come avessi fatto a convincermene o cosa mi avesse installata in testa questa pazza idea, fatto sta che andavo in giro dicendo che mio padre era partito per un lungo viaggio (cosa vera) e che al suo ritorno mi avrebbe riportata una fantastica sedia volante.

Una s-e-d-i-a V-O-L-A-N-T-E!
L'unica cosa sicura è che passavo intere giornate nel tentativo di convincere i miei amici di allora di questo fatto della sedia volante. Una sedia volante che veniva dall'America, ma di importazione sovietica o una cosa del genere. Posso solo immaginare che cercavo di compensare la mia scarsa altezza con la maestosità di questa grande notizia; non credo che potesse essere un problema sessuale, perché - a quell'età - di donne neanche l'ombra ma in quanto a pippe primeggiavo. Avrò una sedia volante, dicevo a tutti.

Non amavo, non andavo al cinema, non avevo mai detto ti amo, non avevo mai pensato che si potesse morire passando sotto i cavalcavia, non avevo mai letto Hemingway, andavo malissimo a scuola, non mi lavavo mai i denti prima di dormire, non sapevo che un libro di Wallace poteva cambiarti la vita, non mi interessava la politica, non mi interessava nemmeno il calcio, non facevo shopping e lasciavo che la mattina fosse mia madre a scegliere i vestiti per me, non avevo mai sentito nominare Cuba, non sapevo che c'era - in una piccola città dell'Australia - un regista bravissimo di nome Fred Schepisi che faceva film strepitosi, non avevo mai volato su un aereo, non avevo mai toccato un seno di donna, non sapevo che esisteva almeno UNA frase di Bukowski in grado di renderti più chiara l'esistenza, non avevo idea di come fosse facile affrontare i problemi con tre Rusty Nail in corpo, non avevo ancora mai asserito che un regista ciccione di Bilbao di nome Alex De La Iglesia facesse film - in fatto di satira sociale e visionarietà -  da cinquanta e cento volte più belli di quelli di Fellini, non sapevo che un tizio chiamato Arturo Bandini mi avrebbe tenuto incollato sulla tazza del cesso per un pomeriggio intero, però - cazzarola - avevo deciso di farmi invidiare dal MONDO dicendo che mio padre mi aveva giurato per telefono che sarebbe tornato non senza una sedia volante.

Le reazioni furono varie e meticolose. G____, che era il più grande di tutti, mi disse che ero un cazzaro e fuggì via a bordo del suo primo motorino, un Booster nero scattante. A____, che era il più gracile ma anche il più instabile, mi diede un calcio fortissimo su una caviglia e se ne tornò a casa. I più piccoli si radunarono a cerchio, come gli apostoli intorno a Cristo e mi domandarono - domandarono al loro Gesù apocrifo - se, quando fosse venuto il Momento, avrebbero potuto farci un giro su quella fantasmagorica cosa. Io annuivo con sapienza infinita, dando tutta l'impressione di intendermene alla grande di sedie volanti e che avrebbero potuto farsi condurre dal sottoscritto in volo ovunque, come Aladino sul tappeto. Mi piace immaginare che in diverse case, quella sera, ci furono paurosi lanci di posate e gravosi sguardi inquisitori a fronte di petulanti novità fatte di eddai papà ci posso andare? Ci POSSO andare?

Ma era un periodo così. Lo sforzo che dovete fare per immaginarvi l'attimo non è da poco: parlo di un periodo in cui una sedia volante sarebbe stata perfino accettata nei radar della protezione civile. Oggi una cosa del genere sarebbe impraticabile: mi abbatterebbero in quattro e quattrotto e ci sarebbe una scena epocale fatta di me ed altri amici fiammeggianti nella notte. Allora, invece, l'avremmo scampata. Credo fossero gli ormoni, la mancanza di stabilità: mi inventai che mio padre era in lizza per il Nobel, che mio zio mi sarebbe venuto a prendere l'ultimo giorno di scuola in elicottero e che un fratello di mia madre mi aveva fatto fare non so quanti giri su una Ferrari blu notte.

Poi tornò mio padre da quel viaggio ed era estate piena. I cespugli e gli alberi del mio cortile erano verdissimi e il gioco dell'anno erano i liquidator. Tornò con una grande scatola che io aprii sul letto di camera mia in una orgia estatica di carta regalo svolazzante: tirai fuori una straordinaria giacca di autentica pelle argentina che mia madre dovette segregare, perché io l'avrei indossata seduta stante, in agosto. Non volava, va bene, ma era una cannonata lo stesso.