lunedì, 18 settembre 2006
Il capitalismo che lavora
Categoria:società , scritto da andy capp
Questo è il primo di una serie di post che cercherà di fotografare la realtà del capitalismo italiano da molto vicino. Non farò nomi ma attraverso un'analisi attenta proverò a raccontare il fenomeno in tutti quegli aspetti che lo rendono paradossale. Sarà un lavoro lungo che spero possa dar vita a un nuovo filone interessante.
Dopo una prima rapida valutazione posso affermare che esistono tre tipi di capitalismo. Quello che lavora, quello che ha lavorato e quello che non sa cosa significhi lavorare. Il potere del capitalismo si tramanda per via patrilineare ma spesso salta una generazione. Quando succede questo, il capitalismo che lavora, a causa di un senso di rivalità che si instaura all'interno del gruppo familiare per la conquista della leadership, entra in contrasto con il capitalismo che ha lavorato (capo clan) e viene superato nelle preferenze da un sottogruppo del capitalismo che lavora, quello in attesa di poter lavorare.
Alla luce dei fatti, il capitalismo che lavora è la componente più debole del clan dal punto di vista emotivo, ma la più forte dal punto di vista decisionale. Il suo impegno nel lavoro è decisivo per la sopravvivenza stessa del gruppo. Il suo ruolo è propositivo e molto accentratore. Ma quest'ultimo aspetto non è tanto legato alla gelosia per le proprie iniziative quanto alla grandissima capacità di far crescere un progetto attraverso il suo coinvolgimento in prima persona. Il capitalismo che lavora mette molta passione nelle cose che fa. Con il solo scopo di realizzarle al meglio e tenere alto il nome del clan. La sua devozione verso il gruppo familiare è così evidente da sfiorare la soggezione emotiva, soprattutto in presenza del capitalismo che ha lavorato.
Il capitalismo che lavora è come il maestro di un'orchestra musicale: in grado di suonare qualsiasi strumento. Ogni problema sul lavoro è risolto grazie al suo coinvolgimento diretto. Ogni imprevisto non lo coglie impreparato perché ciascun progetto viene seguito dalla nascita, senza che nessun particolare venga trascurato. Il capitalismo che lavora è attento alla forma. La mattina apre l'ufficio e la sera va via per ultimo. E' sempre il primo a salutare e si spende affinché il lavoratore sia messo nella condizione di lavorare al meglio. Le stesse impressioni del lavoratore non vengono derise, ma ascoltate con interesse se finalizzate al miglioramento del progetto.
Il capitalismo che lavora è gentile e capace di salutare anche tre volte. Sostanzialmente ha il terrore di passare come maleducato. Ama essere adulato per quello che fa più che per il nome che porta, anche se rapporta sempre i risultati ottenuti al blasone della casata. Il capitalismo che lavora non vive all'ombra del capo clan e la sua più grande frustrazione è quella di non potersi godere i soldi che ha, per mancanza effettiva di tempo.





