martedì, 03 ottobre 2006
Il mio bisogno di consolazione
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana
Quando il mio bisogno di consolazione chiama, io rispondo pensando agli incommensurabili geni alle prese con la vita di tutti i giorni. Mi metto lì, alle due di notte - ma spesso anche più tardi - davanti al mio computer con le dita sulla tastiera, e un bicchiere di qualcosa vicino, e penso a Beethoven. Giuro: se devo scegliere, mi rivolgo al più alto piano possibile dell'esistenza umana e penso a Beethoven. Si alza, sordo come l'ostinazione, per andare a bere, esattamente un attimo prima di concepire la Nona Sinfonia: se me lo devo immaginare me lo immagino a sgranare gli occhi dentro al bicchiere, arrivato quasi all'ultimo sorso, e concepire la Nona.
Penso ad Hemingway nella sua casa di San Francisco de Paula alla Havana. Eccolo che cammina a piedi nudi suoi suoi arazzi africani; guarda le teste di cervo appese alle pareti a si mette a fissare la vetrinetta dei fucili: sta scrivendo Fiesta!, è arrivato a un punto morto, e ancora non lo sa che entro non molto uno di quei grilletti calerà sotto il suo pollice per fracassargli la testa. A Faulkner è appena caduta una tartina dalla parte imburrata e se ne sta lì, fermo con una pipa in bocca, a cercare di trarne delle conclusioni. E James Joyce, una volta o l'altra, non avrà sentito il bisogno di scappare a cagare durante la stesura del suo Ulisse? Certo che sì: eccolo seduto sulla tazza del cesso, con la porta del bagno semichiusa per paura di perdersi qualcosa della sua ispirazione, a pensare all'Ulisse. Durante uno di questi momenti di incommensurabile normalità, io immagino che questi grandi geni abbiano concepito i loro pezzi più arditi o i loro momenti di massimo pessimismo: forse Carver ha deciso di cominciare a bere nel momento esatto in cui qualcuno sbagliò numero di telefono disturbandolo. Salinger quella stessa mattina si è masturbato in grembo alla sua poltrona preferita e ha raggiunto il gabinetto come molti di noi, un lembo della canottiera tra i denti per non sporcarla, e i pantaloni calati alle caviglie. I piedi nudi: una specie di pinguino a New York, mentre nella sua macchina da scrivere, una stanza più in là, è un giorno ideale per i pesci banana. Virginia Woolf siede senza trucco e i capelli sciolti e in un'altra vita e in un altro tempo, solo leggermente antecedente, Charles Dickens sta perdendo una carrozza sotto la pioggia e finirà inevitabilmente a terra, con la faccia nel fango mentre due scugnizzi un po' distanti ne rideranno a sbafo. Patti Smith (sì, ha un blog), in accappatoio verde, sta tagliandosi le unghie dei piedi con aria completamente assente: in quel momento - in quel preciso momento - giuro su dio che lei non lo sa di essere intonata o di avere nella mente versi bellissimi di indicibile leggerezza. Non lo sa perché la notte, e così via. Caravaggio un giovedì spezzò una matita e bestemmiò il Creato, invece Cristoforo Colombo, assorto in una cartina geografica, sta basculando sulla sedia nel tentativo di emettere un peto. Non si cura di niente - neanche del malumore della ciurma - in quell'istante. Non ne sa nulla di rotte e dei più grandi sogni degli uomini o dei re di Spagna: è soltanto bene attento che nessuno sia nelle vicinanze. Céline ha la dissenteria e non riesce a concludere il suo viaggio al termine della notte, Stanley Kubrick è sicuro di aver sentito un rumore di là in salone, nottetempo, e sente il proprio pene diventargli minuscolo per la paura.
Sono uomini e donne del tutto normali. Che si stringono goffamente il nodo della cravatta prima di un party o di un matrimonio a cui non hanno voglia di andare. Sono persone che sanno quanto costa il nostro stesso litro di latte e - come noi - conoscono il sapore delle zucchine, dei cetrioli, delle sette di sera. C'è qualcosa di sconvolgente in tutto questo: ci penso di notte, mentre scrivo e a mia volta entro nel medesimo processo creativo che li ha portati a diventare più eterni della luna. O del mercoledì. Ci penso e non arrivo ad alcuna conclusione, se non quella del tutto personale di riuscire a riempire con soddisfazione l'ennesimo foglio bianco. Lo stesso di Céline, Faulkner, Fitzgerald, Rimbaud, Yates, eccetera, eccetera.
Eccetera.





