giovedì, 12 ottobre 2006

Una di quelle giornate
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana


Oggi è una di quelle giornate. Una di quelle giornate che si finisce in prigione o a quattro di bastoni su un letto a vomitare whisky. Sarà questo saggio biografico su Diane Arbus che sto leggendo a farmi sentire in bocca un sapore di ferro, di rame. Mi sembra di aver succhiato una chiave. A lungo. Con avidità. E' una di quelle giornate. Vi avviso, non sarà piacevole: ne dirò quattro. La gente si offenderà. Ma potrà parlarne con me bevendo birra e sorridendo della vita, volendo. Io non denuncio, mai, non querelo, non meno, non picchio, non insulto: parlo. Sempre.

Non ne posso più di un sacco di cose. Ho rimesso gli occhi su questo vomitevole post che ho scritto io stesso e tutto è cominciato. L'ho scritto qualche giorno fa che ero una persona diversa, probabilmente uguale alla persona che sarò domani. Ma non oggi. Perché oggi è una di quelle giornate. "Più libri, più liberi", la fiera di Roma bla bla bla, ecco, mi sembrava doveroso parlarne, ma "IERI". Oggi, invece, è una di quelle giornate e allora mi immolo solo al dogma del Vaffanculo e amen. Una di quelle giornate in cui Bukowsky parlava di urlo dallo stomaco. Lo sento e non c'è verso di fermarlo. Ho riletto quel post, ho ripensato alle mie motivazioni di quel giorno e sono perfino arrivato a rispettarle (andare al Palacongressi per). Ma a me - oggi - non frega un CAZZO di "Più libri, più liberi", va bene? Mi fa cagare: tanto sarà come al solito, un deposito di libri pessimi e l'inizio di un'ulcera perforante per me che ci vado ogni anno, sperando in qualcosa. L'ispirazione, la santa madonna, il cristodiddio, il giusto sguardo. Farà cagare come tutte le volte: ci sarà la solita fuffa di gente disinteressata a TUTTO tranne all'ultimo di Ammaniti, per cui poteva pagare molto meno nella libreria sotto casa.

Ma lo ammetto: oggi è una di quelle giornate in cui non riesco a non dire le cose come stanno. Se doveste mai incontrarmi in momenti così, non chiedetemi nulla a proposito del vostro nuovo vestito: potrei serenamente dirvi che fa schifo. Non mi frega niente di "Più libri, più liberi" e non ci voglio andare. E' tutto qua. Nè con voi, nè con altri. E non è colpa di nessuno.

Io
voglio
scrivere.

Punto. Che cazzo ci faccio con "Più libri, più liberi"? Con "Più blog"? A che cazzo mi servirà mai andare lì, all'Eur, farmi quaranta minuti di macchina, e sentire parlare Proserpina con un microfono in mano o Ataru o Andy Capp o me stesso o Attivissimo o Giulia Blasi oppure altri che non sanno cosa SIA la letteratura o che hanno CHIUSO il blog da mesi e che di blog parleranno? Che me ne faccio di questa merda autoreferenziale? Di questa gente anonima che nella vita fa altro - i macellai, gli impiegati, le puttane, i commercialisti, le guardie svizzere - e che improvvisamente viene chiamata a imitare scrittori, artisti, pittori, relatori, comunicatori, giornalisti, presentatori tv, scimmie ammaestrate, criceti da ruota. Che me ne faccio? Ci volevo andare, perché? Ci volevo andare, con la mia raccolta di racconti finalmente finita e stampata in triplice copia, nella speranza di trovare un contatto? Nella speranza che Marina Bellini (conosciuta nel corso di una cena al solo scopo di)  mi indicasse col dito indice a uno dei suoi amici editori? Ma che cazzo me ne frega? A che pro? La raccomandazione? La possibilità? Il consiglio? Il beneplacito?

Dice che senza i buoni contatti in questa professione non si va da nessuna parte. Vaffanculo: lo so io cosa ci vuole in questa professione - che è anzitutto un'espressione d'arte - ci vogliono due cose: il talento e il talento.

Non so se l'avete capito, ma NON sto dicendo che sono molto più bravo di tutti gli altri menzionati: sto solo dicendo che oggi è una di quelle giornate. E non me ne importa un fico di fare lo scrittore di professione o di fare il gitano a vita, il finto artista proto-maledetto non allineato, ma comunque troppo ricco e belloccio per poterlo essere davvero. Ho due case mie e non morirò MAI di fame: sono quello che sono e sto dicendo quello che ho da dire (so che è una novità, per voi). Non-voglio-alcun-contatto. Il talento me l'ha dato la Natura (mamma, iddio, il culo) e me lo tengo; lo coltivo, lo voglio appuntire, ho da lavorare ancora quanto e più di un minatore boliviano. Sono una merda di scrittore volenteroso che ha tanto bisogno di buoni consigli, straordinarie letture e urticanti esperienze sul campo.

Ho scritto delle tali puttanate su questo post che sono qui a scusarmene. Ecco cosa dovete capire. Scusarmi con me stesso, se a voi non interessa. Me ne rendo conto oggi, prima che diventi domani: c'è bisogno, ogni tanto, di una di queste giornate così in cui non riesco ad essere NIENTE se non me stesso all'ennesima potenza.