venerdì, 20 ottobre 2006

Espressività, please... (quattro chiacchiere con il Vicerey)
Categoria:musica, scritto da valerio roma


Questo post nasce da un breve ma vivace dibattito via mail con Federico sui nostri gusti musicali. Si parlava più o meno dello spirito del rock. Mi scrive lui:

Io ODIO il grunge e tutti i suoi derivati. Quello stuolo molliccio di fans con occhiaie peggiori delle mie, nelle loro sozze camicione a quadri da finto taglialegna. Quel chitarrismo di infima lega, con quelle Fender Jaguar, quella loro vacua insoddisfazione adolescenziale. Così diversa dal puro spirito rock fatto di donnacce, pompini e whisky. Agli antipodi rispetto al cameratismo e alla disciplina tecnica del Grande Padre Metal.

Gli ho risposto che è proprio nell'odio per quel rock fatto di donnacce, pompini e whisky che ho iniziato ad amare il grunge. Io schifo quelle band alla Motley Crue, ad esempio. Non me ne è mai fregato un cazzo di conoscere la cronaca delle loro scopate o dei loro festini. Per quei gruppi ho la stessa stima che nutro per i negroni dei ghetti americani che fanno hip hop inneggiando alle feste piene di troie perizomate, alle macchine di lusso e alle ville con otto piscine e schermi al plasma da 32 pollici anche nei cessi.

Ne ho anche per il metal. Mai come ora sono convinto che la musica sia espressività, che secondo me è il contrario del virtuosismo. Noi tutti restiamo a bocca aperta davanti a un assolo lungo mezz’ora di John Petrucci o Steve Vai (lo so, Steve esegue alla perfezione praticamente tutti i generi musicali): è un qualcosa che ti trascina. Il problema, però, è che non comunica granché. E’ soltanto una dimostrazione di quello che il chitarrista sa fare, senza nessun tipo di colore. Ti dice: «Ascoltami bene perché tu non sarai mai in grado di fare quello che faccio io». Che poi è un messaggio sbagliato: chiunque, esercitandosi otto ore al giorno per una vita intera, riuscirebbe ad arrivare a quel livello o comunque ad avvicinarsi. Il segreto è un altro. Espressività, cazzo.

Ragioniamo. La musica deve saper descrivere sensazioni, stati d’animo. Deve permettere a chi ascolta di personalizzare l’esperienza fatta da un altro, di riconoscersi nel messaggio che la canzone ti manda e partecipare emotivamente. I capolavori di eloquenza sono al tempo stesso capolavori di semplicità. Yngwie Malmsteen, ad esempio, sarebbe in grado di comunicare con un solo accordo, dico un solo accordo, cosa avrebbe provato se la madre gli avesse confessato che quello che credeva fosse il suo vero padre in realtà non lo era? Ed Vedder dei Pearl jam c’è riuscito in Alive. Tutto in un La. In un solo La, nient’altro.

Van Halen ha reso famosa la tecnica del tapping, ma non sarebbe mai stato capace di raccontare un mese di vita sotto un ponte a 17 anni. Kurt Cobain, in Something in the way, ci è riuscito con una semplicità disarmante. Neanche tengo in considerazione i chitarristi caciaroni e filonazisti alla Kerry King degli Slayer.

I grandi virtuosi hanno contribuito a elevare lo studio della chitarra rock. Ma restaranno celebri solo per questo. La mia è una dichiarazione d'amore per i Pearl jam, gli Alice in chains, i Mudhoney, i Soundgarden e i Nirvana, solo per citare i gruppi noti. Sarà che ho ancora ventitré anni, ma io a quel senso di insoddisfazione adolescenziale non riesco proprio a rinunciarci.