mercoledì, 15 novembre 2006

La strategia della tensione
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


1"La finestra sul cortile" non è assolutamente il mio film preferito, ma quando penso al Film Perfetto (oppure quello a cui gli riesci a perdonare tutto) ecco che penso a "La finestra sul cortile". Ho una passione per Alfred Hitchcock che mi nasce da quando - piccolino - guardavo la serie Tv da lui prodotta "Alfred Hitchcock presenta...". Erano cortometraggi in bianco e nero diretti da vari registi (a uno di questi si ispirò Quantin Tarantino per l'episodio conclusivo del meraviglioso "Four Rooms", quello della scommessa nella stanza d'albergo e del dito tagliato) e pure se Hitch, in tutto questo, ci aveva messo nient'altro che i soldi, la firma e il prestigio, io mi appassionai a lui e non ai vari registi che di volta in volta firmavano quei brevissimi episodi (che oggi vanno in onda tutte le notti sull'imprescindibile Fox Crime, all'una passata).

3"La finestra sul cortile" lo riguardo sempre volentieri. La scorsa notte, per esempio, ho messo su il dvd e l'ho guardato e, come al solito, l'ho trovato un film perfetto. Appassionante e pieno di quei crismi hitchcockiani di cui andiamo letteralmente pazzi noialtri, suoi ammiratori. Il cinema di Hitch non è affatto un cinema moderno, non lo è mai stato: la sua inconcepibile passione per girare sempre e solamente in interni ha dato alle sue pellicole quel tocco vintage poco emozionante dal punto di vista visivo. C'è una scena in "Marnie", quando Sean Connery arriva alla casa di Tippy Hedren, in cui si vede troppo bene che siamo dentro a un teatro di posa e che quella nave e quel porto sullo sfondo sono in realtà un dipinto e che i bambini stanno saltando la corda davanti a uno schermo tutto blu, ridisegnato poi in postproduzione. Eppure "Marnie" è un film in cui i personaggi sono talmente tridimensionali, loro sì, le vicende così appassionanti che non ci fai più caso, giustifichi tutto, dici "fa niente, vai avanti ti prego". Ne "Gli uccelli", la collina verde  - dove Tippy Hedren e Rod Taylor bevono un cocktail prima dell'attacco dei volatili ai bambini - è talmente finta, posticcia, di cartapesta che se non fosse un film di Hitchcock (e se nell'aria non ci fosse l'imminenza di qualcosa di catastrofico e terribile) uno spruzzerebbe il caffè sul televisore per le risate.

Così ne "La finestra sul cortile": il famoso cortile del famosissimo condominio è tutto in 4un teatro di posa. Pure lo scorcio di strada che si intravede sulla sinistra è finto anche quello, una quinta perfettamente riadattata a frammento di strada. Inizialmente Alfred voleva girare in un condominio a Greenwich Village, ma poi ci ripensò e si fece costruire il tutto in scala e all'interno di un grande magazzino: nel film la cosa si nota, non c'è niente da fare. La luce del sole sembra la luce del sole di un film sulla guerra atomica, una specie di follia allucinata tra il giallo e il viola. I lampi sono nient'altro che potenti fari che si accendono e spengono sui volti degli attori, ma tutto è talmente perfetto ne "La finestra sul cortile" che tu non ce la fai a pensare a queste cose. Ci pensi adesso, ecco, se per caso ti viene voglia di scrivere due righe su un film che ti ha dato tanto, ma NON mentre lo guardi. Mentre lo guardi ti perdi a favoleggiare sulle micro-storie che ci stanno dietro: la ballerina che fa colazione saltellando in mutande, gli sposini che non fanno altro che trombare dietro le tende chiuse (ma che poi, alla fine, riescono a litigare), quei due che dormono su un materasso posizionato in balcone per il troppo caldo di quell'estate che nessuno avrebbe più scordato, il musicista solo e disperato che organizza grandi feste e che poi si incontrerà con Cuore Solitario al piano terra (una donna, mirabilmente costruita, che si trucca pesantemente e che finge di cenare in compagnia di qualcuno che non siede da nessuna parte e che proprio dal suo principe azzurro verrà salvata dal suicidio); naturalmente il terrificante Mr. Thorwald (interpretato da Raymond Burr, il Perry Mason della televisione), l'omicida Mr. Thorwald. Così pure il sottotesto relativo ai personaggi di Lisa Freemont e della cameriera Stella; non c'è un personaggio, anche il più insignificante, perfino quello che non parla mai (il cagnolino, addirittura), non ce n'è uno in questo film perfetto che non abbia spessore narrativo. Tutti hanno qualcosa da dirci e ce la dicono per intero, senza troppe parole, spesso con l'ausilio di nessuna parola. Che cos'è che fa una cosa così, se non il film perfetto?

5Mi ricordo una scena micidiale in uno dei miei film di Hitch preferiti, vale a dire "Complotto di famiglia": parla di una vecchia ricca che si rivolge a una chiaroveggente al fine di ritrovare un nipote scomparso a cui vorrebbe lasciare tutti i suoi averi in eredità. Insomma c'è questa scena al cardiopalma che si svolge in macchina: i protagonisti si accorgono di essere senza freni (un sabotaggio) e noi assistiamo in soggettiva alle peripezie a cui è costretto il guidatore lanciato ad altissima velocità per evitare passanti, motociclisti, altre auto e la morte stessa. Naturalmente è tutto finto: si vede benissimo che è un filmato che scorre e che i due attori sono chiusi in una macchina in realtà immobile in qualche studio cinematografico. Però ti prende: ti fa stringere i pugni intorno al telecomando e ti lascia così, finché non arriva il climax. E' una cosa micidiale: anche quello è un film quasi perfetto, perché a fronte di pachidermici tecnicismi (come appunto questo della macchina) ti coinvolge con una trama spessa così e una recitazione da fare impallidire i Premi Oscar di oggi.

E' pur vero che quando guardiamo un film, per definizione, sappiamo già che si tratta di finzione. Ma se stiamo guardando il King Kong di Peter Jackson, la sospensione della credulità è facile: con 300 milioni di dollari e i migliori grafici del pianeta sono capace pure io (ma lunga vita a Peter, uno dei più visionari e bravi registi di oggi). Hitch, invece, ti metteva lì dietro un dipinto, pure raffazzonato, e ti diceva: "Guarda che è tutto vero", e tu gli credevi. Magari storcevi un po' il muso, facevi lo gnorri ma poi ci credevi. Non è mai l'idea (Hitchcock non ha diretto un solo film che non provenisse da un racconto o da un romanzo: non c'è un solo suo soggetto originale), ma è il modo in cui viene raccontata.

La mia personalissima top five dei film più belli di Alfred: 

1 - La finestra sul cortile (1954)
2 - Complotto di famiglia (1976 - ultimo film del Maestro)
3 - Psyco (1960)
4 - Frenzy (1972)
5 - La donna che visse due volte (o Vertigo) (1958)

Mi rendo conto che ho lasciato fuori Gli uccelli (1963),  Marnie (1964), L'uomo che sapeva troppo, Nodo alla gola (1948) eccetera. Ma quelli che ho incluso nella classifica mi hanno dato quel non so che in più che, a volte, fa la differenza (e che non si sa che cosa è).