mercoledì, 07 marzo 2007

Te Quiero
Categoria:arte, scritto da federico roma


Inter

venerdì, 17 marzo 2006

La pittura del silenzio
Categoria:arte, scritto da stefano havana


Quanto a pittura, non sono un grande esperto. A maggior ragione non so nulla di correnti pittoriche. So qualcosa di impressionismo (non mi piace, nonostante Monet), mi incuriosisce il cubismo e mi definirei - se fosse possibile - un classicista-futurista, nonostante il mio amore inossidabile per il post-moderno. Mi piacciono cose strane e i miei gusti sono dettati dall'istinto più che dalla ragione: spesso gli occhi degli altri si sgranano di orrore quando dico, con un'aria un po' così, che mi piace Fontana, quello dei tagli sulla tela. Mi piace un sacco anche Botero, amo Andy Warhol, ma soprattutto - e mi sa che ne provo a scrivere adesso per la prima volta in vita mia - impazzisco, letteralmente, per Edward Hopper.

Guardate questo. Un bar. E' notte: non siamo solo osservatori di un dipinto. Siamo passanti. Passanti su quel marciapiede: non è fantastico anche solamente così? E che bar squallido: spoglio. Il barman mi pare triste, stanco: capirai, è tarda notte. E quei due? Guardano fissamente davanti a sé, non scambiano una parola. Silenzio. Zitti. Lei si guarda le unghie, lui ha davanti una tazza. Forse lui le ha chiesto di sposarla e lei se n'è rimasta così: l'ha guardato e in quello sguardo lui ha capito quante illusioni si fosse fatto negli ultimi mesi. Si è tenuto l'anello di brillanti in tasca e, una volta fuori di lì, lo butterà in un tombino o forse lo rivenderà, in attesa del prossimo amore. E l'uomo di spalle? Mi fa impazzire: ha avuto una giornata storta. Ha trovato una nota di demerito sulla scrivania al lavoro e ha litigato col capufficio: quello gli ha detto che così facendo non andrà da nessuna parte. Forse dovrebbe smetterla con la bottiglia, ma come si fa, quando a casa non c'è nessuno che te le nasconda dove non puoi arrivare?

E qui dove siamo? Che bel posto: caldo, accogliente. Secondo me fanno dei tè ottimi che dei camerieri gentili servono con un grande sorriso e dei piattini bianchi decorati, pieni di biscotti fatti in casa. In primo piano ci sono queste due donne, ma a me piace soprattutto il tizio dietro che mangia composto e in silenzio. La donna con il cappello rosso lo guarda e secondo me sta pensando che ha fatto un grande errore ad accettare questo invito: lui succhia il tè dal cucchiaino con un disgustoso rumore liquido. La ragazza con il maglioncino verde, invece, è molto truccata: quella di fronte forse è la madre che mentre aspetta l'ordinazione pensa a quanto sia venuta su bene la sua figliola. Non parlano molto, più che altro giocano con il posacenere e i piccoli oggetti posati sulla tavola. Quando arrivano le tazze fumanti la più giovane dice: «Buono, vero?», ma la madre non sta benissimo con i denti e deve aspettare molto tempo prima di poterlo bere pure lei.

Guardate che bello questo qui sopra. Lui legge il giornale, ma in quale posa? E' una posa momentanea. Nessuno leggerebbe il giornale così; forse è imbarazzato, di certo non a proprio agio. E lei? Pigia distrattamente con le dita su un pianoforte: forse neanche sa suonare. Forse non ha mai suonato in vita propria. La porta è chiusa e noi guardiamo dalla finestra aperta, dal balconcino. Perché non parlano? Si conoscono? Sono marito e moglie? Hanno appena litigato o lo stanno per fare? E perché sono così eleganti? Lei ha un abito da sera, lui sembra in tenuta da lavoro o da teatro. Forse è andata male una serata: lei ha trovato qualcosa di strano nel suo sguardo e l'ha capito subito. Lui sono mesi che la tradisce con un altra, e mentre la donna in rosso preme ripetutamente la nota 're', lui legge ripetutamente la stessa parola dell'articolo del giornale. Forse c'è di mezzo un aborto: lei non lo vuole tenere, ma lui continua a ripetere tra i denti qualcosa come: «Non ammazzerai mio figlio, non ammazzerai mio figlio». Oppure è disoccupato e quella è la pagina delle inserzioni: lei attende con ansia che il marito schiocchi le dita e annunci finalmente di aver trovato qualcosa di positivo. Ma chi vorrebbe mai un maestro di musica ebreo?

Loro sono colleghi. Mi sa che stanno facendo gli straordinari. Non sembra ci sia nessun altro, a parte un gran disordine e un foglio lì per terra, appena accennato. Mi piace da matti il modo che ha lei di guardare lui: è un suo superiore? Sono segretamente amanti e forse soffrono per il fatto che devono vivere la cosa clandestinamente? Forse no: forse lei sta guardando proprio il foglio di carta per terra, sta pensando a quanto sia disordinato lui, a quanto lavoro c'è ancora da fare prima di poter chiudere baracca e tornare a casa.

Forse il mio preferito. Mi vengono in mente mille storie, solo a guardarlo: intanto fuori dalla finestra c'è un paesaggio assurdo, lunare. Penso a uno di quei motel da film americano, uno di quei non-luoghi posizionati chissà dove lungo una highway, con le porte di legno e le chiavi legate a uno di quei portachiavi enormi, intrasportabili. Si intravede una macchina: è della donna o del suo accompagnatore? Non so perché, ma tutto mi viene di pensare tranne che questo viaggio (appena finito o ancora da cominciare) sia gradito al soggetto. Le valigie sono fatte: aspettano di essere prese oppure disfatte? Entrambe portano regolarmente un'etichetta con le informazioni della viaggiatrice. C'è una giacca blu buttata là su una poltrona: forse non è entrata nel bagaglio o forse aspetta di essere presa? E perché la donna è seduta così sul bordo del letto? Guardando nella nostra direzione, per giunta? Forse sta posando per una fotografia? Di certo non è casa sua, quella: troppo spoglia, troppo "momentanea", troppo fredda e silenziosa. Dove va? Perché mi viene in mente di continuo che stia scappando da qualcosa di più grande di lei? Sì, mi sa proprio che è lì per una fotografia. Gli chiederà: «A che serve?». Lui risponderà: «Per ricordarci della nostra fuga d'amore». Però lei non lo sa: non ha più vent'anni ed è una vita che non si concede il lusso di una fantasia. Certe volte scuote la testa e pensa a suo marito: a quell'ora deve essere ancora addormentato nella loro camera da letto e non s'è accorto di niente. Chissà come la prenderà al mattino, quando aprirà gli occhi su un cuscino vuoto.

Che desolazione qui. Una donna nuda che guarda dalla sua finestra. Nuda eccetto le scarpe: non sembra particolarmente bella, non sembra neanche un po' felice. O lasciva. Non c'è niente di perverso in questa posa: nulla di erotico. Forse ha appena fatto all'amore con qualcuno e adesso lo sta guardando andare via, riprendere la macchina, aggiustarsi il collo della camicia prima di girare l'angolo. Ho l'impressione che chiunque stia guardando questa donna nuda dalla finestra, quel qualcuno non si volterà a salutarla. Forse ci sono delle banconote dentro un posacenere e, da qualche parte, un tariffario. E' sempre la stessa storia: subito dopo lei pensa di farla finita. Di smetterla con questo mestiere e mettere la testa a posto. Ma come si fa? Non a 40 anni con un matrimonio fallito alle spalle: e poi non è più bella come una volta. C'era un giorno in cui desiderava fare la ballerina classica, ma è morta lei molto prima del cigno.

Non ci resta che spiare. Ho idea che i protagonisti di questo quadro siamo noi stessi, con la nostra indefessa voglia di guardare dove non siamo accetti. Il grande occhio che si accontenta della scena più anonima, purché sia proibita, purché non ci appartenga. Le fa male la schiena, eppure continua. E' in ritardo con le camere e ha già rischiato troppe volte il licenziamento: suo figlio è a casa, steso nel solito letto e aspetta il suo turno per quel rene. Non si sa quanto terrà, ancora. Lei, nell'attesa, un po' rifa i letti un po' ruba nelle tasche dei vestiti che trova appesi negli armadi.

Sono le sei e trenta di mattina. Questo è il marciapiede più trafficato della città, ma adesso tutti dormono e tutti devono ancora arrivare. Il negozio del barbiere è sempre pieno di gente: dicono che lì una volta si sia tagliato le basette Elvis Presley, ma nessuno sa se sia vero oppure no. Il proprietario ha dovuto dannare per trovare la torretta rossa e blu: alla fina l'ha comprata per un prezzo esorbitante a una fiera dell'usato. L'altro giorno ha inseguito due ragazzini che stavano cercando di abbatterla: li ha inseguiti per un isolato intero, fino a quando si è accorto che stava correndo con il camice bianco e con le forbici in mano. Allora si è fermato ed è tornato indietro: ora sta ancora dormendo e sogna i suoi soliti sogni. Lui da grande voleva fare il pilota d'aerei, capirai.

***

Ecco, secondo me Edward Hopper (nato a New York nel 1882) è il Raymond Carver della pittura: e questa cosa può già far storcere il naso di qualcuno. Come lo scrittore è magistrale nel raccontare l'allucinazione e la solitudine della periferia americana, le abitudini ripetitive e monotematiche della bassa borghesia provinciale statunitense, così il pittore racchiude nelle sue tele momenti analoghi di vita anonima. I personaggi ritratti da Hopper non parlano mai; sono sempre da soli e quando non lo sono - quando sono in compagnia - si vede subito che la situazione è comunque quella propria dell'isolamento. Si dice - non a caso - che Hopper ritragga il silenzio: il che è bellissimo, perché per la prima volta in dei quadri si parla di una sensazione uditiva piuttosto che visiva. La pittura di Hopper ci porta in luoghi che altrimenti non avremmo possibilità di visitare: non Marte, Giove o il Medioevo. Ma stanze, camere o angoli di strada la cui esistenza sulla tela ci ricorda come sia lo stesso mondo a vivere indipendentemente dalla nostra presenza.

martedì, 07 febbraio 2006

Biscotti dell'anima
Categoria:letteratura, arte, scritto da stefano havana


Ogni volta che condivido una cosa che mi piace con qualcuno che non la conosceva prima di allora, ecco, sento una sensazione di autentica responsabilità. Non so se mi spiego. E' come una voglia di assicurarmi che tutto vada bene: nel momento in cui porto questo qualcuno a vedere - per esempio - un film al cinema di cui ho a lungo straparlato, esigo che tutto sia perfetto quasi come fosse merito mio.

Mi ricordo, anni fa, la prima volta che mostrai "Gli intoccabili" ai miei genitori, di là in salone, col lettore dvd appena comprato. Per quanto tempo, a tavola, avevo illustrato loro le meraviglie della scena alla stazione, con l'orologio, la carrozzella, la sparatoria? Quanto fiato avevo sprecato per convincerli? E quanta emozione al momento del tuffo, finalmente? Io, seduto in poltrona con le braccia conserte e loro, vicini sul divano, con gli occhiali ben calati sulla gobba del naso: la voglia di assicurarmi che sedessero comodi, il desiderio totale che il telefono non squillasse proprio in quel momento, che nulla arrivasse a disturbare l'attimo - non un colpo di clacson, non una frenata brusca o, ancor più profondamente, nemmeno un pensiero brutto o un dolore dietro la gamba - questo sentimento che tutto fosse roba mia, merito mio, responsabilità mia; il cuore che accelera, il respiro che s'affanna, il momento topico della rivelazione fino alla domanda suprema: significherà lo stesso per loro? Domanda che si allarga e diventa universale se solo siedo al cinema e sullo schermo scorre il film di un regista da me amato. "Match Point" di Woody Allen, per dire, cos'è stato se non tutto questo espresso all'ennesima potenza? Io che me ne sto lì, sulla sediolina, a godere di tutti gli ansiti degli astanti, dei mugolii di piacere, delle frasi di approvazione, come fosse roba mia, come se la scritta bianca su sfondo nero riportasse in calce il mio cognome e nome sotto la dicitura scritto e diretto da; e la seconda volta che l'ho visto, "Match Point", con Elisa, non mi veniva forse voglia di girarmi verso di lei ad ogni scena madre, tanto per essere sicuro che non si distraesse proprio in quell'istante? O l'altra sera all'Auditorium: i racconti di Carver, che meraviglia. Nel buio con l'occhio sinistro che scavava dentro la tempia per arrivare alla certezza che Fede stesse attento; l'odio nei confronti di tutti i ritardatari che distraevano gli altri, chiedevano permesso. L'allarmismo verso la ragazza mia vicina di posto, quel suo andare ogni tanto al cellulare nella borsa: e se decidesse di prenderlo nel momento esatto in cui Jeff va a dire a Wes che lui e la moglie debbono abbandonare la casa entro la fine del mese - mi chiedevo? Ecco - vorrei dirle - se ti perdi quel momento, cara mia, se non lo senti, se ti distrai a mandare un sms pieno di kappa, che fine farà tutto questo? Tutto questo che - giuro, l'ha scritto Carver - non è farina del mio sacco, al massimo farina del mio cuore, ma lo stesso sento di avere responsabilità. Non sarò il lievito, di questi biscotti che la gente mangia per ingrassare l'anima, ma almeno l'aria sì.

O forse nemmeno quella.
Fatto sta che, a volte, questa sensazione e questa gioia di sapere e di trasmettere ad altri un'opera di arte che si ama sono così forti, potenti da superare la stessa creazione.

lunedì, 05 dicembre 2005

Sipario
Categoria:personaggi, arte, scritto da andy capp


ileanaghioneQuella di venerdì per Ileana Ghione era stata una giornata troppo faticosa. Due spettacoli, uno la mattina per le scuole e poi quello serale. L'attrice, 71 anni, era impegnata in una delle ultime repliche di Ecuba di Euripide. E durante la scena in cui Odisseo cerca di convincerla a rassegnarsi per il sacrifico della figlia Polissena, non è riuscita a completare la sua battuta: "Uccidere una donna è una cosa terribile…". E' morta così, davanti al suo pubblico, forse nel modo che sognava. Sempre che un attore sogni il modo in cui morire. Un malore sul palcoscenico e dopo poche ore il decesso in ospedale. Ileana Ghione non era romana. Nata a Cortemilia, un piccolo paese delle Langhe, si era trasferita nella Capitale durante gli anni '50 per studiare all'accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico. Ma era dal 1980 che si dedicava anima e corpo al suo piccolo teatro di via della Fornaci.

teatroIl grande pubblico la ricorderà forse per l'interpretazione in uno sceneggiato televisivo di successo durante gli anni Sessanta (David Copperfield con Giancarlo Giannini), altri per la partecipazione alla trasmissione radiofonica Ma non è una cosa seria diretta da Orazio Costa nel '58. I critici teatrali per il suo repertorio di classici contemporanei propenso a registi come Bernard Show o Ibsen, ma sempre attento a cogliere la dimensione femminista del testo. Io lo farò per i numerosi spettacoli teatrali in cui l'ho vista recitare insieme alla sua Compagnia Stabile del Teatro Ghione, per le battaglie portate avanti qualche anno fa con tanta determinazione per evitare la chiusura del suo teatro e per quelle poltrone di velluto rosso su cui tante volte, d'inverno, ho passato una serata piacevole.

domenica, 13 novembre 2005

Libri, fotografie e blog
Categoria:arte, narrativa, scritto da stefano havana


Questa cosa che ho diviso in quattro parti (#1, #2, #3 e #4) non lo so cos'è. John Barth, probabilmente, la chiamerebbe accordatura del pianoforte. Più semplicemente è stato uno sgranchirsi di dita e di nocche di fronte a qualcosa che non avevo mai provato a fare: non è una cosa da blog, questo è certo. Non ne ha i tempi, soprattutto: è qualcosa che ho scritto per conto mio dopo aver letto un libro illuminante di Colson Whitehead che si chiama "Il colosso di New York". Whitehead è uno scrittore giovane, americano e bravissimo: è nato nel 1969 e in questo suo libro dipinge alcune fotografie cittadine (dalla metropolitana, all'aeroporto JFK, passando per Broadway e Coney Island). Non ci sono personaggi, se non appellati genericamente, pescati tra la folla ed elevati per poche righe al ruolo di protagonisti; non c'è niente. C'è solo New York e il tratto di una penna sapiente. Più o meno in questo stesso periodo mi sono appassionato alle fotografie di Diane Arbus: che razza di genio, questa donna nata nella Grande Mela, morta suicida e diventata una delle più famose fotografe americane nel giro di una carriera fulminante, appena 11 anni di attività. Sono due le cose interessante del suo lavoro: 1) i soggetti degli scatti guardano sempre (c'è forse una sola eccezione) nell'obiettivo e 2) i soggetti degli scatti sono freak, nani, giganti, pervertiti, froci, pazzi, travestiti, assassini, vecchi deformi. Diane Arbus racconta una sottocultura americana che nessuno in quei tempi (parliamo degli anni '60) aveva mai pensato di mostrare. Si racconta che alcune sue opere esposte al MOMA siano state rese oggetto di sputo da parte di visitatori. D'altra parte guardare qui, qui, qui, qui, qui o qui per credere. Diane era ebrea e certi vedono in questo suo ossessivo ritrarre i diversi, un modo per stigmatizzare la propria condizione; i suoi scatti riprendono persone talmente appariscenti - questo il centro della sua tematica - da essere invisibili. Gli invisibil emarginati dalla società: sono questi i figli di Diane Arbus, fotografa.

L'unione di questi due elementi (alcuni critici hanno concretamente paragonato gli scritti di Whitehead con le fotografie dell'artista americana), mi hanno fatto ardentemente desiderare di provare qualcosa di simile. Una certa ossessione carveriana per la vita monotematica e allucinata (e portata all'eccesso, naturalmente) della borghesia media, ha fatto il resto.

Racconto questo per nessun tipo di motivo: è solo domenica. Forse ho mutuato dal prezioso Ataru lo sfizio del "post inutile del weekend", in cui si parla di tutto e niente. Sarà che devo lavorare, oggi, e che per la terza sera consecutiva ho fatto le quattro di notte, fatto sta che trovo delizioso una volta a settimana non parlare assolutamente di niente. L'ultima volta ci avevo provato qui ed era nata cosa graziosa. Alberto segnala un sondaggio rivolto a tutti i blogger e lettori di blog: partecipare significa poter vincere un i-pod shuffle. Io partecipo. A proposito di blogger, mi preme segnalare questo post di A Day in The Life, sulla guerra, Baldoni, Falluja e la condivisione di materiale utile a far circolare la vera verità. Curioso: e ancora ci vengono a dire che la televisione non uccide.

Infine un pensiero ai Dispensatori di Giustizia che hanno picchiato la propria compagna di scuola, rea di non aver fatto copiare il compito in classe. A loro dico: coraggio, ragazzi. C'è bisogno di gente come voi al mondo per regolare i più grandi atti di bastardaggine, altro che bullismo. Siete degli eroi rivoluzionari e da parte mia e da parte di tutti quelli che - come me - a scuola campavano solo ed esclusivamente sulle spalle dei secchioni, il più sentito GRAZIE.