mercoledì, 02 aprile 2008

E infatti.
Categoria:cammino, quotidianismi, scritto da stefano havana


Non lo negherò: naturalmente, come ogni uomo che si rispetti, anche dietro di me, nella scia che mi sto lasciando alle spalle recentemente, si intravede, a scorgere bene tra la spuma, la pinna di uno squalo.

I componenti di questa scia sono i più vari e nessuno di essi è preoccupante: that's life, my dear. Ho detto del viaggio, del cammino alla fine del quale voglio arrivare senza rendere resti a nessuno, ho detto di questo e ho detto di quello, ho detto della scia, ho detto della spuma, ho detto che sento l'esigenza di uno strappo, di starmene da solo, ecco, questo soprattutto, l'esperimento della solitudine, però non ho detto, mai, che una delle basi su cui s'appoggia l'idea, l'esigenza, la voglia di riscoprirmi, di resettarmi, sta nel fatto che un mio recente amore s'è concluso: eccola, la pinna dello squalo. Magari si capiva, s'era intuito, e molti di voi stanno dicendo adesso: e infatti.

C'è stata sofferenza, naturalmente, in tutto questo, come si confà al più perfetto degli amori che si sfuma, o al più imbecille, come vi pare, non è mai questione di qualità l'amore, nel momento in cui lo vai a significare come tale, c'è stata sofferenza, dolore, siamo d'accordo, ma mai solitudine, la solitudine, grazie al cielo, non fa parte della mia esistenza per ora, c'è stato rammarico, rimpianto, ci sono stati interrogativi, c'è stato perfino un meraviglioso, spontaneissimo e cruciale tentativo di riavvicinamento, ma la solitudine no, quella non c'è stata, vuoi gli amici, vuoi la famiglia, vuoi io stesso, vuoi che le tragedie della vita sono altre, ma è per questo, anche per questo, che ho parlato di esperimento della solitudine: non lo so, sappiatemi voi dire, se si tratta di sadomasochismo o che, quello che so è che negli ultimi tre mesi ho percorso a cavallo della mia schiena lo spettro dei sentimenti possibili, tutto quanto, da un estremo all'altro, soffermandomi nel mezzo, e che la solitudine, se la si può classificare tra i sentimenti, ecco, invece lei non c'era. La voglio assaggiare. Voglio provare anche questo.

Naturalmente adesso sto bene, sto bene da quando ho cominciato a pensare a questo viaggio, oppure ho cominciato a pensare a questo viaggio perché sto bene, non lo so, non m'intendo di sofismi, però tant'è, e il fatto di stare bene, dopo il più tipico collasso degli amori, dopo parecchi falsi allarmi, dopo qualche tentativo andato a vuoto, il fatto di poterlo dire, di poterlo addirittura scrivere qui, non può prestarsi a errate interpretazioni. Sto bene, o sto meglio, mettetela voi come vi piace, però, dopo circa quattro mesi il termometro mi pare tornato sui valori positivi.
 
Prendete ieri: sono andato a lavorare, ho lavorato, ho parcheggiato la macchina lontana due chilometri, me li sono fatti con la musica nelle orecchie, ogni passo mi sembrava nuovo perché ad ogni passo riconsideravo da capo la forza del cammino, la forza assoluta del procedere verso una destinazione, foss'anche il portone della redazione. Dopo il lavoro c'era un bel sole e io mi sentivo bene, meglio, già in cammino, già in viaggio, ho cominciato a fare la lista delle cose che mi dovrò portare, quando sarà, e ce ne sono di bizzarre, cordino per il bucato, spille da balia, occhiali da sole graduati, sapone di marsiglia, antipulci, pomate contro le vesciche, voltaren, poi sono andato a riprendere la macchina, altri due chilometri all'indietro, l'odore dei cavalli a villa borghese, le coppie anziane che camminavano mano nella mano, ossignore, sono diventato un sentimentale, io che mi commuovo davanti ai vecchi che resistono, dio bono se mi vedesse Kurt Russel; ho tolto la macchina dalle strisce blu e ho raggiunto Piazza Barberini un'altra volta a piedi. Ho guardato il cinema Barberini dove davano, tra gli altri, "Onora il padre e la madre": mi sono domandato, con i Counting Crows nelle orecchie, vuoi vedere che questa è la volta buona che te ne vai al cinema da solo?
    E infatti.

"Onora il padre e la madre" è così bello da essere irritante: mi irritano sempre i film buoni, mica dico per dire. Mi irrita vedere la gente intorno a me che non appare palesemente felice d'aver appena speso due ore del proprio preziosissimo tempo tanto bene: io, quando me ne vado via da un film perfetto, faccio sempre di tutto per sembrare odiosamente soddisfatto ma, per carità, non pretendo che siano tutti uguali a me, anzi, me ne guardo bene, mi fa già troppa impressione constatare quanta gente ci sia che m'assomigli. Comunque sì, sono andato al cinema da solo: la mia prima volta. Fila G, posto numero 8 e che voi ci crediate o no era la seduta migliore dell'intera sala, quella che, di solito, capita sempre agli altri: invece al posto numero 8 della Fila G stavolta c'ero seduto io, sissignore, e la volete sapere un'altra cosa? La Fila G, quando sono arrivato, era tutta piena: c'era libero solo il posto assegnatomi, quello centralissimo appunto, e io non sono mai uno che fa alzare gli altri, che chiede permesso, io sono uno di quelli che si ferma dov'è, che non riesce a starnutire in pubblico, che, ecco, non va al cinema da solo, ma invece stavolta no, lo so che pare una scena da film, il timidone che, ta-daan, si prende il suo momento, Daniel-san in "Karate kid", però vi giuro che è così che è andata.

Ho giusto preso tempo levandomi prima la giacca e, tac, sono andato, ed è proprio vero quel detto che si dice: la gente pensa a te molto meno di quanto tu stesso creda. Mi sono seduto, ho appallottolato la giacca sulle ginocchia, ho bevuto dalla mia bottiglia l'acqua fresca e vaffanculo al traffico, ai parcheggiatori abusivi, alle pinne di squalo, ai film brutti. "Onora il padre e la madre" m'è piaciuto talmente tanto che sono rimasto a leggere i titoli di coda fino ai doppiatori. Io non lo so com'è che funzionino queste cose: non lo so come mai una cosa che prima non s'è mai avuto il coraggio di fare, improvvisamente sembra la più ovvia. Dev'essere come quando cerchi di aprire quelle bustine di cellophane, stai lì a tirarne i lembi per ore, in tutti i modi, provi coi denti, con le unghie, macché, e poi a un certo punto, come niente, senza che tu ti sia industriato in alcun modo particolare, strap, la bustina s'apre e semmai il contenuto schizza tutto fuori, tipo le patatine: quand'ero ragazzino, mi ricordo, sparpagliavo sempre in giro le patatine per questa ragione: non avevo ancora fatto l'esperienza che le bustine, a un certo punto, prendono e si aprono. E' andata così pure stavolta. Mentre risalivo le scale del cinema, con quell'aria soddisfattissima di cui  prima vi dicevo, ho pensato che forse, se ero fortunato, fuori c'era ancora un po' di luce, vista l'ora avanti, eccetera.
    E infatti.

Adesso non lo so se voi sapete com'è fatta Piazza Barberini, comunque a me piace molto quand'è quasi sera, perché si può vedere via Veneto in salita illuminata e a raggiera tutte le altre vie ed è un bel vedere quando la giornata è stata sempre serena e il cielo sta stenebrando verso quel blu profondo che hanno gli occhi intelligenti. Vi dico un'altra cosa: a Piazza Barberini, davanti al cinema, c'è anche la fermata della metro. C'è un muretto con la ringhiera, c'è tutto: mi sono messo lì, ho appoggiato sul bordo del muretto gli occhiali da sole e il telefonino, mi sono rimesso bene la giacca, controllato le tasche, e infilato gli auricolari dentro le orecchie. Mi sentivo veramente bene, meglio, guardavo la gente venir fuori dalla bocca della stazione, e lo so che pure questa adesso vi sembrerà una scena da cinepanettone, però è vera, è autentica, ve lo posso firmare, e insomma, sono venute su dalle scalette della metropolitana queste due ragazzine spagnole, avranno avuto vent'anni, una biondissima e l'altra morissima,e io le ho guardate e loro mi hanno guardato, ed è bello essere guardati, è bello non sentirsi ignorati, poi hanno confabulato tra loro, tornando a guardarmi, e lì ho capito che ce l'avevano proprio con me, che erano proprio due ragazzine benestanti in vacanza, con le valigie appena lanciate sui letti di un albergo costoso a Via del Tritone, e mamma e papà lontani tremila chilometri, quindi hanno fatto il giro, mi sono passate accanto sul marciapiede, al che, mentre mi infilavo la cuffia sinistra, ho pensato: oddio, vuoi vedere che mi dicono qualcosa?
    E infatti.

La morissima m'ha guardato ancora: insisteva, ma nel suo fare non ho scorto abitudine, bensì molta timidezza, spontaneità, e m'ha detto: Que bonito... Così. Nient'altro ha aggiunto. Se n'è andata verso via Sistina a comprare cianfrusaglie, a calpestare pietre sconosciute, a disinnescare la vita.

Perciò dico che non si presta a cattive interpretazioni il fatto che io mi senta meglio: quando uno non si sente meglio, le ragazze spagnole non lo guardano. Ma d'altra parte io non mi sono mai lamentato di non sentirmi bene: io mi lamento solo del dolore fisico, quanto a quello, credetemi, sono l'antieroe. A me basta un dente gonfio per pensare al peggio. L'altro dolore invece me lo prendo: so che si trasformerà in energia positiva. E' il patto che ho stretto con la vita: li conosco questi meccanismi, so che gli amori finiscono, so che a vivere si fanno per forza le briciole, so che il domani non esiste, so che la gente ti deluderà sempre, in un modo o nell'altro, so che si muore, so tutte queste cose.

Ma scusate, finisco di raccontare: con la musica nel cervello, stavolta Gianna Nannini, mi sono fatto via Veneto, ho chiamato Andy Capp, m'ha chiamato JD, ho risentito financo una vecchia amica, erano quasi le venti e trenta, l'ora in cui dieci anni fa cominciavano tutti i film della prima serata e oggi invece a stento parte striscia la notizia. Io Roma la odio, però Roma è bellissima e io ci sto troppo bene, soprattutto adesso che comincio a conoscerla e poi, per favore, non parlatemi di andare via da Roma quand'è primavera perché non ci stanno santi e va bene, non ci giriamo attorno, siamo d'accordo, non è facile dimenticare un amore, non voglio fare il fenomeno, è difficile, perfino quando è ufficialmente cominciata l'era del "mi sento meglio", è difficile, gli amori finiti sono i fantasmi di un vecchio castello, sbattono contro le vetrine accese, contro i ristoranti in cui sei stato, perfino addosso ai cibi che hai mangiato, condiviso, contro le insegne che hanno illuminato i tuoi baci, contro i marciapiedi che hai fatto scendere prima a lei per giocare al gioco della galanteria, gli amori finiti fanno così si trascinano nei corridoi con quel rumore di catene, ti fanno sobbalzare di notte, ma quando ti senti meglio, quando cammini e ti senti addirittura bello, ecco, questo è un dazio che accetti di pagare, proprio in virtù di quel patto leale che tutti stringiamo con la vita, e capisci che, in fin dei conti, si tratta di una truffa, sono piccole truffe quelle che il cedevole cuore ti fa in momenti come questi, ci devi stare, e infatti ci stai, ci sarà sempre un pigiama scemo in una vetrina che ti ricorderà lei, ci sarà sempre la canzone sbagliata, ci sarà sempre un colpo di vento che dissotterrerà qualche reperto archeologico dalla sabbia, ma questa è la vita, that's life, my dear, si diceva poc'anzi, a me stanno molto bene le pinne degli squali nella scia, hai visto mai che, alla fin fine, diradata la spuma, viene fuori ch'erano delfini?

Ho camminato ancora, molto felice d'aver visto un film così bello, molto felice in generale, un po' più sollevato, diciamo, non vorrei esagerare, a me la felicità fa paura, ho comprato due tramezzini al despar e un pacchetto di vigorsol, ho citofonato agli amici in redazione e mi sono visto beatamente con loro le partite di Champions coi piedi sulla scrivania, lo so che non si fa. In ascensore, salendo, ho pensato: no dai, è stata un'ottima giornata, il cammino è cominciato, la pinna nella scia, le spagnole, il film grandioso, bla bla bla, non può mica essere che la Roma vince stasera, stasera il Manchester come minimo gliene fa due.
    E infatti.

venerdì, 28 marzo 2008

1 milione e 100mila passi.
Categoria:cammino, quotidianismi, scritto da stefano havana


Da una settimana vivo con una cartina geografica stesa sulla scrivania. Prima era liscia, sembrava un lenzuolo appena adagiato su un letto rifatto; bisognava sempre metterci le mani sopra per tenerla spalancata perché tendeva a richiudersi, abituata com'era ad essere rannicchiata sullo scaffale dei libri. Adesso ha preso le piegature dell'abitudine e resta aperta perfettamente secondo le mie esigenze: non scappa ai miei occhi, ferma rimane come a un oggetto inanimato si addice.

E' una cartina geografica della Spagna, in particolare del Nord della Spagna, da est a ovest fino alla regione della Galizia: ci sono dei segni sopra, leggeri come quelli del fard sulle palpebre di una dodicenne. Sono segni esitanti che soffrono ancora dell'indecisione, dell'inesperienza, sono i segni cauti del viaggiatore che ancora deve caricarsi lo zaino sulle spalle, sono i segni timorosi di chi sta ancora decidendo cosa portarsi dietro e perché. Sono i fiati profondi che si tirano prima di un salto, prima di un tuffo, prima di un amore di quelli. C'è tutta la paura di sbagliare in questi segni leggeri, negli appunti sui fogli di carta che si infilano nelle fessure, nelle carte stampate da Internet e poi appallottolate, negli sms scritti - "ho deciso, è fatta" - e poi cancellati, anche loro abortiti, in attesa di un ennesimo segnale, come se non bastassero quelli già ricevuti.

E' da tempo che qualcosa mi chiama altrove, non ad una vacanza, ma altrove: è un'esigenza profonda di strappo.

Ho sognato ch'ero su una spiaggia e con un bastone tracciavo una linea di demarcazione nella sabbia: davanti c'era il tramonto, dietro chissà. Neanche il rumore del mare si udiva nel sogno, perché il mare non c'era, a stento esistevo io. Mi sono svegliato dal sogno e ho steso la cartina geografica sulla mia scrivania: anche in questa cartina, come nel sogno, il mare appena si scorge. E' tutto spostato a sinistra, si chiama Oceano e, per una volta non mi interessa. Non uscirò a vedere l'Oceano stavolta, non sentirò gli strilli dei gabbiani lassù, non guarderò le onde montare e sfaldarsi. Non andrò a cercare il bello in questo viaggio che per adesso dorme, mezzo ammazzato, ancora da far rinvenire, sul legno della mia scrivania di marca svedese.

Cercherò la fatica, cercherò l'opposto della comodità, senza esagerare, ché non ce l'ho ancora a tal punto il coraggio e questo viaggio, ho deciso, dovrà essere soprattutto verosimile, fattibile, concreto: mica me l'ha ordinato il dottore. Questo viaggio, steso sulla mia scrivania, quando si sarà sollevato mi dovrà insegnare a capire quello che posso e quello che non posso. Questo viaggio sarà la linea di demarcazione sulla sabbia.

La partenza, al momento, ma si sa come funzionano le cose quando i segni sono ancora indecisi, leggeri, basta un poco di vento per cambiare direzione, la partenza è prevista per il 3 settembre. Ritorno il 1 ottobre. Mi voglio fare il cammino di Santiago di Compostela in solitaria. A una media di 4 km/h dovrebbero essere circa 200 ore di marcia, per un totale, approssimativo s'intende, di 1 milione e 100mila passi: 775 i chilometri da S. Jean Pied de Port (Francia) a Santiago.

Perché?
Perché sento di avere 1 milione e 100mila circa di calci in culo da dare a cose, sensazioni, ricordi, persone, rimpianti. Perché sento che voglio stare veramente da solo: non intendo portare con me cellulare o libri. Perché sento che è meglio della droga, in fin dei conti. Perché adoro camminare, soprattutto. Perché voglio vedere che faccia farà la gente, che per 800 km avrà inseguito iddio, quando si ritroverà di fronte solo una cattedrale di pietra consumata dal vento. Perché voglio marciare per 200 ore effettive senza dare i resti a nessuno. Perché voglio scrivere a mano. Perché voglio insultarmi fisicamente e mentalmente. Perché non voglio coccole e vezzi per un po'. Perché voglio imparare a dormire in ostelli insieme alla gente, all'acido lattico e i colpi di tosse sconosciuti. Perché voglio alzarmi alle sei e mezzo del mattino e muovere i primi passi quando fuori è ancora buio e fresco e ci sono le stelle e i muscoli faticano a guizzare. Perché voglio portare a compimento una cosa, almeno UNA cosa di cui possa vedere e constatare immediatamente gli effetti, le conseguenze, le reazioni, senza aspettare che gli altri, che il destino, che il futuro, che 'sto cazzo, si pronuncino per me. Perché mi voglio stimolare con la cosa che più mi piace: la scoperta della novità. Perché ho intenzione di cambiare qualcosa della mia vita nei prossimi mesi e allora voglio potermi dire, quando sarà il momento, ricordandomi del cammino e del culo che mi sarò fatto, che sì, il coraggio è qualcosa su cui posso fare effettivamente affidamento. (al momento mi considero un codardo e pigro cialtrone) Perché voglio rimorchiarmi una galiziana con un bel sorriso, i capelli scuri e il piercing al naso. (Ho come l'impressione che le ragazze con un bel sorriso, i capelli scuri e il piercing al naso mi siano, come dire, galizia o non galizia, rimaste qua per ragioni varie) Perché voglio fare i conti col maltempo e col fango. Perché voglio girare un angolo e vedere l'arrivo. Perché voglio correre una di quelle gare che piacciono a me, dove non esiste distinzione tra il primo arrivato e l'ultimo. Perché voglio dimostrare a me stesso che un'altra vita è possibile. Perché "un passo alla volta" è precisamente la filosofia di quella che io considero legittimo chiamare "esistenza". Perché voglio partire con tre mutande e quattro magliette e guardarle asciugarsi su un filo al vento del nordest. Perché il ponte che piace a me è quello che si deve ancora formare davanti ai propri piedi, non quello che crolla alle spalle come nei film di Indiana Jones. Perché voglio scavalcare a piedi i Pirenei, perché per 30 giorni non voglio pensare ai capelli, alla barba, al colletto della camicia, alla cacca, alla masturbazione. Perché casa mia deve pesare massimo 11 chili (circa un sesto del peso corporeo totale) e deve essere maneggevole abbastanza da essere caricata e scaricata dalle spalle senza strappi o contusioni. Perché mi piace la polvere. Perché settembre è un mese del cazzo. Perché voglio poter pensare a lungo senza preoccuparmi di andare a pranzo in orario. Perché mi piace l'idea di dover convivere  con persone molto diverse da me. Perché la disuguaglianza mi ha sempre dato molto di più dell'uguaglianza, al punto che non ce la faccio più a sentire tutti questi politici ed esegeti del pensiero parlare sempre e comunque di uguaglianza, di unità: e vaffanculo all'unità, all'uguaglianza, lo faccio anche per questo, il viaggio, perché sono convinto che si stia molto meglio tra persone che sono all'opposto di ciò che siamo noi o di ciò che crediamo di essere noi. Perché non ne posso più di dover per forza trovare qualcosa da dire per non sembrare scontroso o di malumore.

I motivi, questi motivi, me ne rendo conto, già sono un compromesso, una rinuncia, anzi, una resa. Perché a confessare d'avere in testa un progetto del genere, la gente, c'è poco da fare, quella che ti conosce, ma anche quella che ne sa di meno, ti fissa come se avesse scorto un verme uscirti preciso preciso dall'orecchio sinistro e ti domanda PERCHE'? E allora tu ripiombi inevitabilmente dentro quello da cui stai cercando di fuggire: i perché, appunto, le spiegazioni, la razionalità, e questo è veramente arduo da digerire, in particolare per uno come me che, oltre ad avere la digestione lenta, è anche un deciso oppositore dei "perché". Giammai bisognerebbe domandarsi il "perché" delle cose che succedono e non è soltanto questo il punto. Il punto è un altro, avremo modo di parlarne quando anche io l'avrò messo nel mirino. Il punto, per ora, il mio perché, è che ho deciso di mettere 1 milione e 100mila passi tra me e le cose che non mi stanno bene. Oppure di avvicinarmi di 1 milione e 100mila passi a quelle che potrebbero piacermi maggiormente.