"Guida per riconoscere i tuoi santi" è uno di quei film che mi pretende al cinema.
Racconta una storia che in genere non vedo l'ora di ascoltare: una storia di giovani che crescono in una situazione difficile, seguiti da famiglie difficili, in un quartiere impossibile di una città complicata, una storia di giovani che poi se ne vanno, si separano e poi si riuniscono anni dopo, fatti uomini quando sopravvissuti, perduti un sacco di sogni e ripuliti dalla polvere adolescenziale.
"Guida per riconoscere i tuoi santi" mi è piaciuto moltissimo: non è un gran film tecnicamente parlando. La regia semplicistica dello scrittore Dito Montiel non è minimale, non è iperrealista: è semplicistica, appunto. Concepita da uno che con il cinema non ci ha mai avuto niente a che vedere, fatta salva l'amicizia con Robert Downey Jr. Amicizia più che decisiva, visto che sarà proprio lui, che nel film interpreta lo stesso Dito Montiel adulto, a sottoporre il libro da cui è tratta la storia alla moglie di Sting, la produttrice Trudie Styler. Che, insieme al marito cantante, deciderà, perché no, di metterci i soldi e dare una chance a questo giovane autore newyorchese grondante talento narrativo. Ah, l'America. Altro che Cermìs.
La pellicola s'apre con un monologo al telefono dell'eccellente Dianne Wiest: la donna anziana si rivolge alla segreteria telefonica del figlio partito anni prima. Gli dice di tornare ché il papà sta male, gli dice poche cose, ma da quelle poche cose capiamo molto. Capiamo che il nome del protagonista del film, Dito Montiel, è anche il nome del regista del film, capiamo che Dito Montiel se n'è andato da New York alla volta della California, capiamo che è uno scrittore, capiamo che l'amico Nerf andrà a prenderlo all'aeroporto JFK per condurlo a casa, finalmente, di nuovo a casa dopo tanto tempo.
La seconda scena, dopo i titoli che ci hanno tolto ogni dubbio circa il fatto che il nome del regista è proprio lo stesso del protagonista del film, Dito Montiel, la seconda scena, dicevo, ci spiazza. C'è Dito Montiel/Robert Downey Jr. impegnato nel reading di un suo libro in una sala affollata e in penombra. Legge la propria opera - che poi è il film - e intanto ci spiega, a noi spettatori, che ne vedremo di cotte e di crude e che "un sacco di merda" dovrà succedere prima che la parola fine scorra sullo sfondo, un sacco di merda, tipo che Giuseppe morirà e ne morirà pure un altro, però non ci dice chi, ci dice solo che morirà Giuseppe e noi non sappiamo ancora Giuseppe chi è, il film è a malapena iniziato, e, molto probabilmente, la maggior parte di noi quando Giuseppe
comparirà effettivamente sullo schermo, poco dopo, avrà comunque dimenticato il suo nome associato all'imminenza della morte. Sarà solo quando morirà effettivamente, anzi quando capiremo che starà sul punto di morire (perché si capisce) che ci ricorderemo che Dito Montiel, ad inizio pellicola, ce l'aveva già detto e allora ci viene il panico, perché ci ricorderemo pure che ne deve morire un altro prima che la parola fine eccetera eccetera e cominceremo a domandarci chi e come succederà. Mi piacciono molto le storie in cui l'autore dice subito al lettore quello che succederà riuscendo nell'intento di non perdere un grammo di tensione narrativa: in "Guida per riconoscere i tuoi santi" ce n'è a iosa di ciò.
E ci sono anche un sacco di altre cose che mi piacciono, filmicamente parlando: per esempio mi piacciono i personaggi che, di tanto in tanto, si rivolgono direttamente alla telecamera (è qualcosa che fa quasi sempre Spike Lee, ma è una cosa, secondo me, che è come uno di quei tagli sulla tela di Fontana, uno scossone alle seggiole, ai popcorn, all'intera sala cinematografica per ricordare che è sempre e soltanto di un film che si sta parlando, di finzione, più o meno, anche se "Guida per riconoscere i tuoi santi" è la storia quasivera dello scrittore/regista Dito Montiel e allora quel guardare in camera può anche essere visto come un tentativo di sottolineare l'aspetto documentaristico del girato, un "City Of God" metropolitano); mi piace il cosiddetto overlapping, carissimo a Robert Altman, vale a dire quella tipologia di dialoghi sovrapposti gli uni agli altri per dare un senso di assoluto realismo, battute che incalzano le altre, frasi spezzate interrotte da altre e così via. (nel doppiaggio italiano questa cosa perde moltissimo, ma il sapore rimane: "Nashville", per esempio, di Altman, generalmente - anche in Italia - viene trasmesso in lingua originale proprio per questo motivo); sempre parlando di cose che mi piacciono in un film, "Guida per riconoscere i tuoi santi" è soprattutto il racconto di un
gruppo eterogeneo di coetanei e per me non c'è niente di meglio di un buon racconto di giovani che stanno crescendo, semmai in una grande città come New York, all'interno di un quartiere microcosmico come Queens, nell'ambito dei migliori anni della nostra vita, vale a dire gli Ottanta.
E' vero che il protagonista assoluto del film è Dito Montiel, ma è altrettanto vero che l'io narrante, come ne "Le vergini suicide" di Eugenides, diventa spesso un'imprescindibile prima persona plurale, (ne "Le vergini suicide" di Eugenides, la prima persona plurale costituisce sempre l'io narrante) ed è questa, in definitiva, la cosa che più mi piace di "Guida per riconoscere i tuoi santi", questo "Noi" Totale che raccorda le storie di vita di ciascuno e che serve a riportare, anni e anni dopo, lo stesso Dito a casa, richiamato fortemente dall'assenza di quel "Noi", vero protagonista del film, un "Noi" che Dito si è lasciato alle spalle, ma che pure è rimasto, più o meno integro, sempre lì, nelle stesse case, nelle medesime vie, a Queens, New York City.
(non ho mai nominato Chazz Palminteri. Niente, lo dovevo fare)