martedì, 30 ottobre 2007

EsĂ tto! (Ciao, testa...)
Categoria:cinema, scritto da valerio roma


Guido Nicheli era il Dogui, ed era un attore che a me faceva ridere. Scrivo era perché, come la gran parte di voi saprĂ  già, il Dogui è morto qualche giorno fa a Desenzano del Garda dopo essere stato colpito da ictus.

Il Dogui è stato tra i protagonisti di alcuni film che hanno influenzato la crescita di almeno tre generazioni di ragazzi, compresa la mia. Eccezzziunale... veramente, Vacanze di Natale, Sapore di mare, I ragazzi della Terza C: tutti capolavori del trash all'italiana, un genere che ha perduto lo slancio e l'intelligenza che aveva un tempo.

Io il Dogui l'ho sempre considerato una sorta di Mario Brega milanese. Certo, i ruoli che interpretavano erano decisamente diversi, la formazione artistica era differente (Brega lavorò con Fellini, Risi e Sergio Leone) però era simile il loro modo di dare un volto a personaggi che conoscevano bene, che forse erano loro per primi a prendere in giro. Nicheli era il "cumenda" lombardo per eccellenza, il borghese con "la fabbrichètta", che condiva le sue frasi con quell'inglese improvvisato che faceva molto uomo di mondo. Il cumenda trattava male i camerieri, mortificava le persone chiamandole "animale", "tèsta", pensava tutto il giorno a quale fuoriserie comprare, era disinteressato da qualsiasi cosa dicesse la moglie.

Brega, al contrario, rappresentava la caricatura del romano. Macellaro, cafone, pieno di gioielli. Due personaggi ossessionati dai soldi, il romano e il cumenda, in modo totalmente diverso.

Con AndyCapp non abbiamo potuto non crepare dalle risate al telefono mentre ricordavamo quelle battute celebri. Non sarà stato neanche lontanamente paragonabile ad Albertone, Totò, Gassman, Tognazzi, per carità, i mostri sacri neanche conviene farli scomodare. Il Dogui era un "tamarro" che faceva ridere. Mi sembrava doveroso ricordarlo, visto che siamo cresciuti con i film di Lino Banfi, Jerry Calà, Cristian De Sica, Fantozzi, Verdone e Massimo Boldi.

E voialtri chi siete?
Siete più il Dogui o più Mario Brega?
C'è sempre un personaggio perfettamente trash che ci rappresenta al meglio. Perciò: vai con l'outing.

venerdì, 31 agosto 2007

«Tu mi adori? E allora lo vedi che la cosa e' reciproca?»
Categoria:cinema, scritto da andy capp


CarloPrendendo spunto dal post precedente, apriamo ufficialmente la sfida a colpi di citazioni di uno dei più grandi interpreti del nostro cinema. Da noantri, l'omaggio a Carlo Verdone.

- Come t'ha chiamato?
- Amore, amore, amore...
- Ma lo sente padre, l'ha chiamato pure amore, ma lei non dice niente?"

venerdì, 30 marzo 2007

Guida per riconoscere i tuoi santi
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


montiel3"Guida per riconoscere i tuoi santi" è uno di quei film che mi pretende al cinema.

Racconta una storia che in genere non vedo l'ora di ascoltare: una storia di giovani che crescono in una situazione difficile, seguiti da famiglie difficili, in un quartiere impossibile di una città complicata, una storia di giovani che poi se ne vanno, si separano e poi si riuniscono anni dopo, fatti uomini quando sopravvissuti, perduti un sacco di sogni e ripuliti dalla polvere adolescenziale.

"Guida per riconoscere i tuoi santi" mi è piaciuto moltissimo: non è un gran film tecnicamente parlando. La regia semplicistica dello scrittore Dito Montiel non è minimale, non è iperrealista: è semplicistica, appunto. Concepita da uno che con il cinema non ci ha mai avuto niente a che vedere, fatta salva l'amicizia con Robert Downey Jr. Amicizia più che decisiva, visto che sarà proprio lui, che nel film interpreta lo stesso Dito Montiel adulto, a sottoporre il libro da cui è tratta la storia alla moglie di Sting, la produttrice Trudie Styler. Che, insieme al marito cantante, deciderà, perché no, di metterci i soldi e dare una chance a questo giovane autore newyorchese grondante talento narrativo. Ah, l'America. Altro che Cermìs.

montielLa pellicola s'apre con un monologo al telefono dell'eccellente Dianne Wiest: la donna anziana si rivolge alla segreteria telefonica del figlio partito anni prima. Gli dice di tornare ché il papà sta male, gli dice poche cose, ma da quelle poche cose capiamo molto. Capiamo che il nome del protagonista del film, Dito Montiel, è anche il nome del regista del film, capiamo che Dito Montiel se n'è andato da New York alla volta della California, capiamo che è uno scrittore, capiamo che l'amico Nerf andrà a prenderlo all'aeroporto JFK per condurlo a casa, finalmente, di nuovo a casa dopo tanto tempo.

La seconda scena, dopo i titoli che ci hanno tolto ogni dubbio circa il fatto che il nome del regista è proprio lo stesso del protagonista del film, Dito Montiel, la seconda scena, dicevo, ci spiazza. C'è Dito Montiel/Robert Downey Jr. impegnato nel reading di un suo libro in una sala affollata e in penombra. Legge la propria opera - che poi è il film - e intanto ci spiega, a noi spettatori, che ne vedremo di cotte e di crude e che "un sacco di merda" dovrà succedere prima che la parola fine scorra sullo sfondo, un sacco di merda, tipo che Giuseppe morirà e ne morirà pure un altro, però non ci dice chi, ci dice solo che morirà Giuseppe e noi non sappiamo ancora Giuseppe chi è, il film è a malapena iniziato, e, molto probabilmente, la maggior parte di noi quando Giuseppe montiel1comparirà effettivamente sullo schermo, poco dopo, avrà comunque dimenticato il suo nome associato all'imminenza della morte. Sarà solo quando morirà effettivamente, anzi quando capiremo che starà sul punto di morire (perché si capisce) che ci ricorderemo che Dito Montiel, ad inizio pellicola, ce l'aveva già detto e allora ci viene il panico, perché ci ricorderemo pure che ne deve morire un altro prima che la parola fine eccetera eccetera e cominceremo a domandarci chi e come succederà. Mi piacciono molto le storie in cui l'autore dice subito al lettore quello che succederà riuscendo nell'intento di non perdere un grammo di tensione narrativa: in "Guida per riconoscere i tuoi santi" ce n'è a iosa di ciò.

montiel4E ci sono anche un sacco di altre cose che mi piacciono, filmicamente parlando: per esempio mi piacciono i personaggi che, di tanto in tanto, si rivolgono direttamente alla telecamera (è qualcosa che fa quasi sempre Spike Lee, ma è una cosa, secondo me, che è come uno di quei tagli sulla tela di Fontana, uno scossone alle seggiole, ai popcorn, all'intera sala cinematografica per ricordare che è sempre e soltanto di un film che si sta parlando, di finzione, più o meno, anche se "Guida per riconoscere i tuoi santi" è la storia quasivera dello scrittore/regista Dito Montiel e allora quel guardare in camera può anche essere visto come un tentativo di sottolineare l'aspetto documentaristico del girato, un "City Of God" metropolitano); mi piace il cosiddetto overlapping, carissimo a Robert Altman, vale a dire quella tipologia di dialoghi sovrapposti gli uni agli altri per dare un senso di assoluto realismo, battute che incalzano le altre, frasi spezzate interrotte da altre e così via. (nel doppiaggio italiano questa cosa perde moltissimo, ma il sapore rimane: "Nashville", per esempio, di Altman, generalmente - anche in Italia - viene trasmesso in lingua originale proprio per questo motivo); sempre parlando di cose che mi piacciono in un film, "Guida per riconoscere i tuoi santi" è soprattutto il racconto di un montiel2gruppo eterogeneo di coetanei e per me non c'è niente di meglio di un buon racconto di giovani che stanno crescendo, semmai in una grande città come New York, all'interno di un quartiere microcosmico come Queens, nell'ambito dei migliori anni della nostra vita, vale a dire gli Ottanta.

E' vero che il protagonista assoluto del film è Dito Montiel, ma è altrettanto vero che l'io narrante, come ne "Le vergini suicide" di Eugenides, diventa spesso un'imprescindibile prima persona plurale, (ne "Le vergini suicide" di Eugenides, la prima persona plurale costituisce sempre l'io narrante) ed è questa, in definitiva, la cosa che più mi piace di "Guida per riconoscere i tuoi santi", questo "Noi" Totale che raccorda le storie di vita di ciascuno e che serve a riportare, anni e anni dopo, lo stesso Dito a casa, richiamato fortemente dall'assenza di quel "Noi", vero protagonista del film, un "Noi" che Dito si è lasciato alle spalle, ma che pure è rimasto, più o meno integro, sempre lì, nelle stesse case, nelle medesime vie, a Queens, New York City.

(non ho mai nominato Chazz Palminteri. Niente, lo dovevo fare)

mercoledì, 07 marzo 2007

C'era spazio a malapena
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Sabato sono stato in questa minuscola sala cinematografica a guardare un film con F. ed è di questa sala, adesso, che vi vorrei parlare, ma che ci crediate o no, una volta fuori di lì, mi ha colpito un sentimento così profondo d'amore verso la settima arte che tutto quello che sono riuscito a fare è stato pensare al capolavoro di Robert Altman "I protagonisti", pellicola bellissima eccetera, e con una sequenza iniziale che, senza tanti giri di parole, te lo fa venire duro.

protagonistiSto parlando dei primi nove minuti circa in cui Altman introduce, alla sua maniera però declinata all'ennesima potenza, tutti i protagonisti del suo film con la caratteristica che lo stesso film è battezzato da un autentico ciak iniziale, un vero ciak, nel senso che dal nero dei titoli veniamo proiettati ex abrupto dentro una stanza in cui si sente la voce del regista (che è quella di Altman) che dice "Azione!" e lo vediamo proprio questo ciak, un ciak con tanto di nome del regista stampato sopra, "Robert Altman", quindi non un ciak di un film nel film ma IL ciak del film che stiamo guardando e da questo punto in avanti, per circa nove minuti, vacilliamo, ci domandiamo  cosa stia succedendo, e la risposta è che non sta succedendo niente, fatta salva una spruzzata di meta-postmodernismo utile a farci capire - come uno di quei tagli sulla tela del magico Fontana - che tanto rumore è per nulla, che stiamo parlando soltanto di un film, è solo fiction baby, tutto falso, lo dimostra quell'"Azione!" che si sente nella prima scena, ce lo dice la stessa voce di Altman da dietro le quinte che dà il 'la' al film e ci mostra impunemente le mutande della macchina infernale, invece di coprirle come si fa sempre, ecco, tutto questo è magia pura cinematografica, magia che continua, appunto, nei nove minuti successivi, in cui Altman ci introduce tutti i protagonisti della pellicola in un lungo, lunghissimo, pianosequenza, senza nemmeno uno stacco, neanche uno, con un momento finale in cui entrano in scena duprotagonisti1e personaggi che parlano, guarda caso, di "Nodo alla gola", storico e geniale film di Hitchcock girato alla medesima maniera, teatralmente, senza nemmeno uno stacco, tutto di seguito, ed è proprio qui che due più due fa finalmente quattro e si capisce senza alcun dubbio che ogni cosa è stata calcolata, che ogni dettaglio fa parte dello spettacolo per cui si è pagato il biglietto, anche e soprattutto quel ciak iniziale con la voce del regista fuori campo che dice "Azione!" e tutte le citazioni cinematografiche successive, è qui che si capisce che la cosa filmica funziona ed è qui che diventa impossibile tacciare la scelta di manierismo, di artificialità, no, qui stiamo parlando di assoluta funzionalità al tutto e non a caso sono solo i nove minuti iniziali e non tutti i 120 dell'intero film, (come per esempio accade in "Pianosequenza" di Louis Nero) qui stiamo parlando di un regista - Robert Altman - che guarda in faccia lo spettatore, pur senza mostrarsi mai, e gli dice guarda caro mio, evitati inutili paroloni, evita viaggi nel misticismo della critica cinematografica intelligente, ché qui è solo un film che stiamo facendo, non a caso si chiama "I protagonisti" e non a caso prende per il culo Hollywood tutta, come già "Mash" fece per la guerra, per il Vietnam e per la politica americana, è questo quello che fa Robert Altman in quei nove minuti iniziali di un film magnifico, lui architetta un lunghissimo pianosequenza perfetto che non ha bisogno di fermi o a capo, esattamente come questo periodo che sto scrivendo, forse il più lungo che abbia mai tentato, senza nemmeno un punto, tanto che adesso la cosa più ardua è trovare effettivamente una frase giusta, un ponte, qualcosa che possa giustificare la sospensione del ragionamento scinemapiccoli1u "I protagonisti" per tornare a parlare di questa minuscola sala cinematografica in cui sono stato e di cui vi volevo dire, ma che adesso, in effetti, non è che c'entri più molto con tutto il resto, a parte, ripeto, per avermi ispirato tutto un ragionamento sul film di Altman, ecco, ma al di là di questo non ci sono altri collegamenti, sebbene mi consenta, questo sì, almeno di riprendere fiato, mettere un punto, dare un a capo proprio ora, riarrotolare la matassa e perciò sentite a me, dimenticate tutto, oppure fatene buon uso, insomma vedete voi, io mi fermo e ci rivediamo un paragrafo sotto, esattamente dove eravamo partiti, vale a dire fuori di quella sala cinematografica minuscola, alla fine della proiezione.

cinemapiccoliEbbene, quale piacere vedere "Little Miss Sunshine" insieme a F. in questo cinema che si chiama "Dei piccoli", che sta dentro Villa Borghese, e che è entrato nel "Guinness dei Primati" (ci sono tutti i certificati appesi) in qualità di cinema più piccolo DEL MONDO. Quale piacere. C'era spazio a malapena e fuori di lì, procedendo verso la macchina, m'è venuta una sensazione di affetto profondissimo verso questo trenino elettrico divertentissimo che è il cinema. Perciò mi sono messo a pensare a uno dei film che mi ha fatto appassionare all'arte cinematografica, vale a dire "I protagonisti" di Robert Altman, appunto. E, insomma, andateci in questa storica sala: può essere un'esperienza semplice e sublime. Trovare parcheggio lungo Via Pinciana - anche di sabato sera - è di un'ovvietà sconcertante, i biglietti costano meno, si vede il film in compagnia di pochi eletti quasi silenziosi, e la scelta della programmazione è sempre attenta e oculata. Può capitare anche di condividere la serata con Alessandro Gassman, verso la cui persona F. ha lanciato delle occhiate carnali che avevano polpastrelli, unghie e calze autoreggenti e che spero lui non abbia notato (non è vero, in effetti spero eccome che se ne sia accorto, altrimenti il gusto dove sta?), ma questa è un'altra storia, questa di F. e di Gassman e del gusto dove sta; quello che volevo fare io era parlarvi del "Cinema dei Piccoli" e non ho trovato modo migliore che questo.

mercoledì, 07 febbraio 2007

«Credimi, io me ne intendo: nella vita è tutta questione di surround»
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Ieri pomeriggio mi sono fermato un attimo. Mi sono fermato perché sono stanco, stressato: la notte faccio sogni che hanno a che fare con quello di cui mi sto occupando durante le ore di luce e non è bello. Non è bello per un fobico della notte come me, per un insonne come me: svegliarsi avendo fatto certi sogni e compagnia bella. Mi sono messo sulla poltrona nera Ikea della mia stanza e ho guardato un dvd. Film leggero, volutamente: "In her shoes" con Cameron Diaz. E' una commedia del disimpegno firmata dal buon Curtis Hanson. (quello che scrisse e diresse "L.A. Confindential" e l'attualità cinematografica ha dimostrato, con "Black Dhalia", quanto sia difficile, se non impossibile, realizzare un buon film da un libro di James Ellroy. Tra l'altro Hanson diresse anche un thriller culto di una decina d'anni fa, "La mano sulla culla": una pellicola dai risvolti abbastanza scontati, ma che - ricordo - ebbe il potere di terrorizzarmi come poche quando la guardai lustri orsono)

shoes3Comunque non vorrei parlare di "In her shoes", perché non ho proprio nelle dita le parole e il tenore per parlare di film, e anche perché io del critico non ho nulla, tantomeno quel cipiglio un po' incazzato tipico della categoria. Se parlo di un film significa che almeno un motivo, uno soltanto, mi ha spinto a cambiare posizione sulla poltrona, quella Ikea, nera, eccetera eccetera: e il motivo per cui ho deciso di scrivere di QUESTO film, "In her shoes", appunto - con una Cameron Diaz al solito bruttissima in volto ma bonadamorì per quanto riguarda figa-culo-tette e poi con una, secondo me, strepitosa e pure affascinante Toni Collette - il motivo per cui ho deciso di scriverne, dicevo, va ascritto a una frase recitata a tre quarti della pellicola dall'attore Norman Loyd, un vecchietto pelato di quelli che ricordano una tartaruga.

C'è tutta una scena molto bella in cui ci sono questi anziani in una specie di casa di riposo in Florida e c'è anche Cameron Diaz che per vari motivi sta cercando di rifarsi una vita lì, insieme alla nonna ritrovata e ad altre arzille vecchiette; insomma si parla del più e del meno, ma soprattutto del rapporto di Cameron Diaz con la nonna. E tutti la criticano, la nonna, le dicono che senza tv via cavo in casa giammai potrà stabilire un contatto con la nipote, abituata a french manicure e tecnologie gggiovani d'ogni tipo. Lei, la vecchia, sorride, fa spallucce, è una donna molto elegante e dal passato turbolento e ho dimenticato di dire che è interpretata da Shirley Mclaine; allora gli altri insorgono, dicono che no, davvero, è il caso che anche lei scenda al livello della ragazza, e così via, dicono tutti in questa maniera, finché la parola non passa all'attore Normal Loyd il quale prima deposita qualcosa su un tavolo, tipo un bicchiere da cocktail, e poi dice: "Credimi, io me ne intendo: nella vita è tutta questione di surround". E poi, tac, la scena finisce, si passa a un'altra cosa. La frase resta così, per sempre, nel limbo delle cose dette e mai più approfondite.

shoes1E' stato a questo punto che ho cambiato posizione sulla mia poltrona Ikea: perché ho immediatamente percepito questa frase come depositaria di una grande verità, anche se non ho ancora ben capito in che modo o in che direzione.

Il fatto che nella vita sia tutta questione di surround, ecco, è vero: sono d'accordo. Stando al film non ho neanche capito se la battuta si riferisse proprio al surround, alla tecnica di diffusione del suono, in fondo è di tecnologie che stavano parlando gli attori, oppure se fosse - in effetti - una metafora e quindi significare tutta una serie di cose. Però, se ci si pensa, è impossibile togliere importanza al surround; a quello che succede mentre altro succede, anche di più importante. Capita spesso che, mentre il canale centrale pompa a mille, tutto intorno accadano cose destinate a deviare la nostra direzione implacabilmente. Tornando al film: "In her shoes" si risolve come si risolvono i film del genere, sta di fatto che non m'è dispiaciuto e mi pare che sia il primo film con Cameron Diaz che trovo accettabile, "Vanilla Sky" a parte. Sarà che la mano che lo dirige è una mano sufficientemente sapiente, sarà che è un film non pretenzioso a tal punto. Tutto sommato è un film che ti puoi permettere di seguire con un orecchio anche rivolto ad altro: il surround, appunto. Nella vita è tutta una questione di surround: la vecchia storiella del leggere le etichette dietro i bagnoschiuma quando stai seduto sul cesso, così ti viene meglio cagare.

Quello che l'attore Normal Loyd voleva dire, con la sua frase sul surround, adesso m'è chiara e in effetti - se uno guarda il film - si può dire che avesse ragione. La soluzione stava nello stabilire con la nipote un rapporto onesto in cui il rapporto stesso passasse in secondo piano: serviva qualcosa che le distraesse, Cameron Diaz e la nonna, per esempio la tv via cavo, oppure il surround, quei canali di diffusione di cui ti scordi per tutto il film tranne quando a uno degli attori cade una penna e allora la senti rimbalzare sul pavimento alla tua sinistra, dietro la spalla. Allora ti ricordi. Ci aveva visto giusto Normal Loyd a parlare di surround alla vecchia Shirley Mclaine: alla fine è proprio così, grazie al surround che le due riescono a montarsi intorno, che tutto va a finire come deve finire. Ho pensato che se andasse sempre così nelle storie tra persone, se gli uomini e le donne fossero tanto bravi da pensarci su e, ogni tanto, si facessero distrarre da altro, senza per questo perdere la strada maestra e continuando a rispettarsi, ecco, le cose funzionerebbero meglio. O comunque diversamente. Chissà se sarebbe poi un bene. Ne "In her shoes" è sicuramente un bene.

venerdì, 26 gennaio 2007

Abracadabra
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


prestigeThe Prestige è un film che m'ha rimesso al mondo. Quello che sto cercando di esprimere da circa 48 ore, in effetti, è un certo disagio. Un disagio assolutamente inatteso e fuori tema, perché è questo - guarda caso - uno dei periodi più proficui e creativamente corroboranti che mi sia capitato di vivere da molto tempo a questa parte. Mi rendo conto che già identificare il mio momento vissuto, volerlo inscatolare dentro meccanismi e alambicchi, è automaticamente una giustificazione, un passo indietro rispetto all'orlo del trampolino, un rimandare. E' però un fatto che per quante cose fantastiche mi stiano succedendo, soprattutto professionalmente, in questo momento, oppure dal punto di vista delle prospettive che si stanno spalancando, la percezione che ho di me stesso e delle mie qualità sta calando di conseguenza. C'è qualcosa di molto comune in tutto ciò: aspiriamo alle cose e le scorgiamo lontanissime. Poi le tocchiamo finalmente e ci coglie una fragile sensazione da "tutto qui?". E nel mezzo? La paura, naturalmente, di sbagliare. E' la retorica della vita, succedeva anche ai grandi marinai in navigazione quando finivano per calpestare le agognate Terre: "Tutto qui? Per questo lembo miserrimo di spiaggia i nostri compagni sono morti, ci siamo uccisi a vicenda, abbiamo dormito tra le nostre feci?". La risposta, il più delle volte, è .

Mentre guardavo The Prestige, ieri sera, ho cambiato più volte posizione sulla poltrona. (il cinema Cineplex Gulliver, a Via della Lucchina, sulla Trionfale è per più motivi sconsigliabile: intanto perché i film non cominciano mai in orario, procrastinati da un'ondata inverosimile di spot pubblicitari. Inoltre perché, appunto, le poltroncine sono scomode. E piuttosto luride). La trama, sciogliendosi, annacquava progressivamente questo malessere/benessere che mi teneva sulle spine e a galla veniva una certa sensazione di piccolezza rispetto alle Grandi Cose della Vita, quali gli uragani, la Cappella Sistina, la Morte, i tacchi alti delle donne, Beethoven, il film The Prestige, appunto. Mi succede sempre, quando guardo o leggo o sento qualcosa di stupefacente, di riconsiderare sì i miei pregi (tipo: ma chi mi credo di essere?), ma anche i miei difetti (tipo: suvvia, in fondo è tutto così bello qui intorno. Vale la pena di prendersi del tempo per migliorarsi ancora). Durante la visione (si è capito che la stra-consiglio?) ho anche avuto modo di riflettere sui motivi reali di questa improvvisa febbre da sì, vabbè, ma in fondo chi sono io? e devo dire di non averli compresi del tutto. (risulta difficile ragionare sui massimi sistemi mentre sullo schermo due illusionisti da Oscar senza se e senza ma si danno battaglia psicologica e fisica, rendendo allo spettatore impossibile schierarsi a favore dell'uno o dell'altro. Rarissimo caso di narrazione volutamente super partes in cui i ruoli del protagonista e dell'antagonista si alternano, si attorcigliano, si accavallano come code di gatto o piedi nudi sotto le le lenzuola durante un atto d'amore)

prestige1L'unica cosa che in effetti posso dire d'aver capito è questa (ce la spiega Cutter/Michael Caine nei minuti iniziali): la vita, come un trucco di prestigio, si svolge in tre atti. Il primo è chiamato la promessa: l'illusionista mostra al pubblico qualcosa di comune che, ovviamente, comune non è. Però sembra. (una gabbia per uccelli con un uccello dentro. O la propria stessa esistenza, ecco. Il proprio corpo, due braccia un naso, eccetera. Niente di più ovvio, umano, riscontrabile) Il secondo atto è chiamato la svolta: l'illusionista compie, con quel qualcosa di comune, un atto straordinario ma se il pubblico cercherà di capirne il segreto, ebbene, non vi riuscirà. (la gabbia con l'uccello dentro scompare da sotto il fazzoletto con tutto l'uccello. Oppure, quel corpo umano normale, due gambe e due braccia, lascia intuire un talento straordinario, un grande acume, una perspicacia fuori dal comune) Ecco allora che c'è un terzo atto, il prestigio, dove l'illusionista mostra qualcosa che non si era mai vista prima e il pubblico, finalmente, applaude ( l'uccellino scomparso, magicamente riappare tra le dita dell'illusionista. Oppure l'uomo normale, ma con grande talento, arriva infine a produrre un oggetto concreto grazie alla propria abilità. Plasma un'opera d'arte, compone una musica irripetibile, scrive un libro che sopravvivrà alle generazioni, diventa amministratore delegato di una multinazionale. Il pubblico si dà di gomito e, finalmente applaude.)

Capita all'umana specie di sentirsi in un eterno secondo atto, quello della svolta. Facciamo delle considerazioni su noi stessi e, a un certo punto, scopriamo con entusiasmo che abbiamo scollinato per sempre oltre la prima fase, quella della promessa. (che non è cosa facile: sono convinto che la differenza tra 0 e 1 sia infinitamente più grande di quella tra 1 e 100) La svolta, che bellezza. Tutta la gente annuisce, sorride e sa che possiamo fare quel qualcosa in più perché scoppi l'applauso: si aspetta che noi lo facciamo. E ci proviamo, tutti i giorni. Con impegno o con superficialità. Lavoriamo in maniera concreta per approdare nell'atto del prestigio e quando siamo a un passo, niente, scopriamo che l'acqua è fredda, ghiacciata e all'idea iniziale del tuffo anima & core si sostituisce una più realistica discesa graduale. Ci bagniamo la pancia, le spalle, immergiamo le braccia. Va tutto bene lo stesso, finché non ci passa di fianco un temerario che si tuffa con una capriola e risolve la vertenza. La gente ci mette niente a girarsi e applaudire un altro. Quanto a me, non vorrei che giunto sul più bello il trucco non riuscisse: ma cos'è questa se non ampasse da vita vissuta? La storiella del giorno da leone o tanti da pecora. Il rischio vale sempre la pena d'essere corso. Perciò stamattina mi sono svegliato meglio, nonostante la pioggia.

Ebbene, sbrigatevi: The Prestige non resterà nelle sale per sempre ed è un film strabiliante. Fa le scarpe pure a The Departed di Scorsese. Regista e sceneggiatore sono quelli di Memento, non a caso. (di Nolan ho amato perfino Batman Begins. Un po' meno Insomnia, ma quello è un film a cui si perdona tutto visti i due protagonisti Robin Wiliams/Al Pacino... O forse il problema è proprio quello). C'è anche David Bowie che recita. Cè Andy Serkis in una parte normale... (lui è quello che ha "impersonato" Gollum e King Kong nei film di Jackson) C'è Scarlet Johansson: di cui però non parlerò, se non per ribadire il concetto secondo cui lei è, a mio parere, la risposta di Hollywood a Stefano Accorsi. (meravigliosa bocca a parte)

giovedì, 18 gennaio 2007

Da Rocky Balboa a Fritz Fiangkus: genesi di una rivoluzione culturale
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


rockyE' questo abuso del Citazionismo, metastasi degenerativa di un assai più mortale tumore conosciuto con il nome di Intellettualismo; è questa piaga - grandemente diffusa per le infinite vie di Internet - che mi rende ormai impossibile la comprensione del più elementare concetto. Esempio:

"... E d'altra parte, come brillantemente commenta Fritz Fiangkus nel suo ultimo lavoro - che tanto deve alla poetica del Goxiano, seppure con innesti meta-letterari alla Seymouring...". (eccetera, e magari si stava parlando del Festival di Sanremo...)

Fritz Fiangkus NON ESISTE e in effetti io non ho bisogno né di lui né di tutto questo gran sapere per essere felice e per capire le cose del mondo. E' l'Arte che può salvare una persona dal buio, non il Sapere. (posto che una persona possa essere veramente salvata) Preferisco pascere in un brodo d'ignoranza che sapere le cose così e così. (oppure al solo scopo di farne sfoggio)

rocky3L'epifania l'ho avuta venerdì scorso durante il film "Rocky Balboa", episodio conclusivo della saga sul pugilato più famosa della storia del cinema. Più o meno mentre Sylvester Stallone tornava a riempire di pugni un quarto di bue grandguignolesco appeso nella macelleria del cognato Paulie, io uccidevo a coltellate e morsi il mio personalissimo Fritz Fiangkus. Ho condiviso la visione con F. e Fede, (che non credo si siano accorti di niente) oltre che con una serie di personaggi improbabili, ragazzini rumorosissimi, assuefatti a mode incondivisibili e devastati nella pelle da un'acne che pensavo propria dei miei tempi, piuttosto che di questi stra-tecnologici dove la semplice pressione di un bottone può risolvere - credevo - qualsiasi malattia epidermica. Perciò mi sono messo a sedere col mio bel Fritz Fiangkus sulle ginocchia, prontissimo a infilargli una mano nel culo e manovrarlo tipo marionetta per fargli dire parole al posto mio e inoculare negli astanti qualcosa che assomigliasse ad incomprensibile autorevolezza, ("... Come dice chiaramente Antonio Scuprati, riprendendo quanto già espresso prima di lui da Walter Assiti, senza però l'ironia necessaria di un Soucault...") e mi sono alzato circa 109 minuti dopo talmente soddisfatto dalla visione da non ritenere necessario alla vita nient'altro che l'immagine leggera e senza pretese di un improbabile Sly imbolsito dagli anni che saltella su un ring.

rocky2Mi spiego? Altro che Fritz Fiangkus. Guardare Stallone sullo schermo mettere ko, o quasi, a sessantuno anni suonati un cristone negro di una generazione più giovane mi ha letteralmente deliziato e ho capito (l'ho proprio percepito sulla pelle nell'atto stesso della visione) che il mio fabbisogno intellettuale è veramente basso e veramente onesto. Mi è sufficiente che arrivi un tizio in grado di raccontarmi qualcosa con lo strumento dell'artigiano, del cesellatore: fatemi vedere le briciole che la vita umana fa mentre viene vissuta, le briciole in terra, tipo i trucioli in una segheria, e io non vi chiederò altro. (avete presente come faceva De André?) Non sentirò mai più il bisogno di infilare una mano nel culo di un Fritz Fiangkus qualunque per muoverlo fittiziamente al solo scopo di darmi un tono di un certo tipo. (perché sono convinto che le cose che questi intellettuali dicono si potrebbero dire molto meglio a parole proprie anche se al prezzo di uno spettacolo meno pirotecnico) Avreste dovuto vedermi: stavo lì, al cinema Cinestar Cassia, e sulla mia poltroncina saltellavo; facevo un tifo spasmodico per Rocky, piangevo l'assenza di Adriana, maledicevo la vecchiaia che stava sbocconcellando Paulie pezzo a pezzo e sentivo la fatica nei bicipiti. Nessuno, di questi (bravi) intellettuali che leggo, sarebbe riuscito a inculcarmi un fremito simile col proprio Fritz Fiangkus privato ("... il problema della legittimazione artistica, che da Heger in poi...") Non è demerito di costoro: (è gente che ha studiato molto più di me, io questo non lo metto in dubbio) però sto parlando di me stesso e di un uso che mi pare (questo sì) stia sconfinando nel malcostume.

rocky1Guardare un film come Rocky Balboa e trarne immensa soddisfazione significa aver fatto un passo avanti (o indietrissimo) nell'ambito di un cammino intellettuale: significa certamente essersi mossi. Quando, invece, mi trovo catapultato in una di queste letture alte che vanno oggi di moda (e molte, davvero, valgono la pena dello sforzo, dico davvero. Penso, ad esempio, agli interventi presenti su Nazione Indiana, per fare un nome), quello che succede è che arrivato all'ultima riga del pezzo scopro che sono esattamente al punto di partenza e che, di fatto non ci ho capito un'acca e comunque domani l'avrò dimenticato. Non so: rivedere sul grande schermo Mary - quella Mary del primo Rocky, quella Mary di "Vaffanculo rompipalle", ritrovarsela davanti trent'anni dopo donna fatta e con un figlio a carico, è stato come rientrare nel salone della propria casa per la prima volta dopo la morte di mamma e papà. Un'emozione che si definisce da sola, senza bisogno di esempi o giri strani. Non lo so se i fratelli Karamazov fanno lo stesso con la gente. (stai paragonando Dostoevski a Balboa? No che non lo sto facendo: il punto è tutto qui. Forse prima l'avrei fatto, adesso non più. Adesso me ne frego) Devo essere un poco di buono: fatto sta che mi sono stancato di tanti paroloni al vento. Non ho mai desiderato meno d'essere un intellettuale, di praticare dell'intellettualismo. Secondo me basta pochissimo, un po' di zucchero e la pillola va giù, niente di niente per innescare le rotatorie del pensiero. Raccontare le cose come stanno, dirlo con parole proprie, spalmando lungo tutto il testo l'eredità dei tanti Grandi che ci hanno formato, senza per forza mostrare a ogni riga il retro del sipario o i fili dietro la magia. Rocky Balboa è niente vestito a festa, ma è anche un film imperdibile per gli appassionati. Stallone non si affida nemmeno a un Fritz Fiangkus per raccontare la sua storia; prende il pugile più goffo e confuso che si sia mai visto e ti porta - a parole sue - fino all'ultimo round. In definitiva, dopo un film del genere, non si esce dal cinema cresciuti di un solo centimetro, o arricchiti o migliorati; però si esce sudati e con le nocche della mano doloranti. (o l'arcata sopraccigliare tumefatta) Ecco, credo che alla gente, mai come in questo periodo, serva sudare.

(i nomi presenti in questo post, a parte quelli relativi al film Rocky Balboa, sono tutti volutamente storpiati)

mercoledì, 10 gennaio 2007

Anni '70 con meno speranza
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


shortbus1In Shortbus ci sono tantissimi cazzi in primo piano, vagine e orgasmi in presa diretta con tanto di schizzi spermatici direzionati su quadri astratti. Non è tutto: in Shortbus ci sono rapporti omosessuali, uomini che se lo prendono dritto dritto nel culo e nella bocca, sodomie continue inquadrate dal primo all'ultimo secondo e che niente hanno a che vedere con la censura buonista all'italiana de Le fate ignoranti (sempre sia benedetta, tra l'altro: assistere alla deflorazione di Stefano Accorsi sarebbe stato troppo pure per uno stomaco forte come il mio). In Shortbus ci sono almeno due scene memorabili: in una James se lo prende in bocca da solo come D'Annunzio e si viene sui denti. Nella seconda Jamie canta l'inno nazionale americano nel culo di James, osservato da Ceth che, nel frattempo, si masturba disteso come facevano i romani sul triclinio. Detta così, la cosa potrebbe iniziare a un leggero voltastomaco, ma giuro che la mano leggera e sapiente del regista (e sceneggiatore) John Cameron Mitchell riesce a trasformare il tutto in un grande momento comico.

Tuttavia non è vero che Shortbus sia un film visivamente innocuo. Chi lo dice pratica una certa retorica dell'antiretorica, volendo elevarsi troppo forzatamente a iconoclasta della morale. Non è un film pornografico, ma è uno di quei film che può scandalizzare i perbenisti. Non a caso al cinema Metropolitan, l'altra sera, un bel cinema a Via del Corso, la sala s'è dimezzata dopo neanche venti minuti. Cioè: la gente ha preso, si è arrotolata il cappotto sotto l'ascella e se n'è andata. Nemmeno troppo alla chetichella, piuttosto passandomi davanti e borbottando qualcosa sulla mancanza di valori e sulla porcheria eccetera che al giorno d'oggi e via dicendo. Ho immaginato tutta una serie di persone sparse per Via del Corso a dirsene di santa ragione: "Hai visto che roba?". "E quelli? Tutti a guardare...". "Come se non avessero mai visto dei genitali". "Io mi chiedo dove arriveremo". Giuro che me li sono proprio immaginati: uomini e donne fuori del cinema Metropolitan, con il cappotto arrotolato sotto l'ascella, che si ritiravano animatamente verso le rispettive auto parcheggiate a Vicolo della Penna.

shortbusQuesta cosa mi ha fatto riflettere. Gente piovuta da dove? Da Saturno? Da Uranio? Da Alpha Centauri? Shortbus è un film uscito nelle sale più di un mese fa, ovunque vietatissimo ai minori di anni 18 e certamente discusso a più non posso, nei vari salottini deputati, come un tentativo nuovo di raccontare una storia vera (e bellissima) esclusivamente attraverso un intreccio sessuale. I cinema multisala italiani lo hanno addirittura RIFIUTATO (però De Sica sì). Dunque non sono riuscito a vedere nella reazione di questi signori scandalizzati alcunché di autentico; ho anzi pensato che si trattasse di una gestualità molto ponderata e, addirittura, provata e riprovata in allenamento. Un non volersi minimamente confrontare col Nuovo, mai, col Diverso o con lo Strano. In nessun caso. Comprendo l'imbarazzo di osservare notevolissimi cazzi in widescreen o vagine bagnaticce in dolby surround; i piselli e le fiche sono cose che stanno benissimo dove stanno, ovvero dentro i pantaloni. Eppure nutrivo la stolida speranza che persone del genere non esistessero. Speravo fossero un prodotto mediatico, una nicchia d'esistenza a cui rivolgersi durante esempi, comizi sul perbenismo o esercizi di stile bigotti. Invece esistono e se foste passati l'altra sera a Via del Corso intorno alle nove delle sera, sareste incappati in una decina di individui - sulla cinquantina, ben vestiti - con tutti questi cappotti sotto le braccia. E vi sareste fatti delle domande, senza tuttavia capire la verità dei fatti.

La verità dei fatti dice, tra le altre cose, che Shortbus è veramente un film nuovo, bello, profondo. (ma è anche un film di cui è semplicissimo dire male) E' ambientato in una struggente New York post 11 settembre, popolata di personaggi ambigui e repressi, insoddisfatti e svogliati, rancorosi e squallidi. Ci sono Sofia e Rob che trombano come assassini - e in tutte le posizioni - però lei è preorgasmica e in vita propria giammai ha provato la sensazione del climax sessuale. Ci sono i due gay James e Jamie che vogliono conoscere la poligamia e così trovano Ceth. C'è la sadomaso Severin, depressa psicotica senza speranza alle prese con una mania di persecuzione dovuta all'idiosincrasia nei confronti del proprio nome vero. Tutti si ritrovano nel locale di perdizione Shortbus, appunto, gestito da Justin Bond una leggenda autentica della scena a luci rosse newyorkese. (è proprio lui, nel film, a interpretare se stesso) Esperimento geniale di film corale sui generis, Shortbus è una pellicola che mi ha divertito tantissimo e mi dispiace che quei signori si siano perduti un esperimento a tal punto riuscito. C'è uno dei personaggi, perso tra i vari locali dello Shortbus, che a un certo punto, commenta: "E' come essere negli anni Settanta, ma con meno speranza". E' vero, la speranza l'abbiamo perduta: sono cadute quelle Torri, sono morte un sacco di persone importanti. Quei signori, m'è venuto in mente, col loro bel cappotto arrotolato in attesa di essere indossato, hanno perduto molto altro, persi anche loro per Via del Corso, oltre a un gran bel film.

Ho guardato Shortbus con la mano destra posata sulla coscia sinistra di F. scoperta dalla minigonna: e non voglio dire che io abbia ragione e quelli no, però la sensazione del nylon sotto le dita, mentre contemporaneamente osservavo atti sessuali improbabili (ma mai gratuiti) in 1000 pollici, ha assunto significati più frizzanti. Mi è sembrato, a luci nuovamente accese, che tutte le coppie rimaste fino alla fine, stessero guardandosi con occhi assai più complici. Non so cosa sarebbe successo a quei signori che se ne sono andati, signori più adulti di noi, se non se ne fossero andati; forse il film, quel racconto, li avrebbe spinti fino a una spaghettata di mezzanotte clandestina. Non so, avrebbero potuto ricordarsi dei formidabili anni in cui erano le medesime persone, solo con due rughe in meno, però persone in grado di resistere fino ai titoli di coda di un film colpevole di raccontare eventi mostrando cazzi, invece che armi o morti ammazzati. Se una cosa ho pensato, uscendo anche io dal cinema e guardando F. sui tacchi, giovane e fresca, è stata oddio, speriamo di invecchiare meglio di così.

mercoledì, 13 dicembre 2006

E' morto Frankestein Jr.
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


E' morto Peter Boyle. La morte è puttana e ti fa dire delle cose imbarazzanti, tipo che quello che muore era il più grande, il più simpatico, un grande uomo. Non s'è mai sentito di un perfetto imbecille morire. Mai. Quindi adesso non dirò che è morto Peter Boyle, il più grande attore eccetera eccetera. Perché non è vero e ci mancherebbe.

Però se n'è andato uno di quegli attori mai famosi abbastanza (mi viene in mente un altro, vivissimo, che si chiama Malcolm McDowell) a cui solo la morte regalerà il giusto tributo. Peter Boyle è stato il mitico Frenkestein Jr. (sì, insomma, il mostro voglio dire) nel pazzesco film di Mel Brooks. Lì non è che fece granché, era solo terribilmente comico. Però diventò, appunto, il mostro di Frankestein Jr. una volta e per sempre. Recitò anche in "Taxi Driver" (dove impersonò Wizard), ha partecipato alla sit-com di grande successo "Tutti amano Raymond" e ha fatto anche "Monster's Ball" con Halle Berry. Insomma, non gli è mancata la cassetta. In "Frankestein Jr." gli ho voluto veramente bene. Lo volevo salutare.

boyleGrazie di tutto.

mercoledì, 22 novembre 2006

Un breve addio
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


altman"Sarà banale, ma il mondo del cinema è cambiato moltissimo. I registi che mi hanno formato, i Fellini, i Kurosawa, i Bergman, sono ormai per i libri di storia perché non rientrano più in questo modello di cinema concepito per i quattordicenni. Bisognerebbe togliere i soldi ai teenagers, proibire loro di andare al cinema. Gli studios sono in mano a dei businessmen, dei banchieri che mirano al grande botto, possibilmente al primo weekend di programmazione. Le cose stanno cambiando. E siccome non mi metto a cercare di indovinare dove andremo, continuo a lavorare su ciò che mi interessa. Non posso cambiare. E comunque non ne ho il tempo".
Robert Altman

(qualche mese fa scrissi un post che non c'entrava molto col cinema ma che, alla fine, andò a parare proprio sul regista americano da me amatissimo. Questo mi solleva dal senso di colpa che mi pervade ogni volta che mi trovo a ricordare qualche artista troppo tardi. Vi ripropongo il link, appunto)

mercoledì, 15 novembre 2006

La strategia della tensione
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


1"La finestra sul cortile" non è assolutamente il mio film preferito, ma quando penso al Film Perfetto (oppure quello a cui gli riesci a perdonare tutto) ecco che penso a "La finestra sul cortile". Ho una passione per Alfred Hitchcock che mi nasce da quando - piccolino - guardavo la serie Tv da lui prodotta "Alfred Hitchcock presenta...". Erano cortometraggi in bianco e nero diretti da vari registi (a uno di questi si ispirò Quantin Tarantino per l'episodio conclusivo del meraviglioso "Four Rooms", quello della scommessa nella stanza d'albergo e del dito tagliato) e pure se Hitch, in tutto questo, ci aveva messo nient'altro che i soldi, la firma e il prestigio, io mi appassionai a lui e non ai vari registi che di volta in volta firmavano quei brevissimi episodi (che oggi vanno in onda tutte le notti sull'imprescindibile Fox Crime, all'una passata).

3"La finestra sul cortile" lo riguardo sempre volentieri. La scorsa notte, per esempio, ho messo su il dvd e l'ho guardato e, come al solito, l'ho trovato un film perfetto. Appassionante e pieno di quei crismi hitchcockiani di cui andiamo letteralmente pazzi noialtri, suoi ammiratori. Il cinema di Hitch non è affatto un cinema moderno, non lo è mai stato: la sua inconcepibile passione per girare sempre e solamente in interni ha dato alle sue pellicole quel tocco vintage poco emozionante dal punto di vista visivo. C'è una scena in "Marnie", quando Sean Connery arriva alla casa di Tippy Hedren, in cui si vede troppo bene che siamo dentro a un teatro di posa e che quella nave e quel porto sullo sfondo sono in realtà un dipinto e che i bambini stanno saltando la corda davanti a uno schermo tutto blu, ridisegnato poi in postproduzione. Eppure "Marnie" è un film in cui i personaggi sono talmente tridimensionali, loro sì, le vicende così appassionanti che non ci fai più caso, giustifichi tutto, dici "fa niente, vai avanti ti prego". Ne "Gli uccelli", la collina verde  - dove Tippy Hedren e Rod Taylor bevono un cocktail prima dell'attacco dei volatili ai bambini - è talmente finta, posticcia, di cartapesta che se non fosse un film di Hitchcock (e se nell'aria non ci fosse l'imminenza di qualcosa di catastrofico e terribile) uno spruzzerebbe il caffè sul televisore per le risate.

Così ne "La finestra sul cortile": il famoso cortile del famosissimo condominio è tutto in 4un teatro di posa. Pure lo scorcio di strada che si intravede sulla sinistra è finto anche quello, una quinta perfettamente riadattata a frammento di strada. Inizialmente Alfred voleva girare in un condominio a Greenwich Village, ma poi ci ripensò e si fece costruire il tutto in scala e all'interno di un grande magazzino: nel film la cosa si nota, non c'è niente da fare. La luce del sole sembra la luce del sole di un film sulla guerra atomica, una specie di follia allucinata tra il giallo e il viola. I lampi sono nient'altro che potenti fari che si accendono e spengono sui volti degli attori, ma tutto è talmente perfetto ne "La finestra sul cortile" che tu non ce la fai a pensare a queste cose. Ci pensi adesso, ecco, se per caso ti viene voglia di scrivere due righe su un film che ti ha dato tanto, ma NON mentre lo guardi. Mentre lo guardi ti perdi a favoleggiare sulle micro-storie che ci stanno dietro: la ballerina che fa colazione saltellando in mutande, gli sposini che non fanno altro che trombare dietro le tende chiuse (ma che poi, alla fine, riescono a litigare), quei due che dormono su un materasso posizionato in balcone per il troppo caldo di quell'estate che nessuno avrebbe più scordato, il musicista solo e disperato che organizza grandi feste e che poi si incontrerà con Cuore Solitario al piano terra (una donna, mirabilmente costruita, che si trucca pesantemente e che finge di cenare in compagnia di qualcuno che non siede da nessuna parte e che proprio dal suo principe azzurro verrà salvata dal suicidio); naturalmente il terrificante Mr. Thorwald (interpretato da Raymond Burr, il Perry Mason della televisione), l'omicida Mr. Thorwald. Così pure il sottotesto relativo ai personaggi di Lisa Freemont e della cameriera Stella; non c'è un personaggio, anche il più insignificante, perfino quello che non parla mai (il cagnolino, addirittura), non ce n'è uno in questo film perfetto che non abbia spessore narrativo. Tutti hanno qualcosa da dirci e ce la dicono per intero, senza troppe parole, spesso con l'ausilio di nessuna parola. Che cos'è che fa una cosa così, se non il film perfetto?

5Mi ricordo una scena micidiale in uno dei miei film di Hitch preferiti, vale a dire "Complotto di famiglia": parla di una vecchia ricca che si rivolge a una chiaroveggente al fine di ritrovare un nipote scomparso a cui vorrebbe lasciare tutti i suoi averi in eredità. Insomma c'è questa scena al cardiopalma che si svolge in macchina: i protagonisti si accorgono di essere senza freni (un sabotaggio) e noi assistiamo in soggettiva alle peripezie a cui è costretto il guidatore lanciato ad altissima velocità per evitare passanti, motociclisti, altre auto e la morte stessa. Naturalmente è tutto finto: si vede benissimo che è un filmato che scorre e che i due attori sono chiusi in una macchina in realtà immobile in qualche studio cinematografico. Però ti prende: ti fa stringere i pugni intorno al telecomando e ti lascia così, finché non arriva il climax. E' una cosa micidiale: anche quello è un film quasi perfetto, perché a fronte di pachidermici tecnicismi (come appunto questo della macchina) ti coinvolge con una trama spessa così e una recitazione da fare impallidire i Premi Oscar di oggi.

E' pur vero che quando guardiamo un film, per definizione, sappiamo già che si tratta di finzione. Ma se stiamo guardando il King Kong di Peter Jackson, la sospensione della credulità è facile: con 300 milioni di dollari e i migliori grafici del pianeta sono capace pure io (ma lunga vita a Peter, uno dei più visionari e bravi registi di oggi). Hitch, invece, ti metteva lì dietro un dipinto, pure raffazzonato, e ti diceva: "Guarda che è tutto vero", e tu gli credevi. Magari storcevi un po' il muso, facevi lo gnorri ma poi ci credevi. Non è mai l'idea (Hitchcock non ha diretto un solo film che non provenisse da un racconto o da un romanzo: non c'è un solo suo soggetto originale), ma è il modo in cui viene raccontata.

La mia personalissima top five dei film più belli di Alfred: 

1 - La finestra sul cortile (1954)
2 - Complotto di famiglia (1976 - ultimo film del Maestro)
3 - Psyco (1960)
4 - Frenzy (1972)
5 - La donna che visse due volte (o Vertigo) (1958)

Mi rendo conto che ho lasciato fuori Gli uccelli (1963),  Marnie (1964), L'uomo che sapeva troppo, Nodo alla gola (1948) eccetera. Ma quelli che ho incluso nella classifica mi hanno dato quel non so che in più che, a volte, fa la differenza (e che non si sa che cosa è).

venerdì, 03 novembre 2006

I lunedì al sole
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


ilunedialsole_spUno dei film più belli che ho visto negli ultimi anni si chiama "I lunedì al sole". Non scrivo mai recensioni qui dentro - nè di libri, nè di film - non mi piace, lo lascio fare ad altri. Al massimo parlo di... tuttavia lo spagnolo "I lunedì al sole" è un film troppo di spessore per non sentire il bisogno di condividerne l'esperienza: il regista è giovane, si chiama Leon De Aranoa e ha i capelli lunghi e ricci tenuti insieme da un elastico. Porta spesso magliette verdi militari con una stella a cinque punte in pieno petto e tiene a precisare che il suo "I lunedì al sole" non è ispirato a una storia vera, "ma a mille".

"I lunedì al sole" sono i lunedì trascorsi dai disoccupati in attesa di trovare un lavoro nuovo o, semplicemente, in attesa che apra il solito bar che li accolga tutti: siamo in Spagna, in Galizia, e un cantiere navale è stato chiuso per motivi sindacali. Siamo in compagnia di Santa, Lino, Amador, José, Ana e altri ex lavoratori volenterosi che si trovano costretti ad inventarsi la vita. Qualcuno ce l'ha fatta e ha aperto un bar; un altro è troppo vecchio per rimettersi in gioco e allora s'è ridotto a riflessioni filosofiche su Dio e sulla luce; un altro ancora non accetta la sua condizione e si ostina a rispondere ad annunci che richiedono forza lavoro massimo trentacinquenne. Lui, che di anni ne ha molti di più, si tinge i capelli e ruba dall'armadio del figlio i vestiti più di moda; ma la tintura si scioglie, i vestiti prudono sotto il collo e, in generale, la vita fa schifo.

"I lunedì al sole" è uno di quei film che vorresti riunire tutti i tuoi amici in salotto per renderli partecipi della scoperta. Un film straorilunedialsole1.jpgdinario, fatto dei migliori dialoghi che abbia mai sentiti su schermo; un film sul lavoro, che parla del lavoro sempre in prima persona plurale, q
uesto perché il lavoro è visto come una ricchezza in sé e non come un mezzo per arricchirsi. La nostra azienda, i nostri figli, il nostro lavoro, i nostri stipendi, i nostri sogni.

Santa è quello più burbero, quello più idealista. Santa sono io, ma sei sicuramente anche tu: non riesce neanche a tenersi un posto come distributore di volantini, perché ogni volta che qualcuno lo urta senza prestare la benché minima attenzione a quello che lui sta porgendo, gli viene voglia di massacrarlo di botte o di far sentire la propria. Perché chi tace, eccetera eccetera. "I lunedì al sole" è un film straordinario che fa impallidire ilunedialsole2Ken Loach per analisi, profondità d'anima e resa di recitazione. Ci siamo tutti noi, dentro: i nostri timori e le nostre realizzazioni: è una storia sui lavoratori fissi e sui lavoratori precari che si riuniscono sotto gru e barche arrugginite per rispondere ai lacrimogeni della polizia. E' la storia di un gruppo di persone che non vuole cedere di un passo e che un passo indietro no fa: Santa ce l'ha con chi s'è piegato, con chi ha accettato lavori da addetto alla sicurezza, perché lui ce l'ha con la polizia, ce l'ha con le divise e prima o poi - dice - farà qualcosa di avventato che lo farà finire sul giornale. E' un gruppo di amici come siamo noi: si ubriacano e fanno grandi progetti irrealizzabili: l'Australia, le donne. C'è Ana che lavora tutta la notte in una fabbrica di tonno per mantenere lei e il marito e usa tonnellate di profumo, a casa, prima di infilarsi a letto con José che però le dice: "No, non puzzi di pesce. Sai di Sirena", che è una delle frasi d'amore più belle che ho sentito mai.

ilunedialsole3"I lunedì al sole" è un film che mi ha incantato. E' un film vero come non ce ne sono. Vero, anche perché, come spiega il regista Leon De Aranoa: "Sviluppando il progetto abbiamo passato varie settimane coi lavoratori navali di Gijon, che si erano asserragliati nei cantieri per il licenziamento di 90 loro compagni. La cosa importante fu assistere alle assemblee dei lavoratori, dove discutevano del futuro, del lavoro, delle forme di resistenza, del concetto collettivo di lavoro". Questo detto da un regista che ama stare in mezzo alla polvere e i sassi: è nato nel 1968 (guarda caso) e  ha girato documentari sulla guerra in Bosnia e sul movimento zapatista in Messico.

Vi consiglio di guardarlo. Affittatelo, si trova.
"I lunedì al sole" è un film che vi può migliorare.

ilunedialsole4

mercoledì, 07 giugno 2006

Una questione di ipsilon
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Non posso fare a meno di pensare a Marylin Monroe: non solo perché - ogni volta che scrivo il suo nome - non so mai dove vada la ipsilon. Non posso fare a meno di pensarci perché non posso fare a meno di scuotere la testa quando penso che OGGI Marilyn Monroe avrebbe 80 anni, se fosse viva. Ve l'immaginate voi Marylin Monroe vecchia? 

monroeDài. Ci sono cose, in natura, che semplicemente non possono succedere: Marilyn Monroe che diventa vecchia è una. Ricordo nitidamente la prima volta che vidi un film con Marilyn. A qualcuno piace caldo: ci vogliono più di trenta minuti prima che lei compaia sullo schermo e prima di quel momento topico è tutta un'attesa, tutto un guardarsi intorno - ecco l'ho vista! Fino a che - pop - quella viene fuori e uno si innamora: non è che ci si può far niente. Si può passare l'esistenza a fare quel cenno con la mano davanti alle bionde, a pronunciare la propria verità empirica - a me le bionde fanno un baffo - e poi restare così, davanti alla scena della stazione di A qualcuno piace caldo, e innamorarsi di Marilyn Monroe. A ottant'anni, una bionda così è diventata necessariamente canuta e le caviglie sottili sono come zamponi di capodanno: è piena di pregiudizi una persona a quell'età e per quanti sforzi faccia non riuscirà mai più a ritrovare il coraggio di organizzare una festa alcolica illegale dentro la cuccetta di un treno. Billy Wilder dovrebbe farla comparire subito nel suo film, altrimenti l'emozione dell'attesa le farebbe tremolare troppo le ginocchia e lei - anzianissima - precipiterebbe a terra in un accorrere forsennato di assistenti in scarpe da ginnastica.

monroe3

Voglio dire - ed è scontato - che la vecchiaia è una catastrofe. Per via della pelle, delle rughe, della gambe che si ingrossano, certo. Ma anche perché - l'abbiamo detta spesso, anche questa cosa - uno smette di meravigliarsi. Non ci si fida più di niente e sono convinto che Marilyn Monroe, da vecchia, avrebbe trovato un posto molto razionale per la sua ipsilon, anzi forse l'avrebbe tolta definitivamente dopo una lunga trafila agli uffici dell'anagrafe: e nulla mi leva dalla testa che Marilin Monroe - da vecchia -avrebbe capito istantaneamente che le sue amiche Josephine e Daphne erano in realtà Jack Lemmon e Tony Curtis travestiti malamente. Il film sarebbe finito subito e quei due parrucconi musicisti trucidati come ultimi testimoni viventi del massacro di San Valentino.

hot

Ecco, chi la vorrebbe una Marilyn Monroe zoppiccante e senza autoreggenti? Che ce ne facciamo, oggi, di Sophia Loren, per dire (a parte quando c'è da premiare qualcuno o da vendere un prosciutto, allora è infallibile). Per non parlare di Ozzy Osbourne. Insomma non è che voglia dire che sono contento che Marilyn Monroe sia morta e tutto quanto: c'è scritto in un libro di Daniel Pennac che invecchiare è la maniera migliore che ho trovato per non morire giovane. Ecco, forse esistono certi personaggi che non hanno iscritta negli occhi l'età veramente adulta. Sono destinati a combinare guai, a suicidarsi, a drogarsi in un angolo. Mi viene in mente Bukowski:

I belli si trovano all'angolo di una stanza
accartocciati tra ragni e siringhe, nel silenzio,
e non sapremo mai perchè se ne sono andati,
erano tanto
belli.
non ce la fanno
i belli muoiono giovani
e lasciano i brutti alla loro brutta vita.
amabili e vivaci: vita e suicidio e morte
mentre i vecchi giocano a dama sotto il sole
nel parco.

Mi viene in mente lui, un altro che non ho mai imparato a scrivere correttamente; mi viene in mente che, alla fine, la vita e tutto quanto non è altro che una questione di ipsilon.

giovedì, 01 giugno 2006

Capitare nell'inquadratura
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


Quando guardo un film, un telefilm, una soap-opera o qualunque opera di fiction, faccio tantissimo caso alle comparse. Si potrebbe dire che io stravedo per le comparse: mi piacciono proprio e se un film è un gran film o un film mediocre, la cosa passa dall'abilità del regista e dello sceneggiatore di piazzare - e far muovere - le comparse.

Quando penso alle Comparse Perfette, ad esempio, penso ai film di Woody Allen: c'è una scena memorabile in uno dei suoi ultimi film, Anything Else, in cui lui e Jason Biggs camminano sulla settima avenue a NYC, all'uscita di un ristorante. Loro parlano ma la Scena Madre diventa all'improvviso quella in background; le persone mangiano davvero e ognuna ha montata sulla faccia un'espressione diversa: c'è chi è uscito di casa troppo presto quella mattina e adesso trattiene uno sbadiglio tra i denti mentre un altro gli parla; c'è una donna con un cappello vistosissimo. Ci sono i camerieri che discutono con i clienti e non uno che non sembri veramente un cameriere; c'è chi non è soddisfatto del conto, altri litigano per chi debba pagare. Un tizio, vestito in maniera assurda, distribuisce cannucce in giro per i tavoli: vi rendete conto? Woody Allen e Jason Biggs stanno recitando la scena principale e dietro c'è un tizio che distribuisce cannucce. Cannucce rosse e lunghissime: io ne accetterei di sicuro una. Mondi interi escono ed entrano: il tutto dura una trentina di secondi, ma è il racconto di almeno quindici vite che è improvvisamente capitato nell'inquadratura. Negli occhi - subito dopo - rimangono tanti flash, come dei ricordi o come quei dischetti gialli che compaiono quando si guarda troppo a lungo il sole. E' il destino di tutti gli ingranaggi: più sono silenziosi, più facilmente ci si dimentica di loro. Uno che inciampa, uno a cui cade il gelato per terra mentre sta camminando: mi fa impazzire il pussy wagon di Kill Bill, ma è soprattutto il portachiavi del pussy wagon di Kill Bill che mi manda al manicomio (per non parlare del cerottone bianco dietro la nuca di Marcellus Wallace in Pulp Fiction).

Perciò è qualcosa sull'importanza dei dettagli quello di cui vorrei trattare; notare i puntini di barba sulle guance degli uomini, se per caso è notte fonda. Stare lì e far caso a tutto: è una questione di responsabilità. Se c'è, è stato fatto per te: godine. Altrimenti che senso avrebbero gli scivoloni, i gelati che cadono, gli sbadigli esagerati della gente? La barba crescerebbe tutta durante il sonno, al massimo, e - insomma - la vita non sarebbe altro che un continuo entrare e uscire da un portone, gli innamorati si darebbero solo profondissimi baci sulla bocca, tralasciando quelli delicati e veloci sugli angoli delle labbra. Le sfumature di colore, tutto: qualcuno passerebbe mai il proprio tempo a distribuire lunghissime cannucce rosse, se non credesse a quella minima possibilità di capitare nell'inquadratura?

martedì, 28 marzo 2006

Come un film di Altman
Categoria:cinema, quotidianismi, scritto da stefano havana


Amo i film corali. Sono settimane che vorrei scrivere qualcosa su Robert Altman ma - come si nota - è un periodo in cui letteralmente mi manca il tempo per stare davanti al computer: c'è un non so che nei film corali che mi ricorda la vita vera e se c'è un genere di cinema (o di letteratura) che prediligo, questo genere è quello che rappresenta la vita di tutti i giorni. America Oggi forse è il capolavoro totale. Magnolia di Paul Thomas Anderson mi ha levato il sonno e forse Crash di Paul Haggis è il film che mi è piaciuto di più negli ultimi cinque anni (insieme a Match Point e Se mi lasci ti cancello). Tre film corali che hanno quella caratteristica dell'evento globale finale che funge da "collante narrativo". Qualcosa di apocalittico o visionario che si spalmi su tutti i protagonisti del film (fino a quel momento divisi gli uni dagli altri). In America Oggi è un terremoto, in Magnolia è una formidabile pioggia di rane, in Crash è una leggera nevicata.

C'è stata una pioggia pazzesca a Roma, qualche giorno fa. E' stata acqua, poi è diventata grandine: una grandinata ottusa, lunga che non s'è mai fermata, al punto che sui tetti delle macchine e sui marciapiedi c'era tutto uno strato bianco che sembrava neve. I pneumatici delle macchine facevano un rumore tipico e anche le suole delle scarpe: davvero, sembrava una parentesi di inverno a Copenaghen, che ne so. Io stavo in macchina cercando di tornare dal lavoro e mi sono sentito proprio come in un film di Robert Altman: questo evento atmosferico incredibile che stava agendo sulle vite di persone sconosciute. Non come una semplice pioggia: scendeva giù che c'era da farsela sotto. Il rumore della grandine sulla macchina copriva per intero il volume della radio. A Via dei Campi Sportivi c'era un uomo in tuta acetata e cappuccio che si allenava al lancio del peso. Prendeva questa enorme sfera di acciaio e la lanciava oltre le proprie spalle: poi la raggiungeva lentissimamente e ripeteva la cosa. Ancora e ancora: l'ho guardato mentre la fila del semaforo scemava e il rosso diventava verde. Ho visto un anziano che scendeva da un Ape e, senza guardare, infilava direttamente un piede dentro una pozzanghera alta così: la gamba gli è scomparsa fino a metà polpaccio e io ho ripensato a quella frase di Ray Bradbury che spiega l'acqua: l'acqua è un prestigiatore che ti sega a metà. Ho visto una ragazza bionda a bordo di uno scooter levarsi con il mignolo un capello fradicio dalle labbra: assomigliava a Nicole Kidman e aveva le nocche delle mani rosse per il freddo. Ho visto due ragazzini fermi sotto un porticato raccogliere la grandine dentro un astuccio per occhiali e usarlo come uno strumento musicale: lo scuotevano tra le mani con la grandine dentro. Ho visto due uomini in cravatta camminare sotto lo stesso ombrello a braccetto e ho scoperto che se piove molto la gente si affretta disturbata, ma se piove spaventevolmente o addirittura grandina, allora la gente cammina più lenta, rassegnata: quei due, per esempio, se la ridevano di santa ragione. Ho visto una donna avvolgersi due buste della spesa intorno alle scarpe e camminare così, elegantissima per il resto, con una borsetta che sembrava di pitone. Ho visto persone guidare con la faccia vicinissima al parabrezza e il petto quasi attaccato al volante. Ho visto un gatto completamente fradicio, con il pelo tutto allungato sotto la pancia e mi è tornata in mente quella vecchia pubblicità che andava un po' di tempo fa, quella della bambina che raccattava un micio dalla strada e se lo metteva sotto l'impermeabile. Mi sa che era della Barilla. Ho visto sacchetti della spazzatura posati in terra tutti bucherellati dai chicchi di grandine. Ho visto una giovane donna attraversare la strada con una rivista sopra la testa, affondare una scarpa in una pozza e fermarsi a riaggiustarsi le calze. Ho visto i soliti bambini un po' sotto gli ombrelli e un po' no: ce n'era uno con delle calosce viola che guardava verso l'alto con gli occhi chiusissimi. La cosa mi ha fatto ripensare a un racconto bellissimo di Stephen King, The Body, in cui un gruppo di meravigliosi ragazzini partono alla ricerca di un cadavere che si dice giaccia lungo un fiume. Uno dei punti focali della loro curiosità riguarda proprio la grandine e cosa succeda a un morto che sia morto con gli occhi spalancati verso il cielo.

Mi succede spesso di pensare ad eventi "collettivi" e di ridurre tutto a un film di Altman. Forse la prima volta fu l'11 settembre: stavo nella mia camera, davanti alla televisione accesa, a pensare a tutte le televisioni accese del mondo in quello stesso momento. Mi veniva da pensare che perfino Al Pacino doveva stare facendo la stessa cosa che facevo io. O i miei amici. O la biondina che mi piaceva. Non capisco bene come accada, ma trovo che ci sia qualcosa di parecchio confortante in tutto questo.

martedì, 14 marzo 2006

Da un'altra parte
Categoria:cinema, scritto da stefano havana


C'è un film che si chiama "New York, New York". E' di Martin Scorsese e dentro ci recitano - tra gli altri - Robert De Niro e Liza Minelli. E' un film che mi piace molto, ma non è per questo che ne sto scrivendo adesso. Il motivo per cui ne sto scrivendo c'entra qualcosa con l'amore e con i casini che comporta, che ci crediate o no.

Il fatto è che, a un certo punto - seguitemi - c'è una grande scena, una grandissima scena di recitazione tra questi due mostri sacri: stanno dentro a un taxi e questo taxi li porta a zonzo per le vie di New York ed è una di quelle riprese vecchia maniera, con uno schermo che scorre dietro l'auto a dare l'illusione del movimento al di là dei vetri. In realtà si vede benissimo che la macchina sta ferma e via dicendo. Comunque non è questo. Ci sono tre telecamere che inquadrano l'uno, l'altra o entrambi gli attori a seconda di chi parli: tutto è molto gradevole, i dialoghi sono fantastici, la seconda guerra mondiale è finita da pochissimi giorni e loro si sono appena conosciuti. Si vede che ci sono tutti i presupposti perché scoppi qualcosa di tenero: in più lui è un sassofonista di talento, mentre lei - bè - lei è quella che poi verso la fine del film canterà la storica canzone "New York, New York", perciò si capisce che è una cantante che farà strada. Fatti per stare insieme, si direbbe: lascia perdere che poi lui è un tizio tutto strano, con la testa da un'altra parte e lei, invece, è una signora di gran classe... Funzionerà lo stesso, giuro. Anzi, funzionerà proprio per questo. Il fatto è che questa scena bellissima ha una cosa veramente strana. Una cosa - ecco il punto - propria di tutte le storie d'amore del mondo: è stata montata male.

Quando la telecamera inquadra Liza in primo piano, si vede - per esempio - la città fuori dalla macchina che si muove. I marciapiedi che scorrono veloci, le vetrine dei negozi che passano indistinte e via dicendo. Quando, subito dopo, la parola passa a lui, a De Niro, ecco che dietro il "suo" finestrino è tutto immobile. Un errore tipico di taglia e cuci cinematografico: addirittura la città dietro le spalle di De Niro e quella dietro le spalle della Minelli sono proprio diverse! Sono immagini montate di due quartieri differenti, forse; sono diversi i palazzi, sono diversi i lampioni della luce, è diversa la velocità con cui tutto scorre. E' come se il mondo del personaggio-De Niro fosse Uno e quello del personaggio-Minelli fosse un Altro. Il che è proprio così; è l'intreccio su cui si basa il film e l'intera storia, oltre che l'esistenza umana tutta. Quell'errore rende vivida la differenza dei due mondi. Spesso mi succede anche quando scorgo una coppia per la strada: magari quelli sono lì che parlano o discutono e si vede subito che uno sta da una parte e l'altra sta altrove. E' capitato anche a me, di sicuro sarà successo pure a te. Le parli o gli parli e ti viene da pensare: "Ma dove sei? Sei distante un milione di chilometri, dove sei?". Tu magari non te ne accorgi - non te ne puoi accorgere - ma dietro le spalle dell'altra persona le immagini stanno scorrendo a una velocità diversa, forse doppia rispetto alla tua o magari rallentata. Forse dietro di te ci sono le vetrine di Gucci, mentre alle spalle di lei c'è Barnes & Nobles. Tu sei lì che passi davanti a un'aiuola verde e lei è seduta sui gradini di una Chiesa. Succede così o no? E nessuno ci può fare niente, intendiamoci: pochi capiscono che è proprio lì che sta il bello.

Nel film di Scorsese questa cosa è casuale. Un errore del montatore e buonanotte. Però quando ho vista la scena, mi sono rizzato sul letto e lì, appoggiato sul materasso col gomito, ho pensato che se andasse così - nella vita vera, dico - se semplicemente imparassimo ad accettare il fatto che le cose possono scorrere a velocità diversa a seconda della gente, l'amore sarebbe veramente quella cosa meravigliosa che dicono nei film.

nyny

(questa cosa che ho scritto è dedicata a F. che davanti alla scena delle aragoste un po' ride e un po' s'addormenta)