giovedì, 08 maggio 2008

Vado via.
Categoria:scritto da andrea, factory del dissenso


Ritorno a parlare della mia esperienza di vita lavorativa. Di me. Dopo il mio ultimo intervento, avevo deciso ch'era arrivato il momento di cambiare.
 
Cambio.

L'occasione non tarda ad arrivare.
Un imprenditore vicentino cerca un operaio per la sua ditta. Si tratta di fare scarpe da calcio artigianali. Roba seria. Roba da campioni del mondo. Da signorine del pallone. La cosa mi prende bene per vari motivi. Il lavoro su tutto. Essere assunto mi permetterebbe di iniziare a fare un lavoro artigianale, a costruire qualcosa di fisico, di vero, autentico. Poi è ovvio, l'idea di costruire le scarpe per tutti questi campioncini non mi dispiacerebbe affatto.
 
Il contatto è rapido. Una telefonata e sono già nell’ufficio del "padrone". Mi parla, scruta le mie mosse, le parole che escono contate dalla mia bocca. Non voglio sbilanciarmi. Non posso strafare. Ho lavorato in fabbrica quando avevo 18 anni. Oggi ne ho 38, qualche anno è passato ed i movimenti meccanici del mio fisico si saranno sicuramente arrugginiti dal tempo e dall'abitudine di un lavoro diverso.
 
Alla fine del colloquio mi dice che ha bisogno di me il prima possibile. Mi chiede di licenziarmi, ma io non posso. Sono in paternità facoltativa almeno fino alla fine del mese di aprile. "Però posso venire in prova". E' un ghigno strano il suo. Mi dice che ha bisogno di un operaio che impari il lavoro subito, ma su tutto che parli il dialetto vicentino perché è l’unica lingua con cui sa esprimersi.
 
"Il padrone" è incasinato, deve seguire le fiere, i clienti e non ha tempo di rimanere sempre in fabbrica a "fare tutto". Alla fine troviamo un accordo. Uso questo periodo di sosta come ambientamento, nel frattempo mi licenzio a partire da fine mese potendo sospendere la paternità facoltativa già concordata con l'INPS solo dal primo maggio.
Inizio.

Il lavoro mi piace fin da subito perché è fabbrica vera, perché fisicamente mi faccio il culo, perché ti arriva la pelle e dalla pelle, dopo vari e non semplici passaggi, tiri fuori le scarpe da calcio. Non pensavo. Ma praticamente è tutto lavoro dell'uomo. Le macchine aiutano a rifinire piccoli particolari. Ma è la mano dell'uomo, il suo cervello, le braccia, i muscoli e la vista che poi fanno la scarpa.
 
Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Per poi cucire. La cosa forse più difficile. Vista, velocità e precisione. Ma alla fine, da un innocuo pezzo di pelle trattato, sia esso di vitello o di canguro, ti ritrovi con le tue scarpe pronte all'uso. Belle non c'è che dire. Ma su tutto pronte per i campi più importanti, quelli inseguiti dalla pubblicità.
 
Con me lavorano due ragazze ghanesi. E poi un via vai di persone in continuo movimento, gente mandata a rompersi le mani dalle varie agenzie interinali della zona. Ma la fabbrica è piccola, e anche se le scarpe fanno il giro del mondo, non do molta importanza a questo continuo alternarsi del personale.
Sono felice.

Mi alzo alle 5:30 tutte le mattine per essere al lavoro alle 7:00. E poi via a fare scarpe fino alle sei di sera. Il terzo giorno faccio 20 paia scarpe all'ora. Il quarto 25. La quota è bassa. Mi rassicura il fatto che sono appena 4 giorni che lavoro in questa fabbrica di scarpe per "glorie deviate", ma su tutto mi rinfrancano le parole "del paron".
"Per imparare questo lavoro ci vogliono almeno 2 anni e mezzo".

Mi metto tranquillo ripetendomi che arriverò tranquillamente alle mie 40 paia di scarpe all'ora pretese.
 
Tranquillamente, appunto.
Tanto tranquillamente che il titolare mi chiama poco prima della fine della quarta giornata lavorativa, chiedendomi di seguirlo in ufficio. Ci mette poco. Dice di aver fatto quattro conti. E che io assunto a tempo indeterminato gli costo troppo. Gli conviene affidarsi alle agenzie. "Che tanto tramite le agenzie quando non ne hai più bisogno, la gente la lasci a casa in qualsiasi momento".
 
In qualsiasi momento.
Una persona la lasci a casa in qualsiasi momento. In qualsiasi momento puoi dargli un calcio nel culo e mandarla a cagare ché tanto il tuo lavoro è fatto.

Cala il silenzio.
Un silenzio sghembo, prodotto più che altro dalla mia volontà. Penso alle corse fatte per licenziarmi, pur essendo in paternità facoltativa e con alle spalle un lavoro sicuro, per quanto ne fossi stato snervato. Penso alla lettera di dimissioni scritta alla mia vecchia azienda. Penso alla fila fatta all'INPS, all'ufficio del personale del comune di residenza per la compilazione del foglio di licenziamento volontario. Penso alla strada. Penso alla mia famiglia. Ai miei figli. Penso al fallimento. Penso allo schifo. Penso alla mia ingenuità.
 
Licenziarmi senza aver avuto nulla di scritto in mano mi fa sentire coglione da non crederci. Penso ai soldi. Penso alla spesa, al mutuo della casa, alle bollette, alle assicurazioni, alla scuola, ai buoni pasto, penso alla mia figura di padre.
 
 
Lo guardo in faccia, dritto negli occhi.
E voglio che sia silenzio. Voglio guardare in faccia "il padrone". Voglio vedergli la bava marrone del caffè incrostata sulle parti più estreme delle labbra. Voglio capire se mi conviene partire con un destro per spappolargli la mascella, oppure lasciarlo solo con se stesso. Voglio che vi sia silenzio, dentro quel cesso. Voglio che si vergogni, almeno in quel momento. Almeno fino alla durata del silenzio. Voglio vederlo imbarazzato. Voglio vedergli il sudore nelle mani. Voglio vederlo mangiarsi le unghie incrostate dal mastice.
 
Voglio questo momento.

40 paia di scarpe all'ora. Chiodi, mastice, diluente, suole, colla. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. E poi tacchetti, prati, stadi. "vetrine". Calciatori. 1200 euro al mese, 10 ore di lavoro al giorno. Lo guardo ancora una volta, in un silenzio nauseante.
Vado via
.
 
[Ringrazio di nuovo Andrea. Le sue storie "dal basso" sono quelle che mi piacciono, sono quelle che voglio qui dentro, su questo palco da dove non si urla ma si racconta. Approfitto per ricordare a tutti che La Factory del Dissenso, in attesa delle annunciate novità grafiche e di impostazione, è aperta e pronta a raccogliere le testimonianze di tutti. (basta mandarle qui) Storie come questa di Andrea e come tutte le altre che abbiamo già pubblicato. Non serve saper scrivere: serve avere un punto di vista, una storia da raccontare, una vena che pulsa nel collo ma anche la forza e l'intelligenza di non strillare inutili e demagogici "vaffanculo" - ndSte]

martedì, 06 maggio 2008

Ore 10.30. Nubile.
Categoria:factory del dissenso, scritto da simona


Mi ricordo le mani. E le venuzze che gli si gonfiavano sulle tempie quando si arrabbiava.

Mi ricordo ogni centimentro della faccia e le diverse sfumature dei suoi occhi.
So perfettamente com'ero vestita la prima volta che l'ho visto, quante sigarette ho fumato e cosa c'era scritto sul post-it attaccato allo schermo del computer.

Colloquio per fare la segretaria amministrativa in un'azienda di ricambi per auto. Una grossa. Azienda. Di ricambi per auto. Con sedi in tutta Italia. Loro sono in due: il capo-filiale con le sue venuzze ed il responsabile di zona del nord-est.

Dopo mezz'ora il lavoro è mio: me la chiacchiero bene, nulla da dire. Anche a scuola era così: liceo classico, voti ottimi, mai una versione a casa. Me la chiacchiero proprio bene. All'inizio va che è una meraviglia; lui, il capo filiale, con le sue mani, è simpatico e paziente, si congratula per la velocità con cui imparo, è indulgente per gli errori. Si ride, anche; ci si racconta. Oltre a noi ci sono due colleghi che però vanno spesso in giro per i servizi a domicilio; simpatici pure loro. Tutto perfetto.

Dopo un mese circa, cambia la musica; le venuzze cominciano a gonfiarsi all'improvviso e per un nonnulla. Basta un timbro messo in un punto sbagliato della scrivania e si scatena l'inferno. Insulti e grida. Io, sorpresa arrabbiata triste, mi chiedo dove sia finito quel signore simpatico che mi ha fatto il colloquio: questo tizio non è lui, è solo uno che cerca di farmi piangere ma che non ci riuscirà.

Andare in ufficio è come camminare sui carboni ardenti: combattere tutti i giorni con l'isteria di frasi cattive ("fammi un bocchino", "perché non la dài a quel cliente, così lo facciamo contento", "non capisci un cazzo") ed attenzioni da fidanzato adolescente, tipo che mi viene a prendere a casa senza che io l'abbia chiesto, anche perché un fidanzato ce l'ho già, lo amo e - guarda un po' - me lo sposerei domani, quindi grazie dell'offerta, ma prendo l'autobus.

Ormai è chiaro che i centrimetri della sua faccia si sono presi una cotta per me, però c'è una modalità ossessivo-compulsiva nel manifestare l'interesse che col corteggiamento non ha niente a che fare: alterna momenti di estrema calma, (momenti in cui, manco a dirlo, io credo davvero che tutto sia tornato a posto; retaggio di un passato che ha spostato i limiti della mia sopportazione un paio di abissi oltre il buon senso) ad altri di rabbia per la sua vilipesa mascolinità.

Nel frattempo reagisco, è ovvio: quando mi si avvicina, quando urla, quando mi dice che sono una troia. Parlo con il super boss del nord est, il quale cerca di appianare le cose, che però non si appianano. Parlo allora con altri responsabili di responsabili di responsabili. Nessuno muove un dito.

Finché arriva lo strappo: un telefono tirato in testa. E la settimana dopo una spalla lussata. Mentre salgo sul taxi che mi porta in ospedale, mi ordina di dichiarare che sono finita contro una porta; faccio di sì con la testa e intanto penso: "Col cazzo...".

Mi licenzio il giorno dopo: sono in infortunio, vivo da sola, devo mantenermi; ma non voglio comunque i soldi di quello schifo di Azienda. Un amico avvocato mi spinge a denunciarli: la società, lui, le sfumature dei suoi occhi. Mi lascio convincere solo perché ho i colleghi pronti a testimoniare, so come vanno queste cose, le umiliazioni che devi passare: ho già dato, grazie. La peggiore, di umiliazione,  è quello sguardo: una donna che ha subìto molestie lo riconosce subito, anche perché spesso segue la domanda, che spiega quello sguardo. "E tu che hai fatto per provocarlo?". Ecco perché non se ne parla mai abbastanza. Perché non si hanno risposte adeguate ad una domanda così. A parte inviti a recarsi in un posto che finisce per "ulo".

In buona sostanza vinco: o meglio, lui patteggia per la denuncia di mobbing e molestie sessuali. Chiedo il rimborso dei due mesi di stipendio persi causa spalla e delle spese legali. Non voglio altro. Tanto sono sicura che adesso verrà sbattuto fuori dall'Azienda e questo mi basta per pensare che c'è giustizia. E poi continua il processo penale per l'infortunio, quello va avanti d'ufficio, è lo Stato contro di lui (anzi, contro la Società) ed io figuro come testimone.

Sono passati sette anni.
Lui è ancora il direttore della filiale di una provincia benestante e bacchettona del nord Italia. Nessuno mi ha mai chiamato per scusarsi. Signorina, buongiorno, sono l'amministratore delegato dell'Azienda, volevo manifestarle la mia solidarietà per quello che ha passato: ho una figlia anche io, ho una moglie, una zia, una madre, un'amica, una donna che amo e mi vergogno a pensare che possano esistere realtà del genere sotto il mio naso. Quanto l'ho sognata, questa frase.

Adesso ho un nuovo lavoro, o meglio, ce l'ho da sei anni. Sono brava, nel mio lavoro, lo faccio bene. Sono un direttore commerciale, seguo altre cinque persone dell'ufficio vendite. Giro l'Italia e gestisco i clienti più importanti. Insomma, mi sono impegnata tanto e i risultati si vedono.

Un paio di mesi fa, in qualità di consulente tecnico-commerciale, vengo chiamata per supportare un mio cliente che deve proporre un grosso impianto di videoconferenza. Proprio a quell' Azienda. L'appuntamento è nella sede di Milano. Fortuna vuole che cada nell'unico giorno in cui tutti i direttori delle filiali italiane si trovano lì. Per cui, durante il mio incontro di lavoro, lo vedo, sul corridoio: le sue mani, venuzze, sfumature. Lui invece non si accorge della mia presenza. Aspetto che passi oltre, mi manca l'aria. Devo uscire, ma riesco a dissimulare, sono brava anche in questo. Una volta fuori, al mio cliente (con cui comunque c'è confidenza, lavoriamo insieme da tanto) racconto a macro linee perché ad un certo punto mi tremava un ginocchio. Lui mi guarda strano.

Non ci credo.
Eccolo, quello sguardo. E la frase che segue dice più o meno che è meglio che io prenda tutta la mia bravura e me ne torni da dove sono venuta; ha paura di perdere il cliente, di non riuscire a vendere all'Azienda il progetto che IO STESSA ho preparato. Anzi, non è che ho lasciato un mio biglietto da visita, vero? Si sa mai dovesse capitare nelle mani sbagliate e qualcuno si ricordasse di quella pazza che nel 2001 ha cercato giustizia.

Infatti non ho più sentito nemmeno lui. 
La conclusione di questa storia non esiste; non il lieto fine, non un altro inizio.
Scusate se sono stata troppo lunga o troppo poco chiara. E scusate se non so come chiudere, se vi saluto così, con un angolo della bocca che punta in basso.

Comunque avevo una gonna viola, un maglioncino bianco e gli stivali in pelle. Ho fumato due sigarette e sul post-it c'era scritto: "Ore 10.30. Colloquio. S. M., 20 anni. Nubile."
[Non molto da aggiungere. Ho conosciuto Simona e, quando mi ha detto di questa storia, ho pensato che un ulteriore sfogo non avrebbe potuto farle male. Quello delle violenze sessuali, delle molestie, del mobbing compulsivo-maschilista, sono tutti temi "sociali" che mi/ci stanno molto a cuore: non se ne parla granché nelle piazze o nei Vday di questo gran cazzo, perché non fanno moda, non strappano applausi a vene gonfie e spruzzi di bava dalla bocca. Ecco perché ho voluto che lei sussurrasse qui la sua storia: continueremo così in silenzio e senza urla, su questo blog, a raccontare storie di dissenso dal basso. Perché crediamo fortemente che ci sia verità nella frase ex pluribus unum e non nel suo contrario - ndSte]

mercoledì, 30 aprile 2008

Attenzione e disgusto.
Categoria:scritto da pas, factory del dissenso


Avrò pure contribuito a far vincere la Destra, ma non sono andato a votare nemmeno stavolta. Non ci vado da tanto, forse troppo tempo. Sono anni che sono disgustato, mi ero ripromesso che ogni "election day" avrei riletto un capitolo di "La Casta" di Gian Antonio Stella. Stavolta ho sfogliato "Il Giornale" (non lo compro, me lo ritrovo sul tavolo al lavoro) e quando sono arrivato a pag.12, sono saltato dalla sedia.

Il titolone a 9 colonne era questo: "Onorevoli pensioni: 9mila euro al mese a 50 anni". Commenti non ne servono, basta leggere il pezzo. Con attenzione e disgusto.
Trombati? Sì ma con il portafoglio bello gonfio. Ora passa all’incasso tutta la schiera di ex parlamentari che, per essere entrati nel Palazzo, hanno diritto a pensioni e liquidazioni d’oro. Un’inchiesta di Panorama, oggi in edicola, fa le pulci ai prossimi ex membri della «casta»: deputati e senatori non rieletti che tuttavia hanno diritto a buonuscite di tutto rispetto. Tutta colpa di una vecchia norma degli anni Ottanta. Con 20 anni di contributi, a prescindere dall’età dell’onorevole, il Parlamento scuce. Per tutta la vita. Basta essere stati eletti prima del 2001. Ed ecco cosa viene fuori: ci sono i baby pensionati, quelli cioè che all’anagrafe hanno 50 anni o meno ma ne hanno molti di contribuzione (chi non arriva a venti può sempre riscattare i contributi mancanti ndr). Alfonso Pecoraro Scanio, 49 anni, 5 legislature alle spalle, si porterà a casa 8.836 euro lordi al mese. Interpellato, ha ammesso che «sì, è un privilegio ma lo utilizzerò anche per sostenere il volontariato ambientale».  Antonio Martusciello (Fi), di anni ne ha 46, di cui 14 passati in Parlamento. Potrebbe riscattare i restanti per arrivare a 20 e portarsi a casa per tutta la vita 7.959 euro lordi al mese. Pietro Folena, Prc, di anni di contributi ne ha 25: per lui sono garantiti 8.836 euro al mese. E ancora, tutti sotto i 60 anni di età, avranno il vitalizio di 7.959 euro lordi al mese, tra gli altri, Enrico Boselli (Psi), Oliviero Diliberto (Pdci), Ramon Mantovani (Prc) Maurizio Ronconi (Udc), Enrico Nan (Forza Italia), Fulvia Bandoli (Sd). Un po’ meno (6.203 euro) prenderanno Tana de Zulueta (verdi), Salvatore Buglio (Rnp), Gloria Buffo (Sd). Poi ci sono quelli con la mega liquidazione, che hanno 30 anni di contributi versati e/o riscattabili. Per loro 9.363 euro lordi al mese. Si tratta di Ciriaco De Mita (Rosa bianca), Gerardo Bianco (ex Margherita), Paolo Cirino Pomicino (Dc), Sergio Mattarella (Pd), Vincenzo Visco (Pd), Luciano Violante (Pd) e Valdo Spini (Psi). Il Senato staccherà un assegno di 9.604 euro per Armando Cossutta (Pdci), Egidio Sterpa (Fi), Alfredo Biondi (Fi), Clemente Mastella (Udeur), Willer Bordon (Consumatori) e Edo Ronchi (Pd). Ma non è finita qui. C’è infatti anche una sorta di trattamento di fine rapporto, che il Senato chiama «assegni di solidarietà». Il tfr di Palazzo Madama e Montecitorio è pari all’80% dello stipendio, moltiplicato per gli anni effettivi di mandato. Una bella sberla, quindi, liquidare Armando Cossutta (Pdci) che si porta a casa 345.744 euro, Clemente Mastella (307.328 euro), Alfredo Biondi (278.516 euro), Angelo Sanza (337.068), Luciano Violante (271.527), Sergio Mattarella e Vincenzo Visco (234.075).  Una montagna di denaro, insomma. Il Senato ha già messo da parte 8 milioni di euro per saldare gli onorevoli. Soldi loro, certo. Ma se in vent’anni un deputato sborsa 241.561 euro e l’aspettativa media di vita è di 78,6 anni, un neopensionato di 50 anni incasserà il vitalizio per 28 anni e mezzo. Gravando sulle casse dello Stato per oltre 2 miliardi di euro.  Cesare Salvi (Sd), alfiere della lotta contro i costi della politica, giura: «Mi sono battuto come un leone per modificare queste norme ma ho constatato un deficit culturale della sinistra su questi temi». E in effetti la riforma del 2007 annulla il riscatto dei contributi; il vitalizio si calcolerà sugli anni effettivi di mandato e le aliquote partiranno dal 20% per una legislatura al 60% per 15 anni e oltre.

Pas non è nuovo alla Factory Del Dissenso. L'ultima volta si era occupato di redigere un amaro sfogo sulla situazione "monnezza" a Napoli. (lui campano doc) Giornalista appassionato e di razza, sono felice di aver ricevuto nuovamente un suo spontaneo contributo. (che tra l'altro fa in qualche modo da "par condicio" a quest'altro post sulla viltà del non-voto) Grazie direttò.

sabato, 26 aprile 2008

Il comico del malumore
Categoria:scritto da francesco merlo, factory del dissenso


Ecco una bella sfida per la nuova stagione della politica italiana: riprendersi questa piazza che Beppe Grillo riempie ma non merita, e non solo perché, in piena crisi artistica, non riesce più nemmeno a fare ridere. Il punto è che Grillo, per galleggiare nel malumore, ormai deve spararla sempre più grossa. E infatti, in questa escalation, ieri è diventato un altro di quegli irresponsabili italiani che di tanto in tanto vorrebbero riprendere e continuare il lavoro feroce dei partigiani - "ah se solo avessimo più cuore e più coglioni" - scambiando la tragedia della guerra civile con le gag da Bagaglino: "Siamo noi la nuova Resistenza".

Grillo attacca i giornali perché non scrivono quel che vuole lui e come vuole lui. Come tutti i demagoghi italiani, vorrebbe abbattere la stampa. Crede di essere una somma di Totò e del professor Sartori, uno che prende drammaticamente sul serio la propria scienza politica.

E come tanti altri anche Grillo attacca i giornali perché non scrivono quel che vuole lui e come vuole lui: "Pennivendoli di regime". E sogna un capo dello Stato meno "Morfeo" e dunque più decisionista, purché ovviamente nel consiglio di reggenza di questo virile presidenzialismo ci sia lui, Beppe Grillo.

Grillo non lo sa, ma il giornalismo, che come tutti i demagoghi italiani anch'egli vorrebbe abbattere, serve anche a mostrare la realtà che sta dietro il dito dell'inaudito. E dunque a segnalare che ieri a Torino la piazza era, come sempre in Italia, molto migliore di lui, nel senso che il malumore del suo "pubblico" non è solo l'umore andato a male di Grillo. E non soltanto perché lì, in mezzo a quei cinquantamila, c'è anche tanta gente che vorrebbe ancora divertirsi a vederlo recitare; gente che - dicono al Sud - lo "buffonia", lo prende in giro, gli fa credere d'esser lì per la sua sapienza politologica e invece è lì soltanto perché in piazza San Carlo non si paga il biglietto.

Insomma alcuni - quanti? - dei suoi fans sono "portoghesi" che sperano di ridere gratis partecipando a uno spettacolo di comicità. E nessuno li comprende meglio di noi che, pur di sentire cantare Ventiquattromila baci o Azzurro, siamo disposti a "buffoniare" Celentano. È così anche per Grillo. L'importante è che, tra una stupidaggine e l'altra di filosofia etica, ci faccia ridere e magari anche ghignare con i suoi lazzi, le sue pernacchie, la sua strumentazione di comico.

Abbiamo un rapporto speciale con i comici, noi italiani. Molti di loro ci hanno insegnato trucchi e scorciatoie di grande intelligenza. Abbiamo imparato molte più cose da Totò che non da Gramsci. Totò, con il suo "vota Antonio, vota Antonio", ci diceva per esempio che la campagna elettorale dei suoi tempi somigliava già ad un canovaccio da commedia dell'arte. Ma nient'altro Totò sapeva e voleva e poteva fare. Questo Grillo invece crede di essere una somma di Totò e del professore Sartori, una specie di Sartori totoizzato, uno che prende drammaticamente sul serio la propria scienza politica. E invece tutto può fare Grillo tranne che saltare la propria ombra, che rimane l'ombra di un comico (in crisi).

Nella rabbia dell'Italia giustamente insoddisfatta della politica, Beppe Grillo è dunque la carnevalata. I suoi sberleffi, le sue parolacce, le sue linguacce sono i coriandoli di piazza. E si capisce che "mandare a fare in culo" possa apparire più piccante che partecipare a una celebrazione - rituale per quanto solenne - della Resistenza.

Aggiungiamo adesso, senza alcuna reticenza, che in quella piazza ieri c'erano umori che non solo non si identificano con gli schizzi di bile nera di Grillo, ma sono, in parte, anche umori nostri. In tutti i movimenti - direbbe Alberoni - c'è chi fa cassa. Da Masaniello a Canepa a Bossi a Grillo... c'è sempre qualcuno che diventa l'espressione sgangherata di malumori forti e legittimi. E la buona politica dovrebbe calarsi dentro di essi; per tirare fuori, ad esempio, il buon umore dal malumore dei produttori del Nord che stanno con Bossi perché si sentono ipertassati e non protetti.

Così tra i piazzaioli di Grillo ci sono professionisti, docenti, giovani e giovanissimi che coltivano buoni sentimenti e disagio, e magari in qualche caso sono il meglio della gioventù, quella che non trova espressione nei codici della politica e va dunque a cercare un detonatore o un pantografo che percepisca e ingrandisca il segnale.

Due parole infine sulla lotta di liberazione contro i giornali che sarebbero fascisti, fogli di regime eccetera eccetera: roba per il vaffa. Tutti vedono che i giornali italiani sono un esempio di caotico pluralismo che produce più informazione di quanta si possa raccogliere e metabolizzare. Insomma in Italia c'è una sovrapproduzione di informazione che, in menti sciagurate e mediocri, produce ingorghi alluvionali. I casi sono due: o Grillo non riesce ad infilarsi in questo gorgo oppure, lì dentro, si ingolfa la sua intelligenza.

Vogliamo dire che Grillo scambia per prepotenza d'altri la propria incapacità di capire che la realtà è l'insieme di centinaia di punti di vista. Nulla di nuovo e nulla di grave, anche perché i giornalisti non sono sacri. L'importante è non attaccare il diritto degli altri a ficcare il naso nella realtà. Se dunque non gli piacciono i mille giornali che lo raccontano in mille modi, tutti diversi da come egli vede se stesso, Grillo faccia lui un giornale che gli somigli di più, che sia specchio del suo narcisismo: un giornale che canta, insulta e sputa in aria.

>>> killing Grillo.

giovedì, 24 aprile 2008

Un atto di viltà.
Categoria:scritto da elettore deluso, factory del dissenso


[Riceviamo e, come si dice, volentieri pubblichiamo un ragionamento metà filosofico e metà no circa l'opportunità o meno di astenersi dal voto e dall'astenersi in generale dalle decisioni che contano nella vita politica e sociale. Io lo condivido molto e per questo l'ho voluto pubblicare. Approfitto per ricordare che chiunque avesse una storia da raccontare alla "Factory Del Dissenso" lo può serenamente fare scrivendomi. Non è importante saper scrivere bene: ciò che conta è un punto di vista. ndSte]

Ogni italiano che si cimentasse a verificare di poter essere rappresentato al 50,01% da un altro italiano rimarrebbe deluso almeno al 50,01% scoprendo che non ce n'è in giro di tizi rappresentativi come lui vorrebbe.

E allora, visto che di tizi così in giro non ce n'è, ebbè quell'italiano dovrebbe decidersi in tutta fretta ad invertire le cose e proporsi lui agli altri italiani per informarli subitissimamente che il problema l'è già bello che risolto: è lui (che ne sa senz'altro più di tutti, che è di animo mite ed onesto e perciò non farebbe male ad una mosca, che ha girato il mondo ed ha provato ogni cosa sulla propria pelle, che è altruista e guarda ben oltre la punta del suo naso...), sì è proprio lui che potrà rappresentarli senz'altro tutti almeno al 50,01%. Che gli altri verifichino pure se lui è in grado o meno di rappresentarli al 50,01%. Purtroppo, però, "Ogni italiano che si cimentasse ...". (continuare ritornando qualche rigo più sopra!)
 
Naturalmente non andrebbe diversamente se non un singolo italiano bensì un bel gruppo coeso di italiani volesse fare la stessa verifica circa la rappresentatività almeno al 50,01% di un qualsiasi altro gruppo coeso di italiani nei confronti del primo. Preso atto che non esiste ancora un gruppo coeso che possa garantire una rappresentatività almeno al 50,01% ad un altro gruppo coeso, il bel gruppo coeso di italiani dovrebbe decidersi in tutta fretta ad invertire le cose e proporsi esso stesso agli altri gruppi coesi di italiani per informarli subitissimamente che …
 
Potrei continuare per ore. Ma ho deciso di risparmiarvelo.
Potrei addirittura cambiare la percentuale accettabile di rappresentatività scendendo fino allo 0,00003%, ma non cambierebbe nulla.
 
Il fatto è che le mie opinioni e le mie ragioni sono MIE al 100,00% (altro che il 50,01%). Ho tutto il diritto di averle e perciò sono libero di farci quello che voglio. E lo stesso varrebbe per le vostre, non c'è dubbio.

Sempre? No, non sempre.
Se si trattasse di politica, ad esempio, e avessi la fortuna di vivere in un paese democratico, quelle stesse opinioni e quelle stesse ragioni DOVREI IMPARARE ad ammorbidirle, a renderle sempre meno esclusivamente MIE. Dovrei convincermi che la loro sopravvivenza è necessariamente e indissolubilmente legata alla mia capacità e disponibilità a mescolarle con quelle degli altri, dovrei saper riconoscere che le opinioni e le ragioni inizialmente MIE al 100%, ancor MIE resteranno e vivranno senza vergogna pur diluite e ormai irriconoscibili tra le ragioni e le opinioni legittime dell’universo intero. E' così che va ogni cosa che ha vita in questo mondo. Noi stessi, io che sto scrivendo e voi e tutti gli altri, abbiamo mille e mille padri di cui portiamo dentro i geni biologici che dovrebbero farci diversi e invece ci rendono tutti uguali e fratelli, perché mille padri fa almeno uno fu padre comune per tutti (sigh!).
 
La politica, dunque. 
Se chi si candida politicamente alla guida di un paese non è tenuto a rappresentare "me" (dove per "me" posso, spero, indicare tutta una serie di questioni e valori in cui credo e che dovrei condividere almeno per il 50,000001% con chi dovrei votare), allora io non sono tenuto a votarlo.
 
La politica non funziona così, non andrà mai così.
Nacque alcune migliaia di anni fa su iniziativa di alcuni più bravi (furbi) di altri che si inventarono questo nuovo mestiere della Rappresentanza che avrebbe consentito ai pochi (militanti) di dominare sui molti. Le regole del gioco furono fissate allora e chi vuol giocare oggi, a quelle regole deve attenersi, a meno che - se ne è capace - non riesce ad inventare un nuovo gioco più convincente che riesca a divertire di più e per questo attragga nuove moltitudini adoranti. (il cui compito, però, sarà ancora una volta esclusivamente quello di pagare il biglietto, sedersi e assistere buone buone allo spettacolo).

Il problema, in politica, non è trovare chi possa rappresentare almeno al 50,01% (chiamasi UTOPIA), e nemmeno chi possa rappresentare allo zerovirgolaqualcosa. Il problema, in politica, è riuscire a ragionare, ad ascoltare, a sentire l'obbligatorietà della partecipazione, a pensare se stessi come parte integrante del contesto sociale in cui siamo condannati ad essere.

Cogito ergo sum (scusate, scusate, scusate...) in politica diventa: ho l'obbligo di fare una scelta di appartenenza, per me stesso e ancor più per gli altri, perché scegliere con chi stare - e poi restarci insieme lealmente fino alla prossima volta - è l'unico modo che può consentirmi di farmi riconoscere in quel Tutto Apparentemente Omogeneo eppur composto della maggioranza e delle tante minoranze, senza le quali - per altro - io semplicemente non potrei mai più sentirmi cittadino del mondo.
 
Astenersi, in politica e non solo, credo sia un atto di viltà così come lo è ogni rifiuto al ragionamento ed all'analisi. E' la soluzione banale. E' il rifiuto del rispetto per gli altri. E' immobilismo. E' un comportamento infantile: non gioco con te perché il gioco non l'ho inventato io.

P.

mercoledì, 23 aprile 2008

Gli uomini fanno progetti e Dio se la ride. (*)
Categoria:scritto da johnny durelli, factory del dissenso


In un post del 7 marzo Johnny raccontò alla nostra "Factory del Dissenso" l'incredibile percorso che lo portò a perdere il lavoro. La sua testimonianza sollevò un gigantesco dibattito: questa è la seconda puntata con l'evoluzione (sempre sintomatica) della situazione. Viva l'Italia e grazie amico JD.

Son seduto qui a casa, fatalmente brillo dopo pochi bicchieri del vino prodotto dal DON (alcool mischiato a sudore). I miei coinquilini son presi dallo studio matto e disperato pre-esami e questo li rende sufficientemente sociopatici: in sostanza, sto per vincere il titolo di uomo più solo del condominio.

Se la primavera a Roma mi aveva lasciato intravedere la possibilità di un mondo migliore, la pioggerellina salmastra milanese manda il mio barometro interiore a valori da depressione.
In poche parole, qui si muore a puntate.

E così mi siedo al pc dopo aver messo in circolo altro caffè nel sistema nervoso e cerco di tirar fuori dalle mie circonvoluzioni mentali e dai miei angoli bui qualcosa di nuovo e interessante.

Tanto per iniziare, è evidente come la traiettoria delle mie intenzioni e dei miei progetti e quella del mio destino lavorativo, (da me non deciso), vadano ognuna per i cazzi propri.

Oggi ho rifiutato una proposta di lavoro.
E vi spiego perché.

Si sarebbe trattato dell'ennesimo contratto a termine. L'ottavo, per l'esattezza. E ho rifiutato per parecchie ragioni. Anzitutto, un nuovo contratto a termine mi avrebbe impedito di poter fare progetti di alcun tipo per almeno un altro anno. Vivere e lavorare a termine sarebbero stati la stessa cosa.

Avrei poi percepito uno stipendio più basso, anche se di poco, rispetto all'ultimo impiego. Anche qui, insomma, niente progressi. Inoltre, si sarebbe trattato di un lavoro che ho già fatto per circa due anni: un lavoro che, a dirla tutta, non mi entusiasma granché e soprattutto un lavoro iper-specializzato che mi impedirebbe di crescere sia all'interno, (non è prevista una grossa carriera in un ruolo del genere) sia all'esterno, (con un lavoro così iper-specializzato e che fanno in pochi, o uno di quei pochi muore e ti chiamano a sostituirlo oppure non ti cercherà mai nessuno).

L'obiezione più ovvia che si possa muovere a questa decisione suona più o meno così: "Intanto accetta, poi cerchi altro". Ma non è così. E vi (ri)-spiego perché.

Nel momento in cui accetti l'ennesimo contratto-capestro a tempo determinato, ti rendi automaticamente disponibile ad ingoiare altre tonnellate di merda nella speranza che poi ti assumano a tempo indeterminato; cosa che poi quasi puntualmente non avviene. E allora inizi a guardarti intorno. E a quel punto, e parlo per esperienza, chiunque ti cerchi non fa altro che proporti un altro tipo di collaborazione a tempo: "Se ne hai accettati così tanti finora, potrai accettarne anche questo".

Ciò accade perché la loro tattica è quella del "Non puoi fare altro visto che sei con l'acqua alla gola", meglio nota come regola del "Ti prendo per le palle". In sostanza, accettare la proposta fattami oggi sarebbe stato il mio epitaffio lavorativo.

Mentre oggi mi recavo a questo colloquio, fumavo ininterrottamente e cercavo disperatamente una decisione. Ero uscito di casa pensando di accettare; (sapevo già la struttura dell'offerta per sommi capi). C'era però uno scrupolo a lasciarmi indeciso: uno scrupolo che nasceva dall'esaminare mentalmente tutta la ragnatela degli errori e delle decisioni lavorative sbagliate fatte e prese finora. Uno scrupolo che più camminavo e più diventava sdegno. Sdegno verso me stesso e sdegno verso questa gente per la quale non posso che augurarmi che le loro madri intrattengano piacevoli e continuativi rapporti con dotati turbonegri.

Più lo sdegno vibrava con grinta, più mi fermavo e accendevo l'ennesima sigaretta. E allora la decisione è uscita fuori da sola e mi è sembrata l'unica percorribile. Dovevo finirla con questo schifo che addolora la dignità. Dovevo rompere questa spirale.

E così ho fatto.
Vi confesso che ho tentennato, e parecchio. Quando ti parlano di soldi, tentenni sempre. Sempre. Soprattutto se son comunque di più di quelli che prenderesti facendo il barman o il commesso alla Feltrinelli.

Ora.
Non voglio certo applausi.
E so. So benissimo che me ne pentirò tantissime volte. So benissimo che spesso mi ritroverò imbrigliato in un intrico di rimpianti e recriminazioni. So benissimo che tutto questo nasce anche dal mio istintivo amore per i casini. So benissimo che spesso e volentieri i grossi rischi rendono spericolati e le insicurezze spavaldi, (sto citando qualcuno ma non so chi) ma che poi spericolatezza e spavalderia lasciano il campo alla paura fottuta. So benissimo tutto questo.

Oggi, però, questo scampolo di dignità ha reso meno problematico e complicato il mio fascicolo interiore.

(*): Michael Chabon: "Il sindacato dei poliziotti yiddish".

martedì, 22 aprile 2008

Va benissimo così com'è.
Categoria:scritto da ornella, factory del dissenso


Anna ed io siamo amiche da sempre, siamo coetanee ed è l'unica cosa che abbiamo in comune. Per il resto siamo molto diverse: lei è il bianco io il nero. Lei è credente, praticante (appartiene a C.L.) e devota, io atea. Lei ha 5 figli e un marito che la ama, io una figlia e nessun marito. Lei è casalinga, io lavoratrice. Lei di centro destra, io di estrema sinistra e cosi via. L'elenco sarebbe molto lungo e non voglio tediarvi; dicevamo diverse ma cosi vicine da sempre con reciproco affetto e stima.
 
Qualche mese fa Anna mi chiama, è trafelata, ha la voce che trema:

- Ornella sono di nuovo incinta!
- E' una buona notizia? – le chiedo, non capendo davvero, se per lei lo  sia
– NO. È terribile, non ci voleva, non ce la posso fare ad averne un altro. Il piccolo ha solo 18 mesi gli altri dipendono ancora da me al 100% e Fabrizio (il marito - ndO) lavora sempre, non è mai a casa ed io non ho altri aiuti se non me stessa e poi lo sai, mi devo ancora riprendere dalla depressione post-partum e  il solo pensiero di dover affrontare un'altra gravidanza, mi fa impazzire!
- Cosa conti di fare?
- Non lo so, ma io non voglio questo figlio, non posso... Aiutami Ornella.
- Ma se non desideravi un’altra gravidanza, perché non hai preso un contraccettivo, perché non avete usato delle precauzioni? - Le chiedo senza giudicare (non l'ho mai giudicata), piuttosto cercando di capire.
- Scherzi? Lo sai che a Noi non è consentito...
- Lo hai detto a Fabrizio che sei incinta e che non vuoi il figlio?
- Gli ho detto che sono incinta ma non che non lo voglio. Come faccio a dirglielo? Lo sai come la pensa, come la pensiamo... Sto malissimo, sono confusa. (piange a lungo). Vorrei abortire, Dio mi perdoni, non ce la faccio. Aiutami...

Il giorno dopo ci incontriamo.
Lei ha la faccia tirata, non dorme e non mangia da giorni, i suoi figli sono tutti sistemati: i 3 più grandi a scuola, la quarta all'asilo e il piccolo è li con noi.

Decidiamo di andare al Consultorio per parlare con il Ginecologo e la Psicologa, per affrontare il discorso dall'Interruzione Volontaria di Gravidanza.

La accompagno la settimana successiva: Anna viene visitata dal medico e fa un colloquio con la Psicologa. Alla fine di tutto, nonostante la sua sofferenza psicologica e fisica, prende la decisione di non abortire.

- "Perché non è giusto, perché i figli sono una benedizione di Dio, perché lo amerà come ama gli altri e perché non potrei mai uccidere una creatura umana. E inoltre, ti immagini che scandalo se mio marito venisse a sapere che ho fatto una cosa del genere, se lo sapesse la Comunità! (quelli di C.L.) Mi caccerebbero! Non posso farlo!".

Spiego ad Anna che in caso di I.V.G. la sua privacy sarebbe tutelata e che se volesse non far sapere a nessuno le sue intenzioni,  potrebbe farlo senza problemi, perché ne ha tutto il diritto e perché la legge glielo consente. Mi risponde che ormai ha deciso: terrà il bambino e confiderà nell'aiuto del Signore per superare questo momento di difficoltà e di sbandamento personale. Mi ringrazia per la mia disponibilità e per l'amicizia che da sempre le dimostro e ci salutiamo con la promessa di chiamarci presto.

Non ci sentiamo per un po'.
E' passato meno di un mese, quando ricevo la telefonata di Fabrizio. Io sono al lavoro.

- Ornella, Anna è stata ricoverata d'urgenza in Ospedale: ha avuto un'emorragia e da ieri sera ha la febbre altissima, credo che stia perdendo il bambino!

Mi precipito in Ostetricia, Anna sta malissimo, Fabrizio mi chiede di parlare al medico prima che la portino in Camera Operatoria, per capire cosa sia successo: lui è troppo agitato per farlo e ha una paura folle che il bambino non si possa salvare.

Prima di parlare con il medico vado da Anna che, come mi vede, scoppia in lacrime e mi racconta cosa è successo.

Anna è stata da una "mammana" (così vengono chiamate quelle che fanno abortire in casa le donne) sperando di poter simulare un aborto spontaneo. La donna le aveva assicurato che non ci sarebbero stati problemi e che così non avrebbe fatto sapere a nessuno che voleva abortire: bastava introdurre un piccolo ferro  (sterile! per carità!) nell'utero, raschiare un po', e in men che non si dica sarebbe comparsa l'emorragia (niente di copioso! per carità!). In questo modo sarebbe andata in ospedale e tutti avrebbero pensato ad un aborto spontaneo, un piccolo intervento di pulizia e tutto si sarebbe sistemato...

Fabrizio non ne sapeva niente.
La diagnosi all'ingresso era: "Metrorragia massiva di n.d.d. (natura da determinare) con sospetta setticemia secondaria".
Anna ha rischiato la morte.

Sono passati più di due mesi, adesso Anna si è ripresa (fisicamente). Il suo cuore e la sua anima sono a pezzi, sta andando da una Psicologa e prende un antidepressivo. Fabrizio l'ha PERDONATA (?!)

Io le sono vicina, come posso, con l'amicizia di sempre.

Ma sono arrabbiata, anzi furiosa (non con lei, naturalmente), contro CHI o CHE COSA ci impedisce di poter pensare con la nostra testa e che ci impedisce di scegliere quale sia la cosa giusta da fare senza sentirci dei MOSTRI o delle ASSASSINE. Sono furiosa perché, ancora oggi, ci sono delle BESTIE (senza offesa per il mondo animale) che praticano gli ABORTI CLANDESTINI, senza essere PUNITE, a donne ignoranti, o condizionate da Credi e Regole assurde, o spaventate, o incapaci di decidere.

Donne che potrebbero essere aiutate, gratuitamente, a scegliere cosa fare, tenendo conto delle motivazioni che le spingono a fare quella scelta, anzi, INDIPENDENTEMENTE da quelle. Sono arrabbiata perché ancora oggi, nonostante si faccia un gran parlare di prevenzione, tante donne, più o meno giovani, più o meno sposate o fidanzate, non usano i contraccettivi, perché non si può, perché non si fa, perché non si deve, perché fanno male.

INFORMATEVI, NON COSTA NIENTE.
Di mezzi a disposizione ce ne sono tantissimi se non si vuole restare incinte, persino quelli approvati dalla Chiesa (vedi il computerino Persona che attraverso le urine ti dice esattamente quali sono i giorni a rischio, quando stai ovulando, e quali i giorni sicuri)

Sono furiosa perché l'Obiezione di Coscienza non deve essere permessa all'interno degli Ospedali Pubblici: più nessuna donna deve essere costretta a vagare per giorni cercando la PILLOLA DEL GIORNO DOPO.

Ma soprattutto sono incazzata perché ancora oggi, qualche signore che non ha niente di più importante da fare, sostiene che la legge 194 va cambiata e/o modificata in alcuni suoi punti.

NO! la legge 194 va benissimo così com’è, è una legge giusta e  democratica, voluta dalle donne e dagli uomini di questo Paese.

Sappiate Signori, che finché io e le donne che la pensano come me avremo vita vi impediremo di mettere le mani sull'unica legge che è dalla nostra parte.

[questo è il secondo post di Ornella, infermiera e coordinatrice dell'Assistenza Domiciliare di Cure Palliative. La volta scorsa s'era parlato di eutanasia e di morte assistita. Di nuovo, la ringrazio di cuore. - nd Ste]

venerdì, 18 aprile 2008

Beppe Grillo, la nuova Casta e i Guru. (apri gli occhi, smettila di adorare e liberati dal male)
Categoria:scritto da paolo barnard, factory del dissenso


Da ripetere come una Messa.
Riflessioni del giornalista e co-fondatore di Report Paolo Barnard su Beppe Grillo, il Grillismo e i nuovi Guru, giacché se n'era parlato focosamente tra i commenti di questo post del 14 aprile. Io lo sto mandando a memoria. (Leggetelo e, secondo me, diffondetelo tra amici e figlioli. I grassetti e i corsivi sono miei.
Il pezzo integrale è consultabile qui. - ndSte)

Sapete perché la situazione è disperata? Non perché abbiamo a che fare con la meschinità, corruttela, avidità, vippismo, disonestà del Sistema, ma perché il Movimento che voleva quell'Altro Mondo Possibile è anch'esso miserabilmente meschino, corrotto, avido, Vip, disonesto, e cioè qualitativamente identico al Sistema che vorrebbe contrastare.

[...]

Ma non vedete da voi cosa non va?

[...]

Non leggete i blog di Grillo? Basta leggerli, leggete cosa disse della Fallaci, e cosa scrisse dei requisiti per accettare da noi gli immigrati, roba che neppure Le Pen ha detto. Non vi state accorgendo che Grillo sta riportando l'Inquisizione in Italia? Laica, ma sempre inquisizione è, urlata nelle piazze e nei palazzetti dello sport, nei siti. Cosa facciamo a urli, sparate di certezze assolute e bava alla bocca? E' questo che spaventa il Potere?

[...]

Non c'è bisogno di essere degli insider per vedere queste cose, sono alla luce del sole. Aprite gli occhi!

Sta accadendo che noi, la Società Civile Organizzata di questo Paese, ci stiamo facendo annullare dai metodi e dalle strutture di rapporto di alcune personalità divenute nostri leader, e dal fumo negli occhi che costoro sono riusciti a soffiarci. Siamo ridotti oggi a poca cosa, ci stiamo auto consegnando all'irrilevanza, nonostante l'apparenza sulla superficie sembri dimostrare l'esatto contrario.

[...]

E' accaduto che noi, gli antagonisti, abbiamo riprodotto al nostro interno le medesime strutture del Sistema che volevamo contrastare.

[...]

I nostri Personaggi e gli eventi che essi gestiscono (i Grillo, Travaglio, Guzzanti, Strada, Zanotelli, Ciotti, Moretti ecc., con le loro marce, manifestazioni, spettacoli di piazza, film ecc.) producono singolarmente cose (talvolta) egregie, ma collettivamente fomentano quella struttura compiendo un danno devastante, e che pochi ancora comprendono nella sua ampiezza e implicazioni. Quale danno? Essi di fatto svuotano l'Io dei loro seguaci impedendogli di divenire singole entità autonome e potenti, rendendoli (rendendoci) un esercito di anime incapaci, dunque minando la Società Civile Organizzata e la speranza che essa rappresenta. Ecco come:

1) I Personaggi, ponendosi come tali, inevitabilmente ci trasmettono la sensazione di sapere sempre più di noi, di poter fare più di noi, di contare più di noi, di aver sempre più carisma di noi, più coraggio, più visibilità. E più sapere, capacità, importanza, carisma, coraggio e visibilità noi gli attribuiamo meno ne attribuiamo a noi stessi. Il paragone inevitabile fra la nostra (generalmente fragile) autostima e l'immagine di 'grandezza' dei Personaggi, fra il nostro limitato potere e quello invece di chi è famoso, è ciò che finisce per annullarci. Tantissimi di noi infatti pensano "ma da solo cosa posso mai fare? cosa conto? chi mi ascolta?", e in sol colpo ci auto annulliamo. Smettiamo così di pensare e di agire autonomamente e corriamo ad affidarci ai suddetti Personaggi, che prontamente ci forniscono un pensare e un agire preconfezionati, che noi fotocopiamo in un'adesione adorante e acritica.

Riguardatevi la folla del V-day di Bologna e ragionate solamente su tutte quelle mani alzate e sulle ovazioni. Cosa trasmettevano se non una colossale attribuzione di potere a coloro che cavalcavano quel palco?

Abbiamo così ricreato una verticalità e nuove Caste. E' tutto lì, la cosa peggiore è proprio questa. La loro imponenza, cultura, e visibilità rimpiccioliscono noi, che deleghiamo loro praticamente tutto.

E infatti in assenza dei personaggi, delle loro analisi e delle loro iniziative, la maggioranza di noi diviene inerte, anzi, scompare. Ecco perché le migliaia di noi che si riversano nelle piazze ogni anno sembrano regolarmente sparire nel nulla all'indomani. Ecco perché questa Società Civile non cambierà alcunché.

Beppe Grillo, come tutti i trascinatori, fa crescere (o piuttosto fanatizza?) alcuni suoi attivi seguaci ma contemporaneamente svuota centinaia di migliaia, ed ecco il fumo che egli ci getta negli occhi quando ci convince invece che tanto sta accadendo.

E non fatevi ingannare dal fatto che i nostri Personaggi denunciano cose spesso sacrosante, o che alcune loro iniziative sono anche benefiche. Questo vi oscura una visione più obiettiva, poiché siete assetati di qualcosa che finalmente spezzi il Sistema e vi gettate con entusiasmo sulla prima offerta disponibile che 'suoni' come giusta.

[...]

2) Tutti i sopraccitati Personaggi, dai comici ai preti ai giornalisti, hanno dato l'avvio in Italia a una forsennata industria della denuncia e dell'indignazione, ovvero la febbre della denuncia dei misfatti politici a mezzo stampa o editoria, con tanto di pubblici inquisitori che ne sfornano a ritmo incessante, nella incomprensibile convinzione che aggiungere la cinquecentesima denuncia alla quattrocentonovantanove in un martellamento ossessivo serva a cambiare l'Italia. Eppure, che la politica italiana fosse laida, ladra e corrotta, milioni di italiani lo sapevano benissimo già prima che molti di questi industriali dell'indignazione nascessero, e assai poco è cambiato. Allora, a che serve procedere compulsivamente ad aggiungere denuncia e denuncia e indignazione a indignazione? In realtà questo modo di agire serve a giustificare (oltre agli incassi degli autori) l'auto assoluzione di masse enormi di italiani, noi italiani come sempre entusiasti di incolpare qualcun altro, e mai noi stessi e la nostra becera inerzia, per ciò che accade. E badate bene che è proprio questa auto assoluzione scodellataci dai nostri Personaggi che ci annulla ulteriormente, poiché ci impedisce di imbatterci nell'unica verità in grado di farci agire, e cioè che alla fine della strada la responsabilità ultima per tutto quello che accade di sporco e corrotto in questo Paese è nostra.

La vera Casta in Italia sono i milioni di bravi cittadini che evadono più di 270 miliardi di euro all'anno, quelli che fanno politica una volta ogni cinque anni, quelli che ogni cinque anni consegnano masse di potere a pochi rappresentanti e poi si occupano solo dei fatti propri. [...] Ma anche quelli che, e parlo ora delle adoranti folle del V-day, si sentono 'belle anime' in lotta per Un Mondo Migliore perché si riversano nelle piazze ad applaudire l'istrione egomaniacale di turno, ma che chissà perché non compaiono mai nei luoghi del grigio vivere quotidiano a fare il lavoro noioso, paziente, un po' opaco dell'impegno civico, del controllo sui poteri, della partecipazione continua, del reclamo incessante di standard morali e democratici, e della creazione di consenso fra la vera Casta.

E invece a braccetto con l'industria della denuncia e dell'indignazione ci auto assolviamo e ci ri-annulliamo.

Si doveva fare altro.

[...]

Non dovevamo permettere la nascita di Star alternative perennemente citate, adorate, ospitate in tv, inseguite nelle piazze fin al delirio da stadio, e detentori del 'cosa si deve fare', se non addirittura dell'organizzazione nostro futuro. Semmai esse dovevano invece fungere da semplici individui che si mettevano a nostra disposizione unicamente come fonti. Semplici fonti, da consultare con sana distanza, da usare come si usa Google, ovvero pagine fra le tante di una enciclopedia che può esserci utile ma il cui ruolo doveva rimanere più modesto. A scintillare non dovevano essere i Grillo e i Travaglio, doveva essere ogni singola persona comune, per sé, in sé. Tutto ciò, in un rapporto sempre e solo orizzontale.

[...]

Il V-day e i suoi Vip hanno offerto uno spettacolo indecente quando incitavano la cittadinanza a fare politica dopo averla per anni annullata fino all'intontimento. Ed eccolo l'intontimento risultante: sentiamo e accettiamo da costoro cose che solo pochi anni fa ci avrebbero fatto trasecolare e indignare, come le proposte di omologazione culturale degli immigrati che neppure Le Pen ha mai fatto:

- l'esaltazione del criminale di guerra Tony Blair come leader illuminato (sic) e della Fallaci come "unica vera giornalista italiana";
- la schedatura del DNA;
- l'assoluzione delle condotte disumane e dei crimini internazionali d'Israele perché "sappiamo di cosa sono capaci gli arabi";
- l'inammissibile retorica sull'esistenza di un presunto 'regime' in Italia, che offende la memoria dei milioni che sono morti sotto le vere torture nelle vere carceri dei veri regimi, e che espone la frode di certi nostri attuali 'oppositori del regime' perennemente in prima serata Tv, o nei salotti letterari, o nelle piazze o sui maggiori quotidiani nazionali, quando non mi risulta che Steve Biko o Santiago Consalvi o ancor prima Gramsci o i fratelli Rosselli si siano mai opposti in quel modo ai rispettivi regimi; 

[...]

- cadute di stile terribili, come l'augurio di morte al politico urlato dal palco e accolto dall'applauso scrosciante (sic) del pubblico dei 'giusti e nuovi cittadini';
- tirate isteriche all'insegna del miglior imperialismo culturale in pieno stile Bush/Huntington spacciate per difesa dei diritti umani e della legalità in Afghanistan;

[...]

- gli insulti a raffica come strumento dialettico del nuovo Guru, in totale sintonia con le dialettiche 'celoduriste';
- il pressappochismo delle denunce, le sparate nel mucchio, l'urlo come garante di affidabilità di un'affermazione, che ha rimpiazzato del tutto l'analisi critica con cui dovremmo sezionare ciascuna affermazione prima di promuoverla a verità.

E noi in deliquio per questa roba, la chiamiamo rivoluzione, democrazia, giustizia.

Ma proprio più nessuno si sta rendendo conto che il V-day è stato lo scioccante apogeo di questa disastrosa deriva? O che Beppe Grillo è andato fuori di testa, detto come va detto, che si sente e si pone come l'Unto del Signore che salverà l'Italia (vi ricorda qualcuno?). Quell'uomo dilaga e straripa e mescola e pasticcia e spara e si contraddice e impera e fa e disfa, e persino delira di un futuro a sua immagine per tutti, e ce lo sta imponendo a urli e insulti.

[...]

Dobbiamo fermarci, fermare tutta la nostra macchina di oppositori civici, Movimenti inclusi, e guardarci dentro. Forse non siamo tanto migliori o differenti dal Sistema che vorremmo contrastare, dalle persone che tanto detestiamo. Forse abbiamo replicato il loro sciagurato modello di rapporti, e per alcuni dei nostri leader alternativi vale la considerazione di Brecht che "Il nemico talvolta marcia alla vostra testa".

[...]

E' ora di piantarla con questa febbre autoassolutoria nutrita dall'industria della denuncia per nutrire le sue Star e che paralizza noi. Lo sappiamo già alla nausea cosa non va, basta. E' ora di farsi carico, e prima di tutto:

- farsi carico dei propri talenti, non importo se molti o pochi, con pari dignità rispetto a chiunque altro;
- farsi carico delle proprie responsabilità, senza scaricare le colpe solo sui potenti;
- e poi accettare ciascuno di noi di pagare ogni prezzo lungo la strada per un mondo migliore;
- e infine creare consenso fra la gente sui valori comuni e su quei prezzi da pagare;
- divenire in altre parole cittadini adulti che, senza guru e senza vip, sappiano partecipare in orizzontale.

© Paolo Barnard

giovedì, 03 aprile 2008

Professionisti del sociale.
Categoria:scritto da andrea, factory del dissenso


Lavoro da 14 anni in una Comunità per il recupero dei tossicodipendenti.

Da quando ho finito il "mio programma", mi è stata data la possibilità di entrare a far parte di una delle equipe che fino a poco tempo prima era stata "l'altra parte della barricata", e che con professionalità ed amore mi aveva aiutato a togliermi la "manca" da eroina,  ritrovando quella serenità persa da anni. O mai avuta.

Non che il passaggio "utente - operatore" sia stato immediato.
Giustamente, per un periodo di tempo, ho lavorato in una di quelle cooperative di facchinaggio che esistevano all'epoca [!!?]. Poi, grazie ai miei coglioni e alla scuola serale, sono diventato educatore professionale, e a dirla, 'sta parola, mi pare di riempirmi la bocca. Educatore professionale. Sentitela come suona! Va bene, passiamo oltre. In 14 anni c'ho messo l'anima, il corpo e la salute.

Sono sempre stato epilettico.
Una forma tosta di epilessia che, sicuro, in strada non ho fatto che peggiorare.

Colpa mia: me ne sono sempre assunto tutte le responsabilità, come per il resto. Un'epilessia, dicevo, che in gergo viene chiamata farmaco resistente. Significa che la malattia riesce a resistere alla forza snervante dei farmaci. O in altri termini, significa che la scienza e il mercato continuano a lanciare prodottini meravigliosi di cui questa mia "amichetta" sistematicamente se ne fotte. Come fare, mi chiederete?

I medici provano, sperimentano, usano il mio corpo come cavia per tutta una serie di verifiche farmacologiche. (il più delle volte proposte loro dai rappresentanti delle ditte farmacologiche) Le cose vanno anche bene, tanto che le crisi, negli anni, da 3-4 alla settimana diventano una, massimo due al mese. Fino a sparire per lunghi periodi, per poi fare capolino di tanto in tanto, come a dire "Guarda che ci sono. Sono ancora qua!".

    "E non lamentarti. Aspettale e affrontale come per fotterle."

Al lavoro tutti sanno.
Sopraggiunge la crisi, di cui non sono mai riuscito ad avvertire l'arrivo, cado a picco, mi si sistema disteso da una parte e non si fa che aspettare i cinque, sei minuti di convulsioni e i successivi 20 di perdita dei sensi. Collasso. Saluto alla vita. Morte apparente. Ma anche qui siamo fuori discorso. Parliamo di lavoro.

Aiutiamo i tossicodipendenti ad uscire da questa cazzo di storia.
Aiutiamo l'altro che in fondo l'altro siamo noi. Ma facciamo due conti che altrimenti ci perdiamo. Un tossicodipendente per entrare in comunità, passa per il Ser.t (servizio per le tossicodipendenze) e cioè le a.s.l. e quindi lo Stato, il quale dopo alcuni colloqui, e saggiata la volontà, inserisce il ragazzo in una qualche comunità del sociale privato.

Ancora un attimo di attenzione, perché questo è un discorso importante.
Inserire un ragazzo in comunità del sociale privato significa spendere a persona da parte dei Ser.t (e quindi dello stato), circa 50 euro al giorno. Dentro ci stanno vitto, alloggio, attività, interventi di qualche psicologo, educatori. Fate conto del problema dilaniante della droga, e vi ritroverete ad avere in mano un business. Volete un dato? L'azienda per cui lavoro, perché di azienda si tratta, è tra le più "grasse" del nord Italia e nel 2006 ha avuto un fatturato di 8 milioni di euro. Chiaro? 8 milioni di euro fatturati in un anno.

Ed è da questi 8 milioni di euro che parte la mia storia.
Se le regioni e quindi le a.s.l. non hanno soldi per far entrare i ragazzi in comunità, perché lo stato per problemi economici e questioni politiche taglia il "grosso" delle spese sociali, uno che ti fa delle crisi epilettiche, più che un dipendente diventa un peso. Una zavorra da eliminare, perché i costi vanno contenuti. Portati all'osso.

Nel frattempo le mie crisi iniziano nuovamente a battere duro.
Erano anni che non si manifestavano in questo modo. Due alla settimana. A volte tre. Molteplici e sconosciute le cause di una malattia per altro ancora così poco conosciuta. Ma l'azienda deve risparmiare, tagliare costi inutili, ed io inizio a diventare un peso.

Un dopo crisi è disarmante e faticoso. Non riesco a lavorare e devo per forza prendermi un paio di giorni di malattia. L'azienda inizia a storcere sempre più il naso. Vengo ricoverato in ospedale 14 giorni, mi viene sospesa la patente per 2 anni. (la patente viene sospesa automaticamente per 2 anni quando passi per 3 volte dal pronto soccorso con diagnosi di crisi epilettica) Nonostante ciò continuo a lavorare col massimo impegno, ma su tutto continuo ad avere la mia famiglia.

I miei figli non possono certo permettersi che papà loro non riesca a portare a casa il grano per mangiare, per farli andare a scuola, per dargli la possibilità di comprarsi qualche cazzo di sfizio. Chessò, un gioco della Play. Nonostante tutto la vita va avanti. Le spese ci sono.

Fino a quando mi chiamano in azienda per comunicarmi che dovrei almeno mettermi in malattia per tutti i 6 mesi a disposizione, che - dicono - "per lo meno paga l'INPS" (???). O licenziarmi, perché, detto schietto, sono di troppo. Che qui lo Stato paga sempre meno e se non produci ti tagliano dalla loro "agenda".

Il nostro è più che altro un lavoro emotivo, ed è ovvio che stare in mezzo ai ragazzi e caricarmi del peso delle loro storie - vista la malattia che m'è tornata indietro dura - non mi fa bene, per cui chiedo di essere inserito in un ufficio. Dalla mia ho un certificato medico e il fatto che so smanettare col Mac quanto col Pc. Che un buco per grazia ricevuta potrebbero anche trovarmelo, visti gli anni di lavoro prestati col massimo del sudore. Ma niente. Rifiuto di firmare un foglio su cui c'era scritto che nel giro di 2 mesi avrei tolto il disturbo. Viene anche usato un organo di stampa molto letto da queste parti per lamentare il fatto che uno che è stato tossicodipendente non può essere considerato professionista serio. E qui siamo al delirio: dirigenti di una Comunità per il recupero dei tossicodipendenti che, in un'intervista al giornale locale più letto, dicono candidamente che un ex tossicodipendente non potrà mai essere considerato professionista. Pazzesco.

Nel frattempo vengo inserito in una "sede" a fare niente, minacciato in continuazione di essere mandato a lavorare in una "filiale" a 60 km e 3 pullman (120 km e 6 pullman col ritorno) da casa mia.

Dimenticavo lo slogan che da sempre contraddistingue l'azienda: "professionisti del sociale".

Oggi sono in paternità facoltativa, in attesa di mandarli a cagare.
Fisicamente.
(continua l'adesione alla Factory del Dissenso da parte di lettori, commentatori, gente comune. Spero che la pazzesca storia di Andrea vi abbia interessati a dovere, come meriterebbe. Fanno specie testimonianze di questo genere in particolare in tempi di elezioni, in cui, faccioni e bellimbusti si propongono di rinnovare il Paese, dimostrando ogni giorno di più di aver capito poco delle reali emergenze. Personalmente ringrazio di cuore Andrea per aver avuto la forza e la dignità di renderci partecipe della sua storia personale. Il link al suo blog ce l'avete, qualora voleste seguirlo. Altrimenti ci si continuerà a leggere qui: non basta pensarlo, bisogna dirlo. - nd [Ste])

martedì, 01 aprile 2008

Buona morte.
Categoria:scritto da ornella, factory del dissenso


 
(I fatti qui riportati sono reali, ho solo cambiato i nomi delle persone per rispetto della loro Vita Privata e della loro sofferenza)
 
Sergio ha 56 anni, è sposato con Alessandra da 25, hanno una figlia, Claudia, che studia Psicologia a Padova. Sergio fa il commercialista, ha uno studio avviato in città, è uomo colto, aperto e gentilissimo nei modi.
 
 

Due anni fa gli hanno diagnosticato un cancro all'esofago, ha fatto chemio e radioterapia ma la malattia è progredita, tanto che la massa tumorale ha completamente ostruito l'esofago ed è stata posizionata una PEG (un sondino che attraverso l'addome, dall'esterno,  entra direttamente nello stomaco) per permettergli di "mangiare".

Tre mesi fa le metastasi del midollo spinale lo hanno reso paraplegico e da allora si sposta con una sedia a rotelle, ha perso l'uso degli sfinteri ed ha un catetere vescicolare. E' molto magro, ha perso circa 20 chili e la posizione obbligata ha causato il formarsi di una piaga da decubito a livello sacrale.

Conosco Sergio proprio tre mesi fa, quando viene segnalato al mio Servizio dal suo medico curante.

Io sono la coordinatrice dell'Assistenza Domiciliare di Cure Palliative della mia città. Vado a casa sua per una prima valutazione del malato, mi presento, lui sa già chi sono, conosce il nostro Servizio ed è consapevole che la sua vita sta volgendo al termine.

E' molto sofferente, la piaga gli procura un dolore micidiale: la sensibilità al dolore, quella, non l'ha persa (purtroppo), ma la sua sofferenza non è soltanto fisica. Respira molto faticosamente a causa delle metastasi polmonari:

- Come si sente questa mattina Sergio?
- Malissimo: ho fame d'aria, è come essere costretti a respirare attraverso una cannuccia, non ce la fai, non è abbastanza quell'aria lì
- Possiamo aumentare il dosaggio della morfina, l'aiuterebbe a sentire meno quella sensazione di fame d'aria.
- Si, ma fino a quando? Non ce la faccio, non posso continuare a vivere cosi. Non cammino più, non posso più sentire il sapore  del cibo, per nutrirmi devono infilarmi quelle zappette attraverso un tubo, anche per urinare ho bisogno di un tubo ed il mio "didietro" è rotto da una piaga e tutti giorni devo subire l'umiliazione di farmi medicare da una vostra infermiera, che è bravissima, per carità, ma io non riesco più a sopportarlo. Ieri sera mi sono guardato allo specchio, erano molti giorni che non lo facevo, e quell'uomo riflesso non ero io. (piange) Scusami.
- Non deve scusarsi. (gli prendo la mano) Pianga pure se vuole, con me può farlo.
- Ho bisogno di chiederti una cosa, è molto difficile per me... (lungo silenzio) Aiutami a morire, non posso e non voglio più vivere così.
- Non posso farlo...
- Ma se potessi, lo faresti per me?
- ... Sì.
- E cosa puoi fare per aiutarmi?
- Posso tenerti sedato, cioè addormentato profondamente, in modo che tu non senta più tutta questa sofferenza, fino a che... [sono passata al tu, la situazione lo richiede, non si può parlare della morte ad una persona se non "intimamente": lui mi guarda con gratitudine]
- ... Fino a che non morirò?
- Sì.
- Fammi salutare le mie donne e poi facciamolo.

Le sue donne erano li, ci sono sempre state e lo guardavano con tutto l'amore possibile. Quattro giorni dopo Sergio è morto. Con dignità, mi ha detto Alessandra, grazie a voi... Ma io non posso fare a meno di chiedermi: ha vissuto dignitosamente gli ultimi mesi della sua vita?

O meglio, può essere definita dignitosa la vita di una persona che si trova costretta a subire una medicalizzazione così "feroce" negli ultimi mesi della sua vita?

Sono domande che mi pongo ogni volta che prendo in cura una persona ed ogni volta che questa muore: mi impegno sempre per fare una buona assistenza, è il mio lavoro, (e non per "missione": ci vogliono anni di formazione per occuparsi di Cure Palliative) eppure mi rimane il dubbio di non esserci sempre riuscita. La maggior parte dei miei malati non sa di avere una malattia in fase terminale, e sì lo so che sembra incredibile, oggi esiste Internet, le persone sono informate, più colte, tuttavia non è così: di fronte alla malattia terminale c'è LA NEGAZIONE, da parte dei malati (non sempre), da parte dei familiari (quasi sempre: "Mi raccomando non dica che è quella delle cure palliative: lui non sa niente!") e da parte dei tanti medici oncologi (e mi prendo la responsabilità di ciò che affermo) che ancora oggi, si prestano a mentire o a dire non tutta la verità, magari su richiesta dei familiari stessi, per il bene del paziente.

Ma chi lo decide questo bene? Il medico? Il marito? La moglie? I figli? IO? O il malato stesso? Che se bene informato potrebbe anche decidere di non farsi curare, di non farsi posizionare drenaggi e cateteri, di non farsi trattare come un malato, ("poverino ha il cancro", anzi no: ha un brutto male, perché anche la parola cancro è negata) di andarsene a morire ai Caraibi, oppure di spararsi un colpo!

Si chiama PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE del malato ed è, a mio avviso, sacrosanto.

Quindi sempre più spesso mi chiedo: come si può sperare che nel nostro Paese, da un punto di vista politico e legislativo (nelle Società Scientifiche legate al tema lo si fa già da anni), si possa aprire un dibattito serio e costruttivo legato a temi come l’eutanasia, il suicidio assistito, direttive anticipate, accanimento terapeutico, se non si riesce ancora a far rispettare la volontà del malato stesso?

Lo scopo delle Cure Palliative è quello di  prendersi cura di un Malato Terminale e della sua famiglia ed accompagnarlo alla morte cercando di migliorarne, per quanto possibile, la propria qualità di vita. Questo in Italia già si fa, anche grazie all'aiuto di Associazioni di Volontariato che da anni sostengono le attività di questo tipo.

Per quanto riguarda i temi in questione, il vuoto legislativo è totale e temo che lo sarà ancora per molto.

Eutanasia.
Suicidio Assistito.
Buona morte.
Accanimento terapeutico.

Credenti o non credenti che siate, come la pensate?
E' davvero più importante proteggere la vita a tutti i costi o avere la possibilità di scegliere? E si può parlare di Qualità di Vita ad un morente?
Esiste una Buona Morte?
E' con un po' di orgoglio, ma anche con il solito reiterato maschilismo, che accolgo nella nostra "factory del dissenso" il contributo della PRIMA (e ultima?) donna che abbia mai solcato queste pagine. Ornella è lettrice e commentatrice di questo blog da parecchio tempo e il suo mestiere di infermiera l'ha da sempre contraddistinta nelle accese discussioni che sono nate qui dentro su temi particolarmente delicati. E' per questo che le ho chiesto di provare a partecipare in tal senso, proponendoci di tanto in tanto qualche sua riflessione ed esperienza "dal campo". Molti di quegli aspetti che per noi sono soltanto "fatti di cronaca", per lei rappresentano la vita di tutti i giorni. (nd[Ste])

martedì, 18 marzo 2008

Auschwitz.
Categoria:genova 2001, scritto da giuseppe davanzo, factory del dissenso


C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "co