martedì, 18 marzo 2008

Auschwitz.
Categoria:genova 2001, scritto da giuseppe davanzo, factory del dissenso


C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

[questo post, questo video - che proponiamo a OGNI post sull'argomento - questo lavoro di D'Avanzo, è dedicato, come al solito, a Carlo, Federico, Gabriele e a tutti gli altri ragazzi morti ammazzati per mano dello Stato Italiano e tuttora senza giustizia)

giovedì, 05 luglio 2007

Il Ministero dell'Interno paga ancora
Categoria:genova 2001, scritto da stefano havana


Sarà risarcita con 24.300 euro per danni biologici ed esistenziali Rita Sieni, di 44 anni, abitante a Pinerolo (Torino), che durante il G8 del 2001 a Genova venne gravemente ferita nel corso di ripetuti pestaggi da parte dei poliziotti. La donna riportò la frattura di una mandibola, trauma cranico e lesioni varie in tutto il corpo.

Lo ha deciso nei giorni scorsi, come pubblicano oggi alcuni quotidiani genovesi, il giudice civile Angela Latella. A farsi carico del risarcimento, maggiorato della rivalutazione secondo gli indici Istat, sarà il ministero dell' Interno. L'episodio in cui la donna subì la violenza dei poliziotti si verificò il 21 luglio del 2001 davanti a Punta Vagno, in corso Italia, quando alcuni agenti si misero all'inseguimento di un gruppo pacifico il "Coordinamento pinerolese contro il G8", di cui anche lei faceva parte, cominciando a picchiare tutti i manifestanti indistintamente e a lanciare lacrimogeni. Secondo il racconto di alcuni testi, Rita Sieni, come altre persone, per fuggire dal fumo e dalla furia degli agenti, che cercavano i black bloc tra la folla, cominciarono a scappare, prese dal panico. La donna venne però raggiunta dai poliziotti, e picchiata a manganellate. Le venne anche spruzzato in faccia un liquido urticante che la rese cieca per alcuni minuti.

>>> Il Ministero dell'Interno condannato a risarcire Marina Spaccini

mercoledì, 20 giugno 2007

Sta crollando il vostro lurido castello di menzogne
Categoria:genova 2001, scritto da andy capp


ultim'ora 23.01: G8 di Genova, De Gennaro indagato
Il capo della Polizia, Gianni De Gennaro, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Genova nell'ambito dell'inchiesta sul G8. A quanto si è appreso da fonti ufficiose ma autorevoli, l'iscrizione, alcuni giorni fa, sarebbe stata fatta per l'ipotesi di reato di istigazione alla falsa testimonianza.

Noi chiediamo: una commissione parlamentare d'inchiesta subito, così come è scritto nel programma dell'Unione. Verità sulla Diaz, verità su Bolzaneto. Rispetto per Carlo Giuliani e la sua famiglia.

venerdì, 15 giugno 2007

Il macellaio non sono io
Categoria:genova 2001, scritto da andy capp


Nota bene: i commenti ai recenti post sul G8 sono e resteranno chiusi per rispetto della memoria di Carlo Giuliani e della sua famiglia e per rispetto anche di questo blog che certe volte si vergogna dei suoi lettori.

canteriniE' di ieri la notizia che il G8 del 2009 si farà alla Maddalena, in Sardegna. Subito è arrivato l'attacco strumentale di Forza Italia: "Vogliono tenere lontani gli estremisti". Ma viste le recenti confessioni sarebbe lecito chiedere se per estremisti si intendono quelli che a Genova hanno fatto irruzione nella scuola Diaz. Oppure, sarebbe ancor più lecito, chiedere se per estremisti si intendono quelli in jeans e polo gialla che prendono a calci in faccia un 18enne tenuto fermo da tre agenti. Vi ricordate questa scena? Nella foto di fianco si intravede. (cliccateci sopra per l'immagine ingrandita e altre considerevoli notizie da leggere e diffondere) Questo simpatico signore è Alessandro Perugini, uno dei due funzionari promossi dopo la battaglia di Genova. L'altro, senza vergogna, oggi parla sui giornali. Fournier diceva ieri di aver visto poliziotti picchiare persone inermi, oggi il questore Vincenzo Canterini afferma di non averli visti, poi aggiunge "In fondo diciamo la stessa cosa".

G8, il gentile vicecapo della Digos nell

Ma non è tanto questa la dichiarazione più sconcertante rilasciata ai giornali perché qualche passo dopo aggiunge parlando in terza persona come Maradona: "A Genova, Vincenzo Canterini è imputato di un solo presunto reato. Non violenze, non pestaggi. Ma di aver stilato una relazioncina di servizio al questore di 15 righe sui fatti di quella notte che non sarebbe stata veritiera". Una roba da niente insomma per un funzionario di Polizia. Si è solo inventato di aver visto una coltellata.

Vincenzo Canterini dopo Genova ha avuto una carriera in ascesa. Dopo essere stato per qualche anno capo del reparto celere di Roma (cercate su google le denunce dei tifosi di Sampdoria e Juve e di tanti altri ospiti la domenica allo stadio Olimpico proprio in quegli anni), oggi lavora in una struttura dell'Interpol che contrasta il traffico di esseri umani. Del resto una persona della sua sensibilità non poteva che finire ad occuparsi di una questione così nobile. Pensate che nel 2001 suggerì proprio lui la soluzione per evitare le violenze alla Scuola Diaz: disse di lanciare all'interno della struttura dei lacrimogeni in modo da far uscire la gente all'interno senza sgomberare.

"Suggerii a chi comandava in quel momento di tirare all'interno della scuola qualcuno dei potenti lacrimogeni di cui avevamo dotazione. E di aspettare che chi era dentro uscisse. Ma non ci fu verso". A chi lo suggerì? "All'allora vicecapo della polizia e capo dell'Antiterrorismo Arnaldo La Barbera". Che oggi è morto e non può smentire né confermare.

Tutto questo non è una novità, ma solo un ulteriore elemento per far capire che quello che è successo a Genova è stato vergognoso. Prima, durante e dopo. Con promozioni arrivate per mettere tutto a tacere. Commissione d'inchiesta su Genova 2001 subito.

giovedì, 14 giugno 2007

«Sembrava una macelleria messicana» (Pulp Fiction)
Categoria:genova 2001, scritto da stefano havana


Dice l'ex vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma Michelangelo Fournier che la scuola Diaz, a Genova, durante il G8 del 2001 sembrava una macelleria messicana. Dice che c'erano pezzi di cervello in giro e schegge di cranio, fiumi di sangue e tizi moribondi distesi in pozze rosse.

Succo di pomodoro alla caserma DiazDice la gente, gente come me, che si sveglia la mattina come me e che si lava i denti come me, magari usando lo stesso dentifricio consigliato dai dentisti, dice questa gente che a luglio 2001, a Genova, se la sono cercata. Dicono ragazzi della mia età, e dell'età che avrebbe Carlo oggi se non fosse stato barbaramente assassinato dallo Stato Italiano, che quel ragazzo di 45 chilogrammi con in mano un estintore di 6 costituiva un gravissimo pericolo per il Defender dei carabinieri e che, dunque, quegli stessi uomini armati bene hanno fatto ad ucciderlo e poi a passarci sopra con le quattro ruote motrici, avanti e indietro, come in quelle battute che uno fa quando per la strada incontra qualcuno d'antipatico: "Ora lo investo e poi gli ripasso addosso pure in retromarcia".

Dicono tanti, alcuni lettori di questo stesso blog, che se uno alla mattina si sveglia e, invece di mettersi a tracolla lo zaino, indossa un passamontagna, allora quello è un tizio pericoloso per la società e che quindi giustamente deve andare ammazzato in Piazza Alimonda. Dico io che uno che alla mattina si mette un passamontagna, invece di scrivere un cartello con la colomba della pace, quello è solo un ragazzo che ha scelto una vita diversa da quella di tutti noi che, invece - e legittimamente - a fronte di un grande dissenso scriviamo, ci insultiamo, gridiamo in televisione. Dico io che uno che lancia un estintore addosso a una camionetta zeppa di uomini armati, ebbene, non è un eroe, è un coglioncello con un'aspettativa di vita assai inferiore della mia, ma è tuttavia una persona che ha avuto il coraggio di fare qualcosa che altri, diversi da lui, preferiscono limitarsi a pensare, a giudicare, a sognare arrotolando le lenzuola nei pugni.

Bloody Mary rovesciato dopo una notte di festeggiamentiUno che lancia un estintore di 6 chili da 10 metri di distanza verso una camionetta è uno che la sera dovrebbe tornare a casa a guardarsi i quiz di Gerry Scotti, non morire ammazzato e ripassato in padella da sassi interlocutori e pneumatici in retromarcia. Dice che la verità piano piano sta venendo fuori e dico io che saranno in pochi, alla fine, a potersi guardare allo specchio, tra interpreti dello scandalo e semplici commentatori dello stesso. Dice l'ex vice questore aggiunto del Primo Reparto Mobile di Roma Michelangelo Fournier che oggi s'è pentito ma che allora non riuscì a dire le cose che invece adesso sì. "Durante le indagini non ebbi il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza", ha confessato finalmente in aula a Genova, rispondendo alle domande del pm Francesco Cardona Albini. Io dico che lo spirito d'appartenenza è legittimo: non mi sento di criticarlo. Per spirito d'appartenenza storcerei la verità io stesso, se per esempio si trattasse di calcio, ma non lo so cosa farei se dal mio spirito o non spirito d'appartenenza dipendesse la verità di un fatto che resterà per sempre tra le pagine più nere della storia italiana.

Controlli all'interno della caserma DiazDice l'ex vice questore aggiunto eccetera eccetera: "Arrivato al primo piano dell'istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana. Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: 'basta basta' e cacciai via i poliziotti che picchiavano".

Dicono tantissime persone che allora fu tutta colpa dei black bloc, ma anche di tutti i ragazzi come Carlo i quali invece d'andarsene al mare, in fondo era luglio, scelsero di scendere in piazza a manifestare, anche violentemente. Chi dice così generalmente lo dice, appunto, stando in spiaggia al mare, steso sulla sabbia calda, dietro la Gazzetta dello Sport, oppure al lavoro, in cravatta e completo gessato e io penso che così sia troppo facile. Allo stesso modo, per esempio, potrei dire che non capisco affatto tutte le persone che la mattina s'alzano alle 5 del mattino, anzi potrei aggiungere che per me chi s'alza alle 5 del mattino è proprio un gran coglione e dovrebbe smetterla subito perché non glielo fa fare nessuno, anzi, se uno di quelli che s'alzano alle 5 poi, per caso, finisce ammazzato sotto un treno, ben gli sta: ma, appunto, sarei io a dirlo, e io sono uno che male che va, per lavorare, si deve alzare alle dieci, ripeto: male che va, al massimo una volta o due al mese può darsi che debba prendere un aereo la mattina presto, ma comunque sia la paga che ricevo per tutto questo è talmente più alta di quella riconosciuta a quelli che s'alzano alle 5 che facilissimo sarebbe per il sottoscritto continuare a riferire di costoro come dei perfetti imbecilli.

Io dico che chi dice così di quello che accadde a Genova oggi dovrebbe arrossire. Dice invece l'allora questore eccetera: "Intorno alla ragazza per terra c'erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze". Dico io che per fortuna certe cose piano piano stanno uscendo fuori e noi siamo anche qui per ricordarlo, di tanto in tanto.

Qui sotto un video importante con le testimonianze dei "sopravvissuti" alle torture inflitte all'interno della Scuola Diaz che titoleremo: "Mi costringevano a urlare Che Guevara figlio di una puttana". (diffondete, per dio)

Gli approfondimenti di Noantri sul G8 di Genova:

> Marina Spaccini risarcita dallo Stato Italiano
>
Carlo Giuliani - Una storia Italiana
> Niente sacciu - Mario Placanica chiede risarcimento danni
> Mario Placanica: la parte lesa non spara
> Le vergogne del G8: come si lavano le divise

giovedì, 24 maggio 2007

Lo Stato condannato a risarcire Marina, brutalizzata a Genova
Categoria:dissenso, genova 2001, scritto da noantri


"Alzi la mano chi ha saputo che la settimana scorsa a Genova c'è stata la prima condanna per i pestaggi della Polizia durante il G8 del 2001.

Altezza uomo

Lo Stato è stato condannato a risarcire Marina Spaccini, 50 anni, pediatra triestina, volontaria per quattro anni in Africa, per il pestaggio che subì da parte della Polizia in via Assarotti, nel pomeriggio del 20 luglio 2001. Marina, come decine di migliaia di militanti cattolici della Rete Lilliput, era seduta, con le mani alzate dipinte di bianco, gridando "non violenza", quando fu massacrata dalla Polizia. Questa si è difesa sostenendo (sic) che non era possibile distinguere tra le mani dipinte di bianco di Marina e i Black Block.

I maledetti bastardi

Per il giudice Angela Latella, invece, la selvaggia repressione genovese e la cortina di menzogne sollevata per coprirla e' stata una delle pagine piu' nere di tutta la storia della Polizia di Stato e per la prima volta cio' viene scritto in una sentenza. Non solo, e' ben piu' grave quello che e' scritto nella sentenza genovese. Quelle dei poliziotti non furono ne' iniziative isolate ne' eccessi, ma facevano parte di un disegno criminale. A Genova vi fu un disegno criminale selettivo da parte di apparati dello stato.

Il temibilissimo terrorista

Tale disegno era teso a terrorizzare non tanto la sinistra radicale ma il pacifismo cattolico, in particolare la Rete Lilliput, che per la prima volta in maniera così convinta e numerosa scendeva in piazza saldandosi in un unico enorme fronte antineoliberale con la sinistra. Le ragazze e i ragazzi delle parrocchie furono quelli che pagarono il prezzo piu' alto, soprattutto sabato. I loro spezzoni di corteo furono sistematicamente bersagliati dai lacrimogeni e centinaia di loro furono pestati selvaggiamente. Ma, soprattutto decine di migliaia di loro, e le loro famiglie, furono spaventati a morte in una logica pienamente terroristica. Quanti dopo Genova sono rimasti a casa?".

Vino rosso

Marina non è stata picchiata da due extracomunitari, magari due temibilissimi rumeni, da tutti indicati come l'unico grande problema delle amministrazioni italiane, bensì da un cumulo barbaro di pezzi di merda italinissimi e dallo Stato armati: poliziotti. Quei poliziotti. E manciate di carabinieri. Perciò non è diventata una notizia del telegiornale, come la povera Vanessa Russo o come tutti gli altri che sono stati scippati, malmenati, abusati, brutalizzati, da assalitori clandestini. Il pestaggio immotivato di Marina è stato sottaciuto, censurato, in quanto perpetrato da personaggi, assai più bastardi degli extracomunitari, ma più di loro impuniti e impunibili. Così com'è stato censurato il fatto che Marina, appunto, ha avuto ragione: condannato lo Stato, condannato il Ministero dell'Interno.

E ora un video. L'obbligo morale è di vederlo, comunque la pensiate. Ci sono delle immagini molto crude (le più crude che mi siano capitate di vedere) perciò, se siete impressionabili, lasciate perdere. Davvero.

>>> Tutti gli approfondimenti di Noantri su Carlo Giuliani e il G8 di Genova:

> Carlo Giuliani - Una storia Italiana
> Niente sacciu - Mario Placanica chiede risarcimento danni
> La parte lesa non spara
> Come si lavano le divise

venerdì, 25 agosto 2006


Categoria:genova 2001, scritto da andy capp


PlacanicaIl caso Giuliani è stato già trattato su noantri in maniera piuttosto ampia. E quale che sia la verità, più o meno ufficiale, mi sono chiesto in questi giorni come sia possibile che Mario Placanica arrivi a chiedere un risarcimento danni ai genitori del ragazzo ucciso a Genova nel 2001. L'ex carabiniere, accusato e prosciolto dalle accuse di omicidio, si considera parte lesa per il suo mancato reintegro nell'Arma dei Carabinieri. Tuttavia non mi interessa riaprire il dibattito su chi abbia ragione o meno, ma mi piacerebbe fare un salto sul livello di confronto successivo. Cosa successe realmente in quei giorni? Sono passati cinque anni e la cosa a cui non si è ancora arrivati è la verità. Per questo, evitando qualsiasi considerazione ideologica, mi piacerebbe che Placanica raccogliesse l'appello di Heidi Giuliani: "Dovrebbe smetterla di dire bugie e decidersi finalmente a dire una parola di verità su quanto è accaduto in piazza Alimonda".

Sulla vicenda attuale mi ha lasciato molto perplesso il commento dell'onorevole Filippo Ascierto, responsabile della sicurezza di Alleanza Nazionale, in cerca di visibilità politica ma incapace di tenere il punto. Ecco le sue parole: "E' Placanica la parte lesa perché ha subito un grosso trauma ed ha perso il lavoro. Mi sembra che sia troppo chiedergli dei soldi". Della sua presa di posizione non se ne sentiva certo il bisogno.

Ripeto. E' necessario fare un passo successivo. Pretendiamo una commissione d'inchiesta sui fatti di Genova, c'è bisogno della verità. La smetta Placanica di sentirsi parte lesa e parli. Parli. Racconti cosa successe la mattina della morte di Carlo, racconti cosa gli dissero subito dopo. Racconti quelle sue notti piene di tormento. E racconti della denuncia del suo avvocato, due anni più tardi, dopo quello strano incidente automobilistico in cui rimase coinvolto. Dica chi di Alleanza Nazionale lo avvicinò per candidarlo e sfruttare l'onda emotiva sotto elezioni per poi abbandonarlo al suo destino. Possibile che in Italia siamo arrivati al punto di rimpiangere la figura del pentito?

La cultura omertosa presente nel dna del nostro paese si è rifatta sotto più viva che mai. "Se Cragnotti parla", "Se Tanzi parla", "Se Fiorani parla", "Se Ricucci parla", "Se Moggi parla". I commenti della gente comune sembravano quasi carichi di preoccupazione. "Se tizio parla qui crolla tutto". E gli italiani hanno tanto paura dei cambiamenti quanto bisogno delle loro certezze, anche se distorte. Alla fine, infatti, non ha parlato nessuno. E chissà quanti hanno tirato un sospiro di sollievo perché "se lo facevano fuori era un problema anche per noi, sai". La Rivoluzione, insomma, in Italia non ci sarà mai. Ma questo si era capito dai tempi della caduta del Fascismo, passando per gli anni dello stragismo di Stato, fino a quelli di Tangentopoli. Chissà se è il caso di sperare in una Rivoluzione per la verità. In effetti sarebbe il colmo per un paese mafioso.

giovedì, 24 agosto 2006

La parte lesa non spara
Categoria:genova 2001, scritto da stefano havana


Primo comandamento de' Noantri: un ragazzo esile che lancia un estintore addosso a una camionetta di carabinieri armati fino ai denti NON sta aggredendo nessuno. Secondo comandamento de' Noantri: a Piazza Alimonda, sei anni fa, un ragazzo esile, ingenuo e gravido di ideali discutibili ma non sindacabili, venne brutalmente assassinato da un altro giovane in divisa che perse la testa in un impeto di terrore poco professionale ma pure comprensibile.

carloviso

Correttamente il giovane in divisa venne CACCIATO dall'arma perché "permanentemente non idoneo al servizio militare in modo assoluto". Nel corso degli anni il carabiniere CACCIATO ha provato a rifarsi una vita: addirittura si diede alla politica, candidandosi alle liste di AN a Catanzaro. Adesso, con il corpo del ragazzo esile e impetuoso ghiacciato e ridotto a polvere dentro una fossa, il giovane CACCIATO chiede il risarcimento dei danni alla famiglia del morto ammazzato. La famiglia (che non sempre si è comportata in maniera esemplare, va detto) ha risposto per le rime; lui ha ribadito il concetto: «Sono stato coinvolto in quel fatto, ma quel giorno mi sono comportato da carabiniere e ho protetto i miei colleghi, il Defender e l'Arma. La conseguenza è che sono stato riformato». Ironico che nessuno abbia difeso il ragazzo esile DAL Defender quando gli passò consapevolmente almeno due volte addosso, rendendolo ancora più esile di quel che già era e un po' più morto di quel che comunque era destinato a diventare (dettagli, tanto l'identità del pilota è stata omertosamente taciuta per sempre).

carlo

Terzo comandamento de' Noantri: se il giovane assassino verrà risarcito di soldi e divisa, il morto ammazzato verrà ammazzato di nuovo.

Amen.

sabato, 08 ottobre 2005

Come si lavano le divise
Categoria:genova 2001, scritto da stefano havana


piazzacarloQuesta è un'altra storia italiana. Come spesso mi piace dire, anche in questo caso, non c'è un perché. Non c'è una morale. E' solo una storia italiana come tante. Non è neanche una storia granché originale, tutti la sanno o tutti la sapranno, anche se - miracolo dei miracoli - sono convinto che avrà poco risalto nei tg nazionali (almeno se ci sono di mezzo le elezioni) e sugli stessi giornali di oggi compare molto internamente - seppure a tutta pagina. Insomma, signori: vogliono lavare le divise.

Questa storia italiana - senza volerla fare troppo lunga - comincia nel luglio 2001 a Genova. C'è il G8, c'è Carlo, un ragazzo che muore, c'è Mario, un carabiniere che viene cacciato via dall'arma e che adesso è diventato un candidato di Allenza Nazionale. C'è una scuola che si chiama "Diaz" e una galera che si chiama "Bolzaneto". In questi due luoghi certi manifestanti si rifugiano feriti e martoriati da scontri, schiamazzi, camionette e ingenue passioni: seduti per terra con le ginocchia raccolte costoro forse dormono, forse pensano a che s'è combinato; gente incapace di non dire la propria. C'è chi passa una vita a scrivere blog e a criticare i gesti pure estremi di altri, chi invece si cala un passamontagna sulla faccia e combina un po' di stronzate perché ci crede veramente: non c'è una morale, già l'ho detto. L'importante è che queste persone - un po' insanguinate, un poco incazzate - vengono prese da parte da gente in divisa e massacrate di botte. Si parla di abusi, violenze inaudite, pestaggi a sangue freddo. Ho detto si parla? Ho sbagliato: ci sono foto e testimonianze molto precise. Di fatto le nostre (vostre) forze dell'ordine improvvisamente si imbarbariscono - forse per gli effetti di quell'equazione curiosa giovinezza-pistola che trasforma uomini anonimi in patentati imbecilli senz'anima o ragione - e mettono su un teatrale show ematico. Questo succede alla "Diaz" e a "Bolzaneto": devastazioni fisiche e psicologiche ai danni di giovani e anziani, di donne e ragazzi accucciati per terra. Calci di pistola calati a casaccio, insulti. Poi questi stessi stolti in divisa e fucile provano a mischiare le carte: inscenano finti assalti e fasulle difese. Certe molotov trovate per strada vengono posizionate ad arte nella scuola per poter accusare di associazione a delinquere chi lì dentro ci ha soltanto dormito. Sono 73 i barbari delinquenti in divisa che perpetrano questo affronto alla pubblica decenza.

Adesso c'è tutto un processo in corso, come no, per carità. Inquirenti, pm, oltre 200 testimoni (troppi per la tempistica della giustizia del Belpaese). Ma è una storia italiana, questa, non ce lo dimentichiamo. Perciò per quanto riguarda "la Diaz" la sentenza di primo grado non arriverà prima della fine del 2007 e per allora una certe legge Cirielli (salva-Previti) avrà cancellato la responsabilità del pestaggio (prescrizione a luglio 2007); il ritrovamento delle molotov e tutte le accuse di falso e calunnie cadranno alla metà del 2008, prima di qualunque eventuale giudizio di appello. Identico discorso per "Bolzaneto" dove tutto verrà ripulito entro la metà del 2007: tutti i reati su cui la Procura di Genova ha istruito il processo saranno prescritti da una legge che per salvare un corrotto (Previti) salverà anche altri mille pesci.

A Genova non è successo niente.

lunedì, 25 luglio 2005

Carlo Giuliani - una storia italiana
Categoria:genova 2001, scritto da noantri


E' bastata una foto per scatenare una lunga discussione su noantri in merito all'omicidio di Carlo Giuliani. Se le spiegazioni ufficiali sui fatti di Genova 2001 non vi bastano, qui di seguito abbiamo riportato alcune informazioni e foto tratte dai siti sherwood (speciale curato da Lello Voce) e del comitato piazzacarlogiuliani (speciale curato da pillola rossa). Quello che troverete è solo un assaggio delle verità nascoste. Invitiamo a visitare i siti indicati tutti coloro che si sono fatti un'idea sul caso, tutti quelli che non se la sono fatta, tutti quelli che credono di essersela fatta (in chiusura del post ulteriori riferimenti Web). Se siete interessati alla vicenda, se vi siete incuriositi, se avete altro da aggiungere vi preghiamo di far circolare questo materiale, questi link, questo pezzo o di contribuire voi stessi con le vostre idee e informazioni: possibilmente senza perdere l'intelligenza.

La carica che ha portato allo sparo quel 20 luglio 2001

Gli avvenimenti che hanno condotto alla morte di Carlo Giuliani sono parte di un più complesso insieme di fatti che riguarda le operazioni di polizia condotte contro il corteo dei Disobbedienti che si era mosso nel primo pomeriggio del 20 luglio dallo stadio Carlini e, più precisamente, ciò che avviene dal momento in cui, all'altezza dell'incrocio tra Corso Gastaldi e Via Tolemaide, questo corteo - regolarmente autorizzato - su un percorso autorizzato e ancora ben distante dalla "zona rossa", veniva improvvisamente ed inspiegabilmente attaccato da Carabinieri e Polizia. Da quel momento sarà un susseguirsi di aggressioni durissime delle Forze dell'Ordine contro il corteo (ricordiamo l'uso di lacrimogeni letali sparati ad altezza d'uomo, di idranti urticanti, di blindati e jeep lanciati a 70Km/h contro ragazzi inermi, di manganelli "tonfa" e di 15 spari di arma da fuoco), i cui partecipanti inizieranno presto a reagire e a contrattaccare nel tentativo, prima, di raggiungere comunque l'obbiettivo prefissato ( la Zona Rossa da violare simbolicamente), e poi di sfuggire alla caccia indiscriminata messa in atto da Carabinieri e Polizia.

Piazza Alimonda

La distanza di Carlo dal Defender è molto maggiore di quanto si possa ritenere osservando la notissima immagine scattata da Dylan Martinez per la Reuters.

Carlo Giuliani è tra gli ultimi ad arrivare nei pressi della jeep. La pistola che spunta dal Defender è già puntata e caricata ben prima che Carlo Giuliani prenda tra le mani il famoso estintore. In una l'agente sembra caricare l'arma:

 

Carlo ha appena il tempo di sollevare l'estintore, ma viene subito colpito. Va detto inoltre che fonti attendibili parlano di un video, in possesso della magistratura, nel quale si vedrebbe con chiarezza il momento del lancio. Ciò che risulterebbe evidente da questo video è che Carlo, non appena raccolto l'estintore, lo solleva al di sopra della sua testa e poi lo porta all'indietro, nella postura di chi intende lanciare un oggetto. Carlo avrebbe, dunque, tentato di lanciare l'estintore praticamente da fermo, dal punto in cui era al momento di raccoglierlo: perché, altrimenti, lo avrebbe portato dietro le spalle? Se avesse inteso lanciarsi contro il Defender avrebbe tenuto l'oggetto ben dritto sulla propria testa per non sbilanciare la propria corsa e lo avrebbe portato all'indietro solo dopo, al momento del lancio vero e proprio. Inoltre per quale ragione Carlo, che certamente aveva - come tutti - già visto la pistola spuntare dal Defender, avrebbe dovuto decidere di lanciarsi contro l'arma?

Sparati i due colpi il Defender si libera e, travolgendo due volte il corpo di Carlo, esanime al suolo, si mette in salvo, coprendo i pochi metri che lo separano dai cordoni delle forze dell'ordine. Le risultanze dell'incidente probatorio del 21 Aprile squarciano in parte il mistero. Tracce del secondo colpo vengono ritrovate sulla parete della chiesa, ad un'altezza di circa 6-7 metri. Il secondo colpo, dunque, verrebbe sparato in aria.

Poi iniziano a cadere una serie di lacrimogeni, quegli stessi lacrimogeni che le forze dell'ordine si erano ben guardate dal lanciare poco prima per far allontanare i manifestanti dal Defender e liberare i colleghi. I dimostranti fuggono, ma, quando giungono vicino a Carlo, i militari proseguono oltre, limitandosi ad osservare il corpo riverso sull'asfalto. Nessuno di loro fa alcunché per aiutarlo e neanche per accertarsi del fatto che sia già morto, o ancora in vita.

Chi infierisce su Carlo morente?

L'analisi di foto nuove di Piazza Alimonda (ma conosciute dai magistrati) fa emergere una sconvolgente verità: intorno alle ore 17.30 del 20 Luglio 2001, in presenza di ufficiali di grado elevato della Polizia e dei Carabinieri, qualcuno infierisce su Carlo Giuliani ferito invece di aiutarlo, senza sapere se sia vivo o morto. Una versione assurda e puerile risale la linea di comando e viene validata in Questura intorno alle 18.00: Carlo sarebbe morto a causa di un sasso. Dura un attimo, l'evidenza la spazza via. Ma quando i primi soccorritori tolgono il passamontagna scoprono una profonda ferita in fronte che viene certamente prodotta mentre la piazza è sotto il controllo delle forze dell'ordine.

Questo il referto:
In regione frontale mediana si osserva una ferita lacero contusa di forma irregolarmente stellata inserita in un'area escoriata di circa cm. 3x2. Il fondo della ferita è sottominato con presenza di lacinie connettivali. Ai lati di detta lesione si osservano altre piccole contusioni escoriate a stampo, di forma irregolare.

Come e quando si sono prodotte queste ferite sul volto di Carlo? L'autopsia non lo dice. Apre la chiosa sulla ferita in fronte che "prodottasi verosimilmente prima della lesione d'arma da fuoco, senza tuttavia poter escludere che sia stata determinata in un momento successivo", conclude affermando: "Alla luce di quanto sopra esposto è possibile ritenere che la ferita lacero-contusa presente alla regione frontale del soggetto sia riferibile ad un urto contro un mezzo contundente di forma irregolare e comunque non chiaramente individuabile dalle caratteristiche morfologiche della ferita, senza peraltro escludere che possa essere stata determinata dall'urto contro la superficie stradale".

Certamente Carlo non è mai entrato in contatto fisico diretto con i carabinieri. Non immediatamente prima dello sparo, non in precedenza. Carlo poi non cade di fronte, ma sul fianco ed è la jeep che investendolo lo mette di schiena. Oltre a queste ferite inspiegabili l'autopsia annota anche che: "Nel lume dei bronchi maggiori si rileva sangue fluido"; "presenza di sangue nelle vie aeree, con segni di aspirazione bronchiale". Carlo ha quindi respirato dopo essere stato colpito dal proiettile, e questo è talmente pacifico che nella stessa autopsia (formalmente firmata da Marcello Canale ma materialmente eseguita da Marco Salvi il giorno successivo e consegnata scritta il 5/11/2001) si ritiene che: "le lesioni cranio-encefaliche riscontrate abbiano determinato la morte del soggetto nel lasso di tempo di alcuni minuti..."

Il sasso misterioso

Sulla scena (vicino alla testa di Carlo steso) appare un sasso che prima non c'era.

Il sasso (è uno dei reperti agli atti che corre rischio di distruzione, come conseguenza dell'archiviazione) è importante per molte ragioni. Ha una forma particolare che lo rende distinguibile, è sporco di sangue (ma si sporca in un momento successivo, visto che nelle foto precedenti di sangue non c'è traccia) ed infine, cosa più importante, è la ragione usata dal vice questore aggiunto per giustificare la famosa frase: sei stato tu col tuo sasso!

Una cosa è certa: Carlo ha indossato il passamontagna (che gli copriva la fronte) fino ai soccorsi e nessuno lo ha tolto prima. Quindi nessuno avrebbe potuto vedere la grave ferita al centro della fronte fino a quel momento, a meno che non ci fosse una vistosa lacerazione del passamontagna. Fino all'arrivo dei soccorritori solo due tipi di persone potevano sapere della ferita: chi la produce e chi la vede produrre. Quando si produce la ferita? Chi o cosa la produce? Perché questo fatto non è mai stato considerato dai giudici? Nell'autopsia si discute diffusamente di questo aspetto che è assolutamente incongruo per molte ragioni, una delle quali grande come una casa: il passamontagna è integro e non presenta lacerazioni in corrispondenza della ferita.

Quando il vicequestore aggiunto urla "sei stato tu col tuo sasso" non vuole coprire il colpo di pistola allo zigomo con il sasso. Deve giustificare la ferita in fronte con il sasso. Una ferita di cui non avrebbe dovuto sapere, visto che non erano ancora arrivati i soccorsi e un passamontagna integro la ricopriva.

Che fine ha fatto Mario Placanica?

I primi di agosto del 2003, Mario Placanica rimase gravemente ferito in un incidente stradale a Botricello, fra Catanzaro e Crotone. Il militare era da solo, alla guida di una Ford Focus, quando ha perso il controllo dell'auto ed è finito contro un albero. Placanica rischiò di restare paralizzato. Vittorio Colosimo, uno dei legali che hanno assistito il carabiniere dopo i fatti di Genova, parlò di "incidente inspiegabile", la cui "dinamica non è chiara". Così il giovane raccontò l'episodio: "Mentre procedevo a una velocità non superiore ai 70-80 chilometri orari l'auto non ha risposto più ai comandi, ed è schizzata fuori strada senza che io potessi fare nulla. Un fatto inspiegabile". "Nelle settimane scorse - disse Colosimo - Placanica mi aveva detto di sospettare che qualcuno avesse potuto danneggiare la sua auto, manomettendola, per provocare un incidente". Placanica era stato indagato per omicidio volontario dopo la morte di Carlo Giuliani, poi il 5 maggio del 2003 il procedimento a suo carico venne archiviato "per legittima difesa" dal gip del tribunale di Genova, Elena Daloiso.

Due anni dopo (nell'aprile del 2005) Placanica viene licenziato dall'Arma. La denuncia arrivò dal legale del giovane carabiniere: "Placanica - ha svelato l'avvocato Vittorio Colosimo - è stato posto dall'Arma dei carabinieri in congedo assoluto con effetto immediato perché permanentemente non idoneo al servizio militare in modo assoluto per infermità dipendente da causa di servizio. Un formula che tradotta dal linguaggio della burocrazia militare, secondo il legale, significa banalmente che Placanica è stato cacciato dai Carabinieri.

materiale tratto da sherwood.it; piazzacarlogiuliani.org
per ulteriori approfondimenti visitare lo speciale di pillola rossa
lo speciale di Indymedia

tutte le foto risalenti al momento dello sparo
le foto dell'enigmatico arrivo di Placanica in lacrime all'ospedale
il verbale ufficiale con le deposizioni contraddittorie di Placanica (pdf)
altro pdf della controinchiesta su Piazza Alimonda curato da Pillola Rossa

 In un'altra la stringe a due mani come sbilanciato: