mercoledì, 17 ottobre 2007

Lettera di Marco Travaglio all'Ordine dei Giornalisti
Categoria:giornalismo, scritto da stefano havana


dal blog: www.voglioscendere.ilcannocchiale.it

di Marco Travaglio

Scusate se dico un'altra parolaccia, ma ho scoperto una cosa che mi ha lasciato basito: il cosiddetto ministro della Giustizia Clemente Mastella (parlando con pardòn) è tuttora iscritto all'Ordine dei giornalisti professionisti.

Colui che ha definito Annozero il "Ku Klux Klan dell'informazione" e ne ha chiesto la normalizzazione minacciando, altrimenti, di sfiduciare il Cda Rai e di far cadere il governo, che ha insultato Santoro, il sottoscritto e Beatrice Borromeo, che ha definito Giovanni Floris "un farabutto", che chiede i danni all'Espresso "reo" di aver scoperto la sua gita di Stato aviotrasportata al gran premio di Formula Uno e le sue sei case comprate a prezzi da box auto nel centro di Roma, che paragona al terrorismo ogni critica nei suoi confronti, che scrive nel suo blog "qual'è" con l'apostrofo e "come se io sia", che ha scritto una legge liberticida per far condannare fino a 100 mila euro i giornalisti che pubblicano atti d'indagine non segreti e dunque pubblici, ecco: questo bel tipo è un "collega".

Fin da quando, a metà degli anni 70, Ciriaco De Mita lo promosse da portaborse a redattore della Rai di Napoli, suscitandovi un immediato sciopero di tre giorni. Divenuto professionista il 19 maggio 1975, lavorò esattamente per un anno e 32 giorni. Poi, nel 1976, venne eletto deputato e non uscì più dal Parlamento. Ma si guardò bene dal dimettersi dalla Rai: si mise in aspettativa. E vi rimase per 25 anni. Stipendio virtuale (quello da giornalista), contributi altrettanto virtuali ("figurativi", si dice in gergo tecnico), ma pensione più che reale: dal 2000 il "giornalista" Clemente Mastella è un pensionato dell'Inpgi, pur avendo svolto la professione per 397 giorni appena (dev'essere per questo che l'altro giorno mi ha accusato di "scrivere su tanti giornali": l'idea che un giornalista lavori l'ha comprensibilmente sconvolto).

Ora, lungi da me qualunque intento censorio, ci mancherebbe. Ma mi domando che ci faccia uno così, uno che ha questa concezione della libertà d'informazione, del diritto di cronaca e di critica, nell'Ordine dei giornalisti. Onde evitarmi di doverlo querelare nel caso in cui dovesse chiamarmi "collega", domando rispettosamente all'Ordine dei giornalisti se non sia il caso di espellere il "giornalista" Mastella.

Oppure, in alternativa, di tenere lui e di espellere tutti i giornalisti veri.

giovedì, 11 ottobre 2007

Quando andavamo in Tv
Categoria:giornalismo, scritto da stefano havana


Eravamo teste calde.
Ci fumavamo le orecchie per la voglia di dominare il mondo. Eravamo un gruppo di bravi ragazzi, con quelle facce lì, che una volta alla settimana si ritrovava davanti alle telecamere a parlare di calcio e questa cosa ci inculcava nel cervello strane idee di onnipotenza. Avevamo vent'anni, ne avevamo ventitre, il più grande di noi avrebbe dovuto aspettare altri cinque o sei anni per annodarsi al collo il primo nodo di cravatta.

"Lavoravamo" in una famosa trasmissione televisiva locale romana che si chiamava "Goal Senza Frontiere". Le virgolette intorno al lemma "lavoravamo" stanno perché nessuno ci pagava, nemmeno la benzina, né niente. Ci andavamo solo per il gusto di esserci, perché eravamo stati scelti e perché ci piaceva il giornalismo applicato al pallone. E perché eravamo "giovani", certo, perché uscivamo da corsi di giornalismo costosissimi e abbastanza inutili, in cui si andava più che altro per far parte della Cricca che Conta, per star dietro alle ragazze e per sapere le ultime di calciomercato da raccontare agli amici. Erano tempi molto belli, le Torri Gemelle stavano ancora al centro del Financial District e la gente, in generale, nutriva più fiducia verso il futuro: seduti su quei divanetti stavamo. A parlare di calcio e a fare gli "splendidi". Perché tra tutti gli amici che avevamo, noi eravamo gli unici ad andare in televisione: questa cosa aumentava del 75% il successo con le donne e le chances d'essere invitati alle feste di compleanno. Una volta, a una cena, un tizio che non avevo mai visto mi riconobbe. Un'altra volta un fotografo da cui ero andato a sviluppare i rullini dell'estate mi fece lo sconto: era tutta gente pazza di calcio come noi. La gente normale che ne sapeva chi eravamo?

Era il 1999, era il 2000, era il 2001, la Lazio era fortissima e vinceva nel mondo, Veron centrava sempre il sette sulle punizioni. Il tizio che vedete in queste foto sono io pischello, pieno di gel, proprio in quegli anni lì - sono foto grabbate dalla televisione - quando pensavo che, tempo sei mesi, Paul Newman mi avrebbe fatto un baffo.

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"Goal Senza Frontiere" era una trasmissione abbastanza pulita condotta da Michele Plastino, un giornalista con dei capelli improbabili molto famoso a Roma che, tuttora,  si intravede a "Controcampo", la trasmissione di Piccinini, in qualità di ospite. Me li ricordo uno per uno quei ragazzi speciali. Addirittura c'è chi è morto suicida. Un altro è Andy Capp che oggi fa il mio fratello maggiore e mi tira le redini quando galoppo invece di rallentare. Stavamo lì ad affilare le punte delle nostre vite: il peggiore di noi si sentiva Gianni Brera e quando firmavamo la liberatoria per andare in onda, ci sembrava di firmare autografi coi flash negli occhi. Ogni mercoledì, alla fine della puntata in diretta, quando s'abbassavano le luci, mi strofinavo le mani sulle guance e le trovavo caldissime come dopo la doccia. Mi sa che non ho mai più avuto le guance tanto calde.

Lì dentro ognuno era qualcosa: io ero quello che scriveva i racconti. Facevo così: scrivevo racconti brevi a tema sportivo e poi un attore professionista li leggeva come copertina finale della trasmissione. L'attore professionista, rendetevi conto, è arrivato molto dopo: per un lungo periodo li ho letti io stesso. Per quei tre minuti e mezzo in cui la camera era fissa su di me, mi pareva che mi stessero guardando pure in Cambogia. Erano momenti di alta tensione ed esaltazione adolescenziale: il regista metteva sempre una musica a tema e sulla mia faccia c'erano certi primi piani che mi facevano seccare le vene sulle mani dalla paura. Andy Capp era l'esperto di tattica, ma tanti altri me ne ricordo: c'era il malato di calcio internazionale, altri esperti di tattica, le vedove di Zeman, i talent scout, quello che raccoglieva le parate più spettacolari della domenica, quell'altro che spiegava gli aneddoti, un altro che stilava la classifica dei gol più belli della settimana a livello internazionale. Una volta o l'altra faccio altre foto alla televisione, così ve li faccio vedere tutti: ma, per adesso, ho solo me stesso.

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Molte cose successero durante quegli anni. Io mi montai la testa, altri si persero per strada: tra noi ragazzi c'era una grandissima empatia. Finché stavamo lì dentro eravamo gli amici più grandi che si fossero mai visti, ma fuori nessuno telefonava all'altro, non esistevamo nemmeno. Prendevamo ad esistere solo di mercoledì e, qualche volta, di domenica sera. Un bel giorno Michele Plastino disse ad Andy Capp e a me: ehi perché non mi accompagnate a Napoli? Capirai, non ci pareva vero. Così andammo a Napoli. Andy Capp, io e un'altra persona, ospiti della trasmissione che il nostro mentore di allora conduceva lì, su Canale 21. Eravamo tesissimi, le mani ghiacciate. Mi preparai un racconto a tema napoletano, che lessi in piedi, in uno studio che non conoscevo, mentre una valletta dell'altro mondo mi teneva il microfono fisso sotto la bocca col suo profumo al sapor d'albicocca. Andy Capp fece il suo numero con la lavagnetta della tattica e tutto andò benissimo. Mi ricordo che a fine puntata ero caricato a molle: la valletta bonissima pretese in regalo il racconto che avevo letto e mi posò un bacio leggero sulla guancia; Vincenzo D'Amico, storico e leggendario eroe della Lazio-scudetto-1974, mi strinse le spalle con le sue mani piccole, poi finimmo tutti quanti a cena in uno dei più famosi ristoranti di pesce napoletani.

Quello fu l'inizio della fine, perché tornai a Roma con un sacchetto di mozzarelle di bufala e una cotta pazzesca per la valletta della trasmissione napoletana, tale Nicoletta. Mi ricordo che Nicoletta fu l'argomento di conversazione principale nella nostra macchina durante il viaggio di ritorno: i lampioni arancioni della Napoli-Roma illuminavano le nostri fronti imperlate di eccitazione mentre ci raccontavamo di Nicoletta: eravamo partiti da Roma come perfetti cretini. Ci ritornavamo assoluti eroi.

Alcuni mesi dopo, Nicoletta fece il suo ingresso ufficiale nella trasmissione romana: s'era trasferita in città e quando me la ritrovai in studio, per poco non mi caddero le sopracciglia da sopra gli occhi. Pazzesco, ma la cosa tragica fu che, la prima volta, si presentò col fidanzato. Io giocai la mia carta: presentai il racconto a tema sportivo più romantico che potessi concepire e, una volta a casa, riguardatomi la registrazione - mi riguardavo sempre la registrazione - capii, dall'inquadratura che il regista regalò a Nicoletta durante la lettura del mio racconto, capii che, fidanzato o non fidanzato, era fatta. (Questo bellimbusto qui sotto - ma che basette avevo? - sono io durante quella puntata. Magari stavo guardando lei, oppure stavo sperando che lei guardasse me nel monitor: fatto sta che si vede che ho un motivo in più del solito per sembrare sicuro di me. Ah, le donne...)

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Successe quello che successe, col tempo, e io mi ritrovai invaghito seriamente di Nicoletta, probabilmente la ragazza meno adatta a me che abbia mai abitato la terra. Ma allora non lo sapevo. Allora non me ne accorgevo, cioè, non me ne fregava niente: lei stravedeva per me e, soprattutto, io stravedevo per me; uscivamo insieme e in studio ero l'invidia di tutti. Mi sentivo Gorbaciov, che ne so. Arrivavo in trasmissione con Nicoletta vestita a festa e gli spettatori mi guardavano storto: lei era la valletta e io non avevo mai conosciuto, in vita mia, un momento di così alta fama e celebrità. Cose da pazzi. Una volta lei si sentì male e fui io ad alzarmi per riportarla a casa: un gol in rovesciata durante la finale di Coppa dei Campioni non mi avrebbe dato una soddisfazione maggiore. Percepii, al rallentatore, tutte quelle teste che si giravano verso di me, uomini semmai di sette, otto, anche dieci anni più grandi che invidiavano la mia persona come oggi s'invidia uno che abbia indovinato un 5+1. Che tempi: davamo importanza a cose dell'altro mondo, eravamo tutti sbagliati, con un sacco di idee strane per la testa. Capisco oggi che Nicoletta mai mi piacque davvero: quello che per me contava era che piacesse agli altri. Era lei la mia via d'uscita dall'anonimato: più che le telecamere, più che le stronzate che facevamo allora e che pure ci sembravano importantissime. Lei era la mia casa sull'albero dove invitare tutti gli amici e farmi amare incontrastatamente.

Quegli anni poi si accartocciarono e una folata di vento li spazzò altrove. Di quel gruppo fantastico mi resta solo Andy Capp e un altro paio di colleghi con cui s'è avuta la fortuna di lavorare ancora. Oggi non condividerei nessuna delle scelte compiute a quel tempo: frequentazioni, modi di fare. Niente di niente. È come se nel frattempo si fosse fatta ora d'andare da qualche altra parte. Il viaggio resta piacevole, anche senza telecamere ad infiammarci la faccia.

mercoledì, 19 settembre 2007

Killing Moore
Categoria:giornalismo, scritto da stefano havana


Secondo me Micheal Moore è la risposta americana nazional-popolare ad Antonio Ricci di Striscia la Notizia

Non a caso Antonio Ricci piace alla gente che io reputo più insopportabilmente di destra, (Beppe Grillo compreso) esattamente come Michael Moore piace alla gente che io reputo più insopportabilmente di sinistra. Significherà qualcosa questo fatto? Forse no, ma provo a spiegarmi.

Entrambi, Moore e Ricci, hanno un obiettivo molto preciso, vale a dire catturare consensi denigrando il potere della classe politica, (per esempio) attraverso presunti scoop relativi a malgoverno, scandaletti, superscandali, abusi sessuali, vallettine, maxi-condoni, agevolazioni fiscali. MA per arrivare a questo fine entrambi ricorrono al medesimo mezzo: prendono l'obiettivo della loro critica e la ridicolizzano mettendone in risalto soprattutto i difetti carnascialeschi, le sproporzioni fisiche, gli errori grammaticali, le idiosincrasie, le fisime, le gaffes pubbliche, i vizietti innocenti ma ridanciani, insomma, perdendo completamente di vista l'oggetto della critica, però arrivando ugualmente al loro scopo finale: rendere quell'obiettivo inviso agli occhi degli spettatori.

Il George Bush di Moore è il Silvio Berlusconi di Ricci.
Entrambi sono personaggi di una pericolosità sociale unica, entrambi sono personaggi colpevoli dei più grandi disastri sociali, storici, umani che la recente storia politica dei due Paesi ricordi, eppure il George Bush di Moore è un simpatico signore di mezza età che in 9/11 non fa altro che giocare a golf, sbagliare riferimenti storici, incappare in gaffes macroscopiche con i giornalisti, sbagliare tutti i tempi degli interventi pubblici, ripetere in sequenza - grazie a un montaggio naturalmente truffaldino e deontologicamente aberrante - la locuzione, "li staneremo!", "li staneremo!", "li staneremo!", "li staneremo!", dove, si sa, la ripetizione ossessiva è uno dei meccanismi comici più funzionanti e, infatti, è lo stesso meccanismo comico (perché è di comicità che stiamo parlando, non d'inchiesta, men che meno di giornalismo) utilizzato da Antonio Ricci: il suo Berlusconi è un uomo gioviale, simpatico, galvanizzante che fa le corna durante le foto, infila topiche a ripetizione, guarda le scollature delle giornaliste e, soprattutto, proprio come il Bush di Moore, viene ripreso in continuazione mentre pronuncia l'ormai storica frase: "Sono invincibile!", "Sono invincibile!", "Sono invincibile!".

Guardando l'orribile Fahrenheit 9/11, ho notato anche un'altra drammatica somiglianza tra l'operato di Michael Moore e quello di Antonio Ricci: il ricorso al fotomontaggio, sia visivo che sonoro. Il volto del Bush di Moore è continuamente sovrapposto ai volti di cow boy in assetto di guerra e di altri personaggi tipici della filmografia popolare americana, (addirittura nel montaggio c'è un uso ossessivo di non so quale attore, forse Charles Bronson, che ripete indovinate quale frase? Esatto: "Li staneremo"...) così come il volto del Berlusconi di Ricci è continuamente sovrapposto, in quella trasmissione deplorevole qual è Striscia la Notizia, ai volti delle maschere italiane più tipiche. L'effetto comico è il medesimo: squallido, però funzionale, perché il continuo bombardamento di immagini simili serve senza dubbio a dare agli obiettivi della feroce satira (Moore fa satira, così come la fa Ricci) quella connotazione negativa desiderata senza fare approfondimento.

In 9/11 non c'è, in tutto il documentario, una chiave d'inchiesta originale: i volti rigati dalle lacrime dei parenti delle vittime dell'11 settembre vomitano le sciocchezze ovvie e legittime di tutti i parenti di vittime del mondo, da quelle del terrorismo, a quelle dei sassi dai cavalcavia; gli interventi di Bush sono, come detto, sempre votati alla comicità involontaria, alla caricatura. Il resto è creato dall'intervento rumoroso di Moore che, proprio come i vari Staffelli e Ghione di Ricci, arriva sul posto con mezzi mediaticamente esplosivi, disturbanti, invadenti, utili a rendere prima di tutto inoffensivo l'obiettivo. (un senatore che si vede arrivare Moore a bordo di un camioncino di gelati, a megafono spianato, con dietro 400 persone preda di crisi di risate, non è il referente ideale per organizzare un botta e risposta onesto, proprio come gli inseguimenti di Staffelli seguito da elicotteri trasportanti Tapiri megagalattici e pesanti 4 tonnellate, non è neanche un po' giornalistico, ma è più che altro una cagata pazzesca)

Nel suo ultimo lavoro, "Sicko", Moore ha fatto qualcosa di talmente aberrante che neanche Ricci ha osato mai. Nel tentativo inutile (perché già si sa) di dimostrare quanto inefficiente sia il sistema sanitario americano, Moore ha preso un tot di ammalati americani e li ha portati alla Havana con il chiaro messaggio di mostrare a cinema zeppi di mangia hot dog inebetiti dalle Marlboro rosse quanto sia indietro l'America, dal punto di vista sanitario, rispetto nientemeno che a Cuba, la stella mancante della bandiera a stelle e strisce, proprio la terra vessata dai Kennedy, da Clinton e dai Bush, l'isola rivoluzionaria devastata dall'embargo americano, proprio Cuba, siore e siori, riesce ad essere più avanzata rispetto all'America, almeno dal punto di vista sanitario. Questo è quello che vorrebbe dirci Moore nel suo ultimo "documentario". Applausi scroscianti dei mangia hot dog e dei compagni italiani con le magliette del Che.

Peccato che questa… Cosa sia totale pornografia. Moore prende e fa vedere in primissimo piano l'atto della penetrazione, così da eccitare irreversibilmente teenagers, adolescenti e puttanieri. Ma Cuba, dal punto di vista sanitario, NON è affatto più avanti dell'America: non esiste UN americano che preferirebbe farsi curare a Cuba e non esiste UN cubano che non preferirebbe farsi curare in America. I medici cubani sono bravissimi, straordinari, umanamente profondissimi (ma anche i medici italiani lo sono): peccato che il sistema sanitario cubano sia, semplicemente, inesistente. (a parte il fatto che le farmacie sono vuote ed è impossibile trovare perfino i fazzolettini per soffiarsi il naso) Gli ospedali, se non ti chiami Diego Armando Maradona, non esistono, non curano, sono fatiscenti, non hanno le attrezzature, la ricerca non è sovvenzionata, (come l'arte) i medici che possono espatriano, quelli che non possono farlo, come il mio fraterno amico Raul, sceglie di abbandonare la professione tanto amata per scaricare carne ai mercati. E Raul era uno di loro, un bravissimo scienziato, un medico superiore, capo del laboratorio di medicina molecolare, aveva all'attivo convegni in tutto il Sudamerica e l'Italia e se avesse visto Michael Moore con la sua flotta di malati emigranti, li avrebbe presi tutti quanti a calci nel culo, oppure inseguiti con il suo furgone che è adesso diventato lo strumento di lavoro principale.

Il mio amico Raul vuole vedere Fidel Castro morto e sepolto da quando, in uno dei suoi tanti comizi televisivi, il lider maximo annunciò che una certa malattia che colpiva i bambini era colpa dell'embargo. Raul, che stava lavorando alla cura per quella malattia con la sua equipe medica da tempo, e che finalmente aveva trovato la via, si vide tagliati i fondi perché, secondo Fidel, quella malattia era colpa dell'embargo. E invece, naturalmente, no. Si può dire che l'embargo sia l'ultimo dei problemi cubani e il primo alibi di Fidel, ma questo è un altro discorso. Il fatto è che Moore ha messo su una cosa molto comoda e molto pornografica ed è per questo che io reputo Moore un cialtrone grasso e non un grasso e grosso documentarista: Moore è un ciccione furbacchione che fa spettacolo.

(l'avete sentita la storia del suo denigratore? Quello che aveva organizzato un sito Web per affossarlo? Per affossare Moore? L'avete sentita? A un certo punto al denigratore folle è capitata una disgrazia: la moglie stava morendo di cancro. Allora lui, il denigratore, sul sito che usava per denigrare Moore, ha messo un annuncio: per piacere aiutatemi. Mi servono tot soldi per le cure di mia moglie. Tac, Moore ha preso e gli ha fatto un assegno. Però restando anonimo. La moglie s'è salvata e il denigratore di Moore ha messo sul sito un altro annuncio: grazie al mio angelo salvatore. Chiunque tu sia. Moore s'è fregato le mani e che ha fatto? Ha schiaffato questa cosa in "Sicko". Così il denigratore folle, se non si è suicidato, adesso sta schiattando lui di cancro per la rabbia e la vergogna. Vi sembra bello? Vi sembra deontologico? Vi sembra per caso funzionale all'obiettivo del documentario oppure vi sembra funzionale soprattutto per rendere l'autore di quel documentario simpatico a tutti i mangia hamburger dei cinema?)

Come dice il mio amico Andy Capp: ma a che serve Moore? Lo andiamo a vedere noi, quelli come noi, ne parliamo tra di noi e finisce lì. Io aggiungo che pure quelli come noi dovrebbero smetterla di farsi abbindolare dal falso giornalismo d'inchiesta travestito da show del sabato sera. (anzi, scusate, è il contrario: è show del sabato sera travestito da falso giornalismo d'inchiesta) Moore è come Ricci: fa risaltare cose ovvie usando i mezzi sbagliati, quelli più comodi.

(a proposito: non vi viene in mente nessun altro che, saggiato l'anello del potere, sta adesso impazzendo e anche lui comincia a far risaltare cose ovvie ridicolizzando l'obiettivo della sua critica tramite i difetti fisici, di pronuncia, eccetera eccetera, utilizzando parole chiave come "Alzaheimer", "Valium" e compagnia bella? Vi viene in mente nessuno? Che facciamo? Ci svegliamo in tempo o ci facciamo prendere per il culo un'altra volta?)

martedì, 11 settembre 2007

Il ritorno degli epolidi
Categoria:giornalismo, scritto da valerio roma


Quando ieri mattina ho trovato il mio giornale all'università, ho provato all'istante un senso di soddisfazione piuttosto appagante, colorato da un mezzo sorrisetto di finto stupore, visto che sapevo che l'edizione alla fine in stampa ci sarebbe andata.

epolisNon siamo morti, avrei voluto gridarlo a quei pochi che, ieri mattina alle otto e un quarto (dico otto e un quarto!), si trovavano nei corridoi della facoltà. Avrei voluto dirgli: "Lo sai che questo è il Mio giornale, che l'ho fatto io?". O meglio, che l'ho fatto anche io. Basta coi discorsi sulla cassaintegrazione, sulla paura di ritrovarsi senza lavoro e di tornare miserabilmente a chiedere soldi ai miei. Ho ancora qualche risparmio, presto tornerò ad avere uno stipendio e non avrò bisogno di cominciare a pagare con conchiglie e petali di rose, come fanno Totti e Gattuso.

Siamo vivi, il lavoro di ieri si è trasformato in carta stampata oggi. Che bello che è questo cazzo di giornale, non perché l'ho fatto io (anzi, ho contribuito a farlo). Mi piace sfogliarlo, ha una bella grafica. E pazienza se il professor A., ha pensato bene di spostare a venerdì l'esame di Diritto Pubblico comparato previsto per questa mattina senza mettere uno straccio di avviso su internet e costringendomi ad alzarmi alle sette e mezzo. Simpatico come una multa. Ho letto l'avviso in bacheca, ho maledetto tutto il corpo docente, mi sono messo sottobraccio il mio E Polis e ho preso la strada di casa, a piedi. L'ho pure incontrato, A., per la strada. Avete presente Gianmarco Tognazzi in Romanzo Criminale? L'intermediario senza scrupoli, il faccendiere? Beh A., con quella valigetta e la sua calvizie è identico. Mi sono detto "Vuoi vedere che questo stronzo ci ha ripensato e fa oggi l'esame?". L'ho rincorso chiamandolo a gran voce alle spalle mentre attraversava la strada. "Professor Aaaa.". Lui si è spaventato, voltandosi lentamente non ha nascosto una certa emozione, uno sguardo diffidente: forse pensava che avessi una pistola nascosta sotto il giornale. "Te sei cacato sotto, eh?", ho pensato. Impietrito, si è sciolto quando ha capito il mio intento pacifico, giustificando il rinvio dell'esame con l'affissione dell'avviso, seppure tardivo. L'ho salutato, sfoderando la mia espressione più rassicurante.

Ho continuato a camminare notando con piacere che in tanti, per la strada e nei bar, stavano sfogliando E Polis. Bene così. In testa avevo quella canzone di Paolo Nutini, "New shoes", che canticchiavo sempre con quel mezzo sorrisetto di soddisfazione, col mio giornale sottobraccio. Primo giorno di scuola, mocciosi in giro con gli zaini nelle vicinanze del liceo scientifico vicino casa mia. Mi è venuto quasi istintivo fare una piccola deviazione, andare davanti al "K." a vedere i ragazzi che entravano per la fine della pacchia. Me ne sono rimasto in silenzio per un po', a vederli, appoggiato con la schiena alla saracinesca del negozio di dischi, ancora chiuso. Quando andavo a scuola, rosicavo perché le ragazze della mia classe stavano tutte con ragazzi di 23 o 24 anni, uomini ai nostri occhi. Per noi, con le facce piene di brufoli, i motorini scassati e i quaderni riempiti dalle formazioni del fantacalcio, restava soltanto l'uso di una fervida immaginazione. Come facevano quei ventiquattrenni? Io non ci sono mai stato con una di diciotto anni, in questi ultimi due anni. Misteri della società civile.

Ho ripreso a camminare sempre con E Polis in bella mostra. Sono rientrato a casa, ho buttato sul letto borsa e giornale, e ho preso la chitarra e cominciato a suonare, canticchiando la prima canzone che mi è venuta in mente. Oh no, not me, we never lost control You're face to face with the man who sold the world... Oddio, e le scarpe nuove che fine hanno fatto? Sono già vecchie.

martedì, 07 agosto 2007

Lasciate che i pargoli vengano a noi...
Categoria:giornalismo, scritto da valerio roma


Non è che gli italiani non leggano i giornali, è che da qualche anno diminuiscono quelli che lo fanno. Come vi ho spiegato nel post precedente, in questi giorni il quotidiano per il quale lavoro (E Polis, un misto free-pay) è in crisi, con le pubblicazioni bloccate e rischia perfino l’estinzione. Il problema è che in Italia buona parte delle iniziative editoriali nuove e ambiziose (il discorso legato alle capacità imprenditoriali di chi le fa nascere teniamolo fuori almeno per questo post) sono destinate a un cammino disseminato di ostacoli. Il rapporto tra la popolazione e il numero di lettori dei quotidiani è lo stesso da vent'anni, anzi dal 1975 ad oggi il numero di copie distribuite dai quotidiani sul territorio nazionale è praticamente lo stesso.

La formula è presto fatta: poca gente interessata al prodotto, poche inserzioni pubblicitarie concentrate soltanto sui grandi distributori e poche testate capaci di garantire assunzioni vere, contratti giornalistici e, soprattutto, mansioni giornalistiche. E’ un discorso forse superficiale, ma che nella sostanza sta in piedi. Siamo agli ultimi posti della classifica europea che premia la nazione con il rapporto più alto tra popolazione e numero di lettori. E' vero, il mondo sta cambiando e l’attenzione degli editori si è già spostata su internet. Ma è altrettanto vero che i giornali cartacei hanno ancora un senso e continueranno ad averlo, nonostante il direttore del New York Times abbia scommesso sul contrario. Il giornale può fornire approfondimenti, spunti diversi e, agli occhi della gente, ha una autorevolezza diversa rispetto a un sito.

Per cercare di invertire la tendenza negativa, si dovrebbe operare a monte. Visto che le statistiche dicono che il numero di lettori, negli ultimi dieci anni, è in diminuzione, il sospetto è che le nuove generazioni stiano progressivamente abbandonando la consuetudine di leggere i giornali. Se una fetta di studenti universitari resiste, per la maggior parte degli alunni delle scuole superiori i giornali sono sconosciuti, almeno facendo eccezione per la Gazzetta dello Sport al lunedì per controllare i voti del fantacalcio. La scuola ha il dovere di formare gli studenti a una lettura critica dei quotidiani, che sono uno strumento didattico a tutti gli effetti. Il sogno è quello di vedere una mazzetta in ogni classe, magari stringendo accordi di collaborazione con i singoli quotidiani, ma è un piano difficilmente realizzabile. Un sogno, appunto. Allora magari sarebbe più facile prevedere una sala lettura all'interno degli istituti, con gli studenti liberi di consultare quotidiani e riviste quando lo desiderano. O meglio ancora, si potrebbe rendere tutto questo una vera materia.

Delegare alla professoressa di lettere una o due ore alla settimana a una sorta di educazione alla lettura non è forse importante quanto le ore di chimica o di fisica? Anche perché la scuola deve preparare lo studente al mondo vero, quello che c’è vive all'esterno dell'istituto: della regola dell'Ottetto un ragazzo che minchia se ne fa? Se il progetto è troppo ambizioso, allora sarebbe più facile creare dei corsi pomeridiani, volontari, invogliando i ragazzi a frequentarli. E' un discorso difficile da affrontare. I giornali non entrano nelle scuole perché sono i politici i primi che non vogliono vederli lì dentro. Perché non sia mai che gli studenti vengano condizionati dai giudizi di un quotidiano di destra piuttosto che di uno di sinistra. Sviluppando una cultura di questo tipo tra i ragazzi, forse tra dieci anni il settore dell'editoria potrebbe ottenere benefici tangibili. A parziale discolpa dei più giovani, in ogni caso, c'è da dire che i giornali italiani sono proprio noiosi.

La prima del Corriere della Sera, ad esempio, è vivace e accattivante quanto una pagina della Bibbia. E i corsivi degli opinionisti, sulle due colonne di sinistra, trattano argomenti troppo spesso lontani dal mondo giovanile come da quello delle persone più comuni. La Repubblica non va meglio. E' capace di aprire con le prime dieci pagine completamente dedicate al dibattito politico, che è sterile per quanto mi riguarda: il partito moderato, le intercettazioni telefoniche oppure le spy-story che nessuno ci capisce una sega. Sono giornali noiosi, così come lo sono Il Tempo, L'Unità, il Messaggero o il Giornale. Gli unici più frizzanti sono La Stampa (che grazie al restyling della grafica e ai corsivi di Massimo Gramellini è diventato un giornale godibile) e Libero, anche se di quest'ultimo non condivido la linea politica. Perciò anche i giornali tradizionali devono mettersi una mano sulla coscienza. E devono mettersela, la mano sulla coscienza, anche i giornalisti, che molto spesso utilizzano linguaggi artefatti per dare dimostrazione di saper scrivere prima di saper comunicare. In ogni caso, ha un senso chiedere alla scuola di avvicinare i ragazzi alla lettura dei quotidiani quando riesce a malapena a spiegare come si usa internet? Sì, secondo me ce l'ha.

martedì, 31 luglio 2007

Un giornalista lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia...
Categoria:giornalismo, scritto da valerio roma


Ancora una volta noantri torna sui temi del lavoro. Dopo la nostra inchiesta dedicata ai quelli pericolosi, ecco una testimonianza vera su come i cosiddetti posti d'oro in realtà celino più di un'insidia. Ricorderete Valerio, il nostro amico e collega che si era trasferito in Sardegna. Oggi è lui che scrive per noantri. In bocca al lupo fratellino, e ricorda che fare il giornalista è sempre meglio che lavorare [aNDy cAPp].

Ho scoperto che da un giorno all'altro si può perdere il lavoro. O rischiare seriamente di perderlo. Dalla sera alla mattina. Te ne vai a letto stremato dopo 12 ore di attività stressante, passate a lavorare sulle pagine del giornale, e ti svegli per scoprire che quello che hai contribuito a produrre non è stato distribuito né stampato. E' quello che è accaduto ai giornali della galassia E Polis. Per chi non li conoscesse, sto parlando dei 15 quotidiani (distribuiti in altrettante città italiane) del gruppo messo su tre anni fa da Nicola Grauso. Un gruppo che, in meno di un lustro, era riuscito ad arrivare a infastidire seriamente i vari colossi con la sua formula di distribuzione mista free-pay arrivando a diffondere 650mila copie al giorno. Un progetto nato in Sardegna che poi ha preso piede in buona parte della Penisola.

epolis3Le cose stanno più o meno così. Da qualche mese, circolavano voci di una serie di difficoltà attraversate dal gruppo: Grauso aveva deciso di separarsi dalla Publikompass, concessionaria pubblicitaria tra le più importanti in Italia, fondando la EPM, la propria società di raccolta delle inserzioni. Un passo rischioso ma, secondo l'editore, necessario per la stessa sopravvivenza del progetto E Polis, che con le sue 64 pagine costituisce una freepress di qualità completamente differente rispetto a quelle tradizionali. In questo periodo di crisi, dovuto a una mancanza di liquidità, la vita ordinaria delle redazioni andava avanti senza intoppi, almeno apparentemente: non c'era ombra di ridimensionamento. Tant'è che dopo un discorso rassicurante da parte della dirigenza, due domeniche fa, il momento critico sembrava superato. Doccia gelata, invece, perché dopo ventiquattro ore lo stampatore Umberto Seregni ha deciso di non andare più avanti e bloccare la stampa dei 15 quotidiani visto il credito di 21 milioni accumulato. Una decisione presa dopo il mancato accordo sulla ricapitalizzazione della società, intesa rifiutata da Grauso perché ritenuta sconveniente. Rotative ferme ancora oggi e massimo stato di allerta da parte dei 133 giornalisti del gruppo, molti dei quali hanno ricevuto soltanto il 75% della mensilità di giugno e non incasseranno gli stipendi di luglio e agosto. Sono intervenuti subito i sindacati e, dopo un primo momento di incertezza, si è deciso di non dare più credito all'azienda, attivando stato di crisi e richiesta di cassaintegrazione per i dipendenti.

Domani alle 12.30 ci sarà un incontro al ministero del lavoro per studiare un piano di emergenza. Intanto l'editore sta portando avanti delle trattative con un importante gruppo straniero non presente in Italia, almeno così dice, per cercare di trovare nuovi soci (o acquirenti) capaci di rilanciare il progetto e accollarsi una società che in tre anni ha accumulato perdite complessive per circa 40 milioni di euro. La speranza dei dipendenti (giornalisti, tecnici, amministrativi e pubblicitari) è quella di ripartire a settembre. Intanto la gente ci chiede che fine abbiamo fatto. E' un riscontro che ho leggendo le mail e gli sms che arrivano al giornale, ma anche parlando con amici e conoscenti. Il nostro giornale, parlo soprattutto per l'edizione romana, era riuscito a scardinare la diffidenza delle persone, proponendo un prodotto completo e onesto. La situazione, per il momento, è desolante. Lo spettro (o ciambella di salvataggio, fate voi) della Cigs, la cassa integrazione straordinaria, è dietro l'angolo.

epolis 2Le redazioni sarde, quelle del nord-est, cominciano lentamente a svuotarsi. Gli ultimi giornali (Roma, Milano, Napoli e Bologna) non hanno invece una redazione fisica. Coordinati dal desk centrale di Cagliari, i giornalisti avevano la possibilità di lavorare in telelavoro, con l'azienda che forniva loro tutto l'occorrente (telefono palmare, connessione internet, computer, giornali e altro). Un vantaggio in molte situazioni, come la possibilità di gestire al meglio e in propria autonomia il proprio tempo, ma anche uno svantaggio in questi momenti delicati, quando non hai possibilità di confrontarti con gli altri colleghi o avere notizie sulle assemblee dei redattori se non per telefono. Il risultato è una progressiva, e inevitabile, sensazione di abbandono. Molti di noi, che Grauso aveva avuto il merito in passato di togliere dal circolo vizioso dei contratti a progetto, ora rischiano seriamente di tornare precari. Rischia chi ha il contratto in scadenza in queste settimane, un contratto che molto difficilmente potrà essere rinnovato. Io, invece, mi sono ormai rassegnato all'idea della cassaintegrazione, tra lo stupore di parenti e amici che mi avevano visto entrare a fare parte di un progetto che sembrava avere basi solide. Un progetto al quale avevo dato e continuo a dare tutto me stesso. Parliamoci chiaro: senza avere santi in paradiso, a 24 anni è praticamente impossibile trovare un contratto giornalistico vero nella marana del giornalismo italiano. E Polis mi ha assunto a 23 anni, sette mesi fa, con un contratto di praticante giornalista, con uno stipendio vero e tutte le tutele previste. Ma di questo devo ringraziare il mio collega Gianfranco, che ha proposto la mia candidatura, e il direttore, che l'ha accettata, più che Grauso. Io non mi rassegno, non voglio perdere questo posto di lavoro.

Epolis1Ho vissuto per sei mesi a Cagliari, nella redazione centrale, un posto ideale per lavorare, per integrarmi in un progetto innovativo e giovane. Ho conosciuto amici, colleghi che valgono. Antonio, Daniela, Valentina, Alberto, Fabio, Massimo, un altro Antonio, Davide, Marcello, Alessandro, Francesca, Tobia, Francesca, Maria, Marco, Lucia, Marzia, Giuliano, Davide, Luca, Massimiliano, Giambernardo, Roberto, Luca, Francesco, Antonello, ancora un Antonio, Chiara, Paolo e tantissimi altri. Sono cresciuto come uomo, come professionista, ho fatto esperienze splendide anche all'estero. Mi sono confrontato con la cocciutaggine dei sardi, con il loro dialetto incomprensibile che ho cercato di imparare un minimo. Ma ho conosciuto persone da ogni parte d'Italia che hanno cambiato il mio punto di vista delle cose giorno dopo giorno, cena dopo cena. Ho imparato a confrontarmi con le persone, a prendere decisioni spesso difficili, ad avere le palle. Pensare alla fine di tutto questo, alle porte della redazione di Viale Trieste come quelle delle altre città chiuse per sempre mi fa venire rabbia. Sono preoccupato, che è sempre meglio di essere disoccupato. Sono preoccupato non tanto per me quanto per chi ha dieci, quindici anni più di me, una famiglia da mantenere e rischia di ritrovarsi con un'indennità di 700 euro, a essere ottimisti. Sono preoccupato per i tecnici, le centraliniste, gli amministrativi, un esercito quasi più numeroso di quello dei giornalisti. Sono preoccupato per chi stava progettando il matrimonio e adesso deve rinviare tutto. Sono preoccupato per i nostri collaboratori, pagati a pezzo e non tutelati da contratti. Molti di loro, non ricevono compensi da gennaio. Ma di questo saprà parlarvi meglio aNDy cAPp, collaboratore al progetto E Polis fin dal primo numero dell'edizione romana, lo scorso 28 settembre. Incazzato come sono adesso, non potrei esprimere un giudizio lucido su un imprenditore che, accumulando debiti, ha continuato ad aprire giornali come se nulla fosse. Io volevo solo testimoniare un disagio, una situazione che vivo per la prima volta in vita mia. Andrà a finire come andrà a finire: io so che voglio fare il giornalista, che non mollo il sogno di fare questo mestiere per tutta la vita.

Siete tutti invitati a raccontare nel più assoluto anonimato la vostra esperienza in questo campo professionale. Mi interessano in particolare le situazioni di Rai e Mediaset. Insomma sfatiamo un tabù, che se c'è da parlare di precariato la palla passa di dirittto ai giornalisti. Scrivetemi qui.

mercoledì, 30 maggio 2007

Noantri in giro per il Mondo
Categoria:giornalismo, scritto da andy capp


Cari lettori,
scusate per l'assenza di questo inizio settimana. Il lavoro ci ha portato lontano da Roma per tre giorni, in cui comunque avete potuto apprezzare i post di amici vecchi e nuovi. Siamo rientrati ieri sera da un'esperienza molto forte che presto vi racconteremo. Intanto eccovi un paio di foto in incognito. Insieme ad Alberto e Fulvio abbiamo creato un bel gruppo di lavoro. Siamo stati bene, abbiamo visto e documentato una realtà molto distante dalla nostra, ma non sono mancati i momenti goliardici. Come diceva uno più importante di me: fare il giornalista è sempre meglio che lavorare.

on tour[io ovviamente sto scattando la foto a questi strani personaggi]

riflesso
[in questa foto si cela il nostro prossimo lavoro, ma non fate domande]

Già da oggi si torna a macinare, che qui di idee non ne mancano.

martedì, 10 aprile 2007

Ma che diavolo significa UMAC? (andiamo in onda domani)
Categoria:giornalismo, scritto da andy capp


TARATATARA TATATARA TATATARA TATATA

"Oh?"
"Dimme..."
"C'ha scritto la Rai..."
"Eh?"
"La Rai, c'ha scritto..."
"Ma che vordì?"
"Ahò, la Rai, leggono noantri..."
"Embè?"
"Niente, ha chiesto che facevamo nella vita, se ci andiamo a fare due chiacchiere..."
"Nun scherza', a Ste"
"Giuro!"
"Non ci posso credere, già solo questa cosa mi riconcilia con il mondo. Anche se poi non succederà nulla...".

MonoscopioE' così che Stefano Havana mi ha dato la notizia più importante della mia vita professionale. E non ricordo nemmeno quante volte abbiamo usato questa scusa per brindare alla nostra salute. Ora che il lavoro è concluso da diverse settimane (e siamo di nuovo occupati su un secondo impegno) ricordo ancora l'emozione del primo incontro dopo la missione che c'era stata affidata. "Dobbiamo pensare a qualcosa di originale". Ma cosa? Cosa poteva interessare che non avessero già trattato? Dicevamo che le idee e i contenuti, lo scritto, erano il nostro punto di forza. Non è stato proprio così. Anzi, quando ci hanno bocciato la prima proposta, dopo che avevamo fatto anche un sopralluogo in stile servizi segreti, siamo caduti nel panico più totale. Anche perché le motivazioni che ci avevano dato erano più che legittime. Dovevamo cambiare punto di vista, prospettiva. Cosa ben difficile per due caratteracci orgogliosi e permalosi come i nostri. Ma per Mamma Rai si fa tutto. 

CavalloDopo decine di incontri e scambi di mail alla fine otteniamo il via libera. E quindi non avevamo più scuse: alzare il culo dalla sedia e andare a vedere come era fatto il Mondo, noi che da mesi (anni?) pretendiamo di raccontarlo su questo blog. Non c'era più da scherzare, non c'era commento acido a cui rispondere o post brillante da pubblicare. Si doveva fare sul serio. Così, iniziamo a cercare contatti, pianificare, studiare, appassionarci all'argomento del servizio. Ma di questo preferisco non scrivere perché sono emozioni che ho condiviso con il mio amico-collega e che voglio tenermi stretto.

BananajoePoi la svolta, grazie a un'intuizione di chi cura il programma. Ma non scriverò di questo perché il nostro lavoro dovrete giudicarlo voi, spietati, così come lo siamo stati noi in alcuni frangenti. E sono sicuro che vi renderete conto della nostra inesperienza, di quello che avremmo potuto e non siamo riusciti a fare, dei punti dove dobbiamo migliorare. Alla fine è andata, e quando l'ultimo fax è stato spedito non ci sembrava verò. Perché di una cosa sono rimasto sconvolto: dalla burocrazia. La Rai non è la televisione di Stato, è l'Unione Sovietica. Mai visto un posto così pieno di uffici, richieste da mandare per ottenere altre richieste, pass che non venivano concessi, decine di referenti diversi ogni settimana. Mi sono sentito a metà tra un personaggio kafkiano (e questa era scontata) e Bud Spencer in Banana Joe (a questa non avevate pensato) nella scena in cui deve ottenere il congedo militare per fare la carta d'identità.

Dobbiamo rendere grazie alla sensibilità dimostrata da chi ci ha scelto, da chi ci ha dato quest'occasione, perché è quella di qualcuno che ancora crede in qualcosa. Forse è vero che il mondo non fa tutto schifo. E' una lezione che abbiamo imparato. Perché noantri ha fatto un servizio sulla Rai senza essere figlio di nessuno. E questo lo voglio gridare forte a tutti quelli che non ci credevano più, me compreso.

Un'ultima considerazione sullo strano titolo del post. In realtà è una sciocchezza: quando abbiamo iniziato a lavorare sul progetto, Stefano Havana ed io abbiamo iniziato a scrivere su un documento word salvato con il nome UMAC. Un giorno al telefono gli chiesi che diavolo volesse dire e lui, preso dalle sue solite amnesie temporanee (chi lo conosce di persona potrà confermare) e lontanissimo dall'idea di mettere in moto i due criceti che ha nel cervello, mi liquidò con uno sbrigativo: "Non lo so, me lo hanno inviato loro...". Poi giorni dopo l'illuminazione finale:

"Oh"
"Eh?"
"UMAC..."
"Embè?"
"Me so' ricordato che vordì..."
"Ah, ecco, ce stavo a diventà matto..."
"E' 'n acronimo... Un Mondo a Colori"

Va in onda domani alle ore 9.45 su RaiDue.
Buona visione!

sabato, 31 marzo 2007

Quote rosa?
Categoria:giornalismo, scritto da stefano havana


Ne abbiamo già parlato.

Renato Farina, l'ex vicedirettore del quotidiano 'Libero' diretto da Vittorio Feltri, è stato radiato dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti per essersi arruolato nel Sismi con il nome di Betulla.

Le dichiarazioni, in proposito, della deputata di Forza Italia GABRIELLA CARLUCCI: "Forza Italia deve fondare una propria scuola di giornalismo e nominare Farina rettore perché è un giornalista vero e un modello per i giovani".

via E. Chesi

venerdì, 16 marzo 2007

C'era una volta la radio libera
Categoria:giornalismo, scritto da andy capp


Molti di voi avranno sicuramente visto e apprezzato Radiofreccia (1998), il primo film di Luciano Ligabue. Una pellicola discreta a mio avviso, che ben raccontava il fenomeno delle radio libere con tutta la poesia e la voglia di un'informazione diversa che si respirava in quegli anni. Poco tempo dopo un altro film, bellissimo, I Cento Passi di Marco Tullio Giordana, riprendeva il tema narrando la storia di Peppino Impastato.

radiofrecciaOggi quell'idea di radio non c'è più. Non c'è più perché hanno vinto i soldi. Con la complicità dei padroni, una volta forse editori illuminati, oggi agguantatutto. E' di qualche settima fa la notizia che aumenteranno i controlli da parte del Co.re.com, un organismo regionale che da sempre (da sempre) si dovrebbe occupare dei messaggi diffusi da radio e televisioni locali. Bene, solo dopo la morte dell'Ispettore Raciti in seguito agli incidenti del dopopartita Catania-Palermo, qualcuno ha deciso veramente di muoversi.

Cosa c'entra la violenza negli stadi con il controllo delle radio locali? Ve lo spiego subito: perché quello che succede ad esempio a Roma da quindici anni a questa parte ha dello sconvolgente. In poche parole: in radio parlano tutti e si ascolta di tutto. Non esiste il minimo controllo, tanto meno un minimo di coscienza da parte degli editori, che pur di incassare soldi, aprono i loro microfoni anche all'ultimo dei capopopoli, purché dotato di amico ristoratore disposto a fare pubblicità.

Nella Capitale esistono decine di radio locali specializzate soprattutto sul calcio che sono oggi più influenti di un quotidiano o di un partito politico. Siamo arrivati a situazioni talmente estreme che la diffamazione ormai è il pane quotidiano dei palinsesti radiofonici. Ma non solo: ricatti, estorsioni, insulti gratuiti e chi più ne ha più ne metta. Certo, la colpa è degli editori, ma anche delle persone che ascoltano e che se ne stanno tutto il giorno  incollate alla radiolina. Persone che per farsi un'opinione ascoltano il loro balordo preferito di turno piuttosto che leggersi il Corriere dello Sport (qualche firma discreta ancora c'è) o la Gazzetta.

ImpastatoIl concetto di informazione, e tanto meno di servizio, dalle radio locali romane è totalmente scomparso. Il metodo per avere uno spazio tutto vostro è molto semplice. Perché in queste strutture non esistono direttori artistici o di testata. Anzi nella maggior parte delle occasioni coincidono con l'editore panzone. Basta avere due amici con un'attività commerciale pronti a fare pubblicità nel vostro programma e il gioco è fatto. State tranquilli che una fascia da un paio d'ore non ve la negherà nessuno. I contenuti? E cosa sono? Non preoccupatevi, anzi andate in radio senza la minima idea, aprite le linee telefoniche e cominciate a insultare le trasmissioni delle altre emittenti. Il successo è garantito.

E per chi volesse fare il giornalista? Non disperate, c'è spazio per tutti. Proponetevi come inviato e vi sarà fatto un discorso chiaro e onesto: non ti dò una lira però puoi diventare pubblicista, ovviamente con le ritenute d'acconto a tuo carico. Vi spiego meglio: oltre a non prendere un soldo nemmeno di rimborso spese, per  iscrivervi all'albo dovrete anche pagarvi delle tasse su soldi mai incassati. Tutto naturalmente con l'avallo dell'Ordine dei Giornalisti e dell'Inpgi, sempre in prima fila nella tutela di chi un contratto lo ha già, ma completamente assenti quando si tratta di scendere in difesa del precariato: meglio non correre il rischio di estendere i propri privilegi anche ad altri.

Faccio questo lavoro da parecchi anni, ho iniziato proprio in una radio, e tutt'ora mi trovo a combattere con questa realtà. La buona volontà non mi è mai mancata, solo che da qualche settimana a questa parte mi sono quasi convinto che avrei dovuto cercarmi un amico con un ristorante. Fanculo. Speriamo solo che chi ci ha creduto davvero qualche anno fa, oggi riesca a vedere in che diavolo di mondo viviamo.

E' triste non avere fame
di sera all'osteria
e vedere nel fumo
dei fagioli caldi
il suo volto smarrito.

(Peppino Impastato)

venerdì, 29 dicembre 2006

Oggi in edicola
Categoria:giornalismo, scritto da andy capp


giornaliQuesta è la storia di Giorgio, 30 anni e una laurea in Scienze Politiche, che grazie a una raccomandazione da un paio d'anni è riuscito a entrare in orbita Rai. Prima un contratto di tre mesi alla radio, di notte, al più completo e totale sbaraglio, poi due mesi senza lavorare, poi altre tre in tv, a curare servizi su argomenti di cui fino al giorno prima non conosceva nemmeno l'esistenza. Poi altri cinque mesi senza lavorare e ora un bel contrattone da otto (poi dopo i tre di stop sono obbligatori). In Rai non si fa la fame, certo, ma si può andare avanti così anche per dieci anni, in attesa del cambio al vertice aziendale, di un cambio di Governo, in attesa della nomina giusta. E non sempre la storia è a lieto fine. Giorgio è un giornalista professionista, è riuscito a fare l'esame grazie a uno stratagemma: si è pagato da solo i contributi Inpgi e così il suo vecchio datore di lavoro gli ha riconosciuto il praticantato retroattivo.

Ma quella di Giorgio è una delle situazioni migliori. Prendete Valerio ad esempio. Lavora nel mondo del giornalismo da sette anni, ne ha 29 ed è laureato. E' pubblicista dal 2003 e forse ora grazie al numero spropositato di preghiere presentate all'Ordine dei Giornalisti e al suo vecchio editore potrà fare l'esame di Stato. A patto che rinunci ai contributi per i 18 mesi di praticantato. Valerio non ha mai avuto un contratto giornalistico, ma solo co.co.co, co.co.pro e scritture private. Alla sua collezione di fogli da bagno, mancava solamente un bel contratto con richiesta di apertura di una Partita Iva. L'ultima sorpresa è proprio questa: nella ricevuta che deve fare al suo datore di lavoro, la voce Iva viene sottratta con quella della ritenuta d'acconto. Così l'editore paga l'Irpef con i soldi dell'Iva (di Valerio), tanto: "tu hai la possibilità di scaricarti le cose". Quali? Verrebbe da chiedersi. E dal momento che non arriverà mai a coprire il 20% dovuto allo Stato, di fatto vedrà ridursi notevolmente la cifra netta per cui si era accordato all'inizio. Ma ti pare che uno deve avere tutto e subito? Servono i sacrifici.

edicolaMa nemmeno Valerio è quello messo peggio. Prendete Patrizia, 23 anni e il sogno di fare la giornalista. Tutti i giorni si alza alle 7, arriva in radio alle 8 e dalle 9 alle 10,30 legge la rassegna stampa. Più tardi, invece, fa l'inviata per il contenitore sportivo del primo pomeriggio. Quanto le danno? Nulla, ovvio. Vuoi mettere avere la possibilità di fare esperienza? Senza contare che può anche prendere il tesserino da pubblicista. A patto che sia lei a versare le ritenute d'acconto. E poi c'è sempre la possibilità di trovare uno sponsor e guadagnare il 20% del contratto.

Alessandro, che di anni ne ha 22,  lavora invece per un service editoriale, che sarebbe una sorta di erogatore espresso di orribili inserti per i quotidiani. Contenitori di pubblicità che non vengono letti da nessuno e portano solo guadagni agli editori. Alessandro scrive di tutto: vacanze, regali di Natale, moda, ricette, sport. Naturalmente scopiazzando su internet di qua e di la e non imparando praticamente nulla. Il numero degli inserti al mese può essere di quattro, ma anche di dieci. Naturalmente allo stesso prezzo, quello della gavetta.

Ora, a chi pensa che i giornalisti siano una categoria di privilegiati vorrei sottoporre queste piccole storie di tutti i giorni e ricordargli che per l'Italia ce ne sono migliaia. All'Fnsi che si batte affinché il contratto con la Fieg venga rinnovato vorrei far presente che queste persone non hanno la possibilità di fare sciopero insieme a loro perché non godono dei loro stessi diritti pur esercitando la stessa professione. All'Odg e all'Inpgi auguro invece vita breve perché a cosa dovrebbero servire istituti che fanno finta di non vedere? Per loro l'importante è che le tasse e i contributi alla gestione separata vengano versati regolarmente. Agli editori dico di non piangere perché sono stati loro a far sì che le redazioni diventassero dei Ministeri dell'informazione.

Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistiti

è da considerarsi puramente casuale. Forse...

martedì, 31 ottobre 2006

Farina quanto basta
Categoria:giornalismo, scritto da stefano havana


betullaAbbiamo spesso parlato, qui dentro, del quotidiano "Libero" come uno dei più classici esempi - morali e professionali - da non seguire mai. E' notizia di oggi che la procura generale della Repubblica di Milano ha chiesto pene più severe per l'ex vice-direttore Renato Farina, già sospeso dall'Ordine per dodici mesi con l'accusa di intascare soldi (col nome in codice "Betulla") nell'ambito della vicenda del sequestro dell'imam Abu Omar.

La richiesta fatta adesso è di radiazione. Il presidente dell'Ordine lombardo Franco Abruzzo con una nota ha commentato: "Farina per dodici mesi non potrà firmare, non riceverà lo stipendio e i farinacontributi previdenziali, mentre dal 30 settembre il suo nome è stato tolto dalla gerenza di Libero. E' poco?". Poco sì, se - come fatto recentemente notare - l'ex vicedirettore ha continuato imperterrito a scrivere sul suo bel giornaletto, usufruendo (diciamo anonimamente) dello spazio riservato ai lettori per le lettere al Direttore (Feltri). In altre parole, il genio scriveva articoli per il suo giornale da "privato" lettore (non mancando però di farsi riconoscere dal suo gregge compiacente). La cosa è stata smascherata in pubblica piazza, con tanti saluti ai furbetti del quartierino.

La bella storia finisce con la solita presa di posizione ridicola della Destra, nella figura dell'organo del gruppo consiliare di Forza Italia, che ha appena candidato Renato Farina detto "Betulla", all'Ambrogino d'Oro, massima onoreficenza milanese.

update: Gabriele mi segnala nei commenti la petizione per revocare la sospensione a Farina, proposta da Paolo Guzzanti.

lunedì, 25 settembre 2006

Non mi è dato sapere
Categoria:giornalismo, scritto da andy capp


andycappDa due settimane Luciano Moggi è il nuovo opinionista sportivo di Libero, il quotidiano diretto da Vittorio Feltri. Dopo le polemiche suscitate dalla presenza dell'ex dg della Juve alla trasmissione Quelli che il calcio senza alcun tipo di contraddittorio, trova spazio sulle colonne del giornale (che si erge a paladino della democrazia) fondato con l'appoggio del Movimento monarchico il commento di Lucky Luciano, ex signore del calcio italiano. Così scriveva giovedì, dopo il turno infrasettimanale:

"La nota dolente della giornata: gli arbitri, assolutamente negativi nelle prime giornate e artefici di errori grossolani (tra gli altri penso a Giannoccaro in Torino-Siena e a Lops in Atalanta-Empoli). Agnolin e Tedeschi avranno molto da lavorare. Come, non mi è dato sapere".

Non mi interessa tanto rimarcare la pochezza del suo commento (ho letto entrambi gli articoli), però come ha sottolineato giustamente Gianni Mura ieri su Repubblica, quel non mi è dato sapere è una pennellata da grande artista, che vale un m'illumino d'immenso.

Perché tuttavia dare ancora spazio al carnefice divenuto vittima? Non tanto per la curiosità di saperlo così richiesto sul mercato dell'informazione (anche Telelombardia gli aveva proposto una collaborazione), quanto per le curiose giustificazioni date da Feltri, nelle vesti come al solito dell'abile provocatore.

MoggiIn un'intervista rilasciata sul web, il direttore ha dichiarato che "Luciano Moggi è il massimo esperto di calcio e di calciatori in Italia. Quindi, non ci vedo alcuna stranezza. Ripeto, Moggi ha la competenza che serve a Libero. Che nel suo mestiere sia un grande lo sanno tutti, soprattutto i club: l'Inter era pronta a fargli ponti d'oro pur di strapparlo alla Juve. A Napoli, Roma e Torino ha fatto cose straordinarie". Credo sia giusto aggiungere che a Napoli Moggi è cresciuto all'ombra di Italo Allodi (andatevi a leggere Indagine sul calcio di Oliviero Beha e Andrea Di Caro per capire di chi stiamo parlando), a Torino si è beccato una condanna caduta in prescrizione per aver corrotto gli arbitri nelle partite in Coppa Uefa dei granata, mentre quello che di buono ha fatto a Roma sinceramente  mi sfugge: nella sua prima apparizione a fine anni settanta fu cacciato da Dino Viola, mentre a metà anni novanta è rimasto solo pochi mesi prima di rompere definitivamente con Franco Sensi. Ricordate lo sgarbo Ferrara-Paulo Sousa?

E cosa avrebbe fatto di straordinario a Torino, oltre a far finire sotto processo per doping la società calcistica più gloriosa d'Italia e a farla retrocedere in serie B per illecito? Mi piace inoltre ricordare l'operazione di mercato in cui si liberò di Zidane, Inzaghi e Henry per comprare un portiere a 100 miliardi. Straordinario.

FeltriMa torniamo alle parole di Feltri: "Ma quale operazione di marketing. Libero non ha bisogno di iniziative di questo tipo per interessare i lettori. Il mio giornale nelle edicole vende 130 mila copie. Questi sono i dati ufficiali. E' evidente, è sotto gli occhi di tutti, basta informarsi, i numeri ci danno ragione. Noi vogliamo soltanto fare informazione". Anche qui vanno precisate alcune cose. Gli ultimi dati disponibili su Prima Comunicazione dicono che Libero vende circa 88 mila copie mentre ne vengono tirate oltre 180 mila. Come mai tutto questo spreco? Semplice, c'è una legge in Italia in vigore dal 1987, che prevede un finanziamento statale a quei giornali che vengono indicati come organo di un movimento politico (quello monarchico nel caso di Libero) da due deputati. Il contributo si basa sui costi e sulla tiratura. Più copie si stampano più aumenta il contributo. L'importante è vendere almeno il 25% della tiratura. Libero è il quotidiano (finanziato) che stampa e vende di più e di conseguenza prende un contributo altissimo, che si aggira sui cinque milioni e 371 mila euro all'anno.

Perché in questo paese Moggi venga considerato un abile dirigente e Feltri un grande giornalista non mi è dato sapere.

Per le iniziative di quest'ultimo vi rimando all'inchiesta di Stefano. 1#, 2#.

martedì, 30 maggio 2006

Marketta con giusta causa
Categoria:giornalismo, scritto da andy capp


indaginesulcalcioUn libro per tutti i tifosi, per tutti gli appassionati o per tutti quelli che semplicemente vogliono capire cosa sta succedendo al mondo del calcio. Quella di oggi è una segnalazione: non tanto perché il libro in questione (Indagine sul Calcio - Edizioni Bur - 12 euro) è un volume completo di oltre 600 pagine che traccia un percorso chiaro dai Mondiali del 1982 fino alle intercettazioni di Moggi&C., quanto per il fatto che ho collaborato alla stesura del libro attraverso un minuzioso lavoro di ricerca.

L'Italia di Pertini e Craxi, ma soprattutto di Paolo Rossi e Bearzot. L'Italia di Berlusconi e D'Alema, di Totti e di Lippi. Che cosa è successo nel calcio e nel Paese negli ultimi vent'anni? Oggi come allora chi copre invece di scoprire? Partite truccate, arbitri venduti, calciatori drogati, morti sospette, inchieste insabbiate, affari sporchi ma anche leggende, grandi e modesti giocatori, storie di personaggi memorabili e dimenticati. Un romanzo di fatti e di sport ancora tutto da raccontare.

Al di là dello stile e dell'argomento, che possono piacere o non piacere, questa è davvero una mini-eciclopedia degli scandali del calcio italiano. E poi, lavorandoci ho scoperto una cosa: la penalizzazione di nove punti data alla Lazio nell'ormai storico campionato degli spareggi di Napoli, è stata una gran porcata. Parola di romanista.

"Ho vissuto in un calcio corrotto, ho pagato stipendi in nero ed evaso le tasse. Ma ho fatto appena il 10% di quello che ho visto, a tutti i livelli. E sono l’unico finito in galera… "
Ermanno Pieroni, ex presidente dell'A.C. Ancona


"Se un arbitro è bravo a gestire la partita in un certo modo, tu perdi. E il 99,9% degli spettatori non capisce il perché".
Luigi Corioni, presidente del Brescia Calcio

lunedì, 13 marzo 2006

Quarto potere
Categoria:politica, giornalismo, scritto da andy capp


Paolo MieliL'eco provocata dall'editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera dell'8 marzo è piuttosto inusuale: nel senso che di solito spetta ai giornalisti commentare le opinioni dei politici e non il contrario. E se in Italia tutti i quotidiani hanno un orientamento politico più o meno dichiarato, quando a schierarsi è il Corrierone, la cosa fa sempre notizia. Affermare che il quotidiano di Via Solferino sia di sinistra è quanto meno azzardato: da sempre viene considerato il giornale della borghesia del Nord, quello che rappresenta il pensiero del mondo dell'industria e della finanza che contano. Ed è dalle colonne del Corriere che, in Italia, si fa la politica. Tutti ricorderete come siano stati gli editorialisti di via Solferino a coniare termini come riformisti o terzisti. Per non dimenticare le battaglie sul cosiddetto bipolarismo dell'alternanza. E' lecito, insomma, per un Governo, non dormire sonni tranquilli se si ha il Corriere contro.

L'unica novità è che Paolo Mieli, con il suo editoriale, ha interrotto la tradizionale compostezza del giornale sotto elezioni (anche se le posizioni, tra le righe degli editoriali, erano sempre ben individuabili). Alla vigilia delle elezioni del 2001 così come una fetta considerevole dell'elettorato moderato, anche il Corriere concesse un'apertura alla Casa delle Libertà. Se il centrosinistra vincerà le elezioni, a Prodi e ai suoi ministri verrà dato il tempo di lavorare, e lo stesso Mieli sarà pronto, in caso di delusione, a dire nuovamente la sua. Per questa storia, alla fine, si è fatto più rumore nei corridoi della politica che in quelli della redazione. Così si è espresso il Cdr del quotidiano in un passaggio del comunicato diffuso il giorno successivo:

"Appare infatti piuttosto suggestiva l'impostazione proposta ai lettori: mentre il giornale viene schierato, legittimamente, su una precisa posizione, viene poi annunciato che non solo nei commenti ma anche nei fondi e negli editoriali, i quali rappresentano la linea di ogni giornale autonomo e indipendente, questa scelta di campo potrà essere contraddetta e criticata formulando anche opzioni opposte. E' invece tradizione acclarata di tutti gli importanti organi di informazione delle grandi democrazie occidentali, da Le Monde al New York Times al Washington Post, che la linea del direttore si esprima e venga portata avanti con coerenza e continuità negli editoriali, ferma restando la massima apertura di opinioni e interventi".

Così funziona un grande giornale.

Tutt'altra storia la puntata di In ½ ora andata in onda domenica pomeriggio su RaiTre in cui Silvio Berlusconi ha lasciato vuota la poltrona dopo le domande incalzanti di Lucia Annunziata. Se Mieli, infatti, ha motivato le sue decisoni politiche sui fatti degli ultimi cinque anni di governo e sulle proposte politico-economiche dell'Unione, la giornalista si è limitata ad aggredire il Presidente del Consiglio su questioni, per così dire, non più all'ordine del giorno (rivendicando, tra l'altro, la propria appartenenza politica). L'Annunziata non ha intervistato Berlusconi in quanto Primo Ministro di un governo fallimentare, ma l'ha trattato come il futuro sconfitto delle prossime elezioni, tirando fuori un livore dettato dalla situazione. Ma dov'era tutta questa grinta durante il periodo della sua Presidenza in Rai (posto lasciato vuoto proprio da Paolo Mieli)? Entrando poi nel merito delle domande, quella sugli introiti pubblicitari di Mediaset è stata formulata in modo maldestro: sarebbe stato meglio mettere in evidenza i grandi guadagni dell'Azienda nonostante il periodo di recessione del settore (oppure il condono fiscale di cui si è giovata), piuttosto che tirare fuori il paragone con le entrate della Rai, che per filosofia e impostazione, non raggiungerà mai le tv commerciali. Inoltre, sembrava che tra i due ci fossero delle questioni irrisolte e la giornalista ha approfittato dell'occasione per rinfacciarle al Premier. Con lo stesso metodo, però, avrebbe potuto chiedere a D'Alema della mancata legge sul Conflitti d'interessi durante gli anni del governo di centrosinistra oppure a Bertinotti dei motivi della fuoriuscita dal primo governo Prodi che, di fatto, hanno consegnato l'Italia proprio nelle mani dell'odiato Berlusconi. A mio avviso Silvio, stavolta, ne è uscito bene.

Berlusconi e Lucia Annunziata

venerdì, 17 febbraio 2006

Libertà d'opinione
Categoria:giornalismo, attualità, scritto da andy capp


feltriIl 14 febbraio Vittorio Feltri, direttore del quotidiano Libero, è stato condannato in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione per diffamazione nei confronti del senatore Ds Gerardo Chiaromonte, scomparso nel 2003. La decisione è stata presa dal giudice monocratico di Bologna Letizio Magliaro. Il processo era relativo ad un articolo apparso nel 1999 su Qn (di cui Feltri all'epoca aveva assunto la direzione), il quotidiano nazionale della Poligrafici Editoriale, proprietaria anche del Resto del Carlino, la Nazione e il Giorno. Nel pezzo incriminato (e non firmato) il nome del senatore veniva indicato come uno di quelli inseriti nel dossier Mitrokhin, ovvero la lista di collaboratori occulti dell'Unione Sovietica compilata da un ex archivista del Kgb. Nello stesso processo, invece, è stato assolto Gabriele Canè, allora direttore de il Resto del Carlino.

Sulla condanna a Feltri ha preso posizione anche il premier Silvio Berlusconi: «Resto sconcertato di fronte alla notizia che un giornalista del calibro e con la storia professionale di Vittorio Feltri venga condannato, per di più ad una pena assolutamente straordinaria, un anno e mezzo di reclusione, per un reato di opinione». Per la storia professionale di Feltri vi rimando a questi due ottimi post scritti qualche mese fa da Stefano (1#; 2#). 

«Feltri condannato al carcere» è il titolo della prima pagina con cui Libero ha dato la notizia. Mentre nel catenaccio si legge: «Un anno e mezzo di galera per una querela sulla lista Mitrokhin, colpa di una legge che non è stata cambiata». Ecco invece, sempre dalle colonne del suo giornale (suo poiché ne viene fatto un uso personale), alcuni passi dell'articolo di Vincenzo Vitale, apparso il giorno successivo.

"La condanna di Vittorio Feltri a un anno e mezzo di carcere è davvero un'assurdità. E non solo per colpa di una legge che finisce per punire giornalisti peggio dei delinquenti, ma anche perché rappresenta da sola una mostruosità giuridica. [...] Certo, c'è subito da evidenziare che se intento del Tribunale fosse stato quello di emettere una sentenza che potesse fungere da esempio a carico di un giornalista tradizionalmente estraneo ai cori ed alle mode - quale Feltri costituzionalmente è -, ebbene, il Tribunale è incorso in un clamoroso autogol. Infatti, nelle ultime ore, non c'è nessun esponente del mondo giornalistico o politico italiano che non solidarizzi con lui, esprimendo serie riserve sulla giustizia (perché, anche se spesso lo si dimentica, la sentenza, ogni sentenza ha da essere espressione di giustizia) di questa decisione del Tribunale bolognese. Innanzitutto, è da notare come il destinatario della querela fosse espressamente soltanto il direttore responsabile del Resto del Carlino (edizione bolognese del Qn), Gabriele Canè, oltre all'articolista ignoto ai querelanti ed a chiunque altro risultasse responsabile dei fatti. [...] In altre parole, l'articolo era senza firma in quanto redazionale e comunque traduzione di larghi stralci di dossier, mentre il direttore responsabile - vale a dire espressamente indicato dalla legge come colui al quale è dovuto il controllo su ogni riga pubblicata- era Canè. Ora qui non interessa sapere se quel nome vi fosse o meno (la sentenza dice di no): interessa invece capire secondo quale logica (ammesso ce ne sia una) Feltri sia stato condannato. Si è detto che la querela non ne faceva neppure il nome. Come può essere allora che il Tribunale sia giunto a lui? Semplice: la legge prevede il c.d. effetto estensivo della querela, in forza del quale essa si estende a tutti coloro che avessero contribuito a commettere il reato (come del resto chiedevano i querelanti). Tuttavia, essendo l'articolo incriminato privo di firma e perciò ignoto il suo autore, allora non rimaneva che il direttore responsabile, imputabile per ome