sabato, 05 aprile 2008

Harmattan - il trailer ufficiale.
Categoria:scritto da stefano havana, harmattan


Ne avevamo parlato a lungo qui, di quest'avventura. Il documentario, lentamente, prende la sua forma e percorre la sua strada: in alcuni cinema torinesi è già stato proiettato, adesso tocca alla Rete. Stiamo parlando del trailer ufficiale di "Harmattan", il documentario prodotto da IK Produzioni, per la regia di Alberto Puliafito e il montaggio di Fulvio Nebbia, in collaborazione con Recosol - Rete dei Comuni Solidali. Chi fosse appassionato di Africa, di solidarietà, di mondo, di cinema e di documentari, può iniziare col darci un'occhiata.

giovedì, 28 febbraio 2008

Harmattan - Diario di viaggio (Puntata 3)
Categoria:scritto da alberto puliafito, harmattan


Bamako - Oualia

I totali sono importanti. Scriverò questa riga come un karma, finché non me lo infilerò bene in testa. Sono importanti, anche se la mia curiosità passionale e appassionata si concentra, uno a uno, su tutti i dettagli, che insieme formano un totale - per gli altri - solo con una complicata mappa corticale. Detto ciò, siamo a una nuova tappa del viaggio.

E, no, cari, non ci fregate più: lo sappiamo, che se ci dite che si parte alle 6 in realtà si parte alle 6:30. Ma vallo a spiegare a quel piccolo morbo che si insinua dentro e che si chiama impazienza, vallo a spiegare a quel cervello che vortica di pensieri, interrogativi, aspettative, e che ha già cominciato a concentrarsi sulle piccole cose. Razionare le batterie della telecamera. Ricaricarle con i pannelli solari. Trovare una chiave di racconto (mica piccola, questa).

Capire. Questa è decisamente la più grossa.

Luna a Oualia Così, anche se l'hai capito bene, come sono fatti i ritmi africani - ammesso e non concesso che si possa capire in tre giorni -, sei sveglio, pronto, attento. Fossi in Italia, diresti addirittura che sei teso. Montiamo su questo benedetto pullmino verde con il portellone aperto: saranno le uniche immagini quasi notturne che avrò modo di girare, ché a Bamako ci sono le luci, nelle strade.

Il trasferimento è silenzioso - almeno, io lo ricordo silenzioso. Lo era, per forza, doveva esserlo. Anche se di silenzi ne abbiamo avuti troppo pochi, a posteriori -, passano davanti agli occhi poche immagini intense: ragazzi che si allenano in un campo da calcio, una moschea, gente che prega, gente pronta per le attività quotidiane, gente che va. Ecco, alla descrizione di quel cancro che è Bamako mancava questo camminare, camminare per andare non si sa bene dove, per andare senza un progetto, come senza un progetto è l'urbanistica della città. A Bamako, si va.

La stazione è affollata, il treno partirà in orario, per quanto questo sia possibile e possa avere un senso. Il treno, oggetto più che mai metafisico oggi, è un connubio fra l'orient express e un carro bestiame. Noi, privilegiati, siamo in prima classe. Che equivale più o meno a una nostra seconda degli anni '50, e che è fin troppo, per quel che ci aspettavamo.

Il viaggio può durare uno spazio di tempo variabile fra le 7 e le N ore, per tutta una serie di motivazioni che appariranno fin troppo ovvie: locomotori vecchi, gasolio, possibili guasti, vacche sui binari, Africa in generale.

Partiamo, e se partire è un po' morire, in questo caso somiglia molto a vivere. Il rumore del treno, ipnotico e cadenzato come un tam tam che verrà, ci trascina a forza fuori dal mondo della città, dentro alla savana, dentro ai baobab che contengono gli spiriti antichi, dentro all'ocra, al verde stentato che cerca di emergere disperatamente, alla maledetta plastica che l'occidente lascia in eredità anche alla savana.

Il treno è una metafora, un delizioso costrutto borghese che ci avvolge e ci guida, con la sua lentezza caparbia, verso la meta. Passiamo attraverso stazioni colorate dove donne e bambini accorrono, al treno, al treno, per vendere un po' di sollievo ai passeggeri ricoperti di polvere rossa: acqua, ghiaccio, bibite, verdure, frutta. I bianchi - i tubabu, così ci chiamiamo noi bianchi in bambara - sono sempre meno. I neri sempre più.

Silvana, la moglie di Jaques., ci raggiunge con i loro due bambini e con Fili e Makan, due giovani che ci accompagneranno per i prossimi giorni di viaggio. Il treno metaforico è clamorosamente in orario, non ha voglia di farsi aspettare troppo, ha voglia di dimostrarci che l'Africa non è solo polvere e attesa. Ma noi, cullati da questo tu-tum-tu-tum, tu-tum-tu-tum, tu-tum-tu-tum che va in risonanza con ritmi più interiori, profondi - fra pochi giorni, li solleticheranno ben altre sonorità - accettiamo di buon grado tutto quello che l'Africa ha da offrirci.

I nostri bagagli, i piedi stanchi, gli occhi sfiniti, l'attesa, l'interrogativo: questi e altri sono gli elementi che si accumulano nell'animo del viaggiatore che, allontanandosi dai ritmi frenetici del cancro capitale, superando le prime metastasi, arriva - o forse spera di arrivare - alle cellule incontaminate.

Oualia, finalmente. Gli abbracci, le mani strette, i bambini, i sorrisi, la quantità di persone che ci accolgono appaga tutta la sete che avevamo di umanità e che ci eravamo dimenticati in chissa quale angolo di chissà quale metropoli. Occhi e bocche spalancati. I nostri, per lo stupore. I loro, per i tubabu.

Ovviamente, alcuni membri della delegazione conoscono già le persone che ci si fanno incontro - una parte. Tu
tti, sarebbe impossibile. Il comune di Oualia, dove di giorno non sei mai solo, conta circa 15mila abitanti che cercano di tirare avanti con un'economia sostanzialmente di sussistenza -. Queste conoscenze rendono tutto più facile e quando, caricati i bagagli sulle jeep - le chiamo jeep solo perché siamo tutti consapevoli dell'idea kantiana di jeep, solo per farvi capire a cosa dovrebbero assomigliare -, due, le uniche di tutto il comune, quando, dicevo, ci inoltriamo nel paese verso la casa di passaggio (nome meraviglioso, evocativo, terribilmente azzeccato), ognuno con un gruppo di bambini attaccati alle mani, che toccano le mani, confrontano i colori della pelle, ci sentono morbidi come loro non sono più per i lavori che fanno fin da piccoli, ci chiamano tubabu, ecco, è in quel momento, in quel preciso istante, unico e irripetibile che mi sembra di vivere - evento rarissimo - davvero nel presente e non con il ricordo o l'aspettativa.

E' l'Africa. E per i giorni a venire, sarà il presente l'unico tempo possibile.

mercoledì, 27 febbraio 2008

Harmattan - Diario di viaggio (Puntata 1 e 2)
Categoria:scritto da alberto puliafito, harmattan


Nota: da oggi, per qualche giorno, proverò a ricostruire anche qui - approfittando dell'ospitalità degli amici de Noantri - sulla base del ricordo, il viaggio in Mali di cui sono reduce insieme a una delegazione italiana della Recosol. Ci saranno immagini, impressioni, aneddoti, storie. Harmattan è il nome del vento secco che soffia in Mali e che solleva nuvole di polvere che aggrediscono le gole di abitanti e viaggiatori. E' un vento caotico, privo di direzioni univoche. Harmattan è anche il titolo del documentario che questo viaggio partorirà. Un documentario la cui gestazione è appena entrata nel vivo. E i termini "parto" e "gestazione" non sono usati a caso. Presto capiremo perché.


Torino-Bamako

Il gruppo Recosol - tutti tranne una - si fa Torino-Malpensa in pullman. Ricongiunti con l'ultima componente del gruppo all'aeroporto, ci si sottopone alla consueta trafila:  controlli, bagagli imbarcati, check in.

Si parte e in meno tempo di quanto si potrebbe pensare, l'Africa, quella del nord, quella più vicina, assume le forme di Casablanca.

Ore di attesa nell'aeroporto: a proposito di tempi, l'ora è già cambiata, siamo indietro rispetto all'Italia, ma non è abbastanza per patire effetti di jet lag. Comunque, quando c'ero stato, anni fa, per lavoro, l'aeroporto di Casablanca sembrava un caravanserraglio. Gente che fumava ovunque, contrattazioni che nemmeno a Wall Street, viavai di merci e viaggiatori. Ora è un luogo moderno. Un non-luogo moderno, un vero e proprio Aeroporto Internazionale con le iniziali maiuscole, anche se ha ancora una ridicola area fumatori delimitata da quattro paletti in croce, sponsorizzati: è aperta, ovviamente, nessun isolamento da tutto il resto, quindi il fumo si sente eccome, passandoci accanto. Si fuma anche nel ristorante dove ci concediamo qualcosa da bere e da mangiare, per ingannare il tempo.

La lunga sosta - ore, letteralmente - è un lungo momento di decompressione che introduce perfettamente ai ritmi africani dell'attesa, un'attesa che si traduce senza mezzi termini nel cartello della stazione di Oualia, che recita, in francese, orario probabile di arrivo. Ma questa storia la racconteremo più tardi: Oualia è lontana. Ognuno di noi - tranne i due membri del gruppo che ci sono già stati e che, giustamente, non raccontano ricordi - ha ancora  con sé l'unica etichetta del suo nome italiano. Oualia è lontana.

Ora siamo fermi qui, nel limbo aeroportuale costellato di neon soporiferi, ognuno impegnato nelle sue riflessioni, nelle sue attività personali. Io non ho portato libri, né musica: voglio essere vergine, ho con me solo l'attrezzatura che mi permetterà di lavorare al documentario, di cui ancora non esiste forma, se non come embrione nel mio cervello. Non so cosa accadrà, non so cosa vedrò.

Chiamano per l'imbarco. Si sale per il volo notturno che ci porta a Bamako, capitale del Mali. Si dorme, si mangia, si aspetta che il suono dell'allacciarsi le cinture, grazie, e la voce del comandante del boeing Air Marocco ci annunci che fra pochi minuti atterreremo. La delegazione italiana si spalma e si spruzza di Autan, contro la zanzara malarica. L'aereo atterra e si scende nella calda, polverosa notte di Bamako.

Bamako

Decine di maliani si ammassano intorno ai passeggeri del volo Casablanca-Bamako, appena atterrato: superati i controlli - una mera formalità, a dire il vero: verificano il passaporto e il visto - ci caricano i bagagli e parlano, parlano per aiutarci, per contrattare prezzi di servizi, per portarci ai taxi.

Arriva la nostra guida, maliano, marito di Silvana, una cooperante di cui parleremo in seguito. Non lo conosco, ma appena me lo indicano la confusione svanisce: siamo in Africa, abbiamo qualcuno di cui possiamo fidarci ciecamente.

I bagagli e il gruppo sono la stessa cosa, ci trasciniamo ai taxi - c'è tutto, bambini, storpi, un nano, mendicanti, si ammassano intorno a noi e capire qualcosa è davvero difficile -, finalmente verifichiamo che ci sia tutto il nostro bagaglio, saliamo e comincia un nuovo viaggio, onirico, attraverso le strade notturne della capitale. Il foulard che ho al collo è provvidenziale, la polvere è ovunque - si anniderà presto nelle nostre gole lasciandoci come ricordo del Mali gole infiammate e bronchiti -. Dal finestrino, l'aria è quasi fresca. L'autoradio non c'è, è stata sradicata. Al suo posto, un radione portatile piantato sul cruscotto lascia uscire musiche maliane: il percorso verso la Croce Rossa, dove la delegazione Recosol verrà ospitata, ha la sua colonna sonora naturale, che prosegue anche quando alcuni militari ci fermano a un posto di blocco.

Non chiedono i documeni a noi, ma agli autisti: la procedura è macchinosa ai limiti dell'incredibile, quei portadocumenti contengono una babele di carte e cartacce. Ma dopo poco siamo di nuovo in viaggio, come se non fosse successo nulla.

Nessuno parla, non ce n'è bisogno. Arriviamo alla Croce Rossa di Bamako dopo una traversata interminabile e ci sistemiamo nelle nostre stanze, che diventano subito casa: i letti traballanti con le zanzariere verdi, il ventilatore da soffitto rumorosissimo, il bagno. Sono ancora occidentale e mi trincero dietro mille precauzioni: ciabatte per la doccia, acqua della borraccia per lavarmi i denti, Autan da nausea, repellente per insetti sul sacco-lenzuolo, pantaloni lunghi. Passa così, la prima notte. E arriva il primo giorno.

Bamako è un cancro che si stende senza alcun ordine apparente, senza alcuna ragion d'essere, senza alcun progetto visibile. Ufficialmente ha un milione e mezzo di abitanti, ma si stima che, contando tutti coloro che non si sono registrati e i profughi provenienti da zone di guerra, conti almeno 5 milioni di persone.

Bamako brulica di persone, auto, moto, pullman e pulmini, suv, jeep, donne con ceste in testa di verdure, di acqua in sacchetti di plastica, di ogni sorta di genere alimentare, uomini che tirano carretti, che portano in giro macchine da cucire, poliziotti, militari. E' così in tutte le sue zone e quartieri metastatici; sul Niger le donne lavano i panni, grandi palazzi di alberghi, ambasciate, banche, si esaltano in tutta la loro bruttezza occidentale, circondati da baracche, catapecchie, negozi moderni e vetusti. E circondate da umanità.

Visitiamo una scuola, dove siamo accolti in veste ufficiale: io intervisto il preside e il fondatore, che mi raccontano delle problematiche dell'istruzione nella capitale. Penso di aver visto l'Africa. Non so ancora di non aver visto niente. Le bibite ghiacciate che consumiamo nella sala professori sono manna dal cielo.

Poi i mercati, della frutta e verdura e dell'artigianato; i negozi - contrattiamo per l'acquisto di una fotocopiatrice e di una cartuccia di riserva che porteremo a Oualia. Contrattare è fondamentale, qui -; un ristorante che fa specialità cinesi e vietnamite (sic).

Incontriamo Modibo, veterinario che spiega alle nostre ostetriche le condizioni di vita delle donne nel comune rurale in cui ci recheremo, e che mi battezza con il mio nome maliano: Fadjala Sissoko. Penso che non me lo ricorderò mai, che resterà un vezzo, un orpello, un di più. Ma ancora non mi hanno spiegato cosa significa e ancora non ho sentito qualcuno chiamarmi con quel nome, non ho avuto l'impulso di presentarmi con quel nome. Cosa sia un nome, l'ha già detto qualcuno di molto più importante di me, quindi non ho intenzione di impelagarmi in chissà quale costrutto filosofico-mistico.

Il treno che ci porterà a Oualia è deragliato: un morto e 24 feriti. Si dice, notizia confermata da più fronti, che sia successo perché il conducente aveva fretta di arrivare per vedere la finale della Coppa d'Africa di calcio. Ottimo motivo, e dimostrazione che in Africa, come stiamo imparando rapidamente, la fretta non porta a niente di buono. Così, passiamo a Bamako un giorno in più rispetto al nostro programma.

Per fortuna, c'è la Croce Rossa con il suo giardino. Un'ottima decompressione, la seconda dopo l'aeroporto di Casablanca.

Le immagini che giro nella capitale mi sembrano appartenere a un altro mondo, mi sembrano testimoniare il fallimento del modello occidentale portato in maniera coatta in questi posti. Bisognerebbe premere rec e lasciare la telecamera accesa in registrazione, ferma, e lasciare che la vita entri e esca dalle inquadrature. E' quello che accade, è quello che faccio. Le discussioni serali nel gruppo dimostrano che ci sono grosse potenzialità, ma sono ancora piccole, sono schermaglie, provocazioni, tentativi di conoscerci alla cieca.

Proseguiranno, per tutto il tempo, finché subiranno, come tutto, in Africa, profonde modifiche per qualità e intensità. Proseguiranno a partire dal viaggio che, finalmente, con partenza di buon mattino su un pulmino mezzo distrutto, comincia dalla stazione di Bamako.

Nel frattempo, ho perso il mio cellulare.

[continua]