venerdì, 08 febbraio 2008

Sondaggio tra i lettori di noantri
Categoria:le grandi domande, scritto da andy capp


Ne parlavo ieri sera al telefono con l'amico Viceré.
Come è fatta la vostra giornata tipo? Forse desiderare di scambiare la propria vita con quella di George Best è eccessivo, ma si tratta di una forzatura a cui i ritmi che ci vengono imposti ci stanno portando. Ho chiamato il Viceré a casa alle 22.38 e stava ancora mangiando. Era felice che l'avessi interrotto perché aveva lavorato per 14 ore e quella telefonata alle sue orecchie suonava più come una festa che una scocciatura.
Stiamo in ufficio tutto il giorno, vediamo poco e niente gli amici di una volta, mentre ai parenti ormai riserviamo solo le feste comandate. Per organizzare un caffè o una pizza ci mettiamo una settimana, mentre fuori città per una gita all'aria aperta ci andiamo ogni quattro mesi.

La cosa che mi spaventa di più è che spesso con un sms o una mail di tre righe ci sentiamo sollevati con la coscienza da una colpa che non abbiamo, quell'isolamento imposto dalla società dei consumi che ci vorrebbe chiusi in casa a guardare la televisione e in strada solo per fare acquisti nei centri commerciali. In questo fine settimana i noantri saranno fuori città proprio per recuperare sapori, emozioni e valori che credono di toglierci. Con tutti voi ci sentiamo/leggiamo lunedì. Intanto fateci sapere se la vostra giornata vi piace così com'è oppure se per un paio d'ore vorreste essere George Best.

mercoledì, 16 gennaio 2008

Sul perbenismo, Bertolucci, Aldo Grasso, le droghe leggere e le metropolitane deserte
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Un collega m'ha fatto la cortesia, l'altro giorno, di segnalarmi questo articolo di Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Io detesto Aldo Grasso: lo insultai come meritava dopo certi suoi recenti articoli su Luttazzi. Adesso lo detesto anche di più: ma non è questo. E' vero che necessariamente parlerò di Aldo Grasso, qui di seguito, ma è vero anche il contrario: in parole povere nell'articolo Aldo Grasso s'indignava perché una ragazzina, durante una partita di calcio (Lazio-Genoa) era stata inquadrata dalle telecamere mentre si rollava una canna in santa pace con gli amici.

Il motivo per cui, nell'articolo, Aldo Grasso faceva tanto l'indignato riguardava tutto un discorso sulla privacy. Domandava Grasso: dobbiamo noi porci un problema davanti a questo fatto che le telecamere invadono il nostro spazio? Perciò s'indignava, Grasso.

Ora io non so il motivo per cui il mio collega, che ringrazio, mi ha segnalato l'articolo in questione, però so che se ci ha colpiti entrambi, quest'articolo, a lui tanto da inviarmelo tramite l'apposito servizio di Corriere.it, e a me tanto da scriverne qui, ebbene qualcosa, il pezzo di Aldo Grasso, dovrà pur averci avuto. Ripeto, non so il mio collega, del quale però conosco l'assoluta integrità morale e professionale, ma a me, il pezzo di Grasso, ha provocato sentimento perché a tal punto subdolo da rasentare l'offesa personale.

Quello che io credo, e porterò degli esempi, è che il vero motivo per cui Aldo Grasso ha scritto questo pezzo, dal titolo: "Ma lo spinello in tribuna può andare in tv o no?" sia che il critico televisivo più famoso d'Italia, sotto sotto, non riesca a concepire la possibilità che un'adolescente violi a tal punto la legge sotto gli occhi suoi di perbenista. Secondo me, Grasso, davanti all'immagine della signorina artigiana, ha rovesciato il portatile sul pavimento, scheggiando il parquet. Ce lo vedo proprio, sollevarsi dalla poltrona e cominciare ad andare avanti e indietro. Perché è questo che fanno i perbenisti benpensanti: si alzano dalle poltrone per andare avanti e indietro, semmai sbraitando, e poi tornano a sedere esattamente al punto di partenza.

Solo che, nel caso di Grasso, il perbenista benpensante ch'era in lui non ha avuto completamente il coraggio di dirla tutta e allora l'ha fatta sporca. Secondo me, e badate bene che questo è un processo alle intenzioni, Grasso ha prima intitolato il suo articolo così: "Ma lo spinello in tribuna può andare o no?", poi se l'è riguardato e ha capito che doveva giocare d'astuzia. Allora ha corretto: "Ma lo spinello in tribuna può andare IN TV o no?". Abracadabra.

Mistificando ad hoc la sua preoccupazione sulla violazione della privacy, ("Tempo fa, quando è circolata una famosa immagine che ritraeva Silvio Sircana in uno scambio di idee stradali, il Garante della privacy è subito intervenuto") Grasso ci ha inculcato, in realtà, le sue disamine sociologiche sulla pericolosità del fumo, utilizzando, tra l'altro, espressioni quali: "Alcuni ragazzi ammazzavano il tempo in maniera stupefacente", "incoscienza della morale del gruppo", "scenetta insolita", "piuttosto imbarazzante", "i genitori cosa avranno provato?", eccetera, chiosando il tutto con la morale delle morali: "L'unica cosa che ora ci preme è che l'incauta ragazzina faccia tesoro dell'accaduto: il fumo fa male".

Mi dispiace che Grasso non abbia parlato chiaro. Titolando il pezzo come avrebbe dovuto e voluto, ci avrebbe fatto una più bella figura. Per esempio così: "Puttana comunista si droga in diretta televisiva davanti a mamme e bambini". Ecco, in questo modo avremmo giocato alla pari: invece col mezzuccio dialettico, Grasso ci ha subliminalmente condotti al suo gioco. Il capolavoro inarrivabile raggiunto con l'espressione "scenetta insolita", riferito all'immagine della ragazza
intenta nell'atto di rollarsi una canna in uno stadio, significa che lo scrivente scrive da Mercurio. Non c'è altra spiegazione: il che non mi darebbe alcun problema, non fosse altro che lo scrivente in questione è uno dei più titolati giornalisti italiani, il quale, per definizione, dovrebbe avere una visione del mondo e delle cose terrene prossima a quella di Dio. Altrimenti che ci sta a fare? Altrimenti perché dovrebbero pagarlo?

Ecco, io mi indigno un po', devo dire la verità, davanti a questi grandi pensatori che danno tutta l'impressione di non uscire mai di casa. Devo proprio dire la verità: perciò ne sto scrivendo. Perciò ho deciso di andare oltre la semplice lettura dell'articolo. Una volta non mi ricordo chi, devo per forza di cose fare informazione distratta e appiccicaticcia, sappiatelo, qualcuno, forse proprio Andy Capp, mi disse che aveva visto un film di Bertolucci. Sì, deve essere proprio stato Andy Capp, perché il fatto che avesse visto un film di Bertolucci mi sconvolse e non c'è persona al mondo che mi sconvolgerebbe di più se la sapessi davanti a un film di Bertolucci, perciò deve essere stato lui. Comunque, com'è ovvio, mi disse peste e corna del film di Bertolucci, che non ricordo quale fosse, forse quello mezzo porno coi froci biondi e le verginelle pallide tutti nudi nelle vasche da bagno, me ne disse di tutti i colori e alla fine se ne uscì con la verità delle verità. Perché a un certo punto del film si vedeva il protagonista, o chissà chi, uscire di casa e andare in giro per Roma all'ora di pranzo e prendere la metropolitana all'altezza di Piazza di Spagna e quella metropolitana era deserta, come in uno di quei film americani in cui ci sono le bande di punk che spaventano i viaggiatori solitari della notte, anzi, più precisamente, come in quel film di Woody Allen dove nella metro di Manhattan, a notte fonda, qualcuno decide di prendersela con lui, con Woody Allen, e una di quelle bestie della notte è addirittura un Sylvester Stallone giovanissimo in canotta bianca e bicipiti guizzanti, ecco, nella pellicola di Bertolucci la metropolitana di Roma era deserta in siffatta maniera.

All'ora di pranzo.
A Piazza di Spagna.

Allora, mi disse quel qualcuno che aveva appena visto il film in questione  e che forse era Andy Capp, mi disse quel qualcuno, anzi mi chiese, perché mai uno dovrebbe andarsi a vedere un film del genere, spendere dei soldi, cercare un parcheggio, per andare a vedere l'opera di un regista che dà l'assoluta impressione di non essersi mai mosso di casa negli ultimi trent'anni?

Il pezzo di Aldo Grasso, che si sciocca davanti all'insolita immagine di una giovane che si rolla una canna allo stadio, mi ha riportato a quell'antica domanda. Di risposte, come sempre, neanche l'ombra. A parte il fatto che le nostre opinioni sono, sempre di più, in mano a degli sconsiderati.

lunedì, 14 gennaio 2008

Tu sei morto. Forse muoio anch'io
Categoria:le grandi domande, scritto da giggimassi


Sta accadendo nelle ultime settimane qualcosa di inusuale per il nostro paese. Un piccolo giornale ha deciso di istigare i suoi lettori - e tutti quanti gli altri-, al pensiero. Istigare è la parola più adatta, in un paese che ormai schifa ogni forma di pensiero nobile, di pensiero problematico. Che ama la pappa pronta e aspetta sempre qualcuno che gli dica cosa pensare, di volta in volta.

E' successo che un quotidiano, Il Foglio, ha rilanciato con forza il dibattito sull'aborto. E' successo che il suo direttore, Giuliano Ferrara, sta proponendo una campagna d'informazione per una moratoria sull'aborto, un po' come quella per la pena di morte recentemente approvata dall'Onu.

Make love, not abortion. Questo lo slogan che fa maliziosamente il verso a quello del '68. Fate l'amore, non l'aborto.

Stanno aderendo in tanti, cattolici e laici. Papa Ratzinger non ha fatto mancare il suo sostegno. E ciò che più importa, s'intravedono spazi politici di sapore anche trasversale per modificare, almeno in alcuni punti, la legge 194.

Tuttavia la grande stampa, i grandi salotti radical chic, i soloni del pensiero positivista, così come molta gente comune, sembrano distratti. Decenni di ottuso laicismo e di l'utero è mio e lo gestisco io, han fatto sì che ragionare, oggi, di diritto alla vita, appaia come una battaglia di retroguardia. Una roba da intellettuali, se non da reazionari veri e propri. Invece no: riguarda tutti noi. Tutti VOI.

Certo, sarebbe sbagliato considerarla - un po' come si fece all'epoca del celebre referendum - solo una piccola battaglia di casa nostra. Sì/No, Pro/Contro. Quella per cui vale la pena combattere, secondo Ferrara, è "una grande battaglia di diritto e di cultura contro la pratica dell'aborto di massa". Ci sono paesi asiatici in cui l'interruzione di gravidanza è strumento di controllo delle nascite, pianificato dallo Stato e imposto, di fatto, alle donne. Sta qui l'orrore. Sta nel rifiutarsi di comprendere che così come ci si schiera contro la pena di morte, altrettanto si deve lottare per la vita. E la scienza dice ormai con chiari argomenti che anche prima della 22esima settimana, quella è VITA. Dipendente e in simbiosi con un altro corpo, ma VITA cosciente. Vita già diversa dalla nostra, Vita il cui futuro, noi, ci arroghiamo il diritto di fermare.

Chiunque abbia avuto sotto gli occhi la prima ecografia di suo figlio/a, sa bene di cosa sto parlando, non ha bisogno né della Scienza né della Chiesa. E comunque è chiaro che siamo di fronte a un problema di coscienza troppo grande per non riguardare tutti gli esseri pensanti di questo Pianeta.

Cento milioni o duecento o trecento, o chissà quanti, di VITE stroncate ogni anno. L'aborto, che ci piaccia o no, è un crimine sotto il profilo morale, tanto è vero che ci dà fastidio persino chiamarlo col suo vero nome (non per niente abbiamo inventato un eufemismo orribilmente asettico: interruzione volontaria di gravidanza).
 
La forza dell'iniziativa di Ferrara sta proprio nel suo provenire da un laico - un laicissimo - che si lascia stupire dal mistero della vita. Nell'ottica cristiana, dal mistero della vita che da Dio emana, e a Dio, prima o poi, torna.

Ferrara ha citato il suo caso personale, di una donna da lui amata che scelse l'aborto, rassicurata da una famiglia della sinistra borghese che non si curò della cosa più di tanto. Ha rafforzato la sua campagna con l'iniziativa simbolica del digiuno (o dieta liquida, che dirsi voglia). Trovo piuttosto coraggiosa la scelta di parlarne pubblicamente, e tutto da rispettare il rimorso che Giulianone dice di provare per aver negato la vita "a una persona che ora potrebbe avere 25 anni".

E' lo stesso rimorso che insegue le donne, per prime, anche quelle pienamente coscienti dell'aborto. Come sottolinea il regista Pupi Avati:

io non dò colpe alle donne, io le amo, so che sono loro, insieme al figlio, le prime vittime dell'aborto: e se invece l'avessi lasciato nascere? E' la domanda che resta loro addosso per sempre; e allora aiutiamole a farli nascere, aiutiamole a non disperare, almeno accertiamoci che nei consultori lavorino persone con vocazione alla vita, dimostriamo che teniamo a loro e ai loro figli, che sono anche nostri".

Mi fa paura questa società che da risposte superficiali a domande fondamentali. Che ha mercificato l'eros. Che banalizza il sesso. Fai pure come vuoi, tanto c'è la pillolina. Mi ha stupito positivamente, sere fa, sentire Benigni ricordare, in una delle sue prolusioni ai canti dell'Inferno, che gli organi della riproduzione, Dio li ha messi bene in vista, al centro del corpo dell'uomo e della donna, perché quella di procreare è funzione primaria, che ci rende simili a Dio. Chi si prende ormai più la responsabilità di insegnare queste cose ai nostri figli? Meglio dir loro: tanto c'è l'aborto.

Al di là degli schieramenti, che sempre ci saranno, vorrei che si ragionasse meglio, soprattutto nella nostra generazione e in quella che segue, di cosa sia l'aborto.

Vorrei dire ai nostri adolescenti che in Francia, ad esempio, l'uso dei profilattici e le pillole antiabortive, non hanno minimamente diminuito il numero degli aborti effettuati in trent'anni.

Vorrei dire ai nostri ragazzi che non diventa automaticamente GIUSTO, solo perché è LEGALE. Sono legali tante cose stupide. Il Potere fa spesso cose stupide, perché le deve adattare al gusto delle masse, che è generalmente mediocre. Ma l'intelligenza e il cuore e la ragione di ognuno di noi possono volare più alto, molto più alto della stupidità del Potere. 

Vorrei invitare i nostri ragazzi a leggere
Lettera a un bambino mai nato della Fallaci. Ho rubato da lì le parole che danno il titolo al post. Oriana chiudeva quel libro così:

Ma non conta. Perchè la vita non muore.

[Qui sotto il .pdf del Foglio di qualche giorno fa, con la bella lettera di Ritanna Armeni, anche lei passata per l'esperienza dell'aborto, e la risposta di Ferrara. C'è da imparare da entrambi].

ilfoglio

giovedì, 27 dicembre 2007

Della morte e di altri dèmoni
Categoria:le grandi domande, scritto da giggimassi


Io, lo so da me, sarò un tipo ben strano, ma in questo periodo in cui tutti fanno auguri a chiunque, e ci si riempie la bocca di parole come fortuna, successo, soldi, salute, tutto quel che desideri, che cazzo di espressione di merda, tutto quel che desideri; io, potessi avere tutto ciò che desidero, non sarei un uomo, sarei l'arcangelo gabriele sul trono delle schiere celesti; io, stavo dicendo, in questo periodo di felicità un tanto al chilo, come i baci perugina, io penso spesso alla morte. E sarò di sicuro un tipo ben strano, perché dovete sapere che al di là delle apparenze, di uno tranquillo e riflessivo, ci ho tutto un mondo dentro che ribolle, anzi sobbolle, sta lì come una pentola pronta a esplodere, sta lì come la normalità del serial killer un attimo prima della crisi, sta lì tra l'inquietudine sopita e la follia entusiasta. Non è che voglia fare dello snobismo, è che son davvero così, mi capita di pensare alla morte, quando tutti non pensano che alla vita, e soprattutto ai suoi risvolti materiali.

E' un complesso, capite, si chiama complesso del bastiancontrario, a me, insomma, mi viene l'orticaria a pensare e a dire quel che pensano tutti, sarà che odio le masse, odio il pensiero collettivo, odio la mentalità gruppettara, forse odio pure voi, cari amici di Noantri, e vi giuro, è una cosa che fa soffrire, questa qui: non essere in grado quasi mai di dire io la penso come voi, è una condanna all'originalità che avvelena la vita, e fa morire in solitudine. Uno psicanalista junghiano direbbe che odio, in realtà, me stesso. Uno psicanalista freudiano direbbe che scopo poco e che Edipo eccetera. Fanculo a tutti e due.

E' possibile che in questa società non si possa ragionare sulla morte in santa pace?
E dunque, vi dicevo prima di divagare, io di questi tempi ci penso; verrà la morte e avrà i tuoi occhi, ha scritto uno, appunto, chissà come sono gli occhi della morte, se profondi o freddi, se come ce li siamo immaginati nei libri e nei films o diversi, e chissà poi cos'è davvero la morte in fondo in fondo, - cos'è la vita lo sappiamo -, ma la morte? E' solo un cuore che cessa di battere e due occhi che si chiudono? O c'è dell'altro, e cosa? E cosa si prova a morire, c'è un momento in cui si ha coscienza di morire, o dio sto morendo, come un avviso di chiamata direttamente dal Padreterno?

Questo pensiero lo faccio spesso e mi viene da una cosa che scoprii da piccolo a una mostra sugli strumenti di tortura, non mi chiedete cosa facessi a una mostra sulle torture, forse anche mio padre è un tipo strano, insomma, lì spiegavano che dopo la discesa della ghigliottina, la testa del condannato continua a vivere per venti secondi. Ecco, io vorrei fare un viaggio in quei venti secondi, per scriverne un reportage mai scritto. Io, sarò un tipo ben strano, ma mi c'intrippo parecchio su questo genere di cose. E dire che ho anche il famoso conforto della fede, son cattolico e la mia religione è tutta un inno, per fortuna, alla vita dopo la morte e all'amor che vince, io questo lo so, e mi ci consolo come milioni di cattolici, e penso davvero che Cristo sia Via, Verità e Vita.

Eppure, eppure rimane ogni volta, nel segreto dei pensieri inconfessabili, quella scintilla di razionalità insoddisfatta, che cosa si prova a morire, io son davvero curioso, sarà che son curioso di tutto.

Ecco, questi sono i miei pensieri di fine anno. Ve li regalo, poi torno a giocare con mia figlia e Pooh. A loro, però, non diciamo ancora niente, okay?        

giovedì, 04 ottobre 2007

Domani (crisi esistenziale?)
Categoria:le grandi domande, scritto da valerio roma


Se morissi domani, non sarei soddisfatto della mia vita. E voi? E' un pensiero che mi tiene impegnato da qualche giorno, lo spunto l'ho avuto leggendo un'intervista. Sono paranoico? Forse. Però sono stupito, terrorizzato, dalla quantità di persone che si ammalano di cancro, persone giovani, sempre più spesso trentenni e quarantenni. E se fosse il nostro mondo a essere cancerogeno? Il cellulare che mi porto tutti i giorni in tasca potenzialmente lo è. I materiali con i quali sono costruiti i palazzi in cui viviamo magari lo sono. I miei computer, lo stereo e la tv tutti qui nella stanza in cui dormo sicuramente lo sono. E chi ci assicura che i prodotti che usiamo per pulire la casa, ma anche saponi e deodoranti, alla lunga, non lo siano?

Se morissi domani, dicevo, avrei qualche rimpianto. Questi 24 anni avrei potuto gestirli meglio. Per carità, faccio un lavoro che mi piace e mi interessa, mi sono tolto già alcune soddisfazioni che mai avrei pensato di togliermi, ma non ho viaggiato abbastanza. La maggior parte dei miei amici hanno molte meno responsabilità di quelle che ho io, almeno da un punto di vista lavorativo, e sono più spensierati. Se volessero, potrebbero prendersi un fine settimana libero e andare da qualsiasi parte: io no. Da quasi cinque anni la domenica per me è tabù, lavoro sempre. Avrei una piccola disponibilità economica data dallo stipendio, ma non ho la libertà di utilizzarla come meglio desidero. Spesso penso che mi piacerebbe mollare tutto, farmi un anno a Londra a lavorare come cameriere, un altro a Parigi e un altro ancora a Barcellona, magari arrangiandomi, facendo il facchino o il lavapiatti.

Se tutti i sacrifici che sto facendo ora non servissero a un cazzo? Se morissi tra cinque o dieci anni? Spesso mi viene la nausea a pensare alle pressioni, allo stress, ai problemi che gli altri spesso scaricano su di me. Anche se so che è caratteristica dei forti imparare a gestirle, a conviverci. Solo che ho paura che tutto sia arrivato troppo presto. Per carità, non è che io sia infelice per come mi vanno le cose, non fraintendetemi. Certe volte però vorrei essere più spensierato e avere più coraggio, vorrei svegliarmi con il mal di testa e non andarci a dormire. Ogni tanto vorrei cercare di vedere le cose senza una prospettiva di lungo termine, ma come se dovessi morire domani, appunto.

Atroce dubbio: e se avessi la sfiga di campare fino a ottant'anni?

mercoledì, 25 luglio 2007

Adesso basta!
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Prendendo spunto dal post di ieri, quello sulla rabbia, m'è venuto in mente di rovesciare il consueto cliché da "Senso della Vita", quello in cui viene domandato urbi et orbi quali siano i migliori motivi per vivere, e domandare a voi, proprio a VOI:

Cos'è che vi fa incazzare come delle bestie?

Rabbia

martedì, 01 maggio 2007

1 maggio
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Sono solo io a non percepire la tragicità delle morti sul lavoro?

Ogni volta che ne sento parlare i telegiornali, a meno che non parlino della morte MIA, sbadiglio e cambio canale. Insomma, è solo gente che muore. La gente muore tutti i giorni e a meno che non si parli di bimbi schiacciati dai portoni, io resto sempre del tutto indifferente alle morti degli altri, in particolare quando questi altri muoiono sul lavoro, magari precipitando da impalcature di 100 metri, oppure perché seppelliti dal crollo di una gru. E' roba da Guinness della sfiga, mica altro. Tutta questa confusione a Piazza San Giovanni a proposito dei morti sul lavoro: io non capisco. Mi pare solo l'ennesima scusa per non pensare alle cose importanti che attanagliano l'Italia.

Ma forse è solo cinismo.
D'altra parte oggi è il 1 maggio e io sto lavorando. (dunque se mi precipitasse sulla testa un reattore di un jet di passaggio io ne uscirei martire?)

mercoledì, 11 aprile 2007

Le rovine di Roma
Categoria:le grandi domande, scritto da andy capp


Non c'è analisi tecnica, tattica o psicologica che tenga. Né discorsi su Totti o altro. Il calcio non è una scienza esatta. L'avevo capito dopo la finale vinta ai rigori dal Liverpool contro il Milan dopo la straordinaria rimonta dallo 0-3 al 3-3. La partita di ieri sera dell'Old Trafford me lo ha confermato. E' senza dubbio il mio dramma sportivo più grande dal 1984 a oggi. Per la prima volta non ho finito di vedere una partita della Roma; sul 5-0 sono andato a prendermi un gelato (caffè, cioccolato e cocco). E pensare che per tutto il pomeriggio ero stato in contatto con i miei amici partiti per la terra d'Albione, invidiandoli. Onore a loro che c'erano Danilo, Luca, Valerio, Francesca, Giorgetto, Domenico, Stefano e a tutti gli altri che hanno assistito a questa incredibile umiliazione.

"Non è forte chi non cade mai,
ma chi cadendo trova la forza di rialzarsi".

Ci riusciremo?

Totti e VucinicForo RomanoTottiPalatinoAzioneTerme

venerdì, 09 marzo 2007

Faccio una domanda a voi
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


E' molto semplice. Questo che segue è l'elenco delle cosidette sette arti da che mondo è mondo.

  1. Architettura (arte primitiva per antonomasia, ossia l'arte dell'uomo di costruirsi un riparo)
  2. Musica (arte primigenia, all'inizio solo composta di voce e percussioni)
  3. Pittura (declinazione dell'Architettura)
  4. Scultura (declinazione dell'Architettura)
  5. Poesia (declinazione della Musica)
  6. Danza (declinazione della Musica)
  7. Cinema (concilia tutte le altre)

Ora la domanda.
Qual è, secondo voi, per diritto, l'ottava arte?

sabato, 17 febbraio 2007

Però
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Considerato il nuovo focolaio di brigatisti rossi;
Considerato che anche a me fa un po' sorridere questo gusto retrò, vagamente cacofonico e antiestetico (gente che dorme su un divano in cascine e che va a sparare nei campi e che usa certi vocaboli morti e sepolti);

Però

Considerati gli obiettivi che questi brigatisti rossi volevano colpire, mi chiedo:

perché
li hanno
arrestati?

domenica, 21 gennaio 2007

Dagli ambientalisti all'artista Spencer Tunick: la domanda è:
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Al posto di costoro, voialtri maschietti

riuscireste

erezione1

a contenere un'erezione?

martedì, 28 novembre 2006

Nell'angolino
Categoria:le grandi domande, scritto da andy capp


campoCi sono alcune persone che conosci nel corso di una vita di cui conservi un bel ricordo. Luca era uno bravo a giocare a pallone, aveva due piedi d'oro e dava il meglio di sé quando partiva sulla fascia. Era più piccolo di un anno, ma aveva un destro di quelli che non lasciano scampo. Sapevi che se c'era una punizione dal limite avrebbe sicuramente fatto gol. Del resto a quell'età i portieri sono bassi mentre la porta resta sempre di due metri e 15. Luca a metterla nell'angolino era da serie A.

Vincemmo un campionato senza perdere una partita. Era un girone degli allievi nemmeno troppo difficile, però subimmo solo tre reti. Il rimpianto più grosso resta, invece, quel maledetto torneo a Marsiglia dove perdemmo in finale contro una squadra di Milano. Negli spogliatoi tante lacrime e una rissa sfiorata.

Non è che fossimo amici per la pelle, non ci vedevamo da anni però ricordo che eri uno di quelli con cui non si poteva non andare d'accordo. Dalla tua c'era pure il fatto che eri uno bravo davvero, non avevi bisogno di un padre che andasse a leccare il culo al mister o al dirigente accompagnatore. Per questo nello spogliatoio eri apprezzato. E quando ti diedero la fascia dopo che Daniele se ne andò al Casalotti nessuno ebbe da ridire.

Meritavi un provino con la Roma o con la Lazio, ma non sei riuscito ad avere qui la tua occasione. Eri finito a giocare nelle giovanili del Lugano in Svizzera e solo qualche anno fa hai appeso gli scarpini al chiodo. Ci siamo rivisti sotto casa mia, portavi la tuta da operaio. Mi hai chiamato, una stretta di mano, un paio di sorrisi e qualche ricordo. Poi niente. Ti ritrovo ora, a distanza di tempo, sulle pagine di cronaca e con la vita distrutta. Impazzito prima d'amore e poi di odio, stai lottando per restare attaccato a questo mondo. Dieci coltellate nel petto della donna che amavi, poi la lama puntata contro il tuo cuore in modo da non sentire più quel dolore che covavi dentro da tempo. Ora c'è una famiglia che ti aspetta per riabbracciarti e un'altra che ti odia e vuole vederti morto oppure giustamente dietro le sbarre.

Cosa ti resta ora se non i ricordi di quei formidabili tiri nell'angolino? E' forse per quelli che vale la pena vivere? Se ti incontrassi domani, sotto casa mia proprio come quella volta, ti saluterei, scambierei con te quattro chiacchiere, ma non saprei cosa augurarti.

mercoledì, 21 giugno 2006

Effetto domino
Categoria:le grandi domande, scritto da andy capp


provenzanoprevitiricuccimoggiVittorio Emanuele SavoiaIl-prossimo

sabato, 02 luglio 2005

Questa cosa nessuno me l'ha mai spiegata
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Ambarabacciccicocò
Tre civette sul comò
Che facevano l'amore
Con la figlia del dottore

E' la storia di una ragazza particolarmente perversa? Oppure c'è qualcosa che non ho mai capito? Ad ogni modo, secondo me, gli adulti lasciano cantare ai bambini questa filastrocca con troppa leggerezza.

Qualche lettrice ha mai fatto l'amore con tre civette contemporaneamente?

venerdì, 01 luglio 2005

La manifestazione dell'inspiegabile
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Generalmente va così: Lui decide di farle una sorpresa e un bel giorno si fa avanti facendole sventolare davanti al naso due biglietti per il Grande Concerto. Lei si eccita sessualmente, comincia a saltellare sulle punte gettandogli le braccia al collo e sussurandogli all'orecchio promesse di notti di fuoco (lui pensa che sia il minimo, considerato quanto ha dovuto sborsare). Quindi partono (perché il Grande Concerto, naturalmente, è in una città Lontanissima e Mal Collegata). Prendono la macchina di lui, lui fa il pieno di benzina mentre lei si aggiusta il rossetto allo specchietto. Lui guida verso Occidente per 652 chilometri (sostando otto volte all'autogrill per favorire la vescica di lei): arrivati a destinazione, dopo innumerevoli impedimenti (e almeno due Litigi Infernali), si sobbarcano una camminata biblica alla volta dello Stadio del Grande Concerto durante la quale Lui si carica di due zaini, tre borracce, la busta con i panini e la borsa con il ricambio per lei (che s'è portata anche le pantofole). Evitato lo svenimento e l'omicidio, cominciano la Lunga Fila Per Entrare (o meglio la comincia lui, siccome lei sta seduta all'ombra di un platano appena fuori della coda). Raggiunti gli Omini All'ingresso, lui le fa cenno con la mano di raggiungerlo e, digerita l'espressione quasi infastidita di lei che evidentemente stava tanto comoda, occupano il loro mezzo metro quadro al centro del prato, in attesa che si manifesti il Grande Concerto.

Lui pensa di aver espiato tutti i peccati della razza umana e quasi si rilassa, ma ogni volta che prova a posarle un bacetto sulle labbra, lei di distacca inorridita avanzando un non qui come Scusa Generale A Tutte Le Cose. Aspettano così pazientemente per sette ore, con l'unico diversivo e divertimento di spostare il peso del corpo da un piede all'altro: lei ogni dodici minuti secchi gli chiede di bere e in tre occasioni lo costringe alla Divisione della Folla per farsi strada fino al chiosco dei gelati (ha sempre questa grande voglia di Calippo).

La Manifestazione dell'Inspiegabile si ha allo scoccare della prima nota del Grande Concerto, quando lui è stanco come per lo Sbarco in Normandia, mentre lei è fresca e rassomiglia anche un po' a Audrey Hapburne. E' esattamente allora che lei chiederà a lui di salirgli sulle spalle, prendendosi anche tutte le inquadrature delle telecamere e gli onori della ribalta: perché, un po' come l'uomo casalingo pensa che la lavatrice si metta in funzione da sola e che i vestiti sporchi si puliscano autonomamente, così la donna al Grande Concerto pensa di stare tanto in alto grazie a un clamoroso e rarissimo fenomeno gravitazionale. Si incazza se ti muovi troppo e durante il viaggio di ritorno dorme fino a casa perché è stanca. Il fatto che tutto ciò continui ad accadere è Definitivamente Inspiegabile: orde di donne linde e fresche sedute a cavalcioni sulle spalle di orchi devastati dalla follia che non sanno mai dire di no. Si spiegherebbe eccome se il pisello di noi uomini fosse montato sulla nuca.

domenica, 19 giugno 2005

Forse mi ci vuole un corso di geografia
Categoria:le grandi domande, scritto da davide firenze


Tornimparte. San Vittore e Caianello. Pratola Peligna, Pescina, Torano. Cocullo, il Passo della Cisa.

Sono anni, forse decenni, che mi chiedo: ma questi luoghi esistono veramente da qualche parte? Oppure questi nomi del cazzo nascono, vivono e muoiono solo ogni giorno nella mia radio?

venerdì, 10 giugno 2005

Chi ha rapito chi?
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


La porta rossa del Grande Fratello questa volta ha vomitato Clementina in un boato mediatico da pubblica liberazione. Sotto l'aereo della presidenza del consiglio dei ministri la solita pletora di cariatidi in abiti da circostanza. Mi chiedo a cosa serva tale assembramento di microfoni davanti la bocca dell'ennesima carneade portata alla ribalta se, tanto, ciò che ne esce fuori è sempre la stessa richiesta - un po' scocciata - di riportatemi subito indietro! Certe volte non capisco bene chi abbia rapito chi e, soprattutto, perché di Enzo ancora nessuna traccia.

giovedì, 07 aprile 2005

Luoghi comuni sfatati
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Ma intorno a voi sta capitando almeno una - dico una - delle cose che dovrebbero succedere ogni morte di Papa? Io sto aspettando fiducioso, ma finora nisba.

giovedì, 17 marzo 2005

Altro che Papa
Categoria:le grandi domande, scritto da davide firenze


Da buon giovane d'oggi non interessato alla religione, assisto con distacco alle vicende che coinvolgono il caro Giovanni Paolo: non riesco ad interessarmi più di tanto alla salute del capo di uno Stato che per me rappresenta ben poco, alla stregua di un Putin qualsiasi, anche se a differenza del caro e fidato amico di Berlusconi vive a Roma, ragione per la quale mi rimane almeno geograficamente più affine.

Domenica pomeriggio, mentre consumavo il consueto appuntamento con le immagini calcistiche riservate ai non paganti, ho anche assistito al primo Gran Premio di Roma: c'era la camera car (giuro), la gente festosa, il cronista in mezzo al pubblico e la telecronaca ispirata... tutto per sancire la prima uscita d'ospedale in mondovisione della storia.

E mentre assistevo a quello spettacolo che non riusciva ad emozionarmi, proprio in quel momento, mi sono interrogato sulla mia aridità spirituale, chiedendomi se ci fossero delle persone la cui scomparsa avrebbe potuto causarmi degli scompensi. Ora, dopo un paio di giorni che ci rifletto, sono giunto a una rosa di nomi che vorrei sottoporre al sempre maggior numero di lettori che, grazie Ste, si fermano da queste parti.

Ecco, in ordine sparso, i nomi: Franco Sensi, Carlo Mazzone, Gianfranco Funari, Franco Califano, Scalfaro (si, proprio Oscar Luigi), Maradona, Nelson Mandela e, chiaramente, Fidel. Ecco, se penso al momento in cui inevitabilmente se ne andrà una sola di queste persone mi corre un brivido lungo la schiena.

Altro che Papa.

E voi? Pensateci, e fatevi avanti: quali sono i personaggi la cui scomparsa non vi farebbe dormire per il dolore?

Ultima cosa, prima che scriviate il nome di Costantino, voglio precisare che valgono solamente quei nomi per i quali, causa età avanzata o attuale stato di salute cagionevole (ecco spiegata, ahimé, la presenza di Maradona), è possibile, se non probabile, una prossima dipartita.

mercoledì, 16 marzo 2005

The show must go on
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


E voi che musica vorreste al vostro funerale?

lunedì, 07 marzo 2005

Scegliere
Categoria:le grandi domande, scritto da granduca di palau


Come scegliere tra il facile e il difficile, tra ciò che conosco e ciò che ignoro, tra un E' e un Potrebbe essere?

Mi faccio di queste domande spesso e in molte circostanze diverse; senza riflettere non riesco più ad agire e mi fa paura questo diventare, in fondo, un po' adulto.
Il Granduca

mercoledì, 23 febbraio 2005

La vostra Alcatraz
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Sono straordinario.
La mia intelligenza e il mio intuito sono da creazione del mondo.
Assoluti e invidiabili.

Come fate voialtri a sopportare la prigionia data dal non essere me?

martedì, 22 febbraio 2005

Come gli elmetti dei kamikaze
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Una cosa che non ho mai capito sono le decorazioni sulla cartaigienica.

venerdì, 18 febbraio 2005

Massimo rispetto per i froci, a patto che non mi tocchino il culo
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Ce lo saremmo detti alla fine di una giornata lavorativa e di cazzeggio, Pat ed io. Ce lo saremmo detti nel sottopassaggio della metropolitana che da Piazza di Spagna porta a Via Veneto. Ce lo saremmo detti - Pat ed io - subito dopo aver visto il giocatore della Roma Traianos Dellas e subito prima di rispuntare alla luce del sole quasi morente delle cinque di pomeriggio. Ce lo saremmo detti e ne avremmo riso salutandoci, dandoci appuntamento in redazione o a una di queste sere. Ce lo saremmo detti eccome, Pat ed io, e la prima sillaba di quanto ci saremmo detti è nata nell'esatto momento in cui il Commesso del Negozio del Centro mi ha rivolto la parola. Contemporaneamente a ciò nella testa mia e di Pat cadeva - precipitava - il primo mattone di quanto ci saremmo detti da lì a poco. Il Commesso del Negozio del Centro aveva capelli d'oro e lucidalabbra rosa. Un fondo di fard e modi gentilissimi. Il Commesso del Negozio del Centro - se non fosse stato Rico il suo nome - sarebbe stata una bellissima ragazza di nome Christina, con l'acca. Elegantissimo, scarpe costose e dita affusolate. Rico aveva quadricipiti di Vieri e voce di Meg Ryan, il che lo rendeva ai nostri occhi - miei e quelli di Pat - alla stregua di una bestia mitologica, un centauro o che so io. Si è visto subito quanto gli piacessi.

 

La cosa più assurda e più drammaticamente imbarazzante del modo di fare del Commesso del Negozio del Centro è che mi guardava esattamente come mi guarderebbe una ragazza - femmina - a cui interessassi. La stessa languidità negli occhi e nei movimenti: in ogni singolo gesto. Non c'è stato un capo che mi abbia passato senza che le sue mani non cercassero le mie: un incubo per un eterosessuale perverso quale sono, io sempre bravo a parlare di froci col culo degli altri. Che poi molti dei miei miti artistici sono omosessuali dichiarati: il problema è che né Freddie Mercury, né George Michael, né Oscar Wilde, né Aldo Busi, né gli altri hanno mai provato - riuscendovi, per altro - a toccarmi il culo con impunita grazia. Tutto questo accadeva, mentre le scaglie di quanto ci saremmo detti, Pat ed io, andavano componendosi nelle rispettive menti e mentre Pat, ormai privo di ogni residuo di serietà, entrava e usciva dal negozio inviando sms a tutta la redazione in cui mi prendeva per il culo - almeno lui - solo per modo di dire.

 

 

 


Spero di rivederti. Qui o in giro
, mi ha detto alla fine il Commesso del Negozio del Centro

 

Il problema del qui o in giro è che adesso sto pensando seriamente di ripiegare verso il Kosovo per non rischiare di ritrovarmelo davanti. Lui e i suoi riccioli, le sue spalle ben tornite, le labbra gonfie, le sopracciglia lunghe, quella voce da incubo. Siamo usciti dal negozio, Pat ed io, con nella testa il fantasma di quello che ci saremmo detti da lì a poco e nello stomaco un principio di nausea. Ne abbiamo riso fino al momento di incontrare Traianos Dellas, il difensore greco della Roma: a quel punto le chiacchiere sul conto di Rico si sono interrotte per un attimo, mentre seguivamo con lo sguardo il calciatore passeggiare insieme ad un amico. E tutto ci è sembrato frocio, anche lui. Perfino le mura, le luci, il pavimento sporco: tutto frocio. Ogni donna che ci passava di fianco, noi la guardavamo fino a vederla sparire, ne aspiravamo l'odore, ne carpivamo le movenze, cercando di sopprimere il ricordo di quel misto incestuoso, quell'ermafrodita cotonato. E ce lo siamo detti. Pat ed io. Ci siamo guardati ed è stato chiaro all'improvviso, improvvisamente omofobi e pieni di paure qualunquiste. Abbiamo messo il piede sul primo gradino della scala mobile che ci avrebbe condotti fuori, al cielo - frocetto pure lui - e lo abbiamo declamato quasi in coro, Pat ed io: "Ma come fanno le donne a scoparsi gli uomini?".

lunedì, 31 gennaio 2005

Comandamenti
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Nonostante mi impegni, non riesco proprio a capire perché mai dovrei amare indiscriminatamente il prossimo mio come me stesso.

giovedì, 27 gennaio 2005

Istantanee
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Chissà quante meravigliose conversazioni nella storia dell'umanità sono state interrotte - senza essere mai più riprese - dall'arrivo di un cameriere.

mercoledì, 19 gennaio 2005

Improvvise prese di coscienza
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


E se fosse in fin dei conti assolutamente giusto - per non dire legittimo - che il più forte abbia il dominio sul più debole?

venerdì, 19 novembre 2004

Era meglio amare da piccoli
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Non ci si innamorava meglio, quando ci si innamorava da piccoli?

Io me lo ricordo quand'ero innamorato da bambino. Mi ricordo un amore su tutti: una volta, che ero veramente bambino, ero cotto di Giulia. Giulia la vedo ancora oggi e non ha davvero nulla della donna che possa farmi innamorare. Ma veramente, veramente nulla: è bionda per esempio. Un uomo dotato di raziocinio e lungimiranza non può innamorarsi di una bionda. Le more e le bionde, intendiamoci, diventano stronze allo stesso modo a lungo andare, ma diciamo che una bionda fa meno strada.

E allora: chissà, poi, se quello era vero amore. Di sicuro era un sentimento che escludeva il sesso. Sì, me la guardavo Giulia: quando giocavamo a nascondino (perché giuro, noi giocavamo a nascondino da bambini: quasi ogni sera) io facevo di tutto per nascondermi con lei e se per caso ci ritrovavamo stretti vicini vicini non è che restassi proprio indifferente. Però erano occhi diversi, i miei. Ero incantato dalla sua presenza e odiavo tutti quelli che avevano a che fare con lei senza riconoscere che dono prezioso fosse. C'era questo foglio di carta su cui Giulia aveva scritto il suo nome: l'ho conservato per anni e - mi ricordo - quando a scuola ero nervoso e non sapevo dove rifugiarmi me ne andavo lì, su quel foglio di carta col suo nome. Ripensavo al pomeriggio d'estate in cui lei l'aveva scritto e l'inverno, tutto a un tratto, mi sembrava soleggiato. Un pensiero così, di tale puro amore, io non lo provo più adesso. Mi ricordo che insieme vedemmo i Mondiali del '94, quelli americani. L'Italia di Sacchi e Signori, Baggio e Massaro, Evani e Baresi, Zola e Mussi: arrivammo in finale e nella partita prima, contro la Bulgaria, Giulia si presentò con il viso dipinto di bianco, rosso e verde. Io restai incantato e - già innamorato perso - mi innamorai di più.

Aggiunsi amore ad amore e quella sera, la ricordo come se fosse appena passata, a casa di Daniele io non guardai che lei. Oggi la rivedo, Giulia, ci incontriamo per strada. Lei mi saluta dal finestrino della Z3 del suo ragazzo cranioleso e io non vedo che una statua di gesso e sale: che fine ha fatto quella bimba saltellante di cui m'ero perso, col viso disegnato del tricolore? Non ne è rimasto niente: solo fard e ombretto e vestiti firmati e scarpe alte col tacco e superficialità. Forse quello che già era, con la differenza che allora non avevo tempo o cuore per rendermene conto.

Bionda o mora, allora Giulia non aveva colore né fattezze.
Per tutta quella meravigliosa estate, non arrivai mai a guardarle i capelli o a capire cosa fosse veramente. Non feci mai in tempo: io guardavo il sogno che quell'amore significava per me e davanti agli occhi avevo solo i frammenti appuntiti della paura di perderlo. Sì, ci si innamora meglio, quando ci si innamora da piccoli. O forse, dopo, non ci si innamora più?

mercoledì, 17 novembre 2004

Dubbi atroci
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Ma il tubetto di colla com'è che non si incolla tutto, dentro?

sabato, 13 novembre 2004

Dove sono finiti i pipistrelli?
Categoria:le grandi domande, scritto da stefano havana


Ve li ricordate voi i pipistrelli?
Giuro, c'erano qualche anno fa. Ero piccolo allora, adolescente. Giocavo in cortile con gli amici, alcuni sono gli stessi di adesso: c'era Giovanni, Mariachiara, Giulia, Giorgia, Emiliano, Antonio, Fabio chiaramente, Diletta, Matteo, Daniele, Giacomo. E poi c'erano i pipistrelli. Possibile che volteggiassero soltanto sopra le nostre teste? Me lo ricordo bene: come spuntava la sera loro arrivavano, volavano basso e un po' mettevano paura. Puntavano i lampioni e sfrecciavano di quel loro strano volo spezzato: vanno con le onde radar ci dicevamo sottovoce noi bambini mentre giocavamo a nascondino o a rompere i rami degli alberi.

Le femmine si mettevano le mani sulla testa perché tutti lo sapevano che i pipistrelli, se s'incazzano, si avvinghiano ai capelli. Noi maschi, invece, facevamo gli eroi - puf, si diceva dandoci di gomito - ma in verità facevano un po' paura pure a noi. Ed erano proprio pipistrelli, intendiamoci! Le ali frastagliate, quel corpicino da topo e poi la puntualità dell'arrivo in concomitanza con la notte. D'estate principalmente: noi ostentavamo le prime canottiere e i primi pantaloni corti e loro portavano quella lugubre compagnia non richiesta. Ve li ricordate? C'erano anche da voi? Certe volte sbattevano sulle luminarie e mi ricordo che addirittura dalla mia finestra - qualche volta - ne vedevo uno o due sfrecciare a mezza altezza verso un'altra fonte luminosa.

Ora non ci sono più.
Sono anni che non li vedo.
E giuro che tra tante cose che ho perduto non c'è quella magica predisposizione a guardare in alto senza motivo. Io guardo sempre il cielo. Anche a costo di pestare una merda in terra. Quindi sono sicuro: i pipistrelli non ci sono più.

Chissà perché.