sabato, 16 giugno 2007

Glielo dice lei a mio marito che scendo?
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Nella mia raccolta di racconti ce n'è uno che si intitola "Glielo dice lei a mio marito che scendo?" ed è stato scelto dalla rivista letteraria Terranullius per una pubblicazione online. Se non sopportate le spiagge affollate e non avete di meglio da fare, forse potreste volervi prendervi un quarto d'ora per leggerlo e farmi sapere cosa ne pensate.

Comincia così:

Era un'antipurista di natura.
"600 grammi di rigatoni o ziti, 2 chilogrammi di pomodori, 200 grammi di concentrato di pomodoro, 300 grammi di fiordilatte, 200 grammi di carne tritata, sale, pepe, prezzemolo, 100 grammi di pane grattato, una manciata di pecorino, 300 grammi di ricotta, un uovo, una cipolla, 150 grammi di olio o sugna, un bicchiere di vino rosso, 100 grammi di Grana Padano".

O sugna?
Lesse la ricetta con lo spirito critico allertato su livelli di guardia: unire quel ben di dio, mescolare, impastare, curare, dosare, non sarebbe servito a portare in tavola una perfetta teglia di maccheroni al forno. Perché era una ricetta senz'anima, ecco perché, una ricetta per puristi, appunto. E Assunta, di natura, era un'antipurista. Purista era suo marito, non lei. Ogni volta che ne sentiva uno in televisione parlare così, parlare da purista, le si seccava subito la bocca: la televisione era piena di gente simile. Tutti a spiegare che a tavola non si deve mai dire buon appetito perché non sta bene; Assunta diceva sempre buon appetito, prima di iniziare, e alla carne tritata preferiva le sue polpettine. Tritata, poi: solo i puristi dicevano carne tritata. Non rendeva molto meglio l'idea: carne macinata? A Giordano le polpettine piacevano in particolar modo e quando suo marito gradiva la cena, tutto diventava più facile in casa, soprattutto addormentarsi. Assunta cercava di gestire così i disagi familiari: col cibo, con la cucina. Dicendo buon appetito.
Ma i puristi tramavano ovunque: i puristi dei risotti c'erano, i puristi della verdura e i puristi della pasta in casa. I puristi del sesso! Tutti con i loro metodi scientifici: facevano della cucina o della vita una serie laicissima di nozioni d'algebra. Equazioni, parentesi, seni e coseni. Concentrato di pomodoro? Pazzesco: sua madre si sarebbe fatta il segno della croce. O ziti: solo a chiamarli così c'era da non avere più fame per tre anni. Gli ziti andavano spezzati e lei non era mai stata brava con i lavori manuali di precisione: da piccola, quando c'era da spezzare gli ziti, si metteva seduta al tavolo della cucina e finiva puntualmente per innervosirsi, perché gli ziti si rompevano sempre al punto sbagliato o si frantumavano tra le dita o non si rompevano affatto. Maccheroni si diceva. Non c'era un altro modo per chiamare la pasta: Assunta diceva sempre maccheroni. Chiamava maccheroni tutta la pasta, tranne gli spaghetti. Gli spaghetti erano gli spaghetti.

Grondando questi pensieri chiuse la rivista, tenendo il segno col dito solo per l'abitudine. Sul tavolino ce n'erano delle altre, ma tutte avevano gli angoli arricciati e la più recente era di sei mesi prima: nessuna era invitante. Così Assunta rinunciò al palliativo della lettura e mise via anche quel giornale di ricette per puristi a cui avrebbe volentieri scritto una lettera di protesta. Rimpianse il suo Vanity Fair, rimasto in macchina: non certo per i contenuti (Giordano aveva vinto un abbonamento registrandosi a un servizio su Internet), quanto per il suo aspetto nuovo, curato. L'ordine la faceva sentire a proprio agio, ovunque si trovasse: il patinato le rinsaldava l'animo per quel quid d'industriale, di progettato che – c'era poco da fare – la faceva sentire al sicuro. Invece pioveva ancora e, in generale, tutto era sbagliato: suo marito chiuso nell'altra stanza da quindici minuti buoni, le crepe agli angoli delle pareti che ospitavano ragni, i pezzi di battiscopa mancanti, l'orologio fermo accanto alla porta d'ingresso e il pensiero dei suoi maccheroni al forno lasciati a freddarsi sul tavolo della cucina. Tutta quella fretta di uscire... Cominciò di nuovo a pensare, seduta immobile, e si domandò se quel suo essere così atavicamente colpita dalla mancanza di ordine o stile o calma, non fosse anche quello una forma di assoluto purismo. Provò a condannarsi, ma non ci riuscì.

C'era una segretaria molto silenziosa e molto sottile che sedeva dietro una scrivania di legno bianco con tutti gli angoli scheggiati: sottolineava qualcosa su un libro massiccio e teneva le labbra appoggiate sul dorso della mano inutilizzata. Sembrava una con la testa da un'altra parte. Assunta la guardò con la curiosità con cui si guardano gli altri esseri umani finché quella non alzò gli occhi e la scoprì.

Il resto qui. (versione PDF)

lunedì, 07 maggio 2007

Essere come i Wu Ming (e sapere cosa fare del lemma ''transeunte'')
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Io, che non sono un intellettuale e la parola transeunte, lemma abusatissimo nei testi redatti dagli intellettuali, non saprei dove infilarla, se non dentro un discorso per far ridere, io, che dell'intellettuale non ho nulla, ammesso che l'intellettuale-tipo esista, se proprio dovessi scegliere, non mi dispiacerebbe essere come i Wu Ming.

Grazie al cazzo, direte voi, (invece un intellettuale direbbe: ne convengo appieno) ma se ho scelto proprio loro, i Wu Ming, come depositari del mio esempio è perché essere come i Wu Ming oggi, parliamoci chiaro, significa poter parlare di qualsiasi cosa, poter dire qualsiasi cosa, poter starnutire qualsiasi cosa e ritrovarsi di diritto infilati nelle colonne dei giornali, delle riviste, dei blog, delle nazioni indiane, ovunque, quantunque, sempiternamente.

Fortuna nostra vuole che i Wu Ming, oltre ad essere così fighi e gggiovani, siano anche bravi e dico fortuna nostra, perché loro ci hanno messo le palle, la fatica e il diritto di nascita e noialtri, allora, non possiamo fare altro che ringraziare il cielo se, dovendoceli ritrovare bonariamente in mezzo ai coglioni un giorno sì e l'altro pure, almeno ci ritroviamo in mezzo ai coglioni qualcosa che sa di buono, che fa bene alla vita, che è come vino rosso di qualità, e non Tavernello. Tutto ciò, dicevo, il voler essere come i Wu Ming eccetera, nonostante io non sia un intellettuale e non aspiri ad esserlo e nonostante dei Wu Ming non abbia letto nemmeno una riga, per una lunga serie di ragioni, la più importante delle quali riguarda le tematiche delle loro opere, a me indigeste: abbazie, medioevi, nomi delle rose, indiani d'america, asce di guerra, semplicemente temi che mi riempiono le ginocchia di acido lattico e mi spingono a spostare la sveglia del mattino dopo un'ora avanti.

Ma la cosa veramente figa dell'essere Wu Ming oggi è che se scrivi un libro che si preannuncia monumentale come "Manituana" (e che io, coglione che sono, non leggerò mai, perché l'argomento mi appassiona come un morso di serpente sul prepuzio) te lo recensisce sull'Espresso niente meno che Roberto Saviano.

Roberto SavianoIl che è il non plus ultra del gggiovanissimo e del frizzante, parliamoci chiaro, Saviano che recensisce i Wu Ming è come sesso sfrenato tra quindicenni: già sei Wu Ming e ci manca poco che Elisabetta Canalis si metta in coda per spompinarti aggratis, in più scrivi un libro, dopo diversi anni dall'ultimo, che si preannuncia un capolavoro, un libro che c'ha tutto un sottotesto che continua su Internet (ora c'è questa grandissima moda che uno scrive un libro che però c'ha tutto un sottotesto che continua su Internet e tu ti puoi collegare a un sito Web che ha il nome del libro e dove ci trovi delle cose fichissime, fantasiosissime, tipo delle musiche, la colonna sonora, il trailer, il TRAILER del libro!, dei bonus track nascosti, oppure il making of dell'opera con foto, sofferenza dell'autore e testi, al punto che il libro non è più soltanto un libro, l'opera letteraria non è più soltanto un'opera letteraria, ma è qualcosa di oltre, una sorta di installazione artistica che fonde diverse aree dello scibile e del creabile, così che tu, miserrimo lettore, quando hai finito di leggere il libro in questione, in realtà, non è che l'hai finito proprio di leggere) e, insomma, fatemi tornare a bomba, dicevo che già sei Wu Ming, già sei fico a tal punto, in più succede che scrivi "Manituana" e, ka-boom!, te lo recensisce il più famoso e bravo scrittore italiano emergente, Roberto Saviano quello-della-prima-puntata-di-Biagi, e dove?, sull'Espresso, l'Espresso, cazzo!, che è di sicuro il miglior settimanale d'inchiesta e approfondimento che ci abbiamo in Italia. Wow, che gran figata!

Dice Saviano di "Manituana":

"Quello che da anni portano avanti come progetto i Wu Ming è la nuova possibilità di mettere insieme diversi linguaggi, nuove sintassi, comunicative inesplorate".

Una copertina a caso de LCapito? Io no. Io capisco benissimo il commento de Il Gianni a questo post qui, semmai, che in 35 righe in romanaccio mi spiega l'esistenza umana, non 'sta roba. Nuove sintassi, comunicative inesplorate: qui non si sa se si tratta di un refuso oppure se la virgola è messa a cazzo di cane. Comunque sia non ci ho capito un'acca ma, refuso o no, deve essere colpa mia, perché io non sono intellettuale come Saviano (santo subito) e non ho letto tutti i libri che ha letto lui, men che meno "Manituana". Infatti lui, Saviano, in questa recensione che ha scritto per l'Espresso, fa pure una serie di riferimenti letterari di cui, idem con patate, non ci ho capito nada, eppure, giuro, leggo l'Espresso da un sacco di tempo, noi in casa sono almeno 10 anni che siamo abbonati a L'Espresso, e gli articoli li ho sempre capiti tutti, ma tutti tutti. Invece questo di Saviano no e mica è il primo.

Tipo quando scrive:

"Non c'è nulla dell'immaginario già consolidato. La sensazione è che il nuovo romanzo dei Wu Ming sembri in qualche misura un dialogo sibillino con la 'Dialettica dell'illuminismo' di Adorno e Horkheimer".

Che per me, davvero, è una cosa raccapricciante, lontana migliaia di chilometri dalla gente comune, tipo quando da terra vedo un aeroplano passare. Non c'entra conoscere o non conoscere Adorno o Horkheimer: c'entra il fatto che io me ne sto in poltrona a leggere un tuo articolo e, tra me e te, cazzarola, lo scrittore SEI TU, quindi, per piacere, mi vuoi rendere le cose più facili e vuoi dirmi TU quello che dovrei capire o avrei dovuto capire se avessi saputo a perfezione tutto di Adorno e Horkheimer? Sennò la scorta che cazzo te l'hanno data a fare? 

Perciò mi dico che deve essere proprio bello essere come i Wu Ming. C'è da guadagnarci sotto un sacco di punti di vista: capirei tutti questi rimandi e, per esempio, saprei come intervenire in questo dibattito qui, dibattito di cui, giuro, ho letto ammiratissimo quasi tutti i commenti, perché talmente lontani dalla mia possibilità di analisi, e quindi così ricchi di cose potenzialmente nuove da imparare, che non ho saputo resistere, come non resisterei davanti a un pezzo di asteroide caduto nel mio terrazzo, eppure non ho avuto il benché minimo CORAGGIO di intervenire, soprattutto quando ho scovato, tra i tantissimi, questo commento, dello scrittore Giuseppe Genna, che, sempre a proposito di "Manituana" scriveva: (i grassetti sono miei)

"L'extraletterario è devastante, oggi, non solo per la nube mercantilizia e quella paradorniana, fatta di ignoranza e hortus conclusus, ma soprattutto per l'ipocrisia di chi addita mafie a partire dalla propria cosca. E sono contingenze transeunti, mentre i testi, se passano il metabolismo della specie, sono tutto tranne che transeunti, e noi possiamo dare giudizi evanescenti, anche entusiasti, in attesa che si compia la permanenza nomade di un libro o la sua definitiva scomparsa".

No? Io, dopo aver incontrato questa cosa qui, mica l'ho più trovato il coraggio di scrivere niente tra quei commenti, che pure mi interessavano moltissimo. Mi sono genuflesso e ho recitato un salmo: voglio essere come i Wu Ming! Voglio essere come i Wu Ming! C'era un film di Renato Pozzetto in cui succedeva una cosa simile: lui, bambino, stringeva fortissimo i pugni perché voleva diventare grande per capire meglio le cose della vita, poi però diventava grande e non vedeva l'ora di tornare bambino, quindi chissà che non possa accadere una cosa simile pure con questo mio desiderio di essere come i Wu Ming, tipo che stasera vado a letto e domani mi sveglio Wu Ming e scopro che, a parte capire tutto dell'articolo di Saviano e del commento di Genna e a parte sapere perfettamente come inserire in un discorso il lemma transeunte, molto altro non ci sarebbe, anzi, e, tac, eccolo lì che pagherei oro per tornare indietro alla mia beneamata ignoranza, al mio romanaccio, ai miei supplì, alla mia pizza con la salsiccia, ai miei TRE gruppi musicali e DUE scrittori preferiti, alla mia incrollabile onestà intellettuale, ai miei siti porno, a Goran Pandev, alla mia fidanzata, ai miei tre amici veri con cui transeure la sera in giro per Roma guardando tutti i culi di quelle che passano.

Questi intellettuali, meravigliosi, davvero, che tutto sanno della letteratura degli ultimi 300 anni e che, tuttavia, non riescono a portare a casa un pezzo di scrittura che sia intellegibile dalla maggioranza dei lettori potenziali: da cosa sono affetti? L'orecchio umano è un organo molto sensibile e forse guastato dai troppi clacson, ma non rincoglionito a tal punto. Concentratevi un attimo e ripensate al brillante intervento di Saviano da Biagi: a me è piaciuto tantissimo, ne avevo pure scritto, eppure nessuno che mi sia capitato di leggere sull'argomento è stato in grado di dire perché ha gradito tanto l'intervento di Saviano. Tutti a dire la stessa cosa: ha citato Primo Levi, ha citato Philiph Roth che citava Primo Levi, ha citato quest'altro, ha fatto riferimento a. E lui che ha detto? Saviano, dico: che ha detto? Quello di "Gomorra": qual è il suo pensiero sulle cose della vita? Non si sa: non è capace di farmelo capire se non portandomi avanti l'esempio di Adorno.

Ho pensato a queste cose riflettendo sull'opportunità di essere o no come i Wu Ming e a un certo punto mi sono come bloccato. Tac, immobilizzato, impossibilitato a procedere nel ragionamento, ctrl+alt+canc, resettato dallo spettro di una domanda: Fabrizio De André, dico uno a caso tra quelli che non hanno fatto in tempo a leggere "Manituana", ha mai usato la parola transeunte?

giovedì, 12 aprile 2007

Addio a Kurt Vonnegut...
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


... E grazie per tutte quelle belle pagine.

Vonnegut

[biografia]
[wiki]

martedì, 03 ottobre 2006

Il mio bisogno di consolazione
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Quando il mio bisogno di consolazione chiama, io rispondo pensando agli incommensurabili geni alle prese con la vita di tutti i giorni. Mi metto lì, alle due di notte - ma spesso anche più tardi - davanti al mio computer con le dita sulla tastiera, e un bicchiere di qualcosa vicino, e penso a Beethoven. Giuro: se devo scegliere, mi rivolgo al più alto piano possibile dell'esistenza umana e penso a Beethoven. Si alza, sordo come l'ostinazione, per andare a bere, esattamente un attimo prima di concepire la Nona Sinfonia: se me lo devo immaginare me lo immagino a sgranare gli occhi dentro al bicchiere, arrivato quasi all'ultimo sorso, e concepire la Nona.

joycePenso ad Hemingway nella sua casa di San Francisco de Paula alla Havana. Eccolo che cammina a piedi nudi suoi suoi arazzi africani; guarda le teste di cervo appese alle pareti a si mette a fissare la vetrinetta dei fucili: sta scrivendo Fiesta!, è arrivato a un punto morto, e ancora non lo sa che entro non molto uno di quei grilletti calerà sotto il suo pollice per fracassargli la testa. A Faulkner è appena caduta una tartina dalla parte imburrata e se ne sta lì, fermo con una pipa in bocca, a cercare di trarne delle conclusioni. E James Joyce, una volta o l'altra, non avrà sentito il bisogno di scappare a cagare durante la stesura del suo Ulisse? Certo che sì: eccolo seduto sulla tazza del cesso, con la porta del bagno semichiusa per paura di perdersi qualcosa della sua ispirazione, a pensare all'Ulisse. Durante uno di questi momenti di incommensurabile normalità, io immagino che questi grandi geni abbiano concepito i loro pezzi più arditi o i loro momenti di massimo pessimismo: forse Carver ha deciso di cominciare a bere nel momento esatto in cui qualcuno sbagliò numero di telefono disturbandolo. Salinger quella stessa mattina si è masturbato in grembo alla sua poltrona preferita e ha raggiunto il gabinetto come molti di noi, un lembo della canottiera tra i denti per non sporcarla, e i pantaloni calati alle caviglie. I piedi nudi: una specie di pinguino a New York, mentre nella sua macchina da scrivere, una stanza più in là, è un giorno ideale per i pesci banana. Virginia Woolf siede senza trucco e i capelli sciolti e in un'altra vita e in un altro tempo, solo leggermente antecedente, Charles Dickens sta perdendo una carrozza sotto la pioggia e finirà inevitabilmente a terra, con la faccia nel fango mentre due scugnizzi un po' distanti ne rideranno a sbafo. Patti Smith (sì, ha un blog), in accappatoio verde, sta tagliandosi le unghie dei piedi con aria completamente assente: in quel momento - in quel preciso momento - giuro su dio che lei non lo sa di essere intonata o di avere nella mente versi bellissimi di indicibile leggerezza. Non lo sa perché la notte, e così via. Caravaggio un giovedì spezzò una matita e bestemmiò il Creato, invece Cristoforo Colombo, assorto in una cartina geografica, sta basculando sulla sedia nel tentativo di emettere un peto. Non si cura di niente - neanche del malumore della ciurma - in quell'istante. Non ne sa nulla di rotte e dei più grandi sogni degli uomini o dei re di Spagna: è soltanto bene attento che nessuno sia nelle vicinanze. Céline ha la dissenteria e non riesce a concludere il suo viaggio al termine della notte, Stanley Kubrick è sicuro di aver sentito un rumore di là in salone, nottetempo, e sente il proprio pene diventargli minuscolo per la paura.

Sono uomini e donne del tutto normali. Che si stringono goffamente il nodo della cravatta prima di un party o di un matrimonio a cui non hanno voglia di andare. Sono persone che sanno quanto costa il nostro stesso litro di latte e - come noi - conoscono il sapore delle zucchine, dei cetrioli, delle sette di sera. C'è qualcosa di sconvolgente in tutto questo: ci penso di notte, mentre scrivo e a mia volta entro nel medesimo processo creativo che li ha portati a diventare più eterni della luna. O del mercoledì. Ci penso e non arrivo ad alcuna conclusione, se non quella del tutto personale di riuscire a riempire con soddisfazione l'ennesimo foglio bianco. Lo stesso di Céline, Faulkner, Fitzgerald, Rimbaud, Yates, eccetera, eccetera.
Eccetera.

mercoledì, 13 settembre 2006

Snobismo letterario (critica dello)
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Devo essere io. Non c'è alternativa: devo essere io. Che sia snob, dal punto di vista letterario è un fatto. Ma non lo sono tanto per esserlo: non voglio darmi un tono, (per quello esiste tutto un metodo di tenere le sigarette tra le dita, tanto per dire. Va bene che non fumo...) semplicemente sono così. Reagisco in una certa maniera davanti a determinati casi letterari: dove, solitamente, c'è il plebiscito della gente, ai miei occhi compare solo una vaga secchiata di foglie secche. Non è questione di bastian contrario: da un po' di tempo mi sono reso conto che se tutta la gente indica entusiasta un punto, può anche darsi che laggiù ci sia qualcosa di bello da guardare. Ma quando si tratta di libri, niente, nisba, nada: non a caso sono una specie di Robinson Crusoe da questo punto di vista. Non ho mai con chi parlare di John Barth o di Carver, perché - di fatto - non li legge nessuno. Ne conosco due che sopportano (e a malapena) Wallace, nessuno che abbia mai letto qualcosa di Jonathan Lethem (che sta diventando il mio preferito), senza contare Richard Yates o Donald Barthelme, Aimee Bender, Flannery O'Connor. Mi sto appassionando di due scrittori esordienti RUSSI di cui neanche io ricordo il nome. Potrei procedere a naso per altre trenta righe e per almeno altre cento se mi voltassi a guardare la libreria alle mie spalle, invece mi fermerò esattamente qui.

Il dramma mi proviene dall'aver passato due ore in libreria di recente (precisamente durante la Notte Bianca, che - guarda caso - snobbo da tre anni per precisi motivi idelogico-politici). Chiuso dentro tale non-luogo ho fatto orario in attesa di un appuntamento e ho compiuto almeno TRE atti impuri. Li vado ad elencare:

hotelmessico- Ho sfogliato TUTTI i librettini dei bloggers pubblicati da www.scrittomisto.it. Sono molto belli dal punto di vista editoriale: freschi, gustosi da impugnare e profumati. Quello che mi ha fatto rabbrividire è stato notare che, in calce alle bellissime copertine, non c'è il nome dell'autore (qui di fianco c'è la foto di uno di quelli - uno dei pochi - che sa scrivere, fuor di ogni dubbio). C'è scritto il nome del blog, ma non dell'autore. Il che mi ha fatto immediatamente ritirare indietro le dita: io non concepisco come uno che scriva qualcosa degna di pubblicazione non senta la necessità di graffiare i muri del mondo - o addirittura di rinunciare al compenso - pur di vedere il proprio nomeecognome iscritto in cima a quelle faticosissime parole. Non so se chi non scrive lo sa, ma scrivere è una delle cose più complicate e faticose al mondo (per questo mi dò altri dieci anni di tempo, minimo, prima di andare in giro a dire si saper scrivere come si deve).

- Ho preso in mano e letto qualcosa del libro di PULSATILLA (altra blogger) edito da Castelvecchi. Il che mi ha fatto riconsiderare le mie possibilità (e quelle di tutti) di poter diventare scrittore di professione. Il senso è: se Castelvecchi ha pubblicato una cosa come il libro di PULSATILLA (si firma così), allora DEVE pubblicare anche me. E te, naturalmente. E anche te, te, te e pure te che non hai mai fatto alpulsatillatro che scrivere formazioni del Fantacalcio. Credo che Castelvecchi possa - anzi debba - pubblicare praticamente TUTTI da oggi in poi: qui siamo davanti a una ridiscussione totale del concetto di editoria, perché non c'è dubbio che la modalità con cui gli esperti di Castelvecchi hanno optato per la pubblicazione di PULSATILLA sia stata qualcosa di molto vicina al CASO TOTALE. (non è che sia il solo a pensarla così: oserei definire esilaranti le recensioni dei lettori presenti su IBS. Dateci un'occhiata per il bene del vostro portafoglio, se state cercando un SOTTOPIATTO) PULSATILLA è anche presente, in qualità di Scrittrice Italiana Contemporanea, in Wikipedia. Questo tanto per ricordare COS'E' Wikipedia: un'accozzaglia di tutto. Una specie di Telemike online. Carina eh: piena di iconine, ok. Ma non chiamatela Enciclopedia Universale o una cosa del genere.

- Ho provato (provato) ad acquistare il libro più voluminoso DI SEMPRE, vale a dire "Dies Irae" di Giuseppe Genna. Mosso dalle centinaia di recensioni trovate sulla rete, mi volevo accodare alla fila dei fedeli: "Dies Irae" di Giuseppe Genna sembra essere il libro più pubblicizzato del momento, una vera e propria pietra miliare del blogger (ma anche e soprattutto di bloggers che hanno la mia STIMA, quei due o tre insomma, a cui regalo il mio tempo con gioia e consapevolezza). "Dies Irae" di Giuseppe Genna, stando a sentire quello che dicono in giro, dovrebbe essere la risposta italiana ad "Underworld" di De Lillo e addirittura una delle opere letterarie italiane più importanti della storia recente. Dicevo provato a comprare: perché dopo averlo preso in mano ho fatto quella cosa che fanno molti, ovvero ho letto la prima pagina e poi la seconda e poi ne ho lette altre pescando a casaccio (metodo PULSATILLA). E' stato a quel punto, con circa ottocento grammi di libro in mano, che mi sono domandato COSA SIA la critica letteraria e come sia possibile che quello che per molti (tantissimi) è un Capolavoro Assoluto di Incomparabile Bellezza, per me risulti un Ammasso di Manierismi Cervellotici di Inesplicabile Difficoltà, Pesantezza, Detestabilità e Retorica. Secondo me De Lillo dovrebbe sentirsi non solo offeso dall'accostamento, ma proprio scoglionato nel constatare che c'è gente al mondo tanto spocchiosa da provare a generare un lavoro simile ad "Underworld". (anche in questo caso ci sono le simpatiche recensioni dei lettori su IBS. Simpatiche per me, mi sa non per Genna)

Solo per la cronaca e per far quadrare il ragionamento, quel giorno della Notte Bianca, dalla libreria di Via Veneto ne sono uscito con una busta piena di Tabucchi. Tutti insieme pesavano la metà di "Dies Irae" di Giuseppe Genna, ma non è di questo che volevo parlare.

giovedì, 06 luglio 2006

Il qui ed ora e i gorilla
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


C'è uno scrittore americano, non molto conosciuto in Italia ma eccezionale, che si chiama Thom Jones. Ha una biografia interessante: in pratica lui ha fatto tutto, nella vita, fuorché lo scrittore - il bidello, il pugile soprattutto - finché un bel giorno tre dei suoi racconti furono acquistati dal "New Yorker", da "Harper's" e dall'"Esquire", le principali riviste sognate da qualunque scrittore americano che voglia vedere il proprio nome stampato in calce a una buona storia.

La sua migliore raccolta di racconti si intitola "Il pugile a riposo" ed è veramente un'opera importante. Addirittura John Updike ha definito "Voglio vivere!" - una delle storie ivi contenute - "Il miglior racconto americano del Novecento". Personalmente non sono d'accordo, perché me ne vengono in mente subito almeno altri tre migliori ("Il lamento di Sleeping Bear" di David Means, "Cattedrale" di Raymond Carver" e "Un giorno ideale per i pesci banana" di J.D. Salinger) ma è certo che "Voglio vivere!" è un fantastico racconto in prima persona che parla di una donna morente. Tuttavia quello che a me è piaciuto particolarmente di questo libro sta tutto nel racconto intitolato "Zanzare" e ve lo voglio riportare qui di seguito. In sostanza Jones mette in bocca a uno dei suoi personaggi la summa della spiegazione sul comportamento umano e lo fa in meno di 1000 battute:

Prendete il gorilla. Credo che ne restino solo una quarantina su tutto il pianeta, a dir tanto. Dato di fatto: il motivo per cui il gorilla ha un cervello così grande non è che deve ingegnarsi a capire dove trovare il cibo o come costruirsi un piccolo nido in mezzo all'erba. Nella Terra dei Gorilla il cibo abbonda; e i nemici, a parte l'uomo, non esistono. Per procurarsi il cibo, costruirsi il nido e spostarsi da una sede all'altra, al gorilla basterebbe un cervello delle dimensioni di Rice Krispie.
Il motivo per cui il gorilla ha un cervello così grande e il motivo per cui i piccoli ci mettono così tanto a maturare e svilupparsi è che nella società dei gorilla, oltre a comprendere le varie sfumature delle emissioni di voce dei compagni, gli individui sono maestri nell'interpretare il linguaggio del corpo. Sono psicologi abilissimi e, a modo loro, benché non abbiano modi raffinati, sono più diplomatici di quanto possa mai sperare di diventare un essere umano.
In un branco di gorilla non esiste la violenza. Tutti vanno d'accordo. C'è una gerarchia, è vero, ma ognuno ha il suo posto e lo accetta. I gorilla sono felici. Non hanno bisogno di scarpe da tennis New Balance, di videoregistratori o di Jaguar V-12 decappotabili. Non hanno bisogno di Donna Karan. Non hanno bisogno di crack. Non hanno bisogno di scrivere racconti intelligenti su un tizio che gira in macchina per Cape Cod pieno di rabbia. Se date a un gorilla una banana e una bella femmina da scopare, lo fate contento: un gorilla che non desidera affatto commettere stupri o omicidi premeditati, dipingere la Cappella Sistina, candidarsi alle elezioni presidenziali o vinere il Nobel - niente di tutto questo. I gorilla non si fanno guerra tra loro e non si torturano l'un l'altro. Non succede mai.
Un mio amico del pronto soccorso mi ha detto che la coscienza animale è fatta solo di qui ed ora, e che un essere umano può grosso modo riprodurre quella condizione bevendo cinque martini di fila mentre sta a mollo in una vasca d'acqua bella calda. Una condizione che si raggiunge il sabato sera, se tutto va bene. Il resto del tempo... Be', basta leggere i giornali per capire cosa intendo. Il comportamento umano, per il novantotto per cento, è un abominio.

E' vero o no?

domenica, 18 giugno 2006

L'utile morte dello scrittore
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Lo dico subito: non conosco Enzo Siciliano. Ci sono cose che, semplicemente, in vita non ho ancora avuto il tempo di fare. Leggere o approfondire Siciliano è una di queste. Come non so pulire il pesce, scegliere un vino o andare in barca a vela: tutte cose fantastiche che spero, un gorno o l'altro, di poter inserire in quel grande scatolone con la scritta sopra: «Cose che si sanno fare». Tutto quello che so, di Siciliano, riguarda il fatto che è morto. Lui muore e io ne leggo un magnifico ricordo a firma Eugenio Scalfari: niente di sconvolgente, è il gioco delle parti. Succederebbe lo stesso se domani morisse Tom Cruise, a parte il fatto che Scalfari non ne scriverebbe. Oggi però è successa una cosa stupefacente, che Tom Cruise se la sogna: nella pagina della cultura de L'Espresso ho scoperto un'interessante recensione di un libro: Mark Strand - "Il futuro non è più quello di una volta", minimum fax, pp. 170, €9. Mark Strand è un eccellente poeta e narratore canadese. E' nato negli anni Trenta, ha vinto il Pulitzer e adesso è un attempato ultrasettantenne che insegna - è ovvio - nella terra letterariamente più avanzata del globo, vale a dire New York. La recensione è a firma - postuma - di Enzo Siciliano.

E' un bell'articolo. Si legge di un fiato: Siciliano fa tutto un discorso sul minimalismo, sulla pittura di Edward Hopper, su Don De Lillo e Philip Roth. Dice: "La sua arte (l'arte di Strand - ndr) è tramata di quieti allarmi, indirizzati a recuperare senso nel controsenso". Lo ha scritto Siciliano, mica io: non so assolutamente cosa significhi però suona alla grande: "Quieti allarmi", mamma mia che roba. Ma non è tanto questo: la raccolta di poesie compratela, se vi va, val bene nove euro. Il fatto è che mi ha colpito leggere una recensione di un... morto. L'Espresso fa spesso queste cose: mise su un articolo di Oreste Del Buono, quando Oreste Del Buono aveva già incrociate le mani sul petto. Io lo trovo affascinante: pensare che Siciliano stava lì a scrivere questa cosa su Strand, un autore che voglio sicuramente approfondire, parlando di Hopper, il mio pittore preferito, nominando il grande De Lillo e tutta una serie di elementi per cui stravedo - ecco mi affascina pensare che lui scriveva righe destinate a sopravvivergli. Tutti scriviamo righe destinate a sopravviverci, si capisce: ma scrivere righe su un libro che si chiama "Il futuro non è più quello di una volta" e farne una buona recensione e pensare che quel libro sta anche nella libreria di Siciliano, senza Siciliano a spolverarlo, a spostarlo o a riprenderlo - è questo ad affascinarmi. Non c'è nessuna differenza tra questo pezzo su L'Espresso di questa settimana e un altro pezzo di Siciliano su un altro numero de L'Espresso di un'altra settimana: a parte il fatto che nel frattempo è morto. Ma questo non riguarda il mio ruolo di lettore: questo non influisce sul fatto che, dopo averne letto, andrò a comprare il libro recensito. Non influisce per niente. La morte di Siciliano influisce, forse, sul fatto che presto o tardi mi andrò a prendere un suo libro o forse influisce sul fatto che un altro pezzo di Siciliano su un altro numero de L'Espresso di un'altra settimana - con Siciliano VIVO - magari non l'avrei letto.

giovedì, 04 maggio 2006

Morti e stramorti
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Da quando sono morti i soldati a Nassiriya è stato un ripetersi ossessivo di una sola frase: il loro sacrificio non sarà vano, il loro sacrificio non sarà vano. Fossi stato al posto di uno dei familiari di costoro, io immediatamente mi sarei alzato sulla panchina della Chiesa e con le residue forze avrei sparacchiato con un fucile automatico sul prete e i chierichetti tutti. Avrei spezzato le candele con un colpo di machete e trangugiato il vino dalla coppa, asciungandomi il mento col palmo della mano; dopodiché mi sarei appropriato del feretro del mio estinto carissimo e lo avrei trasportato alle isole Galapagos, per seppellirlo sotto la sabbia a mezzanotte così da non scottarmi i piedi.

Perciò non riesco mai a vederci niente di buono nella morte. Nella morte degli altri, in particolare. Quando qualcuno parla della morte, immancabilmente faccio per girarmi dall'altra parte. Enzo Baldoni, in un suo articolo, chiamò questa cosa rivincita della vita. Altre persone, quando ne muore uno, parlano di lontana eco o una menata simile. Dicono che quella persona mai morirà veramente, perché per sempre resisterà una lontana eco delle sue gesta, delle sue opere o che ne so. Come no, la lontana eco... C'è una formidabile pagina di letteratura in Farhenheit 451 di Ray Bradbury che parla proprio della morte: dice che non sono tanto le persone che ci mancheranno, quanto le cose che sapevano fare. Colui che sapeva costruire grandiose casette per uccelli, mai più ne produrrà una e quanti uccelli al mondo resteranno senza casetta? Quello che sapeva fare delle perfette imitazioni, non ripeterà mai più il suo show e quello che correva i cento metri in un secondo esatto non animerà mai più uno stadio d'atletica leggera. E allora non sento mai la morte tanto presente come quando se ne va un grandissimo esemplare di uomo. Mi sembra talmente morto Oscar Wilde, quando leggo un suo passaggio. Mi sembrano così irrimediabilmente trapassati Joyce o Kafka. Mi sembrano immancabilmente morti, defunti, sotterrati James Dean, Cechov, Mozart, Picasso e Massimo Troisi. Non c'è una volta in cui io guardi alla tv - magari a tarda notte - un film di Alberto Sordi e mi ritrovi a pensare: eh, caro Albertone, c'è ancora la tua lontana eco tra di noi. Macché: a me Alberto Sordi non m'è mai sembrato tanto morto come da quando un centro commerciale, a Roma, ha preso il nome suo. Mortissimo, stramorto. Mortomortomorto.

Mi pare supermorto Dante Alighieri, quando i quattordicenni del mondo sbadigliano sulle sue terzine perché non esiste un professore che sappia spiegare loro dove sia la meraviglia. Mi sembra una sacca svuotata del sangue Raymond Carver, quando scopro che non ho neanche più un suo racconto da leggere. Mi sembrano mortissimissimi tutti questi qua e mi viene da piangere quando un artista è ricordato con termini simili a quelli usati per i soldati caduti. Il suo sacrificio non è stato vano. Massì che è stato vano, dài. Perché dare false speranze a chi rimane? Sì che sarà vano. Perfino quando vedo al teatro una commedia di Woody Allen che non è interpretata o diretta da Woody Allen - e anzi Woody Allen in quello stesso momento se ne sta a Brooklyn per i fatti suoi e non ne sa niente - mi viene da pensare che anche lui stia lì lì per morire e che, piuttosto, vorrei che avesse 35 anni e tutte le sue brillanti commedie ancora da scrivere. Voglio dire che la morte dei soldati italiani fa tristezza proprio perché è stata del tutto vana, evitabile, stronza: è così che si onora la memoria di un caduto.

mercoledì, 08 febbraio 2006

Questa è la faccia di una donna
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Conoscete (ma penso di sì) la storia dello scrittore americano Jt Leroy? Altrimenti ve la riassumo: Jt Leroy è il prototipo dello Scrittore Preferito Dal Perfetto Blogger (e dunque il prototipo dello scrittore esecrato dal sottoscritto). Incapace ma dannato, vuoto ma tossicodipendente. Autoreferenziale ma con un passato da Jack Lo Squartatore, antipaticissimo ma sieropositivo. Scostante ma ex prostituto, maledetto ma ricchissimo (che si sa come sia difficile fare il maledetto dentro le Porsche). Dunque la personificazione più magnifica del ragazzo di strada, cresciuto nel fango ed esploso nell'America delle mille possibilità. Oh Yeah.

Poi succede che il New York Times porti alla luce una certa storiella. Se ve la siete persa (ma non credo) ve la ridico: Jt Leroy NON ESISTE. Il suo vero nome è Laura Albert, una bella signora ricca che ha scritto questi libri in un lussuoso appartamento di San Fransisco, li ha firmati col nome Jt Leroy e per anni li ha distribuiti grazie a decisivi complici. Dunque per anni la celeberrima (e FALSA) rabbia giovanile di Chi Si E' Fatto Da Solo E Contro Tutti ha imperversato per i nostri salottini bene, infiammando le platee e foggiando gusti e mode letterarie. E la persona fisica di Jt Leroy? Interpretata dalla sorellastra della signora Albert (una bella ragazzA bionda): era lei che nelle occasioni mondane si presentava a rilasciare interviste studiate a tavolino.

Uno può dire: ma è la storia, non colui che la racconta (lo ha scritto Stephen King). Verissimo, e infatti non è di letteratura che voglio parlare qui (non essendoci alcuno scrittore di mezzo, tra l'altro); in più è assolutamente indubbio che il successo, Jt Leroy lo abbia trovato non certo grazie all'abilità letteraria, quanto grazie al proprio background maledetto: è stata la confezione ad incantare la gente. Proprio come accade al supermercato.

Piuttosto voglio parlare del fatto che QUESTA, signori, è la faccia di una donna. Non ci sono cazzi (è il caso di dirlo): questa faccia per anni è passata per la faccia di un UOMO. Avete presente quella cosa con la barba, baffi, mascella tagliata, naso grosso, peli, pisello e un'insistita tendenza alla menzogna e al vittimismo? Ecco: un UOMO. Ma è talmente evidente che si tratti di una donna! Invece il potere e l'insinuazione della televisione, del successo, del fenomeno CULT, il potere delle interviste, delle pailettes e delle luci del palcoscenico, il virus dell'addormentamento delle masse, della colpevole infatuazione delle menti deboli, della mancanza di spirito critico, della indubbia assenza di intelligenza, tutto questo ci ha ipnotizzati, plagiati, deviati e noi siamo stati capaci di guardare l'evidente faccia di una DONNA dicendo: UOMO! Siamo stati capaci, per anni, di leggere libri MEDIOCRI additandoli come Capolavori Adolescenziali Di Un Autore Dalla Vita Disastrata; come la Miss Italia nera, come il cantante lirico non vedente che infesta i nostri palcoscenici, INCAPACE DI CANTARE ma che ogni volta si becca le standing ovation. Come Berlusconi e i suoi teatranti. Come la disonestà degli arbitri che ci hanno AMMAESTRATO a chiamare suddistanza psicologica. Come Striscia la Notizia che ci ha AMMAESTRATO a pensare che i problemi del Premier siano le scarpe rialzate, i congiuntivi sbagliati, le corna, le gaffe. QUESTA è la faccia di una donna, dio santo.

Ripetete il catechismo con me, avanti: QUESTA è la faccia di una donna. QUESTA è la faccia di una donna. QUESTA è la faccia di una donna. QUESTA è la faccia di una donna e io non ci cascherò mai più. Terrò gli occhi aperti, non mi limiterò a cambiare canale. Comincerò a pensare con la mia testa. QUESTA è la faccia di una donna. Non riderò più alle battute dei potenti. Perché QUESTA è la faccia di una donna, ma il culo è il nostro. Maledizione.

guinzaglio

martedì, 07 febbraio 2006

Biscotti dell'anima
Categoria:letteratura, arte, scritto da stefano havana


Ogni volta che condivido una cosa che mi piace con qualcuno che non la conosceva prima di allora, ecco, sento una sensazione di autentica responsabilità. Non so se mi spiego. E' come una voglia di assicurarmi che tutto vada bene: nel momento in cui porto questo qualcuno a vedere - per esempio - un film al cinema di cui ho a lungo straparlato, esigo che tutto sia perfetto quasi come fosse merito mio.

Mi ricordo, anni fa, la prima volta che mostrai "Gli intoccabili" ai miei genitori, di là in salone, col lettore dvd appena comprato. Per quanto tempo, a tavola, avevo illustrato loro le meraviglie della scena alla stazione, con l'orologio, la carrozzella, la sparatoria? Quanto fiato avevo sprecato per convincerli? E quanta emozione al momento del tuffo, finalmente? Io, seduto in poltrona con le braccia conserte e loro, vicini sul divano, con gli occhiali ben calati sulla gobba del naso: la voglia di assicurarmi che sedessero comodi, il desiderio totale che il telefono non squillasse proprio in quel momento, che nulla arrivasse a disturbare l'attimo - non un colpo di clacson, non una frenata brusca o, ancor più profondamente, nemmeno un pensiero brutto o un dolore dietro la gamba - questo sentimento che tutto fosse roba mia, merito mio, responsabilità mia; il cuore che accelera, il respiro che s'affanna, il momento topico della rivelazione fino alla domanda suprema: significherà lo stesso per loro? Domanda che si allarga e diventa universale se solo siedo al cinema e sullo schermo scorre il film di un regista da me amato. "Match Point" di Woody Allen, per dire, cos'è stato se non tutto questo espresso all'ennesima potenza? Io che me ne sto lì, sulla sediolina, a godere di tutti gli ansiti degli astanti, dei mugolii di piacere, delle frasi di approvazione, come fosse roba mia, come se la scritta bianca su sfondo nero riportasse in calce il mio cognome e nome sotto la dicitura scritto e diretto da; e la seconda volta che l'ho visto, "Match Point", con Elisa, non mi veniva forse voglia di girarmi verso di lei ad ogni scena madre, tanto per essere sicuro che non si distraesse proprio in quell'istante? O l'altra sera all'Auditorium: i racconti di Carver, che meraviglia. Nel buio con l'occhio sinistro che scavava dentro la tempia per arrivare alla certezza che Fede stesse attento; l'odio nei confronti di tutti i ritardatari che distraevano gli altri, chiedevano permesso. L'allarmismo verso la ragazza mia vicina di posto, quel suo andare ogni tanto al cellulare nella borsa: e se decidesse di prenderlo nel momento esatto in cui Jeff va a dire a Wes che lui e la moglie debbono abbandonare la casa entro la fine del mese - mi chiedevo? Ecco - vorrei dirle - se ti perdi quel momento, cara mia, se non lo senti, se ti distrai a mandare un sms pieno di kappa, che fine farà tutto questo? Tutto questo che - giuro, l'ha scritto Carver - non è farina del mio sacco, al massimo farina del mio cuore, ma lo stesso sento di avere responsabilità. Non sarò il lievito, di questi biscotti che la gente mangia per ingrassare l'anima, ma almeno l'aria sì.

O forse nemmeno quella.
Fatto sta che, a volte, questa sensazione e questa gioia di sapere e di trasmettere ad altri un'opera di arte che si ama sono così forti, potenti da superare la stessa creazione.

mercoledì, 11 gennaio 2006

Gente del Wyoming
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Vi voglio raccontare la storia di un libro. Questo libro si chiama "Brokeback mountain"; in italiano è stato tradotto con "Gente del Wyoming". L'autrice, E. Annie Proulx l'ha scritto nel 1998, io l'ho letto seduto su una panchina al sole di Cagliari un giorno d'estate dell'anno 2000. Da allora e fino a pochi mesi fa di "Brokeback mountain" o "Gente del Wyoming", che dir si voglia, non ne ho mai più sentito parlare; tantomeno di E. Annie Proulx, nonostante il frontespizio del piccolo libro (64 pagine) spiegasse che l'autrice in meno di dieci anni si è affermata come una delle poche e indiscusse eredi della grande tradizione narrativa nordamericana. Chissà se anche il regista Ang Lee ha letto questo libro seduto su una panchina al sole di Cagliari. Ne dubito: fatto sta che il regista Ang Lee, a un certo punto, ha deciso di farci un film. Lo ha chiamato esattamente "Brokeback mountain" e ci ha vinto un Leone d'Oro a Venezia.

La trama di "Brokeback mountain" è molto particolare (difatti non mi piacque per niente, allora). In sostanza due giovanissimi cowboy poco istruiti si ritrovano a vivere (e, letteralmente, a scoprire) la propria omosessualità sperduti in una capanna durante alcune mastodontiche transumanze: non c'è nulla di particolarmente romantico (anzi, è tutto così disperato) e fu proprio questo - seduto su quella panchina ormai cinque anni fa - che mi portò a ignorare il libro. A 20 anni si hanno poche idee per la testa e generalmente sono quasi tutte confuse: di sicuro due uomini con lo sporco sotto le unghie che si rotolavano nello stesso letto soffiando l'uno sulla nuca dell'altro non mi parevano granché simbolici, nonostante le stelle e tutto il resto. Lessi quelle 64 pagine nell'arco di un pomeriggio: se non ricordo male il traghetto per Roma partiva alle 18 e io sedetti in quel parco intorno mezzogiorno, se non prima.

Jack Twist ed Ennis del Mar: ecco come si chiamavano i due cowboy con il vizietto. C'erano belle storie intorno a loro (adesso ho riletto il libro e mi è piaciuto davvero, anche se quella panchina non c'è più e veramente un sacco di cose sono cambiate da allora). Per esempio Ennis era stato allevato dal fratello e dalle sorelle maggiori da quando i genitori erano finiti fuori strada nell'unica curva della Dead Horse Road, lasciando ventiquattro dollari in contanti e un ranch gravato da due ipoteche. Adesso questa cosa mi piace: mi invoglia a leggere, se non altro per capire come farà l'autrice in così poco spazio a sciogliere tutta la trama. Allora - su quella panchina - non lo so cos'è che non andò. Sarà che ogni venti o trenta righe al massimo sentivo questo bisogno di alzare gli occhi dalla pagina e guardare il cielo azzurro (c'era un gioco che facevamo - non so se chiamarlo gioco sia giusto, insomma era una cosa che facevamo sempre - guardavamo il cielo azzurro tra le fronde degli alberi verdi e ci dicevamo che era proprio una gran storia quell'accostamento cromatico, anche se magari non lo pensavamo davvero. Era semplicemente un fatto tenera da dire l'uno all'altra mentre le nostre dita facevano conoscenza). Mi distraevo quindi; c'era la gente che passava, mi ricordo tantissimi piccioni e poi le strade, naturalmente. Quelle mica cambiano: restano drammaticamente le stesse sia quando sei in compagnia sia quando sei da solo. Perciò mi ricordavo certe cose e un po' sorridevo un po' mi aggiustavo meglio gli occhiali da sole.

Ennis si svegliò nel rosso dell'alba con i calzoni attorno alle ginocchia, un mal di testa da non vederci e Jack a ridosso della sua schiena; senza bisogno di dir niente entrambi sapevano come sarebbe andata per il resto dell'estate, e al diavolo le pecore.

Percepisco una sorta di climax, in questo passaggio (appena 10 pagine dopo l'inizio). Percepisco una tristezza, un fatalismo. Mi piace: lo trovo tridimensionale, profondo, narrativo. Seduto su quella panchina, invece, credo che lo trovai soprattutto fastidioso. Sarà che c'era la mia valigia da controllare, il portafoglio pieno di scontrini che mi ricordavano cose e sostanzialmente un odioso profumo addosso che in quel momento non significava più niente. Non finisce bene, "Brokeback mountain"; anzi finisce malissimo. Ma in un certo senso non c'è sorpresa in questo: è da quel paragrafo che ho riportato poco sopra, appena dopo pagina 10, che si percepisce il nero destino che si poserà presto su quelle anime perdute. Anche questo fatto, durante quell'estate lì, non è che lo potessi capire appieno. Innamorato com'ero - innamorato cotto, innamorato al culmine, innamorato che le cose sembravano sempre fatte apposta per noi, innamorato come ci si innamora di un film o di una canzone, gravido di quella sensazione di onnipotenza e fiducia verso tutte le cose del mondo - innamorato così, voglio dire, facevo spallucce davanti a storie senza happy end. Semplicemente non erano roba mia: io me ne stavo lì, seduto su una panchina nel mezzo di un parco del centro di Cagliari e a vista scorgevo il porto. Fossi stato dotato di superpoteri, avrei potuto scorgere perfino Roma, casa mia e il momento esatto in cui avrei fatto la strada alla rovescia per rivederla, stringerla, baciarla sulla bocca fresca e tutte quelle cose che si fanno quando la valigia è aperta e i vestiti tutti sparpagliati sul letto.

gentedelwyomingImmagino che andrò a vedere il film di Ang Lee, non lo so. La vita crea da sola quella consolazione di cui si ha bisogno per superare i fatti, perciò quando ripenso al giorno che lessi "Brokeback mountain" seduto su quella panchina, magari un po' me la prendo con me stesso per cento milioni di cose lasciate cadere e mai recuperate; magari mi dico che potevo diventare un uomo migliore; mi dico che l'avrei potuta tenere per le mani un po' più a lungo. Mi accuso perfino: che stupido a non averlo capito allora, quel libro. Ma poi alzo le spalle e mi dico che, via, in fondo ero solo un ragazzino seduto su una panchina con un biglietto di ritorno stropicciato nella tasca dei jeans.

domenica, 25 dicembre 2005

Pulp Fiction
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Ieri sera ho parlato di Carver con mia cugina. Le ho prestato un libro, ma a lei non sta piacendo. Ne abbiamo parlato in piedi, suo figlio correva in giro con una maschera di Spiderman. Ho detto una parola come a-lirico. Non credo di aver mai detto a-lirico a Natale. Sono fondamentalmente contro quest'odio preconcetto che c'è verso la due giorni più famosa dell'anno. Sì, è un San Valentino allargato, però già che c'è perché non viverlo senza lamentele? Fosse per me, farei una gran cena, la cena più grande del mondo; un tavolo pieno di cose da mangiare. Tutti in piedi. Farei una roba etnica, ogni angolo del tavolo una cucina diversa. Ci metterei un sacco di cose pacchiane, tutti si dovrebbero divertire. Il mio sogno è quello di unire le famiglie dei miei amici migliori: venticinque, trenta persone in casa. Sarà che i parenti sono sempre di meno e le cose da dire quasi zero. Ieri a parte Carver, me ne sono stato zitto tutto il tempo, dicendo roba tipo , no e ah. Ecco, io farei una cosa esagerata: metterei i cocktail, amici e parenti mischiati come il gin e il cointreau. Vorrei qualche ragazza con la gonna lunga e i tacchi, gente che non ho mai visto a cui offrire un bicchiere di vino bianco. Metterei il dvd di Pulp Fiction a volume basso e lo farei scorrere in sequenza per tutta la serata: sai che risate alla scena di Ezechiele? Dì «cosa» un'altra volta. Ti sfido. Dì «cosa» un'altra volta.

C'era perfino Babbo Natale ieri sera. Per i bimbi piccoli, sai? Allora un amico di qualcuno si è travestito da Babbo Natale. E' stato divertente, è entrato dalla finestra e tutto quanto. Aveva un vero sacco di corda che - dico - era perfetto. La barba, eccetera. Il piccolino se l'è guardato dal basso (bassissimo) in alto, aveva le manine intrecciate davanti alla bocca, poi si è piegato sulle ginocchia e ha urlato fortissimo: "Ma sei Massimo!". Era Massimo, ovviamente. Dubito che Massimo sia Babbo Natale: se non mi sbaglio lui ha un'officina da qualche parte. Più probabilmente era Massimo travestito da Babbo Natale per l'occasione. Noi ce ne stavamo tutti a ridere, un sacco di flash per le fotografie. Ma i bimbi, ecco, io li ho visti parecchio incazzati per questa cosa di Massimo. Avessero saputo dire bene le parolacce, secondo me ne avrebbero tirate fuori una pletora, prendendo a calci in culo quel Babbo Natale posticcio fino alla Lapponia. Ho detto a mia cugina che questa cosa Carver l'avrebbe raccontata alla grande. Così abbiamo ripreso il discorso: le ho detto che doveva dimenticarsi Baricco o che. Approcciare Carver con in testa Baricco equivale a portarsi alla bocca un cappuccino aspettandosi di sentire il gusto di un succo d'ananas. A lei piace Baricco, no? Anche a me piace, ma sono due cose diverse. E' come dire Hemingway. Si potrebbe dire che Hemingway è più vicino a Carver. Prendiamo la cosa di Babbo Natale-Massimo, ho detto a mia cugina:

Baricco: «Ma sei Massimo!». I sette anni del bambino stanno tutti dentro quelle dita rotonde accartocciate. Incapaci di uscire, eppure vogliosi di farlo. Dita abituate a plastica e zampe di dinosauri a norma cee. Dita della giusta grandezza delle narici; nessuno sa com'è che funzioni, eppure a un certo punto quelle dita cominciano ad allungarsi davanti a cose via via più scontate. Il senso di meraviglia avvizzisce e quello che prima si indicava, ecco che si possiede. «Tu sei Massimo!». Babbo Natale nega senza pietà, continua la sua parte mentre invece dovrebbe dissolversi all'istante. Nessuno capisce che da qualche parte, in un certo momento, negli ultimi trenta secondi quel bambino impiastricciato è diventato adulto.

Hemingway: Sul farsi della mezzanotte di quel Natale, il bambino - sette anni compiuti da un mese - decise di diventare adulto. «Ma sei Massimo!», strillò a Babbo Natale che distribuiva pacchi. Sulla tavola c'erano bicchieri rovesciati e molliche di pane. Alcuni si tenevano la pancia, le poltrone erano tutte occupate. I vetri appannati impedivano allo sguardo di scrutare l'esterno. Babbo Natale negò fino allo sfinimento, ma nulla sarebbe servito allo scopo: neanche non essere Massimo. La severa moralità della vita aveva decretato che quello sarebbe stato l'ultimo Natale in cui Massimo avrebbe noleggiato un vestito da Babbo Natale per 15 euro e 30 centesimi.

Carver- Bianca?
Sua moglie non si svegliò.
- Bianca?
Un mugugno.
- Bianca, forse avremmo dovuto sistemare meglio la barba.
- ...
- Hai visto come l'ha riconosciuto subito?
- ...n ci pensare....
- «Ma sei Massimo!» gli ha detto.
- Cresce...
- Ma forse se avessimo sistemato meglio la barba...
- ... tanto l'avrebbe scoperto tra un anno...
- Non ha neanche giocato con i regali...
- ...
- Gli abbiamo pure comprato quel castello...
- ... cosa...
- Ci sta il bicarbonato?
- ...
Si grattò il gomito nel buio, stimolandosi una piccola bollicina.
- Vado a vedere se trovo il bicarbonato.

Comunque non è questo quello che volevo dire in questo post. Intanto non volevo scrivere niente sul Natale, a parte il fatto di Massimo e Carver.

giovedì, 15 dicembre 2005

Riconoscere Rimbaud
Categoria:letteratura, filosofia, scritto da stefano havana


L'egocentrismo ci salverà, disse il saggio sulla cima della montagna. L'egocentrismo può opporsi al qualunquismo? L'egocentrismo è una difesa ai disastri che ci capitano intorno: Wallace dice che siamo tutti solipsisti. Ma il solipsismo necessita di una spessa fetta d'intelligenza dietro la corteccia cerebrale e non tutti sono sì dotati. Io sono ancora macchiato di quel sentimento auto-elitario per cui quando qualche automobilista in macchina mi manda a quel paese, mi metto lì a pensare: ma lo sai chi sono io? Lo sai chi hai appena fanculizzato con tanta faciloneria? E non urlo mai: pure se ne ho voglia, faccio di tutto per non farlo perché devo sembrare superiore, marcato, voglio avere l'aurea. L'aurea voglio avere: quando uno mi suona al semaforo, io avrei voglia di scendere dall'auto con le mani giunte, protendermi nel suo finestrino e accarezzargli il capo fino a farlo piangere: passerà, figlio mio, vedrai che passerà. Vorrei indottrinare il mondo: l'egocentrismo vi salverà. Il cinismo è l'unico gladio che avete diritto di brandire: cinismo. E' la calce tra gli interstizi delle nostre debolezze: alzare le spalle e sbuffare di noia finché siamo in vita, in piedi, belli. Assassini romantici, una lacrima che scioglie il trucco della maschera dopo ogni omicidio efferato. Urlare. Ma a che cosa è mai servito? Io, che la cosa che ho urlato più forte in vita mia è stata Sally di Vasco.

I camerieri a Roma vanno di fretta. I piatti arrivano freddi per il vento prodotto e i gelati si squagliano per colpa dell'attrito. E' proprio vero: siamo luci tra un milione di tapparelle chiuse. E dove sta andando tutta questa gente? Neanche a farsi i fatti suoi, io dico. Perché poi la vedi disarmata, impreparata, ignorante e ignorata, questa gente e - cazzo - un fantastiliardo di uomini e donne che se ne stanno per i fatti loro dovrebbero almeno saperne tutto di qualcosa e invece no. Il fatto è che non vedo più gente intelligente in giro: quella degna se ne sta all'estero oppure dentro la televisione a diventare scema. Qualcuno ha fatto un film e adesso s'è montato la testa. Magari ha cambiato pettinatura e la mattina fa a fare footing con una bandana in testa. Egocentrismo, egocentrismo: ecco cosa ci salverà. Egocentrismo che non significa egoismo. Egoista è uno che davanti ai problemi del mondo non fa niente al fine di evitare lo stress; egocentrico è colui che davanti ai problemi del mondo non fa niente uguale, ma fa di tutto per NON nasconderlo. E' quella virgola d'arte e coerenza che salverà il pianeta.

Camminare per Trastevere di notte d'inverno è egocentrico. Sedersi sulla scalinata di Piazza Santa Maria a suonare i bonghi è egoista. Mettere un rum a 8 euro è egoista. Comprarlo senza fare una piega è egocentrico. Guardare il decolleté di una ragazza è egoista. Guardare il decolleté di una ragazza se sei in compagnia di un'altra ragazza è egocentrismo allo stato puro.

«Che bello dormire su pietre di città sconosciute»
«Ehi, ma questo è Rimbaud»

Riconosce una citazione di Rimbaud.
«Hai riconociuto Rimbaud. Cazzo, dovrei fare all'amore con te seduta stante».

Lei non dice niente. Guarda obliqua, si alliscia la gonna e sorride di rimprovero. E' così evidente che lo farebbe subito. Farebbe all'amore citando Rimbaud, sospirando gemiti di Yates. Invece ce ne andiamo via ognuno per la sua strada, due egoisti a cui Rimbaud non è servito a niente.

domenica, 20 novembre 2005

Giovani con la X maiuscola
Categoria:letteratura, attualità, scritto da stefano havana


Riflessione della domenica #1

Se sei nato nel 1990 o giù di lì, sicuramente non sei tra queste pagine, non sei mio amico, non metti mai la freccia quando giri e non hai mai avuto coscienza dell'uso del ch. Se sei nato nel 1990 o giù di lì – se insomma adesso hai circa 15 anni – sei l'orgoglioso specchio di quest'umanità televisiva: hai modelli imitativi ben precisi e non a caso il tuo sogno è quello di fare la modella o il grande attore. Non hanno coscienza politica. Sono infinitamente più arroganti di quelli nati solo dieci anni prima; vanno peggio a scuola (il che sarebbe l'unico punto a loro favore, se non fosse che il tempo che risparmiano lo impiegano sulle panchine a parlare di macchine) e assomigliano tutti a qualcun altro. Le ragazze sono more con la frangetta e quell'orribile, terrificante striscia bianca sulle unghie; se invece sono bionde, hanno i capelli mossi striati di nero e nella migliore delle ipotesi l'hanno data via già da quattro anni. I ragazzi si muovono come quelli di Mtv, parlano esattamente come i decerebrati delle radio e si eccitano solo davanti a femmine che assomiglino a quelle della televisione. I quindicenni di oggi sono uno stuolo di sub-umani intellettualmente asessuati: la sanno lunghissima in fatto di sms e se letame come Dj Francesco ha successo, lo deve esclusivamente alle suonerie e agli ipod di queste scimmie. Scimmie sono: non avranno un lavoro stabile prima dei quarant'anni e se riusciranno a sfuggire alla tentazione del suicidio, diventeranno imprenditori di se stessi, preti o pedofili. Sono i giovanissimi d'oggi la prova definitiva e assoluta che qualunque direzione abbia preso la nostra civiltà, si tratta di quella sbagliata.

Riflessione della domenica #2

Abbiamo parlato spesso di successi narrativi discutibili. Ecco, c'è un'altra frangia di neo-scrittori che a mio parere dovrebbe essere trattata chimicamente con delle secchiate di ruggine: sto parlando dei baby-autori, questi fantomatici firmatari di best-seller ancora lungi dal compiere i 19 anni. Lo dico subito a scanso di equivoci: la mia è soprattutto invidia. Ma non solo: ho letto qualcuno di loro e a parte due o tre – ad esempio Ivano Bariani che vi invito a provare (e che di anni, però, ne ha 24) – gli altri sono quello che effettivamente sembrano alla prima lettura della biografia sul frontespizio di copertina: pischelli arricchiti a cui è stata data una possibilità. La riflessione mi è giunta dopo aver sfogliato in libreria una decina di pagine dell'ultimo capolavoro assoluto di Margherita F. (blogger, tra l'altro). Al di là della nausea datami da questa cazzo di moda del cognome puntato (ehy, deejay di mtv, grazie ancora!), il lavoro di Margherita F. – non certo per colpa sua – è tra il vomitevole e l'adulatorio, tra il manierista e l'artefatto, tra il non leggibile e il non necessario. Ripeto, la colpa non è della simpatica Margherita F. (a proposito, in bocca al lupo per l'ultimo anno di Liceo): il punto è che a mio modesto parere per fare letteratura bisogna prima aver vissuto. Nessun 18enne - nessuno - può avere niente di interessante da dire, tantomeno da scrivere. E' razzismo? E' nazismo (vi imploro, non parlatemi di Mozart e allora?, di Bunker e allora?, del ragazzino del sesto senso e allora? Qui stiamo parlando di Margherita F., M-a-r-g-h-e-r-i-t-a-e-f-f-e)? Oddio, no che non è razzismo, no che non è nazismo: la giovinezza è un male curabile. Due o tre pasticche di vita per una trentina d'anni e si guarisce (morte a parte, ma la morte è effetto collaterale ampiamente indicato). Sono convinto che Margherita F. (che tra l'altro scrive bene, sicuramente molto meglio di quanto non facessi io alla sua età) tra due lustri si maledirà, si prenderà a selciate per quel cognome puntato, per le baggianate che ha voluto raccontarci, per le solide secchiate di vomito adolescenziale contenute tra quelle pagine pubblicate da Einaudi Stile Libero (quelli di Kerouac, quelli di Fante): diventerà grande, piangerà davanti a uno specchio e potrà dire democraticamente la sua (speriamo che abbia voglia di insultare anche lei questi editori arraffa soldi e ammazza-arte). Fino ad allora lei – e quelli della sua età – semplicemente dovrebbero pensare - che ne so - a Cioè, ai Carefree, agli ormoni, ai blog appunto.

sabato, 01 ottobre 2005

Noluogo - Ottobre
Categoria:segnalazioni, letteratura, scritto da stefano havana


Per chi avesse voglia di racconti brevi e soprattutto ben scritti, ecco "in onda" il nuovo numero di Noluogo. Essendo "il corpo" il tema del mese non sarà difficile trovare roba tendente al porcellisimo, all'erotismo e al meraviglioso schifo erotico in generale (ma anche e soprattutto no). C'è anche un racconto mio, ovviamente, ché quando Zio Trenta chiama io rispondo per vocazione e senso rispettoso del dovere. Buona lettura, hanno fatto tutti proprio un bel lavoro.

mercoledì, 13 luglio 2005

Per un pugno di libri
Categoria:letteratura, scritto da andy capp


Raccolgo l'invito di Stefano e partecipo con piacere alla catena letteraria cambiando leggermente le regole del gioco.

L'ultimo libro che ho comprato

Anni interessanti di Eric Hobsbawm. L'autobiografia di questo grandissimo intellettuale inglese che introduce al secolo più tragico (ma solo per ora) della storia.

Il libro che sto leggendo ora

Piombo Rosso di Giorgio Galli. La storia completa di tutto il terrorismo rosso in Italia dalla fine degli anni sessanta fino all'omicidio di Marco Biagi.

(Alcuni) libri che mi hanno segnato
Premesso che ho attraversato, come tutti, diversi periodi di totale immersione mentale giovanile (dai poeti maledetti francesi alla beat generation, passando poi ai classici dell’Ottocento e addirittura alle fiabe), eccone alcuni in ordine sparso:

Gente di Dublino di James Joyce. Se passate da quelle parti ritroverete le stesse atmosfere descritte dal grande scrittore.

Le notti bianche di Dostoevskij. Forse la più bella storia d'amore che io abbia mai letto. Una volta l'ho visto anche a teatro: una ragazza a cui ho voluto un gran bene mi regalò i biglietti per il compleanno. Ci andammo insieme e fu bellissimo.

Il Giovane Holden di Salinger. Perché l'immagine del laghetto ghiacciato a Central Park e la storia delle paperelle è deliziosa.

Oceano Mare di Baricco. Perché vorrei essere il professor Bartlebloom. Credo che un giorno anch'io inizierò a mettere insieme le lettere che raccontano la mia vita. Forse scrivo su noantri proprio per questo.

Un giorno della mia vita. Il diario di Bobby Sands, martire irlandese morto nel blocco H delle carceri britanniche dopo 66 giorni di sciopero della fame. E' nella storia dei popoli oppressi che si celano i veri valori democratici.

Il secolo breve di Eric Hobsbawm. Un incredibile saggio storico sul Novecento. Una brillante e lucida analisi di tutta la storia contemporanea del pianeta.

Asce di guerra di Vitaliano Ravagli e Wu Ming. Scoperto per caso, ho finito di leggerlo in 24 ore. Alla fine mi sono commosso.

Alcuni libri che consiglio:

Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo. Per chi ama le storie noir e gli intrecci tra politica e malavita.

I racconti di Dino Buzzati. Una grande penna e anche un grande giornalista.

Saggio sulla lucidità di José Saramago. In una città che non esiste l'80% della popolazione vota scheda bianca. Chissà, forse in un futuro non troppo lontano…

Fidel di Volker Skierka, un giornalista tedesco esperto di cose sudamericane. Per chi ama le biografie. Questa sul Lìder Maximo è scritta davvero bene. Un libro lucido ed equilibrato.

Requiem di Antonio Tabucchi. Per chi ama Lisbona. Io non riesco a dimenticarla.

Ultimo libro regalato

La sindrome di Andy Capp di Valerio Marchi. Una raccolta di saggi sulle culture da strada e sui conflitti giovanili. Ma questa è una lettura per pochi.

Il prossimo che leggerò

Chiedi alla polvere di John Fante (ma non credo di farcela prima della partenza per Cuba).

Il libro che non riesco a leggere

Ulisse di Joyce. E' nella mia libreria dal 1997, ma non mi sento ancora pronto.

Quelli che non leggerò mai

Tutti i libri di Bruno Vespa, di Giorgio Faletti, di Alberto Bevilacqua, di Maurizio Costanzo e del Papa. Oltre a quelli la cui reclame recita : 1.000.000 di copie vendute.

Le penne che preferisco

Gianni Mura. "Sette giorni di cattivi pensieri", la sua rubrica domenicale su Repubblica, è per me un appuntamento imperdibile. Piuttosto salto il pranzo. I suoi reportage dal Tour de France, poi, valgono più di qualsiasi scuola di giornalismo.

Giorgio Bocca. L'ultima voce indipendente rimasta in Italia.

Claudio Sabelli Fioretti. Come non amare le sue interviste? Ora però su Magazine trovo solo quelle di Cesare Lanza (nell'ultima chiedeva a Daniela Santaché come si fa a restare così in forma dopo i 40 anni. Mah... sarà un caso che è tra gli autori principali di Domenica In?).

Andrea Scanzi. Scrive sul Manifesto e su altre riviste. Più che un giornalista, uno scrittore. Si sta già imponendo nonostante la giovane età. A mio avviso diventerà qualcuno.

Massimo Gramellini. Delizioso il suo "Buongiorno" sulla Stampa. E poi era un ultrà del Toro.

Giovanni Bianconi. Giornalista del Corriere della Sera esperto di terrorismo. Sull'argomento ha scritto diversi libri (A mano armata, vita violenta di Giusva Fioravanti, è il migliore).

domenica, 10 luglio 2005

Se una notte d'inverno un viaggiatore
Categoria:letteratura, scritto da stefano havana


Ricevo da Zio Trenta e mi appresto (un po' a modo mio) a partecipare ufficialmente alla prima catena (letteraria) della mia vita:
 
L'ultimo libro che ho comprato:
Trastevere è un posto pieno di sorprese. Una sera capita che ti si apra alla vista una distesa enorme di bancarelle che vendano libri. Tu non lo sapevi, non te l'aspettavi: leggi l'insegna Libri in Campo e ti piace subito. I banconi sono organizzati alfabeticamente: ci sono tutte le case editrici. C'è un palco dove gli autori leggono stralci delle loro opere accompagnati da musicisti. Ci sta tutto tremendamente bene: la gente affonda il naso nelle pagine e nessuno ti invita a comprare: è in questo scenario che due settimane fa ho acquistato Il Giovane Holden di Salinger e Underworld di Don DeLillo invece che rum invecchiato o birra
 
Il libro che sto leggendo ora:
Cattedrale di Raymond Carver
 
(Alcuni) libri che mi hanno segnato:
Verso Occidente di D. F. Wallace
(perché mi ha aperto la mente sulla struttura del racconto e sulla meta-narrativa)

La fine della Strada di John Barth
(perché se vuoi alternare il realismo al postmoderno - che poi è un po' la stessa cosa, ma anche no - è un libro irrinunciabile)

Revolutionary Road di Richard Yates
(perché è un libro che ti fa sanguinare gli occhi e i polpastrelli. E' un libro che ti scartavetra l'anima e ti fa capire alcuni concetti realtivi alla Assoluta Genialità Di Un Autore)

It di Stephen King
(perché è una delle più grandiose favole mai scritte in letteratura. Perché Beverly, Bill, Richie, Ben e Pennywise non abbandoneranno mai più le pieghe del mio cuore finché avrò vita)

Il Miglio Verde di Stephen King
(perché è essenzialmente un Capolavoro)

Ogni singolo racconto di Raymond Carver
(perché è come vorrei scrivere io. E' come provo a scrivere io. Carver è un figlio di puttana: ti racconta l'ovvio e non ti dice mai bugie. Ti racconta storie incredibili in cui non accade assolutamente nulla e lo stesso tu non puoi fare altro che restartene lì a capire dove voglia andare a parare. Credi di essere a una svolta, pensi al climax dell'intreccio e invece, proprio quando sei sicuro che stia per accadere qualcosa, il racconto è finito. Scrivere in maniera ovvia dell'ovvio è una cosa spaventevolmente difficile)

Fahreneit 451 di Ray Bradbury
(perché mi ha fatto capire la fantascienza)

Cronache Marziane di Ray Bradbury
(perché il finale - quelle ultime sette, otto righe - mi ha sconvolto l'esistenza)

Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides
(perché uno che si inventa - e che usa a quel modo - un narratore in prima persona plurale, è uno Scrittore)

Nudo di madre di Aldo Busi
(perché pochi libri mi hanno insegnato la vita e il mestiere dello Scrivere come questo)

Episodi Incendiari assortiti di David Means
(perché è da qui che hanno avuto inizio un bel po' di cose)
 
Alcuni libri che consiglio:
Tutti quelli che ho citato sopra.
Ma proprio tutti. Aggiungo Nove racconti di Salinger. Perché - siamo alle solite - è uno di quei libri che vorrei aver scritto io

Cinque blogger a cui passo il testimone:
Sempre che lo vogliano, agli altri tenutari di Noantri