mercoledì, 04 aprile 2007
Macchine da scrivere
Categoria:libri, quotidianismi, scritto da stefano havana
L'altro giorno, non mi ricordo, AndyCapp è venuto a trovarmi dopo il lavoro. Stavo a casa e gli ho aperto la porta. L'ho trovato che strusciava i piedi sullo zerbino mantenendo una specie di valigetta nera di plastica, una di quelle con le chiusure a pressione: a dirla tutta sembrava un operatore Enel, uno di quelli che viene a misurare qualche contatore. Difatti gli ho indicato il balcone: subito dopo ho pensato che contenesse un trapano. Invece c'era una macchina da scrivere, un'autentica macchina da scrivere Olivetti Lettera 35.

L'ha posata sulla mia scrivania e abbiamo cominciato a respirarci su, coi nasi appesi a capofitto, come se stessimo guardando la colonna vertebrale di uno stegosauro o una cosa del genere. Ho cominciato a scattare fotografie a vanvera, come potete vedere, giocando un po' con l'esposizione e i tempi d'apertura e approfittando dei movimenti delle mani di AndyCapp, mentre lui bestemmiava il padreterno, senz'altro colpevole di remare contro tutti i suoi tentativi di inserire un nuovo rullo di inchiostro; quindi abbiamo pensato che ci sarebbe stato bene un post, tanto per, idea che s'è rinsaldata giorni dopo, ovvero oggi, cioè ieri, per voi che leggete, quando m'è capitato sottomano un racconto molto americano e molto bello di un certo scrittore che si chiama Charles D'Ambrosio a cui sembra che piaccia parecchio parlare dei sentimenti che le perdite (perdite di qualsiasi tipo) installano nei cuori dei suoi protagonisti. (una cosa che fa, anche meglio di lui, un altro mostro della short story americana: David Means) Il libro in questione si chiama "Il museo dei pesci morti". Ha una bella copertina e un meraviglioso dorsalino fucsia.

Il racconto, invece, si chiama "Drummond e figlio" e parla di un tizio di nome Drummond e di suo figlio di nome Pete. Pete ha un sacco di problemi mentali, è un po' schizofrenico e un po' ritardato, a un certo punto pretende che il padre gli acquisti degli orrendi occhiali con una montatura fuori di testa e ci va in giro per strada, sotto la pioggia, finché non succederanno delle cose e quegli occhiali finiranno mezzi frantumati da una parte, però non è lui, secondo me, il personaggio interessante del racconto. Non è Pete. Il personaggio interessante del racconto è proprio Drummond che oltre ad essere un padre generoso e maldestro, un marito sfortunato (infatti sua moglie Therese se n'è andata lasciandolo in panne con quella specie di figlio tocco sul groppone) è anche un abilissimo riparatore e venditore di macchine da scrivere. Intinge cotton-fioc nel solvente e tampona le testine di una Olivetti Lettera 32 per ripulirla dalla polvere mista ad inchiostro: è uno molto accurato, un mestierante vecchia maniera, autentico artigiano, che porta la cravatta e la camicia sotto il camice da lavoro, come un medico farebbe. D'Ambrosio impegna molta energia per giustificare l'attività di Drummond: è una cosa che ogni tanto si fa, questa, nei racconti, perché a chi legge, soprattutto se, come me, legge comodamente steso sul letto con tutti i comfort possibili, a uno che legge in questa maniera viene difficile credere che uno che tenga un negozio di vendita e riparazione di macchine da scrivere possa anche trovare di che sopravvivere. Invece Drummond e figlio ci vivono eccome e D'Ambrosio si impegna molto per rendere questa cosa credibile.

Ho pensato subito a me e AndyCapp col naso appeso sopra l'oggetto misterioso a battere sui tasti col dito indice, come se non avessimo mai fatto nulla di tanto bizzarro: infatti in vita mia non sono mai entrato in un negozio di macchine da scrivere. Meglio ancora: in vita mia non ne ho mai visto uno, di negozio così. Non ho avuto la fortuna dei clienti del negozio di Drummond, i quali sono tutti presentati in modo interessantissimo, sebbene nessuno superi le cinque righe di descrizione. Ci sono giornalisti, vecchi avvocati col vezzo improvviso della scrittura, giovani scrittori col pallino di Hemingway e Chandler: molti di questi giovani scrittori col pallino sono assai recalcitranti a lasciare la loro macchina da scrivere in mano a Drummond, perché sono convinti - come forse lo erano Hemingway e Chandler - che la loro arte, la loro capacità di scrivere, derivi proprio dalla pancia meccanica della macchina da scrivere. Anzi ce n'è uno, in particolare, un cliente giovane, indeciso, che al momento di ritirare la macchina a lavoro ultimato, se ne sta lì tutto mogio a battere sui tasti rinnovati dall'opera di Drummond, perché non riconosce più la sua vecchia Olivetti: "Guardava dubbioso la macchina. C'era qualcosa che non gli tornava nella sua perfezione e precisione, mancava la vecchia ostilità che gli era ormai familiare, un'intrattabilità che le sue dita volevano sentire". Noi lo abbiamo provato, a casa mia: non c'è un modo migliore per descrivere i tasti di una vecchia macchina da scrivere. Sono ostili e intrattabili: spesse volte non siamo stati abbastanza decisi e il martelletto non è neanche arrivato fino alla carta. (sono termini, questi, come martelletto, che ho tutti mutuati dal racconto di D'Ambrosio: ce ne sono un sacco di parole tecniche, macchinadascriveresche)

Credo che questo sia il primo racconto che leggo che abbia al centro un riparatore di macchine da scrivere. C'è anche un altro aspetto che mi è piaciuto molto e che mi ha fatto pensare alle macchine da scrivere come strumenti di altri tempi: nel negozio di Drummond, un negozio curato ma non maniacale, ci sono tante macchine da scrivere in esposizione e ciascuna è al suo posto, ordinata, col carrello nella giusta posizione e un foglio di carta infilato nel binario a disposizione di chiunque capiti e voglia provare. Succede, in effetti, che la gente che entra nel negozio di Drummond, non acquisti un bel nulla eppure non si lasci scappare l'occasione di battere un po' su una di quelle macchine da scrivere. (il negozio di Drummond sta davanti a una fermata dell'autobus, perciò ci sono un sacco di persone nei paraggi che non hanno granché da fare mentre aspettano)

Alla fine della giornata lavorativa spetta a Pete togliere quei fogli e radunarli: è uno di quei compiti che un padre potrebbe dare a un figlio non molto fortunato con la testa. Poi insieme leggono quello che i clienti durante la giornata hanno scritto. "Nella maggior parte dei casi le frasi erano insensate, un cozzare casuale di tasti, oppure erano le sequenze ripetitive di parole che la gente si ricordava dai corsi di dattilografia. Ma alcune erano più interessanti, a volte la gente scriveva affascinanti brandelli di autobiografia o citava un brano di filosofia significativo".

Fino al giorno in cui AndyCapp non è capitato davanti alla porta di casa mia tenendo in mano questo aggeggio strano, mai avevo pensato a quello che le persone potrebbero scrivere entrando in un negozio di macchine da scrivere. Adesso che ci ho pensato, mi sa che non esiste al mondo la persona che davanti a una macchina da scrivere caricata con un foglio di carta e il rullo alla giusta posizione resisterebbe alla tentazione di scrivere qualcosa. Io non resisterei: infatti con Andy Capp non ho resistito e ci siamo messi tutti e due a battere su quei tasti frasi piuttosto insensate, finché non è finito l'inchiostro e allora abbiamo perso un'altra mezz'ora per capire come inserire la bobina nuova. (una volta l'abbiamo messa al contrario)

Non è stato come essere dentro il racconto di Drummond e figlio, però poco ci è mancato.

Intanto dissento con chi ha detto che "







