lunedì, 04 giugno 2007
Lettera a Fidel
Categoria:mondo, scritto da andy capp
Caro Fidel,
è con immensa gioia che apprendo della tua nuova apparizione alla tv cubana. Dopo quasi un anno di notizie vere e false che si rincorrevano si avvertiva il bisogno di una tua nuova testimonianza. Evidentemente quella pellaccia dura forgiata nella Sierra parecchi anni fa è tosta più di quanto non pensino i tuoi avversari politici. Approfitto del tuo miglioramento per affrontare alcune questioni che non avevo avuto il coraggio di trattare prima. Già, perché tornato dalla mia amata Isla lo scorso anno venni a sapere della tua malattia solo una volta arrivato a Fiumicino, dove davvero mi prese lo sconforto.
Ecco perché in tutti questi mesi non ho fatto altro che sperare in una tua pronta guarigione, perché vedi, caro Fidel, l'ultima volta che sono stati lì da te, dai miei hermanos cubani, ho visto tante cose che non mi sono piaciute e che so che con la forza di volontà che ha contraddistinto i cubani potrebbero essere superate. Però per il rispetto che noi di noantri abbiamo sempre portato verso la tua figura, ho preferito evitare critiche. Oggi però voglio parlarti, voglio dirti quello che non vorrei trovare più se (ipotesi nemmeno troppo remota) dovessi tornare presto a Cuba.
I cubani sono stanchi, stufi e nutrono un astio verso il Governo che sfiora il vero e proprio sentimento di odio. Ci chiedo, e ti chiedo, perché il tuo popolo è esasperato? Te lo sei mai domandato? Io ho tanti amici cubani e ho parlato con tante persone, anche più giovani di me, ragazzi e ragazze che viaggiano attraverso i racconti dei turisti, persone, professionisti esemplari, che sognano un futuro migliore per i propri figli cercando di fare l'impossibile. Conosco ragazze che non hanno mai visto il mare a est de l'Havana, conosco ragazzi che non hanno mai varcato la contea di Trinidad, conosco medici, persone preparate, che guadagnano 20 dollari al mese. No es facil, ripetevano sempre.
Una volta passeggiando sui ciottoli di Trinidad insieme a Ste, ci fermammo a guardare una vecchia cubana obesa che ciondolava su una sedia a dondolo sgangherata dentro una casa più simile a una topaia che a un alloggio. La vecchia era incollata alla tv a guardare non so quale telenovelas. Mi rivolsi a Ste. "Vaglielo a dire a quella va, o al nipotino che sta giocando nel fango di fronte alla porta, che il socialismo bla bla bla...".
Vedi, caro Fidel, quello che ho percepito è che la spinta propulsiva di quella fantastica esperienza che è stata la rivoluzione cubana sia esaurita. Le persone non hanno più il minimo attaccamento verso la propria quotidianità. Insomma se il mio amico medico Raùl, un luminare che ha tenuto lezioni nelle università italiane, preferisce mettersi a fare il trasportatore un motivo ci sarà. Eppure Raùl è un socialista, Raùl è uno che per la Rivoluzione, per lo Stato, per la terra cubana, ha dato tutto.
Intervieni Fidel contro la corruzione, non fare che il Che diventi un'icona pop come è qui da noi. Quella del Comandante è una figura che i giovani ancora amano e rispettano. Fai in modo di rilinciare i suoi insegnamenti, il lavoro volontario, l'uomo nuovo. Fai qualcosa. Perché i cubani non hanno più amore verso quello che fanno, se ne infischiano, cercano solo un modo per guadagnare qualche soldo in più. Ma come dargli torto? Si sente dire spesso che assistenza medica e istruzione sono il fiore all'occhiello del Paese. E in parte è così, però ascolta chi lavora ogni giorno con i malati e con gli studenti, ascolta le loro richieste. Così nessuno avrà più modo di dire che quella è solo propaganda. Combatti la corruzione, dicevo prima, fai che i poliziotti non si possano comprare con dieci dollari, lotta contro la prostituzione che esiste ed è una piaga sociale vera. Ma non prendertela con le ragazze, colpisci i maiali bianchi, europei e nordamericani, che vanno lì solo per i propri comodi sessuali. Non permettere che ci sia lo sfruttamento. Non è possibile che un jineteros (un inutile scroccone fastidioso che rovina l'immagine dell'Isla) guadagni dieci volte tanto quello che è lo stipendio di un dirigente del Partito o di un funzionario. Intervieni sulle infrastrutture: la scorsa estate percorrendo l'autostrada che unisce la capitale alla parte orientale dell'Isla rimasi colpito dall'incredibile quantita di terra, verde e rigogliosa, completamente abbandonata. E non potrò mai dimenticare gli occhi di quella piccola campesina che in cambio di un po' di frutta non mi chiese un dollaro, ma un pezzo di sapone.











La Comunità Internazionale è scossa per la schiacciante vittoria di Hamas nelle ultime elezioni palestinesi. Ma quello che è accaduto è molto più che un terremoto politico. E' la conferma che alla politica aggressiva dell'Occidente i popoli rispondono in una sola maniera. Il Medio Oriente ha scelto: l'Iran non tratta sul nucleare, in Libano la destra cristiana falangista si sta riarmando in contrapposizione agli Hezbollah, in Egitto crescono i Fratelli musulmani, l'Iraq occupato dalle forze straniere è ormai in fiamme. Ora il crollo di Al Fatah e dell'Olp con cui se ne va il sogno di un mondo palestinese laico e democratico, che dalla fine degli anni Sessanta si era proposto come movimento nazionale per l'indipendenza e la democrazia, spesso ostacolato dagli stessi regimi arabi. E' come se Arafat fosse morto una seconda volta.
A volte non basta una vita per confessare un segreto. Ai vendicatori sono serviti quasi sessant'anni per rivelare il loro. Una vita dedita alla vendetta. Una vita senza perdono. Durante la vigilia di Natale alla tv israeliana un gruppo di vecchietti sopravvissuti alla Shoah ha trovato la forza di raccontare la propria storia, quella dei vendicatori, una squadra della morte che in silenzio eliminò centinaia di nazisti. Di loro se ne era già parlato qualche anno fa in alcuni libri. Nel più famoso, The avengers di Rich Cohen, vennero ricostruite (sotto forma di thriller) le azioni di guerriglia di un movimento clandestino ebraico composto dal giovane Abba Kovner (1918-1987) e dalle sue impavide compagne Vitka Kempner e Ruzka Korczak. Il movimento, in verità, si era già costituito a Vilna dopo l'invasione della Polonia da parte dei sovietici nel '39; ma con l'arrivo dei tedeschi e la distruzione del ghetto, fuggì per formare, insieme ad altri compagni, una brigata di partigiani ebrei nelle foreste polacche.
In risposta al post (propagandistico) 






