domenica, 06 aprile 2008

E fa anche l'inchino.
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Io di Giovanni Allevi, lo sapete, ho pochissima stima ma, per la miseria, arrivare a reinterpretare il ritornello di POLLON COMBINAGUAI, questo è troppo!





Sono identici!

giovedì, 06 marzo 2008

Jovanotti, in arte Alejandro Sanz
Categoria:musica, scritto da andy capp


L'ultima in ordine di tempo a essere scivolata su una scopiazzatura è stata Loredana Bertè, estromessa dal Festival di San Remo. Ma c'è anche chi, a San Remo, ha presentato il suo ultimo brano tra gli elogi, i tributi e le standing ovation. I servizi segreti de noantri hanno fatto la soffiata. Ecco a voi, dunque, l'ultima perla di Lorenzo - ho letto Siddharta - Jovanotti, in arte Alejandro Sanz. A voi il giudizio.


venerdì, 07 dicembre 2007

Altro che rock. Roma è lenta
Categoria:musica, scritto da valerio roma


Roma non è la Capitale della musica rock, tutt'altro. Chi ha qualche anno più di me e magari riesce a ricordare cosa accadeva negli anni Settanta e Ottanta può dirci se è sempre stato così oppure no. Io ricordo che negli ultimi anni il piattume era meno piattume. Ho avuto la fortuna di vedere all'opera gruppi importanti qui a Roma: dai Muse ai Red Hot Chili Peppers, dagli Audioslave (il supergruppo 3/4 Rage Against the Machine-Chris Cornell) ai Coldplay e agli U2. E tanti altri ancora.

Ma beccare un bel concerto rock qui nella nostra città sta diventando un evento sempre più raro. Non so perché, forse mancano gli spazi, ma non è vero (come sostiene qualcuno) che qui la musica rock non attiri. Non è così. Ho l'impressione che si stia puntando sempre di più al megaconcertone evento (tipo Knopfler e i The Cure) senza avere sensibilità su gruppi meno supergruppi. E così l'inverno romano è ancora più freddo, se paragonato a quello caldissimo di altre grande città europee. Già Milano è su un altro pianeta, e guardare il programma dei concerti di Londra, Parigi o Barcellona fa male al cuore.

Eppure Roma non se lo merita. Fino a Natale il PalaLottomatica (quello che una volta si chiamava Palaeur) è occupato da Max Pezzali (07/11), Zucchero (13/11), Ligabue (una serie interminabile di date a fine novembre), Subsonica (30/11), Gemelli DiVersi (15/12, si salvi chi può!) e Biagio Antonacci (18 e 19/12). Per vedere spettacoli di un certo livello bisogna aspettare il 29 febbraio quando, grazie al cielo, suoneranno i The Cure. Poi, a giugno, un altro raggio di luce con Mark Knopfler, ma è troppo poco. Questi gruppi, insieme ai Dream Theater (che vengono ogni anno e, francamente, mi hanno un po' scassato i coglioni) rappresentano quanto di più appetibile la Capitale riesca a proporre in fatto di musica rock. Pochino, francamente. A novembre ci sono stati anche i concerti dei Porcupine Tree (al Tendastrisce) e The Editors (al Piper). Il primo febbraio arriveranno i Babyshambles di Peter Doherty (il fidanzato fattone di Kate Moss), un gruppo che arriva a Roma per la seconda volta. Per il resto, calma piatta.

A Milano, invece, si balla. Tutti i concerti previsti per Roma sono in programma, e a questi se ne aggiungono tanti altri. A ottobre ci sono stati i Tokio Hotel (vergognosi) e Suzanne Vega. Novembre non è stato affatto malaccio: si è partiti con My Chemical Romance (al PalaSharp) e Skid Row (al Music Drome) per poi proseguire con Meganoidi, Interpol (fantastici!) e PFM. Mercoledì 28 ha suonato Bruce Springsteen al DatchForum, due giorni più tardi è stata la volta dei Black Rebel Motorcycle Club. Al Datch Forum suonerà perfino Miguel Bosé. Anche gli appassionati di musica metal saranno ampiamente sfamati: il 6 dicembre Machine Head e Trivium insieme all'Alcatraz, il 23 febbraio i Korn saliranno sul palco del Datch Forum, poi a marzo spazio a HIM, Nightwish e Megadeth. Tornando al rock, in agenda anche gli show di Maroon5 all'ex Palalido, Reel Big Fish (spettacolo!) al Music Drome, 30 Seconds to Mars, Jimmy eat World, Plain White T'S e, udite udite, MARS VOLTA (che sono semplicemente geniali). Insomma, dal confronto Roma ne esce con le ossa rotte.

Dicevo che Londra e Barcellona sono fuori concorso. Basti pensare che da novembre a marzo la capitale inglese ospita le esibizioni di gruppi come The Fray, Meat loaf, The National, Black Rebel Motorcycle Club, Stereophonics, Amy Winehouse, Serj Tankian, Babyshambles, Mika, Maroon 5, Funeral for a Friend, Bloc Party, Kaiser Chiefs, Spice Girls, Bruce Springsteen e la E Street Band, James Blunt, 30 seconds to Mars, Hatebreed, Ash, NOFX, Sex Pistols, My Chemical Romance, David Gray, Foo Fighters, The Hives, Sum 41, Interpol, Duran Duran, Marilyn Manson, Arctic Monkeys, Manic Street Preachers, Kings of Leon, The Verve, HIM, Chemical Brothers, Madness, The Pogues, Korn, Alter Bridge, Queens of the Stone Age, Jimmy eat World, The Cure e Children of Bodom. Praticamente un paradiso, e ho citato solo i gruppi più conosciuti.

Barcellona risponde con Knopfler e i The Cure al Palau Sant Jordi, Marilyn Manson, Chemical Brothers, Air, Babyshambles, Bloc Party, Dream Theater, Interpol, Marky Ramone, NoFX, Nightwish, The National e Wilco.

Roma, invece, sonnecchia, coccolata dalle note della musica leggera italiana. E costringe i suoi ragazzi a farsi 600 chilometri per vedere un concerto decente. Tutto questo non è da Capitale.

lunedì, 02 aprile 2007

Chi è Filo ve lo dice Noantri che oggi spara sulla croce rossa
Categoria:musica, scritto da andy capp


MerolaUn blog serio non dovrebbe prendersela con gli inetti e tanto meno con gli inutili. Ma quello che ho visto ieri in televisione è stato troppo, così ho pensato che noantri aveva il dovere di intervenire. Oggi parliamo di Filo. Chi è? Ancora nessuno fortunatamente, però prima che lo diventi (del resto in questo Paese fanno carriera un po' tutti) ho deciso di rovinargli un po' la festa, nella speranza che questo post giri per il web.

Vi ricordate il giochino che faceva Fiorello a Viva Radio Due lo scorso autunno? L'idea era quella di scegliere canzoni di qualche sconosciuto per farle diventare un tormentone. Non so come, Filo riuscì a imporsi nel programma con il brano L'Arrotino. La canzone potete ascoltarla qui. Quello che mi ha sconvolto sono le sue dichiarazioni all'Adnkronos: "Non voglio mostrare la mia faccia in giro. Oggi sono Filo e basta, il passato non mi appartiene più". Lo credo bene perché c'è poco da stare allegri a raccontarlo. Perché Filo, al secolo Filippo Merola (ecco la rivelazione di noantri) è stato il primo vincitore del "Festival di Castrocaro" a non partecipare per ammissione diretta al "Festival di Sanremo" a causa di un nuovo regolamento (e qui è stato pure sfigato) però è anche stato l'unico raccomandato (lo sono quasi tutti) a finire sul giornale.

Del NoceRicordate l'edizione più discussa del Festival della canzone italiana, quella del 2003, dove sui quotidiani finirono delle intercettazioni relative ad alcuni giovani per i quali era stata messa una buona parola? Tra questi c'era il nostro Filo, che all'epoca stava molto simpatico a Daniela Fini. Poi non successe nulla, credo che tutto venne archiviato, però la sua immagine non ne uscì benissimo. Il suo brano si piazzò ultimo tra le nuove proposte, però in compenso vinse la palma di miglior soprannome trovato dalla Gialappa's: il figlio eterosessuale di Fabrizio Del Noce.

Non è stato facile per Filippo Merola recuperare la credibilità (?) che aveva sulla piazza romana dove era solito esibirsi. Oltre che in qualche localetto di Testaccio, le sue performances potevano essere ammirate durante Goal Di Notte, una trasmissione sportiva storica molto seguita a Roma, lontana però dalla qualità di un tempo. Scomparso anche dalle tv locali, il figlio eterosessuale di Fabrizio Del Noce è riuscito a trovare un po' di spazio in Rai, dove spesso si è esibito nei programmi del primo pomeriggio. Niente da dire, anzi, sarebbe da ammirare per la costanza e il lavoro portato avanti. Però credo che uno debba anche sapersi accontentare. Perché Filo? Perché una nuova immagine? Non bastava quello che era riuscito ad ottenere? Ieri pomeriggio - e qui torno al motivo di questo post - invece di presentarsi vestito come al solito tra i coristi della banda musicale di Domenica In, si è camuffato con una scoppola e degli occhiali da sole per farsi annunciare da Lorena Bianchetti come Filo, un nuovo cantautore romano!

''Il Festival lo vedo molto hitech - ha detto a dicembre - se quest’anno sarò chiamato a partecipare bene, altrimenti non ne faccio un problema''. Figurati noi Filo, al secolo Filippo Merola. Senza timore di smentita.

martedì, 06 marzo 2007

Cristicchi e i matti siamo noi
Categoria:musica, scritto da stefano havana


(dedico necessariamente questo post al fenomenale Alberto, con cui mi azzuffo sempre sull'argomento - a lui carissimo - ma con piacere estremo e rigoroso)

cristicchiLo dico subito: Simone Cristicchi ha meritato di vincere il Festival di Sanremo.

Non ce n'erano di canzoni altrettanto paracule, furbe e contemporaneamente così ben performate: ecco, secondo me Cristicchi ha dimostrato, sorprendendomi, d'essere un ottimo performer, quindi un discreto artista. Per me è già un grande passo avanti, perché fino a una settimana fa (prima di vederlo in piedi su quella sedia gialla) io credevo che Cristicchi fosse solo un cretino. Invece mi sa di no. E' un paraculo furbo ma ben dotato: d'altra parte me lo diceva lui e io daje a non crederci. Mi sono perfino ascoltato diverse sue canzoni su YouTube, perché non voglio farmi idee preconcette, anche se le idee preconcette sono spesso le più azzeccate, tuttavia non ne ho trovata neanche una che potesse, pure casualmente, inserirsi in un contesto di minima accettabilità. (in questo senso la premiata "Ti regalerò una rosa" mi pare sia la sua miglior canzone)

A me Simone continua a non piacere neanche un pochino: è una questione epidermica. Trovo intollerabili quelli come lui, dove per "quelli come lui" intendo tutta una serie di cose che non so significare altrimenti, quindi dovrete accontentarvi, sebbene io sia convinto che pure voialtri troviate intollerabili "quelli come Cristicchi" senza sapere bene che cosa state dicendo. Quindi non c'è e non ci sarà mai niente da fare, a meno che non se ne esca con una cosa tipo "Il Testamento di Tito" in tempi relativamente brevi.

cristicchi1Quello che vorrei dire, e lo vorrei dire brandendo i vessilli della massima sincerità, è che io non ne posso più di queste canzoncine fatte così, ecco.

Lo so, me l'ha spiegato sempre lui sventolando altrettanta sincerità, che "Ti regalerò una rosa" è una storia vera eccetera eccetera, né io discuterò mai il lavoro che c'è dietro le cose, però il fatto è che sono proprio le storie che sembrano fatte apposta per essere raccontate a risultarmi insopportabili con la maggiore convinzione. I barboni, i matti, gli handicappati, i froci, i deviati, i deformati (trovo "The Elephant Man" di David Lynch una poderosa bastonata nei coglioni), e ancora gli storpi, i diversi, i maledetti, a meno che non stiano dentro una foto di Diane Arbus, (che però, appunto, fa solo foto, non sale su sedie gialle) trovo tutti questi soggetti fatti apposta per essere messi dentro una canzone, un racconto, un romanzo, una poesia, una trasmissione televisiva (vi ricordate Berry con i suoi senza tetto in seconda serata su Italia Uno? Io avrei preso a martellate sulle gengive tutti quanti in quello studio a partire dagli stessi senza tetto), trovo questi soggetti qua tutti intollerabili e se devono essere raccontati in un certo modo, preferisco che non vengano raccontati affatto. 

In un Festival della Musica io vorrei MUSICA. Vorrei rock & roll, chitarre, assoli, ricercatezza, vorrei sentire MUSICA, ecco, qualsiasi cosa, ma MUSICA; qualcosa che mi riporti dentro i negozi di MUSICA, vorrei un grande gruppo, un eccezionale solista, un esigente artista musicale, non un paraculo di indubbio talento, forse uno strabiliante performer teatrale, ma disastroso musicista, povero, inutilizzabile musicista. Ecco quello che vorrei. Non li digerisco i furbastri, quelli che cantano dei matti, dei diversi, dei senzadio, dei maledetti, degli storpi, dicendoci però che alla fine della storia, siamo NOI i matti, gli storpi, i maledetti, i senzadio, i diversi, perché dei matti, degli storpi, dei maledetti, dei senzadio e dei diversi non capiamo la grandezza, non percepiamo la poesia, la meraviglia invece nascosta ma pulsante in queste persone.

manicomioMi sono rotto il cazzo di quelli che siccome ci lavorano con i matti, allora si sentono in diritto di dire la loro notevolissima stronzata quotidiana; mi sono rotto il cazzo che il Festival di Sanremo lo debba sempre e solo vincere il bravo ragazzo, il negro, il lirico cieco, la paralitica, la modella non vedente, la storia di mafia, la storia di media tristezza però vendibilissima. Non mi va proprio questa cosa e non c'entra Cristicchi: c'entra il sistema, un sistema che io non tollero più. Non ce l'ho affatto con lui: Simone ha scritto questa canzone anche perché è la punta dell'iceberg di un progetto assai più serio e grandioso. Mi sta sul cazzo il fatto che una canzone così debba inevitabilmente, anno dopo anno, vincere il Festival di Sanremo, mentre l'Italia, i gusti, la MUSICA e noi stessi stiamo tutti da un'altra parte.

venerdì, 12 gennaio 2007

Amico fragile
Categoria:musica, scritto da andy capp


Faber
Con un giorno di ritardo l'omaggio al più grande di tutti grazie alle parole di Emiliano.

"Otto anni fa se ne andava un grande artigiano dello spartito e uno straordinario collezionista di parole e sentimenti. In quest'epoca di grande confusione il suo addio ci ha lasciato un po' più confusi, è vero. Ma anche più adulti e orgogliosi nel salutare un amico che parte senza nessun rimpianto, senza conversioni tardive, senza ripensamenti, senza concessioni: non al denaro, non all'amore, né al cielo".

giovedì, 16 novembre 2006

The wild man of Borneo*
Categoria:musica, scritto da valerio roma


A Jimi Hendrix, l'uomo che ha rivoluzionato la storia dello strumento che amo...
 
jimi2Aveva una borsa con dentro pochi vestiti e un vasetto di lozione per i brufoli. Questa storia che i miti potessero avere la faccia piena di bolle proprio non mi è andata mai giù. Ma James Marshall Hendrix, quel sabato mattina del settembre 1966 in cui arrivò a Londra per la prima volta, aveva anche la crema per l’acne, oltre alla sua chitarra. Con lui c’era Chas Chandler, ex bassista pazzo degli ancora più pazzi Animals, ricilatosi a manager, a factotum, a penso-a-tutto-io.

Fu lui a notare quel negro squattrinato di ventitré anni in uno dei tanti club di Seattle, temple of rock. Suonava davanti a un pubblico modesto, ma con la chitarra non era uno sprovveduto. Chandler se lo portò in Inghilterra con una promessa da marinaio, più che da manager vero: «Vieni con me in Europa, ti farò suonare con Eric Clapton!». Che era un po’ come prendere un ragazzino da una scuola calcio e promettergli di portarlo Oltremanica per farlo giocare con George Best.
 
In Inghilterra, però, quel pazzo di Chandler qualche conoscenza ce l’aveva. A cominciare da Zoot Money, leader degli Animals, e da Kathy Etchingham, dj part-time per una radio londinese che aveva qualche contatto con alcune case discografiche. La straordinaria abilità di Jimi, quel suono così strafottente da passare per una specie di inno americano, la spiazzò: Hendrix, che era ospite a casa di Zoot, passava tutto il giorno a suonare una vecchia acustica, dato che non riusciva a usare lo stereo di casa come amplificatore per la sua Fender.

fenderVentitré anni e una chitarra elettrica. Hendrix cominciò subito a farsi notare nei club londinesi come solista: per quella sua capigliatura improponibile, gli affibiarono il soprannome di “Wild man of Borneo”, troncato poi a wild man, selvaggio. E i ragazzacci, si sa, attirano le ragazze. Jimi e Kathy restarono insieme un paio di anni: strano per uno capace di portarsi a letto anche tre ragazze alla volta. Proprio lei, in una celebre intervista, ammise senza troppi giri di parole: «Jimi usava le ragazze come le persone fumano sigarette. Fu lui che inventò il soprannome "Aiuto per le band" per le groupies che gli ronzavano attorno. Lui non doveva cercarle, erano loro a trovarlo».
 

Capitò che Chas avesse la possibilità di mantenere la promessa su Clapton. The God, come era soprannominato il chitarrista dei Cream, suonava con il suo gruppo al Polytechnic: Hendrix era arrivato da una sola settimana a Londra. C'era da giocare con Best, lui lo avrebbe fatto. Raggiunsero il Polytechnic e Jimi, senza nessun tipo di paura, chiese a Clapton se potesse jammare. Nessuno si sarebbe mai sognato di chiedere un'audizione alla migliore band della Gran Bretagna in quel momento. The wild man collegò la sua Fender a un amplificatore per basso e cominciò il suo show: Clapton, Ginger Baker e Jack Bruce restarono a bocca aperta. The God non poteva credere ai suoi occhi.

Questa è la storia di un mito, di uno che non aveva paura, di un genio, di un folle, di una persona completamente ingestibile. La storia di uno sconosciuto americano che, in una settimana, incontrò Dio e lo fulminò con una Fender.
 

*post ispirato da "The legend of Jimi Hendrix" di Charles Cross.

lunedì, 13 novembre 2006

Una canzone per te
Categoria:musica, scritto da andy capp


Come si fa a non amare una donna che mentre sorride abbassa gli occhi un istante? Ci sono alcuni immagini nei testi delle canzoni italiane che ti restano nella memoria e nel cuore. A volte penso che uno dei piaceri dell'essere innamorati è di rivedersi in qualche testo. Ci sono situazione in cui si farebbe molto prima se lei tornasse vestita soltanto di un bicchiere, ma quando una è un po' nevrotica, però simpatica, allora non è difficile amarla perché non chiede mai e non se la prende se poi non l'ascolto.

Tra i testi d'amore che preferisco ci sono quelli di Vasco Rossi e non mi dispiace qualche immagine di Ligabue prima maniera. Del resto quando sei innamorato forse capiterà che ti si chiuderanno gli occhi ancora. Poi ci sono i grandi classici come Battisti o De Gregori. Ad esempio io lavoro e penso a te e non resisto a quella foto in cui sorridevi e non guardavi. Come si può passare una notte serena se per sognarti, devo averti vicino, e vicino non è ancora abbastanza?

Certo, questi sono versi e parole che vanno bene per i momenti belli. Ma ci sono gli specialisti anche degli amori finiti, che parlano degli innamorati che non si arrendono e di quelli che sono consapevoli. Maestro in questi casi è Faber, l'amico fragile. Per te che credi di poter fare a meno di me un giorno qualunque ti ricorderai, amore che fuggi da me tornerai. Tu che invece riesci a vedere oltre e capisci che non c'è più niente da fare maturi la consapevolezza che come fan presto ad appassire le rose così per noi...

Le stelle stanno in cielo e i sogni non lo so, ma se guardi con quegli occhi grandi forse un po' troppo sinceri che fanno vedere quello che pensi, stai sicura che se non trovo in te la tenerezza che non ho, [...] non sarà facile ma sai si muore un po' per poter vivere. Arrivederci, amore ciao...

venerdì, 20 ottobre 2006

Espressività, please... (quattro chiacchiere con il Vicerey)
Categoria:musica, scritto da valerio roma


Questo post nasce da un breve ma vivace dibattito via mail con Federico sui nostri gusti musicali. Si parlava più o meno dello spirito del rock. Mi scrive lui:

Io ODIO il grunge e tutti i suoi derivati. Quello stuolo molliccio di fans con occhiaie peggiori delle mie, nelle loro sozze camicione a quadri da finto taglialegna. Quel chitarrismo di infima lega, con quelle Fender Jaguar, quella loro vacua insoddisfazione adolescenziale. Così diversa dal puro spirito rock fatto di donnacce, pompini e whisky. Agli antipodi rispetto al cameratismo e alla disciplina tecnica del Grande Padre Metal.

Gli ho risposto che è proprio nell'odio per quel rock fatto di donnacce, pompini e whisky che ho iniziato ad amare il grunge. Io schifo quelle band alla Motley Crue, ad esempio. Non me ne è mai fregato un cazzo di conoscere la cronaca delle loro scopate o dei loro festini. Per quei gruppi ho la stessa stima che nutro per i negroni dei ghetti americani che fanno hip hop inneggiando alle feste piene di troie perizomate, alle macchine di lusso e alle ville con otto piscine e schermi al plasma da 32 pollici anche nei cessi.

Ne ho anche per il metal. Mai come ora sono convinto che la musica sia espressività, che secondo me è il contrario del virtuosismo. Noi tutti restiamo a bocca aperta davanti a un assolo lungo mezz’ora di John Petrucci o Steve Vai (lo so, Steve esegue alla perfezione praticamente tutti i generi musicali): è un qualcosa che ti trascina. Il problema, però, è che non comunica granché. E’ soltanto una dimostrazione di quello che il chitarrista sa fare, senza nessun tipo di colore. Ti dice: «Ascoltami bene perché tu non sarai mai in grado di fare quello che faccio io». Che poi è un messaggio sbagliato: chiunque, esercitandosi otto ore al giorno per una vita intera, riuscirebbe ad arrivare a quel livello o comunque ad avvicinarsi. Il segreto è un altro. Espressività, cazzo.

Ragioniamo. La musica deve saper descrivere sensazioni, stati d’animo. Deve permettere a chi ascolta di personalizzare l’esperienza fatta da un altro, di riconoscersi nel messaggio che la canzone ti manda e partecipare emotivamente. I capolavori di eloquenza sono al tempo stesso capolavori di semplicità. Yngwie Malmsteen, ad esempio, sarebbe in grado di comunicare con un solo accordo, dico un solo accordo, cosa avrebbe provato se la madre gli avesse confessato che quello che credeva fosse il suo vero padre in realtà non lo era? Ed Vedder dei Pearl jam c’è riuscito in Alive. Tutto in un La. In un solo La, nient’altro.

Van Halen ha reso famosa la tecnica del tapping, ma non sarebbe mai stato capace di raccontare un mese di vita sotto un ponte a 17 anni. Kurt Cobain, in Something in the way, ci è riuscito con una semplicità disarmante. Neanche tengo in considerazione i chitarristi caciaroni e filonazisti alla Kerry King degli Slayer.

I grandi virtuosi hanno contribuito a elevare lo studio della chitarra rock. Ma restaranno celebri solo per questo. La mia è una dichiarazione d'amore per i Pearl jam, gli Alice in chains, i Mudhoney, i Soundgarden e i Nirvana, solo per citare i gruppi noti. Sarà che ho ancora ventitré anni, ma io a quel senso di insoddisfazione adolescenziale non riesco proprio a rinunciarci.

sabato, 29 aprile 2006

Il leone s'è addormentato
Categoria:musica, scritto da stefano havana


C'era una volta l'uomo che poteva essere il più ricco del mondo e che invece nacque e morì povero in canna. Pazzesca e affascinante questa storia di Solomon Linda, jazzista sudafricano, inventore di quello che è ad oggi riconosciuto come il motivo più cantato e riprodotto della storia della musica: "The lion sleeps tonight". Capito, no? La canzoncina de Il Re Leone e di un miliardo e trentatre spot pubblicitari, film, cartoni animati, feste in maschera, musical, capodanni e riunioni delle medie. Dice che, solo per i diritti d'autore, il geniale inventore di questo tormentone avrebbe dovuto percepire - ad oggi - circa una cinquantina di milioni di dollari. Dice pure che esistono più o meno duecento versioni della stessa canzoncina, riarrangiata, riorchestrata, tradotta e riproposta: la cantano i bambini e gli attori famosi. Insieme a "Jingle Bells" e "Tanti aguri a te" è quasi sicuro che c'è qualcuno in questo esatto momento che la sta intonando per una ragione qualsiasi: sembra che dagli anni 60' in avanti - cioè da quando il gruppo dei Tokens comincia a portare il pezzo in giro per il mondo, reinterpretandolo nella maniera definitiva - "The lion sleeps tonight" abbia raggranellato qualcosa come TRE SECOLI di programmazione radiofonica totale, SOLO negli Stati Uniti. Questo significa che per una manciata di decine di anni, la gente di tutta l'America si è messa seduta nelle proprie cucine o sui propri divani a tamburellare le dita sulle note di Solomon Linda fino ad unire, uno dopo l'altro, tanti secondi, minuti ed ore quanti ce ne vogliono per fare trecento anni di vita degli uomini.

E' incredibile o non è incredibile? Il fatto è che nel 1939, in Africa, il diritto d'autore neanche esiste. Perciò Linda ottiene UNA sterlina quale compenso per la realizzazione del brano. Dieci anni dopo il disco (a 78 giri) ha venduto oltre 100.000 copie in Sudafrica, roba che Ramazzotti e la Pausini se la prendono nel culo pure 60 anni dopo. In quello stesso periodo (siamo a ridosso degli anni '50) il signor Alan Lomax, padre della World Music, salva alcune copie del disco che una casa discografica africana aveva mandato in giro al fine di un'insperata distribuzione. Comincia così il lungo viaggio della celeberrima canzone il cui titolo originale è "Mbube". Nel 1950 i Weavers pubblicano "Wimoweh", un'elaborazione di "Mbube" che balza al sesto posto delle charts americane. Risultato in vendite: quattro milioni di copie in 18 mesi. A Linda, ancora in vita, non arrivano che briciole: circa mille dollari. Per il secondo versamento di denaro dovrà aspettare DODICI anni. Nel frattempo il brano conosce una permanenza record nelle classifiche americane: 178 settimane consecutive grazie al successo del Kingston Trio. Nel 1961 i Tokens pubblicano "The Lion sleeps tonight", ennesima rielaborazione di "Wimoweh" (quindi copia della copia di "Mbube"). E così via, in un vortice progressivo di mancanze e maltolto. Il brano inventato e performato da Solomon arriverà, dopo la morte in povertà dell'autore nel 1962, a scalare le classifiche di tutto il mondo, sconfinando in Europa ed entrando nelle scalette dei concerti di artisti famosi come Brian Eno, gli U2 e i Rem.

Oggi la famiglia di Solomon è riuscita legalmente ad ottenere un minimo riconoscimento per l'arte dell'autore. Non è molto e non è tutto, ma almeno la storia ha avuto una fine onorevole e il leone può finalmente dormire in pace.

lion

mercoledì, 01 marzo 2006

Potato blues
Categoria:musica, scritto da stefano havana


armstrongNon mi intendo di musica, non ne so niente a parte le cose che mi piacciono. Mi metto lì e ascolto musica, ma non saprei sostenere un dibattito sulla musica. Sono certo solo di tre cose:

1) Simone Cristicchi è un secchio di vomito
2) Laura Pausini può vincere tutti i Grammy che vuole: resta un secchio di vomito
3) Ha ragione Woody Allen, quando in Manhattan mette tra le cose per cui vale la pena vivere anche "Potato head blues", nell'incisione di Luois Armstrong ed Ella Fitzgerald

Potato head blues è la classica canzone Ovvia. L'Ovvio, sono fissato, è la punta dell'iceberg della genialità. Quante cose sono meravigliosamente Ovvie? I muscoli dei marmi di Michelangelo, Imagine di John Lennon che dice cose di una banalità sconcertante ma con un tocco da Divina Commedia; Love of My Life dei Queen, un polpettone di ballata romantica in cui amore fa rima con cuore e che contemporaneamente riesce a sollevarti i peli dietro la nuca con quella chitarra e quella voce lì; le unghie sporche dei quadri di Caravaggio. Ovvio inimitabile: vallo a fare. Vallo a inventare IL SUPPLI'. Ti rendi conto, il supplì? Chi l'ha inventato il supplì? Che ci vuole a mettere su una padella d'olio e fare un po' di pastella intorno al riso? Ma chi L'HA INVENTATO? Ovvio impossibile a dirsi: ecco cos'è, certe volte, l'arte. L'arte è un'oliva ascolana. Uno, un giorno, ha deciso che un'oliva non era abbastanza buona. Capito che roba?

Potato head blues è così. Senti le voci di quei due negri del sud degli Stati Uniti che fanno una cosa rara: non esagerano. La loro bravura celeste è funzionale alla canzone: la Pausini urla. Urla perché le sue canzoni sono vomito e se il vomito non lo lanci con violenza in faccia alla gente, la gente farà sempre in tempo a scansarsi. Cristicchi si è dato quel tono da De André de noantri, con gli occhiali e il linguaggio forbito: fateci caso. Di lui si dice spesso: "Ehi, avete sentito che straordinario arrangiamento delle canzoni?". Puttanate: la musica è fatta da una voce e una chitarra. Da due voci e un pianoforte. Da niente che batte sul bordo di un tavolo. Potato head blues tu lo metti e senti un pianoforte che fa ping ping ping, nient'altro: una cosa riproducibile dopo mezz'ora di pratica. Ping ping ping. Poi parte una voce catarrosa di un uomo che sembra abbia passato la vita a sollevare cotone dal tramonto all'alba e un'altra voce - questa volta delicata come una carezza sul mento - che pare sappia esprimersi solo così, cantando (cioè, proprio non te l'immagini a parlare). Nessuno dei due urla mai e per quasi quattro minuti litigano a proposito della pronuncia di potato, tomato e di altre parole buffe. You say lefter, and i say lofter, you like vanilla and i like vanella [...] chocolate or strawberry. Ella era una (leggo) capace di un'estensione vocale di tre ottave. Io non so nemmeno cosa voglia dire, ma deve essere un fatto magnifico, unico, raro: invece eccola a dire potato e tomato con un sorriso bianchissimo incastrato tra le labbra. Ping ping ping.

Non so.
Io mi sento tanto più rappresentato da una cosa così Ovvia, piuttosto che da una tizia che sale sul palco scalza o vestita come una figlia dei fiori e canta che ci vogliono i sottotitoli o urla così forte che bisogna allungarsi sul tavolino per prendere il telecomando.

giovedì, 08 dicembre 2005

Avevo giusto otto mesi
Categoria:musica, personaggi, scritto da stefano havana


lennonC'erano certi videogiochi, un poco di anni fa, che quando morivi il tuo personaggio lampeggiava per qualche istante nel momento in cui tornava in vita. Me ne ricordo mille: Shinobi, Golden Axe, Final Fight, i vari Super Mario, Sonic. Erano guerrieri, porcospini, idraulici, grandi pugili e combattenti: eravamo noi. Se facevi qualcosa di sbagliato, loro morivano poi tornavano lampeggianti sullo schermo e vivevano di nuovo. La cosa veramente interessante era che durante quel lampeggiare si era invulnerabili. Passavi attraverso i nemici, le granate, i pugni, i coltelli e le botole con le spine: perfino se cadevi in acqua – niente – ci potevi camminare sul pelo come Cristo. Non durava tanto: quattro o cinque secondi di onnipotenza. Però bastavano e, se ti facevi prendere la mano, correvi il rischio di tornare penetrabile proprio nel momento di massima strafottenza verso un nemico e – tac! – ecco che morivi di nuovo. Erano momenti fantastici: si giocava dopo pranzo, prima dei compiti e ancora oggi penso che sarebbe bellissimo se accadesse così anche nella vita vera, diventare invulnerabili per quattro o cinque secondi e via dicendo. Mi immagino questa schiera di uomini e donne lampeggianti per le strade: capire da quello che in qualche modo hanno perso una vita, sono stati colpiti, se la sono vista brutta. Quello ha appena seppellito il padre, ecco che lei gli ha detto di non farsi rivedere più. Al bambino laggiù hanno negato una scatola di costruzioni, quei due se ne stanno tornando a casa con il loro progetto arrotolato nello zaino: e pensare che sembrava quasi fatta. Vederli tutti: percepire con disincanto i problemi della gente. Guardarli lampeggiare per cinque secondi, impenetrabili, per poi tornare concreti e pronti a ricominciare. Vittime di incidenti che si sollevano dall'asfalto lampeggianti: si spolverano la giacca, si mettono in tasca i bottoni che hanno perduto nell'impatto e camminano per un po' al centro della carreggiata, incuranti delle altre macchine che passano (tanto sono invulnerabili). Forse vanno a morire altrove, per i fatti loro. Lontani dalla folla che li guarda, o non saprei dire da che cosa. Non parlo di immortalità: anche Sonic a un certo punto moriva. Pure Mario: quando il colpo era veramente di grazia, allora allargava le gambine, faceva una faccia stupida e precipitava oltre lo schermo. Definitivamente e senza lampeggiare ulteriormente. Dico, però, che sarebbe bello potersi godere quei cinque secondi di onnipotenza prima di una nuova caduta. Stare lì a guardarsi le mani sparire e comparire, sparire e comparire: ognuno potrebbe impiegare alla meglio quella possibilità. Sonic, quando veniva colpito, perdeva tutti gli anelli che aveva racimolato e – generalmente – mentre lampeggiava e nessuno lo poteva toccare, faceva di tutto per recuperarli. In Golden Axe, il Barbaro correva a riprendersi l'ascia. Mario diventava minuscolo e dovevi mangiare un particolare fungo per riacquistare centimetri.

Pensavo – così – che John Lennon avrebbe potuto attraversare la strada, sedersi su una panchina di Central Park e tamburellare un po' con le dita sulle ginocchia; togliersi gli occhiali tondi, pulirne le lenti con un lembo della camicia. Poi mi è venuto in mente che forse a uno che se ne sta lì a lampeggiare, gli occhiali cadono di sicuro. O, quanto meno, non servono.

mercoledì, 07 dicembre 2005

Scoprire un diamante
Categoria:musica, scritto da federico roma


Mi capitano cose strane in questi giorni irrequieti. Ad esempio mi capita di non riuscire a trovare pace. Oppure capita che un passero entri dalla finestra mentre io mi faccio la doccia. Entra, e si posa sul mio letto. Il mio letto è pieno di macchie nere come l'inchiostro di un calamaio. Erano bacche.

Capita anche che faccia dei sogni tutt'altro che sani, che esca da solo la sera, visto che nell'ultimo anno ( o giù di lì) sono partiti un buon numero di amici-colonne. Capita per questo di sentirsi soli a volte. Non mi era mai successo in 25 anni, anche se sono sempre stato un amante della solitudine. Sì sono un "solitario ma non mi sento solo" (tratto dagli Assalti Frontali). Ora, a volte, mi sento anche un po' solo.

A volte però. Perchè fortunatamente (o sfortunatamente per lui) qualcuno è rimasto. E così capita di trovarsi a casa, come centinaia di altre volte. A sparare cazzate, a suonare e a fumare. Bellissimo.

Dal suo solito "valigione" di LP (ebbene sì, il collezionismo è una delle vie verso la salvezza) ne spunta fuori uno. In particolare. Lo avevo già ascoltato da lui e lo ricordavo come un capolavoro.

Il gruppo si chiama Affinity. Ma non provate a cercarlo sui classici P2P. Non ve lo meritereste neanche. Vi basti http://www.progarchives.com/. Ne saprete qualcosa di più.

Eppure ieri sera è successo qualcosa. Sarà stato il vinile che suonava attraverso casse degnissime, attraverso un ampli degnissimo, così diverso dal suono che esce dal PC. Piatto, "globale".

E' successo che io ho ascoltato la cover di All Along the Watchtower ed era come se mi fossi innamorato di nuovo della musica. Di tutto.

Sinceramente non ho la raffinata capacità di descrivere, scrivendo, le emozioni che provavo. Il senso di lacrime trattenute. La voce sublime di quella ragazza di 35 anni fa.

In quei 10 minuti ho capito che esiste un'arte assoluta, quasi privata. Senza giustizia.

Dove sono ora: Mo Foster (bass), Linda Hoyle (vocals), Mike Jupp  [guitar, guitar (electric), guitar (12 String)] 
Lynton Naiff [piano, harpsichord, piano (electric), vibraphone], Grant Serpell (percussion, drums)?

Dove sono finiti? Come è possibile che una miscela perfetta, armoniosa, finisca in un disco solo? Il silenzio. Magari ora Linda Hoyle è sposata, ha smesso di cantare.

Linda, se mai leggessi questo blog, io ti ringrazio.

Magari poco dopo il disco Lynton è stato assunto in un'impresa di trasporti. E Guinness quando stacca dal lavoro.

affinityO magari suona nella Metro di Londra.

All Along the Watchtower, nella versione degli Affinity, rappresenta qualcosa di più di una cover. Anche qualcosa di più di una canzone.

Sono passati trentacinque anni da quando cinque ragazzi hanno generato una gemma sublime, senza tempo.

Io vi ringrazio.

El Vicerey

martedì, 06 dicembre 2005

Simone Cristicchi
Categoria:musica, personaggi, scritto da stefano havana


Questo tizio mi fa senso. Così, a scanso di equivoci: io proprio ci tengo che si sappia. L'altro giorno c'era uno speciale di Sky interamente dedicato alla sua persona. Lui, intervistato, diceva: «Ci sono due tipi di cantautori. Quelli che scrivono con la calcolatrice, studiando a tavolino quello che può essere di successo e quelli che, invece, scrivono con la magia, l'ispirazione, il cuore». Non si capisce bene dove il Profeta della Poesia volesse andare a parare, giacché lui stesso altri non è che la quintessenza del cantautore commerciale, radical-chic, di tendenza medio borghese (con, in più, montata sul collo una faccia da perfetto Tiromancino). Dice di se stesso: «Io non inseguo quello che piace alle ragazzine» e difatti ha sfondato con una canzone monografica su Biagio Antonacci.

simonecristicchiint

tu sei senza
siamo senza occupazione
siamo senza
solo fare colazione è un'esperienza
senza senza senza senza
non ci sono più brioches nella credenza!

 

Insomma, il Vate del doremifasol è considerato – soprattutto da certi bloggers, i cui gusti mi ricordano quelli propri dei duenni – un profondo Genio. Fosse ancora vivo De André, il Nostro verrebbe senza dubbio paragonato a lui (se non indicato come naturale successore).

Devi darti una lavata
con la voglia di dormire
con quell'acqua che è gelata
gelata da morire
ma ti squilla il campanello
"chi è che spappola i  coglioni?"
c'è Javhè che ti saluta insieme con i testimoni

photo

Lui è uno che non dice: ho scritto questa canzone. E no! Il Mostro di Via Poma della casa discografica preferisce dire: ho incontrato questa canzone. Fa così, si mette un paio di occhiali con le aste nere da intellettuale e racconta di come abbia cominciato a suonare così per puro caso (sì, in effetti si nota ancora oggi). Storie su storie: di come il padre avrebbe voluto che lui facesse un altro mestiere, di come la madre, invece, che poi sai le mamme come sono fatte. E storie di ordinaria sfortuna, ero disperato e senza un soldo. Il successo sì, oltre ogni mia aspettativa. Lui è uno che la gente indica come geniale inventore di cose nuove salvo poi vomitare in un secchio, ché se sono queste le cose nuove, allora viva Bossi, la devolution e Silvio Berlusconi.

cristicchi

Io sono un fabbricante di canzoni
un artigiano di successi radiofonici
Che scalano classifiche di vendita,
curo con dovizia di particolari il suono della cassa,del rullante,
la presenza della voce sopra un ritmo martellante,
sovraccarico di suoni, pressoché manipolati
sono io che vivo dietro a quel che ascolti nei supermercati.

Nell'ipod del vero teenager di tendenza (ma anche dell'appassionato di Kundera oppure – in generale – nell'ipod del perfetto blogger) non può mancare un pezzo di questo Ricciolino della Nota; negli autobus, costoro annuiscono diligentemente a ritmo di musica, sdilinquendo quei poveri fagiani che invece – che so io – preferiscono i Pantera. Dovete sapere - inoltre - che il Gesu Cristo de noantri va a parlare nelle Università. Tiene certi corsi che – oh – la gente sta ad ascoltarlo a naso insù, con le penne che battono utopisticamente nell'incavo tra il pollice e l'indice. Vince Premi per opere prime (e speriamo ultime). Le ragazzine sognano di portarlo all'altare, tutti i maschietti vogliono essere come lui (almeno nella stessa misura in cui lui vorrebbe essere come Biagio Antonacci. D'altra parte conosco gente che vorrebbe essere come Carlo Conti, dunque perché no?). Il Sublimatore della Rima Ironica e Paradossale è un personaggio scomodo, diverso, anticonformista. Ma soprattutto è un POETA.

Partimmo verso Luglio con gli zaini sulle spalle,
con i biglietti in mano di un primo viaggio,
su quel traghetto pieno di chitarre e frikkettoni,
destinazione un' isola lontana della Grecia,
Intorno a noi soltanto mare, salsedine e
L'odore di marijuana colorava l'aria dolce,
come il calore dentro ai sacchi a pelo
in una notte fredda sotto al cielo...

cristicchi1

Musicalmente, poi, è un cane randagio: una tacca sotto Gianluca Grignani forse (ma una spanna sopra Meneguzzi e già queste sono cose). Sentirlo mi riporta a una certa emozione da oddio, scusate, ho sbagliato stanza. Perché – da che mondo è mondo – un musicista dovrebbe anche saper fare musica (non basta che abbia i capelli ricci). Il Furetto della Canzonetta Estiva afferma di aver trovato un grande maestro di arte e coerenza (?) in Sergio Endrigo. Dice anche che i suoi testi fanno riflettere sulle fragilità giovanili.

Studentessa universitaria, triste e solitaria
Nella tua stanzetta umida, ripassi bene la lezione di filosofia
E la mattina sei già china sulla scrivania
E la sera ti ritrovi a fissare il soffitto, i soldi per pagare l'affitto te li manda papà

Alla luce di tutto questo, ho immaginato un ipotetico incontro tra l'Omino e il sottoscritto:

Ste: Simone, scusa…
Omino: Sì?
Ste: Ciao!
Omino: Ciao…
Ste: Tu sei Cristicchi il cantante, vero?
Omino: Cristicchi il poeta, sì…
Ste: Ma sei quello che scrive canzoni, no?
Omino: Io incontro canzoni, per la precisione.
Ste: E non le scrivi con la calcolatrice, vero?
Omino: Pfui. Io scrivo col cuore. Arrivo là dove la gente vuole sentirsi stimolata. Io ho dei modelli artistici che si rifanno alla musica leggera e di approfondimento di un certo tipo, nata sull'onda di Endrigo e di De André. Ho giusto un incontro con gli studenti universitari di Siena, uno dei prossimi giorni, dove esporrò le mie tematiche sottoforma di c…

Bang!

sabato, 19 novembre 2005

Ingannai il dolore con del vino rosso
Categoria:musica, scritto da davide firenze


La malinconia (F. Califano)

Franco CalifanoDei libri imporverati sur comò
che ho appena aperti e che mai rivedrò
le mie chitare che ho dimenticate
per tera co' le corde arugginite
er caminetto nun l'ho acceso più
da quanno a casa nun ce sei più tu
le lettere so' ormai 'na rarità
de tutto er resto che ne parlo a fa'

È la malinconia… è la malinconia... è la malinconia...

Un vecchio pescatore nun po' più
portà la barca a remi fin laggiù,
se guarda er mare suo co' nostalgia,
poi spegne la lampara e così sia.
Cammina ma nun c'ha 'na meta sua,
o' 'n’ ombra che je tiene compagnia,
'na vita dedicata tutta ar mare,
ch'è stato er primo e l'urtimo suo amore.

È la malinconia... è la malinconia... è la malinconia...

'N amico che nun ricordavi più
lo incontri 'n giorno co' diec'anni 'n più
c'ha tante rughe che te fa' pietà
e odi le parole: tempo fa !
Perché nun poi fa' a meno de pensà
che pure tu sei nato pe' 'nvecchià
e te fai 'n pianto sulla vita tua
perché la trovi inutile follia.

È la malinconia... è la malinconia... è la malinconia…

Se tu pentita ritornassi qui
cor nodo 'n gola te verei ad aprì
convinto de volette ancora bene
ma nun te potrei dì tornamo 'nzieme,
perché non troverei nell'occhi tua,
l'antico amore della vita mia
e te direi co' tutta l'onestà
"perché stai qui!... che sei tornata a fa !…

È la malinconia... è la malinconia... è la malinconia...
è la malinconia... è la malinconia... è la malinconia...

sabato, 29 ottobre 2005

I ragazzi dei concerti
Categoria:musica, scritto da stefano havana


I Ragazzi dei Concerti non ci sono per nessuno. I Ragazzi dei Concerti si sono alzati presto oppure hanno dormito niente e hanno il fondo dei calzoni sporco di fango. Amo i Ragazzi dei Concerti: non conta chi canta. Non importa chi suona. Amo quelli delle prime file, amo i telefonini alzati per le foto, amo quelle braccia bianche esangui, sollevate da ore sopra la testa. Amo le bandane, gli striscioni preparati con cura il giorno prima, la notte stessa, sui treni o sui traghetti. Certe volte i Ragazzi dei Concerti sono in 100mila, in mezzo milione: certe volte i Ragazzi dei Concerti, quando non sono ai concerti, sono ragazzi pigri che non riescono mai ad arrivare puntuali, oppure hanno timore di alzare gli occhi su una donna o su un padre. Invece eccoli che fanno i matti al Grande Evento: fumano spinelli, saltano più in alto degli altri. Sono bellissimi i Ragazzi dei Concerti, lì nelle prime file oppure in fondo a tendere le orecchie e le sanno tutte - dico tutte - le parole. I Ragazzi dei Concerti si baciano in piedi, tra di loro, mentre il Grande Cantante srotola lentamente una nota dopo l'altra; si baciano in piedi con i gomiti degli altri piantati nei fianchi e se chi sta dietro protesta, protesterà poco perché perfino lui ce l'ha avuta nella vita una canzone preferita, Perfetta.

Sono stato anche io un Ragazzo dei Concerti, lo sei stato pure tu. Ho pianto anche io e hai pianto tu; abbiamo saltato come grilli, pensato a vecchi amori e situazioni perse. Non riesco a non emozionarmi davanti ai Ragazzi dei Concerti, non ci riesci neanche tu. Non riesco a non ingrandire i miei stessi occhi di quegli occhi grandi delle ragazze coi capelli raccolti quando versano lacrime al sussultare della prima batteria: le capisco, hanno aspettato ore, anni; capisco tutta quella commozione. Non è questione di proselitismo, non è questione di niente. E' che i Ragazzi dei Concerti sono altrove, molto più lontano della stessa notte che li avvolge dove non arrivano i riflettori colorati: sono stati seduti a lungo in terra, hanno premuto per mille chilometri il piede sull'acceleratore, si sono mossi in gruppo all'alba, sotto un sole pallido che s'è spento via via sulle loro spalle abbrustolite, tatuate dai segni rossi degli zaini. I Ragazzi dei Concerti sanno di treno e di sudore e si portano dietro tutto: lenti a contatto, occhiali, creme, salviette umidificanti, erba, cocaina, marlboro rosse, spinelli già confezionati. I Ragazzi dei Concerti non sentono stecche, hanno solo tanta di quella birra in corpo e adrenalina addosso, voglia di vivere. Non è retorica, non è emulazione: ai Ragazzi dei Concerti va di fare così ogni volta, certe notti, spesso e volentieri e tutte quelle locuzioni in doremifasol che s'inventano i Cantanti di cui sono innamorati.

I Ragazzi dei Concerti: che meraviglia. Si dimenticano perfino dei dialetti, degli accenti: si canta solo come il Grande Cantante canta, si segue il suo accento romagnolo, bolognese, di Milano e i perché diventano perchè, oppure viceversa. I Ragazzi dei Concerti non hanno limousine, elicotteri: i Ragazzi dei Concerti restano Ragazzi dei Concerti perfino quando l'ultima nota s'è depositata in terra, insieme ai bicchieri di plastica e ai filtri sfuggiti dalle mani. E' allora che i Ragazzi dei Concerti tornano indietro, come risucchiati da una marea impossibile che li porterà nei rispettivi letti, case, classi, uffici, cosce. La risacca dei Ragazzi dei Concerti è emozionante: se ne vanno rumorosi e fanno la fortuna di bibitari e venditori di panini. Si riuniscono i gruppi che s'erano persi nella calca e ci si abbraccia come per la vittoria di un Mondiale. I Ragazzi dei Concerti dormono nei vagoni con una felpa tirata fino a sopra il mento e la felpa è sempre di qualcun altro. Certi  hanno vomitato, altri sono svenuti e si sono persi il Gran Finale. Qualcuno s'è innamorato. I Ragazzi dei Concerti si conservano i biglietti. Hanno pianto, hanno gridato e andranno avanti a benagol per una settimana. Sono persone che dormono vestite, con la barba lunga e il trucco sciolto sugli zigomi. Sono lavoratori con un giorno di permesso e studenti fuori corso: i Ragazzi dei Concerti recuperano il sonno dietro le finestre chiuse, sanno di trigonometria e algebra, di letteratura e antropologia. Sanno delle loro cose. Sono adulti o adolescenti: qualcuno di loro ha visto suonare i Beatles a Liverpool. Altri neanche lo sanno dove sta, Liverpool. I Ragazzi dei Concerti siamo noi.

Perciò li amo. E per questo li odio, li detesto: vorrei prenderli a schiaffi tutti quanti, i Ragazzi dei Concerti, quando mi chiedo dov'è che vadano, ogni volta (forse ad aprire blog), quando i Concerti non ci sono e c'è bisogno di loro, di quella stessa unione, per cambiare un po' il mondo e tutto il resto.

mercoledì, 14 settembre 2005

W la musica: errata corrige e segnalazione
Categoria:segnalazioni, musica, scritto da stefano havana


Come si dice: riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Mi ha scritto il signor Dario Giovannini che - tra le altre cose - cura gli interessi artistici del cantante Pago. Cosa vuole da Noantri il signor Dario Giovannini? Segnalarmi che il suo cliente, il cantante Pago, non fa affatto parte della scuderia di Lele Mora, come da me erroneamente scritto in un precedente post (e nonostante la somiglianza allucinante con Costantino), ma viene prodotto da Flavio Ibba e il suo successo estivo "è frutto solo del lavoro e della forza di un artista che propone semplicemente del buon pop italiano" (sono le parole che Dario stesso ha usato nella mail a me indirizzata).

Ottimo: buon per Pago (anche se, per amor di coerenza e amor di musica - e nonostante la carineria e la simpatia di Dario Giovannini -, non posso che sconvenire ufficialmente con la perifrasi "buon pop italiano").

Ora la segnalazione: siccome continuano ad arrivare persone interessate ai disastri del concerto di Ligabue, segnalo www.campovolo.org che raccoglie petizioni e proposte in merito alle problematiche sopravvenute al concerto del Liga lo scorso 10 settembre.

domenica, 11 settembre 2005

Una recensione da mediano
Categoria:musica, giornalismo, scritto da stefano havana


Non capirò mai come possano 200mila persone radunarsi a un concerto di Ligabue. Forse per questo sono andato a leggere, stamattina, con scarso interesse e un po' di rosura di fegato - io vascorossista convinto - la cronaca dell'evento su Repubblica.it. Il titolo in home page parlava di serata strabiliante. Sempre più invidioso vado a leggere il pezzo del buon Gino Castaldo e scopro, tra i vari complimentosi azzardi (Ligabue è un discreto strimpellatore e niente più. Ha fatto una grande canzone che è Certe notti e due ottimi film. Il resto sono canzonette), dei passaggi che mi hanno stordito. Procedo (i corsivi sono miei):

Ligabue è emozionato, i primi pezzi li canta con voce approssimativa, ci mette un po' a mettere a registro l'emissione e per una buona metà del concerto sembra faticare a sciogliere la gola.

La struttura avvolge il pubblico (ma per problemi tecnici dovuto all'amplificazione insufficiente molti ragazzi si sono lamentati perché in alcuni punti si sentiva poco o nulla), un'immersione totale.

Il pubblico deve girarsi, frastornato dai passaggi di palco, perché da un'altra parte arriva un coro alpino che canta "Libera nos a malo", il tempo necessario per raggiungere il palco Vintage, lontanissimo, ritrovare la band degli esordi, i Clandestino, e rinnovare vecchie canzoni.

Il rischio era alto, la sfida sperimentale e le incertezze non sono mancate (alcune, tecniche, gravi per un evento come questo). A tratti sembrava uno che ha messo in moto una macchina talmente grande da esserne travolto.

Ora, non è che vorrei dire: ma, letto così, a me questo concerto mi è parsa una ricca cagata.

giovedì, 30 giugno 2005

Riflessione - lunga - sulla musica e le puttanate di Simone
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Alla fine ci siamo concessi pure Salerno. Siamo partiti Pat ed io mercoledì mattina e siamo ritornati, sempre di mattina, che s'era fatto giovedì. Ci hanno detto: dai, che mitomani siete. La verità è che Vasco è uno di quegli artisti che significano qualcosa nel mio vissuto: se ti fa schifo, Vasco, non è che dobbiamo litigare. Me lo tengo il tuo giudizio e pazienza, magari troviamo un altro punto di contatto (che so, i gomiti): resta che mi sono fatto Cagliari e Salerno nel giro di dieci giorni e che, ad averci il tempo, mi farei anche Firenze e Udine. Non è una cosa complicata: la sua musica significa qualcosa, tutto qua. La sua musica, mica lui. Come un quadro di Kandinsky. Un racconto di Carver: un artista in cui credere non è forse roba rara oggi? Un artista in cui credere vivo, poi, è merce ancora più preziosa. Perciò me lo tengo stretto insieme a quelle tipiche esagerazioni da appassionato: i) Dillo alla luna (live soprattutto) è la canzone più bella della musica italiana. ii) Per quanto riguarda Sally, invece, ecco Sally è qualcosa che viene immediatamente dopo la Cappella Sistina nei Grandi Tracciati dell'umanità. iii) E... è un'opera d'arte in grado di farti capire che l'ovvio non è altro che la punta dell'iceberg della genialità.

Non c'è possibilità di sfuggire da questo: possiamo invece sfuggire - e lo possiamo fare tutti - dalle opere demagogiche dei tiziani ferri e dei simone vari: non è tanto che sono canzonette (anche We Are The Champions è una canzonetta). Il problema serio è che parlano di una generazione che non esiste - ne abbiamo discusso a lungo con Pat, ieri, sdraiati sul prato dello stadio Arechi - parlano di una generazione mucciniana. Dicono: quando sei ragazzo, non te ne frega un cazzo. Dicono che fuggire da tutto è facile (anzi, che non ci vuole niente!) e che dormire sui tetti sotto le stelle si può. Dicono che i giovani sono ribelli, cavalieri solitari e avventurieri dell'amore. Non esiste una generazione così: si ostinano a dirci che i sogni possono realizzarsi, che non esiste un desiderio al mondo che non si avveri. Che basta crederci: demagogia. Arruffapopoli. Mistificatori della realtà: ecco cosa sono. Soprattutto per questo detesto l'ondata musicale attuale. Vogliamo tutti una vita come Steve Mc Queen, salvo poi ritrovarci al Roxi Bar, ognuno perso dentro i cazzi suoi: questa è La Realtà.

Simone, Simone: non è che ho detto a caso. Ha fatto music farm, adesso apre i concerti di Vasco: costui è pericoloso. E' demagogicamente pericoloso. Sta lì e ci viene a dire che bisogna credere ai sogni, perché - testualmente - lui due anni fa era uno di noi e adesso invece guardatelo un po': personalmente contesto questo aspetto. Che insegnamento dovrei trarre, io, da un cameriere vestito a festa che mi dice che ce la posso fare a diventare come lui? Perché la gente lo applaude, invece di lanciargli sassi? Che sta succedendo alla nostra generazione? Io dovrei chiudere gli occhi e stringere i pugni per aspirare - nel giro di due anni - a essere come Simone? Io preferirei essere morto piuttosto che essere Simone - piuttosto che essere le cose che dice Simone, ecco meglio. Se ne sta lì, lui, a dire che bisogna cantare la vita positiva e altre puttanate del genere e la sua è demagogia: come la foto del bimbo magro e pieno di mosche che c'è stampato dietro la mia tessera di Emergency che non rinnoverò mai più (ma che fa tanto scena, eh, quando tiro fuori il portafoglio per pagare scontrini chilometrici nei negozi di abbigliamento firmato. Ti può fare anche scopare con la commessa una cosa del genere).

Altre considerazioni piovute da questa trasferta: 1) il profondo sud si vede subito chè è profondo sud. Ho detto a Pat una frase strana a un certo punto, vagando di notte per le strade di Salerno (ci siamo fatto 12 chilometri a piedi). Gli ho detto: «A Cuba mi sentivo più a casa». E io sono nato molto più vicino a Salerno che a Roma (o a Cuba). 2) Il servizio ferroviario è un sistema che in Italia non esiste. Non è che funzioni male o non funzioni proprio: non esiste. Non c'è: il fatto dei treni, in Italia, è una cosa orwelliana: non esiste nulla. Non c'è Trenitalia. Non esiste. Non ci hanno controllato i biglietti: abbiamo viaggiato in tranquilla e assoluta clandestinità, accumulando compessivamente un'ora e mezzo di ritardo. 3) La cocaina è un fenomeno squallido e triste: è la droga peggiore che c'è. La droga della moda, degli scontrini fiscali, dei privé del bilionaire. Se ne stavano lì, certi ragazzi, al centro del prato dello stadio a dividere quattro strisce con una carta telefonica grattata e usando un cd come ripiano. Hanno sniffato a turno servendosi di un tubicino di carta e le loro espressioni arrugginite non sono cambiate di una virgola. 4) Il trittico di canzoni che lui fa dal vivo - E..., Sally e Stupendo - è un'esplosione di cose tutte insieme, un riassunto di tale rock 'n roll che il concerto potrebbe finire lì. Ci casco ogni volta. 5) Lucio Battisti è una squassante mazzata sui coglioni e io vorrei chiedere scusa a tutti gli amanti di musica all'estero che credono che Battisti (come Boldi e De Sica per la cinematografia) sia la musica italiana.

Inoltre volevo ringraziare a) Il Gianni per quelle due cosette che ci ha dato da fumare. b) Pasquale, detto Campo, GIORNALISTA e il suo meraviglioso contatto Zeppettone grazie al quale abbiamo visto il concerto (oh, perché eravamo partiti senza i biglietti) pagando meno di qualunque altra persona presente allo stadio e in tutti gli stadi dell'intero tour (abbiamo pagato meno del prezzo stampato sul biglietto). Approfitto anche per dire che mi scuso con Zeppettone per aver declinato il suo gentile invito a dormire a casa sua fino a sabato così da poter pranzare anche noi insieme a Diego Armando Maradona che sarà suo ospite (...). c) Il paninaro davanti allo stadio perché si è dimenticato di farci pagare.

E poi: sorridi e abbassi gli occhi un istante e dici non credo di essere così importante. Ma dici una bugia: infatti scappi via. Le canzoni sono come i fiori: nascon da sole e son come i sogni. A noi non resta che scriverne in fretta perché poi svaniscono e non si ricordano più. Che ti devo dire? Io ogni volta che mi canta questa cosa qui, divento uno scemo che si deve guardare la punta delle scarpe e passarsi una mano frettolosa dietro la nuca e tra i capelli. Era d).

martedì, 21 giugno 2005

Fotogrammi di ordinaria importanza
Categoria:musica, scritto da stefano havana


C'erano culi che parlavano di mare e canzoni voce e pianoforte. C'erano senoritas sedute sul bordo di transenne a far oscillare le caviglie. C'erano scarpe da ginnastica e infradito. C'erano ore da far passare.

C'erano reggiseni e uomini sugli alberi. Uomini sugli alberi.

Pochi con le magliette addosso. C'era un genio dello spettacolo davanti a tutti. Un dispensatore di felicità. C'erano un milione di cose fuori e soprattutto dentro la mia persona. Ho capito parecchia roba durante questa trasferta a Cagliari; due anni che non la vedevo.

Ho capito che Vita Spericolata dal vivo è spettacolare. Ho capito ancora una volta che i sardi sono persone meravigliose e se ne conosci uno alle tre del pomeriggio, a mezzanotte stai con lui a mangiare pizza e a bere birra come se fosse sempre stato così. Ho capito che il mare rende le città più belle e vitali. Ho capito che la musica fa diventare felici e che l'alcol all'aria aperta rende tutti innocui e simpaticissimi. Ho capito che le more di queste latitudini sono roba seria.

Ho capito che l'amore è una cosa che prima o poi si perde, si perde completamente voglio dire. Sembra assurdo, ma può succedere che di cose che sono state meravigliose - le più belle della tua vita - non rimanga nulla se non fotografie e occhi che girano per la stanza. Ho capito che farò di tutto per non perdere quel poco che rimane. Perché questo poco che rimane ho scoperto che è ancora tantissimo e che - soprattutto - mi rende una persona migliore.

E sì, il concerto è stato grandioso.
E sì, confermo che la laurea ad honorem è stata strameritata.
E sì, il sano rock 'n roll non morirà mai.
E si', le droghe leggere sono totalmente innocue a parte che ti fanno venir voglia di abbracciare le persone.

venerdì, 03 giugno 2005

Una piccola goccia, ma m'ha bagnato anche lei
Categoria:musica, scritto da stefano havana


Non sono favorevole, né sono contrario alle lauree ad honorem: tutto sommato non me ne importa un cazzo. Diciamo che capisco tutti gli studenti che mettono il broncio quando vedono Vasco Rossi con quel pezzo di carta lì, o Valentino (che sia il cognome la discriminante?). Giuro, li capisco perché so che è una fatica. Perciò ammetto di ignorare se questa che segue sia più una difesa o semplicemente una constatazione (di sicuro c’è che io amo Vasco Rossi) in merito alla laurea data al Blasco; tantomeno posso dire io - che dello studente non ho mai avuto nulla, ma nulla nulla - se sia una cosa giusta, normale o del tutto sbagliata conferire lauree ad honorem a chicchessia. Quello che vorrei dire e lo faccio con umiltà - giuro - perché ho un rispetto grande così della cultura, quello che vorrei dire (e che non ho mai detto a nessuno finora) questo qualcosa che vorrei dire e che - vi avviso - forse va a favore della laurea ad honorem pro Vasco Rossi, riguarda un certo pomeriggio d'estate in cui ero un po' più bimbo e meno ragazzo di adesso e in cui Fede - nella sua camera - mi fece ascoltare Gli Angeli di Vasco per la prima volta nella mia vita. Successe che mi fermai, qualunque cosa stessi facendo - tutto si fermò - e al termine di quei sei minuti nonché alla fine del nostro pomeriggio insieme, io tornai a casa in motorino e con quelle note in testa che si mischiavano al ricordo fresco di un amore che mi aveva appena frantumato il cuore, io decisi - così - che da grande dovevo fare lo Scrittore. E' solo una goccia nel mare dei Maestri che mi hanno spinto verso quest'arte - che io la sappia praticare o no, non mi interessa, ma la perpetrerò fino a che ne avrò le forze o sangue o fiato o vita - soltanto una piccola gocciolina. Ma per ognuno di essi, per ciascuno di loro che da sempre, da che il mondo è rotondo, spingono giovani verso una strada così in un tentativo eterno di franca emulazione, per tutti tutti loro, una laurea - ad honorem oppure no - è poco.