giovedì, 31 agosto 2006

Quello che ci vorrebbe
Categoria:televisione, narrativa, scritto da stefano havana


Tom_and_Jerry_Karateguard- Senti, te la sei scopata almeno?
(getta via la sigaretta con una schicchera esperta)
- Fiuuuu. Avresti dovuto vedere che femmina... Ero certo di distruggerla, invece mi ha distrutto lei...
- Non hai più il pelo di una volta, Tom.
(si liscia un baffo pensoso)
- Ti voglio dire una cosa, Gerry: mi ha legato al letto...
- ...
- ... Le ho miagolato le cose più sconce. Diceva che le piaceva così e a me andava bene. Nessun problema, dico io, se di mezzo c'è la micia. O no?
- Hai voglia...
- ...
(evitano di guardarsi per un momento. C'è qualcosa nell'aria)
- E con quella storia, invece? Che pensi di fare?
- Guarda... Ho sentito l'avvocato. Dice che mi devo rivolgere al sindacato. Che ci dobbiamo rivolgere al sindacato...
- Al sindacato?
- Sì, al sindacato. Lo so cosa stai pensando: ma è tempo di agire, Gerry. Questi vogliono la nostra pelle, non abbiamo più la libertà d'azione di una volta. Un tempo eravamo le star, ci permettevano di tutto. Adesso hai visto? Cristodiddio, i ragazzini stravedevano per noi... Ora che i bei tempi sono finiti, con tutto quel vomitevole wrestling e via dicendo, ecco che basta una cazzata per...
- E tu la chiami cazzata?
- Santoddio Gerry! Per una sigaretta? Non ti ci mettere anche tu, adesso... Ho solo fumato una sigaretta e adesso vogliono la mia testa. Neanche fossi Ghandi...
(se ne accende un'altra. La camera è in penombra. Ci sono delle veneziane e una vecchia macchina da scrivere su un tavolo logoro. Posacenere dappertutto)
- Non è che mi ci metto, Tom. Ma le sai le regole dell'autority, no? Ci hanno fatta una testa tanta e tu ti metti a fumare sul set? Davanti alle telecamere!
- Quella si è sciolta come ghiaccio, però...
(guarda l'amico in cerca della vecchia complicità. Non la trova)
- Sì, e noi perdiamo il lavoro perché tu volevi fare colpo su quella...
(torna serio)

- Non dire cazzate. Sono IO che rischio il lavoro: tu sei quello bravo e buono e reciterai questa parte per sempre...
- Tom, stronzate! (si alza dalla poltrona dove bivaccava. Rovescia una lattina di birra vuota) Lo sai benissimo che io da solo non valgo niente! Cosa pensi che mi faranno fare, DA SOLO? Pensi davvero che mi daranno lo show del sabato sera, come mi continua a dire quel frocio del mio agente? Non mi daranno un cazzo. Noi siamo una COPPIA, capisci? Dean Martin e Jerry Lewis, Totò e Peppino De Filippo, Stanlio e Olio, Walther Matthau e Jack Lemmon: lo sai come funziona lo spettacolo, no? Io sono la spalla, cazzo. La spalla da sola è come una mano che applaude se stessa: chi la sentirà? Se sei finito tu, sono finito pure io...
- ...
- Senti, se andiamo al sindacato siamo rovinati.
- Saremo rovinati comunque, amico mio... ci hanno censurata una puntata. Ti rendi conto che significa? Nessuno vorrà più trasmettere la nostra roba: ancora meno di adesso...
- No, Tom, senti. Ti ricordi cosa successe al Gatto Silvestro? Quando morse davvero Titti sul di dietro e via dicendo? Quella puttana lo denunciò e lo fermarono per non so quanto. Lui, consigliato dall'avvocato, si rivolse al sindacato...
- Lo so, lo so...
- Appunto! Ti sei fumato anche il cervello, per caso? Gliene successero di tutti i colori! La stampa si accanì in quel modo e da allora non ha mai più lavorato. Non mandano neanche più le puntate in bianco e nero, niente. Kaput, finito, bye bye. Le major non ne vogliono più sapere: un cartone animato che si rivolge al sindacato è come un politico che pretende di non fare la fila al ristorante. Non lo accettano, la gente cambia canale da quel momento: siamo già abbastanza privilegiati e secondo loro dovremmo accettare gli inconvenienti sul lavoro e basta. Questo maledetto fatto che non possiamo morire è una condanna... Non ce lo riescono a perdonare. Nessuno di loro...
- E io che dovrei fare, allora? Noi, Gerry, che dovremmo fare?
(si dimentica di fumare. La sigaretta diventa un cilindro di cenere tra le sue dita)

- Io propongo di prostituirci...
- Cosa??
- Di prostituirci. Diamoci al sociale: il mio agente mi ha già fatto delle proposte interessanti. Pubblicità anti-fumo, cose del genere. Mostriamoci pentiti e bla bla bla... Io che ti rimprovero, tu che mi prometti di non rifarlo e baggianate simili...
- Che vomito...
- Lo so, ma è l'unica via lo capisci? Un po' di pubblicità progresso gratis e l'immagine sarà ricostruita. Ci inviteranno in qualche talk-show, tu farai una di quelle scenette da fumatore pentito e schiaccerai sotto la zampa qualche mozzicone. Facciamo un paio di numeri, mi dai un paio di martellate, facciamo ridere i bambini e via: i contratti torneranno a fioccare. Vedrai, lo sai che me ne intendo di queste cose.
- ...
(alle pareti sono appese tantissime foto incorniciate. Tom & Gerry in smoking che ritirano premi dalle mani di personaggi rappresentativi, Tom & Gerry con un mazzo di microfoni sotto i baffi. Ci sono delle statuette con targhe commemorative su ogni ripiano, ma tutte sono impolveratissime e qualcuna, addirittura, è sistemata al contrario. Vicino alla porta d'ingresso c'è una grande foto di Mickey Mouse, con quella blusa rossa e i bottoncini gialli. C'è scritto: a Tom e Gerry, pionieri)
- Tom?
- Non lo capisci, Gerry?
(adesso parla a occhi chiusi. Dappertutto c'è un odore di cose perdute e altre destinate a finire male)
- Cosa?
- Ma quali contratti? Non lo capisci che la sigaretta è solo una scusa? Un capro espiatorio. Ci censurano qui, ci levano dalla programmazione là... Tutta una scusa. La verità è che non ci guarda più nessuno; non facciamo più ridere nessuno. Forse negli anni '60, adesso la tv è piena di violenza autentica; perché dovrebbero guardare la nostra posticcia?
- Sei troppo...
tomgerry2- Non facciamo che darcele di santa ragione da cinquant'anni, Gerry. Tu hai rimediato un'ernia del disco e io una denuncia per guida in stato di ebrezza dopo quella festa dai Rabbit. Chi eravamo prima del grande boom? Tu facevi la controfigura in un circo, io ho vinto un concorso per ex tossicodipendenti da reintegrare. Rendiamoci conto di chi eravamo, ringraziamo il cielo per quello che abbiamo avuto e smettiamola di fare i finti tonti. Non c'è più spazio per noi...
- Il mio agente dice...
- Non me ne frega un cazzo di quello che dice il tuo agente, Gerry! Quello è un frocio con un'ossessione per i soldi e gli anelli kitch. Guardati intorno, stanno cadendo tutti: Titti, dopo la causa vinta con Silvestro è fallita del tutto e adesso tiene quella stupida rubrica di cucina in televisione. L'hai visto Bugs Bunny com'è finito?
- Con tutta la coca che si tirava non c'è mica da stupirsi...
- Va bene, ma io non mi voglio piegare! Quelli di Walt Disney, allora? Dài, non si scappa: sono alla frutta perfino loro che avevano dietro quel po' po' di struttura, effetti speciali, grande distribuzione, cinema!
(si alza, poi si accorge di non avere un solo posto dove andare al mondo e allora si risiede)
- Ma di loro si sapeva che sarebbero finiti male, Tom... Con tutto quel buonismo del cazzo, non c'era scampo... Erano destinati a passare di moda... Oggi come oggi resistono solo i Simpsons. Quei bastardi hanno una fortuna del diavolo... Non avranno mai bisogno del sindacato: hanno più visibilità del Presidente della Repubblica. Noi, con qualche modifica narrativa o stilistica, potremmo farcela.
- Hanno reagito così per una sigaretta, figurati se ci permetterebbero di cambiare altro. Quello che sto cercando di dirti è che siamo passati di moda. C'è il computer, la gente va a vedere Cars, Shrek, oppure si rincoglionisce di donne nude e guerra. Trent'anni fa non avrebbero fatta una piega per due tirate. Ti ricordi come facevano? Signor Tom di qua, signor Gerry di là. Guardati intorno, guarda tutte queste foto! (fa un ampio gesto con il braccio) Non mancavamo a una festa, altro che sorelle Hilton. E oggi? Passiamo le giornate nel tuo studio a guardare videocassette e a provare numeri ritriti. Ci rincoglioniamo di alcol e fumo e guarda, tu guarda questo ridicolo martello gigante di polistirolo! Non capisci che è PREISTORIA, maledizione!?
(scaglia il martello verso l'amico, in un impeto di deformazione professionale. Gerry lo scansa con un effetto sonoro gommoso)
- ...
- Io non li faccio gli spot progresso, Gerry. Non faccio un passo indietro: fumo quaranta sigarette al giorno, che spot dovrei fare? Le ho provate tutte, lo sai. Alla fine ero in una tale confusione che masticavo i cerotti alla nicotina; a cosa dovrebbe servirci non fumare, se non possiamo neanche beccarci un cancro? Me lo spieghi? Tu non hai i tuoi film porno con cui ti trastulli tutte le notti davanti a quel computer? Ognuno è quello che è: prima non contava un accidenti. Oggi ce le fanno pagare tutte. Siamo solo cartoni, dio santo: non ci perdonano il fatto di avere un vita.
- E' che i bambini ci hanno presi a mo' di esempio e noi dovremmo...
- Ma quale esempio?! Siamo un cartone animato che si basa - di fatto - sulla violenza e l'umiliazione reciproca e dovremmo dare l'esempio? A chi? Il nostro pubblico è fatto per il 90% da marmocchi repressi lasciati in balìa della televisione da genitori assenti. Le hai lette le statistiche diffuse dall'Ordine Nazionale, no? Dovrebbero essere LORO ad essere censurati, mica noi. La verità è che non siamo più all'apice... E quando smonti dall'apice, Jerry, ci vuole un miracolo per risalirci... Ricordati sempre dei Jetsons, di come hanno finito per sperperare tutto in avvocati divorzisti...
- Già, un miracolo...
- Il tuo agente li fa i miracoli? No, non li ha mai fatti. E io un agente non ce l'ho, da quando quello stronzo fece il doppio gioco con l'Orso Yogi e io ci persi un sacco di soldi. Basta con gli agenti e se ricorrere al sindacato ci porterebbe solo danni come dici tu, allora tanto vale...
- Non potremmo fare come i Flinstones?
- Che hanno fatto quei trogloditi?
- Hanno aperto un locale, lì in America.
- Ma quelli sono una S.p.A., Gerry. E hanno sbancato anche al cinema, non ti ricordi? Con tutti quei dinosauri del cazzo. Sono un marchio vincente e la gente ci corre ancora dietro. Noi chi siamo? Un gatto opportunista e un piccolo topo d'appartamento. Ce l'abbiamo mai avuti i dinosauri forse?
- Ehi!
- Senza offesa...
- E allora che ne sarà di noi? Cazzo, Tom, abbiamo vinto SETTE Oscar, non può finire in questo modo.
- Ci sarebbe solo una via, Gerry. E tu sai anche qual è...
- Non dirmi che stai pensando a...
(Tom si alza e accende un'altra sigaretta. Ne aspira una grande boccata, poi la tiene tra le labbra sottili. Protende le zampe verso quello che potrebbe essere l'infinito e con gli indici e i pollici distende l'imitazione di una grande insegna luminosa. Gli occhi gli luccicano e con la voce canticchia una qualche sigla prodigiosa d'avanspettacolo.)
- Sì, amico mio. Sì. Quello che ci vorrebbe è un grande, grandissimo r-e-a-l-i-t-y  s-h-o-w.

tomgerry4

storia ispirata da questa notizia

lunedì, 03 luglio 2006

Noluogo (anno 3, numero 7)
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Quest'ultimo mese tutte le mie energie creative sono state assorbite dalla stesura di questo raccontino per il consueto appuntamento mensile con noluogo: il tema era "città inventate" e quello che ho tirato fuori è stato un esperimento che mi ha appassionato e stremato. Il mio primo tentativo col monologo (monologo un po' atipico, me ne rendo conto, ma io sono di natura anti-purista): non riesco a dire se sia venuta fuori una cosa buona o meno, ma so che due o tre hanno piacere di leggere le cose mie e allora glielo volevo segnalare.

Si intitola Non abbiamo fatto altro che stringerci la mano più forte e inizia così:

La serata è stata del tutto inutile, come ti avevo anticipato, ma niente in confronto alla lettera che mi è arrivata oggi... Il fatto è che tra me e Sofia la situazione ormai è irrecuperabile: ti ricordi all’inizio? Adesso sono crollate anche le ultime macerie: l’ho portata qui a cenare e non siamo neanche riusciti a mangiare un boccone. Ci siamo alzati da questo stesso tavolo e quella è stata veramente l’ultima cosa che abbiamo fatta insieme: da allora non l’ho più vista o sentita, fino a questa roba qui. (gliela sventola davanti) Te la voglio fare leggere, perché tu mi devi aiutare... Io ci ho messa l’anima in questa cosa, lo sai; ho sopportato di tutto e ho cercato di ricostruire per quanto possibile, ma niente: lei ha messo la testa dentro come una tartaruga. La cena è stato giusto l’ultimo round di un incontro assurdo, tipo che a me sembrava di combattere senza guantoni o una cosa del genere: quando il cameriere ci ha portato il piatto di carbonara a me è venuto addirittura da piangere con tutti quegli spaghetti che si arrotolavano sulla forchetta e, nel frattempo, neanche una parola da dire: le ho versato l’acqua nel bicchiere e lei mi ha ringraziato come se fosse chissà che. Mille cerimonie... Abbiamo guardato l’acqua nei bicchieri per un po’, poi ho provato a dirle qualcosa ma non ci sono riuscito. Ho cominciato a stringere talmente forte la posata nella mano che il tavolino ha preso a tremare. Lei ha fatto per alzarsi e andarsene - ha questa abitudine... - ma io l’ho trattenuta per un polso, lo stesso polso su cui ho posato una quantità di baci: tutta la gente si è girata a guardare, uno spettacolo penoso.

Il resto, solo se vi va.

giovedì, 24 novembre 2005

Fisherman's Friends
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


A un certo punto piovono reggiseni, d'accordo. Però non è che funziona sempre così: c'è un inizio difficile in cui le femmine non ti cagano, hai voglia a sbatterti. Sarà per i brufoli, sarà per i comportamenti ancora poco sicuri. Poi piovono reggiseni, slip, tutto quanto. Si scopa come assassini, non c'è più la vergogna di comprare un pacco di preservativi, eccetera; alla fine si cresce e la vita scopre altre priorità, non si ha più il tempo per fare i cascamorti. Per esempio: quando ci incontravamo tutti quanti il lunedì sera per guardare Happy Days, i reggiseni piovevano con cautela. Diciamo che stava annuvolandosi e tuonava di brutto, ma l'acquazzone non era ancora esploso e gli ombrelli stavano tutti dentro i cassetti: erano tempi niente male lo stesso, non soltanto per il fatto che eravamo giovani ma soprattutto perché Azzurra, il reggiseno, neanche lo portava (si intravedevano i capezzoli). Eccome se ci ricordiamo di Azzurra: ne parlavamo proprio l'altra sera a cena e sembra davvero che nessuno abbia dimenticato la sera che baciò Stefano sulla bocca. Insieme a tutto quello che successe dopo, naturalmente.

Andava così: tutti i lunedì ci ritrovavamo a casa di Nichi: noi maschi arrivavamo dopo perché si perdeva un sacco di tempo davanti allo specchio con il gel. Le ragazze, invece, c'erano già, perché adoravano farsi trovare da noi sedute con le gambe accavallate e le cosce scoperte. D'estate si mettevano lo smalto rosso sulle unghie dei piedi. Bevevamo di nascosto alcolici da tazze da latte e spesso spuntavano spinelli: Federico era quello che sapeva girare gli spinelli perché gliel'aveva insegnato suo fratello. Poi il fratello di Federico è morto e Federico da quel giorno non ha più avuto tanta voglia di girare spinelli, in compenso ha acquisito una straordinaria abilità con una mastercard e tutto il resto. Comunque guardavamo Happy Days e al buio ogni tanto scoppiavamo a ridere: noi maschi sbirciavamo le femmine dandoci di gomito. Mantenevamo le canne con l'indice e il pollice, che idioti. Finivano sempre allo stesso modo, quei lunedì sera (a parte la sera del bacio, è ovvio): scendevamo tutti in cucina silenziosamente con le tazze in mano e le lavavamo fino a spugnarci i polpastrelli. A turno le odoravamo e solo quando si era tutti d'accordo che la scia dell'alcol era sparita, le rimettevamo al loro posto: erano momenti bellissimi. Eravamo amici e così via. Anche Azzurra era bellissima. Quante storie ci raccontavamo su di lei: si facevano queste scommesse su chi, per primo, l'avrebbe baciata, per non parlare del resto. Che tempi: nessuno che sfruttasse la sua chance, le altre ragazze erano tutte gelose. Facevamo i grandi eroi ma ci tremavano le gambe per un colpo di spazzola.

Poi arrivò il lunedì in cui Azzurra baciò Stefano sulla bocca e da allora tutto è cominciato a cambiare. Nichi aveva preparato dieci tazze bianche piene di un mix diabolico di gin, cointreau e chissà che altro. Federico aveva portato un'intera confezione di Fisherman's Friends ripiena di erba: in ascensore l'aveva agitata davanti ai nostri nasi e qualcuno aveva fatto due occhi così. Ci si scandalizzava per poco, eravamo giovani, vergini, passavamo il tempo ad annusare tazze. C'era pure Stefano con noi in ascensore, quando Federico agitò la confezione di Fisherman's Friends piena di erba, solo che non lo sapeva ancora che Azzurra l'avrebbe baciato e compagnia bella. Nessuno di noi ne sapeva niente delle cose che sarebbero successe: ci limitavamo a guardarci nello specchio, salendo di piano in piano, lisciandoci le basette con un dito inumidito di saliva. Magari ci sentivamo l'alito a vicenda, cose così. Le ascelle.

A metà della puntata di Happy Days, Azzurra e Stefano si baciarono. Si erano seduti vicini, davanti a tutti per non respirare i nostri veleni dal momento che nessuno dei due fumava: Stefano aveva quell'asma che lo avrebbe tenuto per sempre magro e cagionevole. Azzurra già pensava al suo bambino, pure se non era incinta, pure se nessuno le aveva mai respirato addosso, pure se a malapena sapeva i passaggi che erano necessari, lei già pensava al bambino che avrebbe messo al mondo: «Voglio essere in ordine, quando accadrà» ci diceva sempre con l'aria da principessina, ravviandosi in quel modo meraviglioso i capelli dietro le orecchie. Insomma si baciarono che le tazze erano quasi vuote: noi stavamo dando fondo all'ultimo spinello, quando qualcuno fece un verso strano e prese a fischiare o roba simile. Ci voltammo tutti verso Stefano e Azzurra e quelle labbra avvinghiate: restammo in sospensione, le sigarette diventarono cilindri di cenere, poi quei due emisero uno schiocco un po' liquido e la tensione si spezzò. Sollevammo in aria i cuscini, bevemmo quello che restava e noi maschi andammo tutti intorno a Stefano mentre le femmine portavano via Azzurra per un interrogatorio. Eravamo invidiosi l'uno dell'altro mentre ci alitavamo addosso storie coraggiose: Stefano sapeva di lei, non lo sopportavamo. Nessuno pensava più ad Happy Days: i reggiseni avevano cominciato a piovere, c'erano i tuoni.

L'ultima cosa che successe, quel lunedì sera in cui Azzurra e Stefano si baciarono davanti a noi, fu una cosa veramente brutta. Forse avevamo fumato e bevuto troppo, non si sa, comunque adesso non ci va più tanto di raccontarla; non che c'entri niente col bacio eccetera: solo che da allora non è stato più facile per nessuno aprire confezioni di Fisherman's Friends.

domenica, 13 novembre 2005

Libri, fotografie e blog
Categoria:arte, narrativa, scritto da stefano havana


Questa cosa che ho diviso in quattro parti (#1, #2, #3 e #4) non lo so cos'è. John Barth, probabilmente, la chiamerebbe accordatura del pianoforte. Più semplicemente è stato uno sgranchirsi di dita e di nocche di fronte a qualcosa che non avevo mai provato a fare: non è una cosa da blog, questo è certo. Non ne ha i tempi, soprattutto: è qualcosa che ho scritto per conto mio dopo aver letto un libro illuminante di Colson Whitehead che si chiama "Il colosso di New York". Whitehead è uno scrittore giovane, americano e bravissimo: è nato nel 1969 e in questo suo libro dipinge alcune fotografie cittadine (dalla metropolitana, all'aeroporto JFK, passando per Broadway e Coney Island). Non ci sono personaggi, se non appellati genericamente, pescati tra la folla ed elevati per poche righe al ruolo di protagonisti; non c'è niente. C'è solo New York e il tratto di una penna sapiente. Più o meno in questo stesso periodo mi sono appassionato alle fotografie di Diane Arbus: che razza di genio, questa donna nata nella Grande Mela, morta suicida e diventata una delle più famose fotografe americane nel giro di una carriera fulminante, appena 11 anni di attività. Sono due le cose interessante del suo lavoro: 1) i soggetti degli scatti guardano sempre (c'è forse una sola eccezione) nell'obiettivo e 2) i soggetti degli scatti sono freak, nani, giganti, pervertiti, froci, pazzi, travestiti, assassini, vecchi deformi. Diane Arbus racconta una sottocultura americana che nessuno in quei tempi (parliamo degli anni '60) aveva mai pensato di mostrare. Si racconta che alcune sue opere esposte al MOMA siano state rese oggetto di sputo da parte di visitatori. D'altra parte guardare qui, qui, qui, qui, qui o qui per credere. Diane era ebrea e certi vedono in questo suo ossessivo ritrarre i diversi, un modo per stigmatizzare la propria condizione; i suoi scatti riprendono persone talmente appariscenti - questo il centro della sua tematica - da essere invisibili. Gli invisibil emarginati dalla società: sono questi i figli di Diane Arbus, fotografa.

L'unione di questi due elementi (alcuni critici hanno concretamente paragonato gli scritti di Whitehead con le fotografie dell'artista americana), mi hanno fatto ardentemente desiderare di provare qualcosa di simile. Una certa ossessione carveriana per la vita monotematica e allucinata (e portata all'eccesso, naturalmente) della borghesia media, ha fatto il resto.

Racconto questo per nessun tipo di motivo: è solo domenica. Forse ho mutuato dal prezioso Ataru lo sfizio del "post inutile del weekend", in cui si parla di tutto e niente. Sarà che devo lavorare, oggi, e che per la terza sera consecutiva ho fatto le quattro di notte, fatto sta che trovo delizioso una volta a settimana non parlare assolutamente di niente. L'ultima volta ci avevo provato qui ed era nata cosa graziosa. Alberto segnala un sondaggio rivolto a tutti i blogger e lettori di blog: partecipare significa poter vincere un i-pod shuffle. Io partecipo. A proposito di blogger, mi preme segnalare questo post di A Day in The Life, sulla guerra, Baldoni, Falluja e la condivisione di materiale utile a far circolare la vera verità. Curioso: e ancora ci vengono a dire che la televisione non uccide.

Infine un pensiero ai Dispensatori di Giustizia che hanno picchiato la propria compagna di scuola, rea di non aver fatto copiare il compito in classe. A loro dico: coraggio, ragazzi. C'è bisogno di gente come voi al mondo per regolare i più grandi atti di bastardaggine, altro che bullismo. Siete degli eroi rivoluzionari e da parte mia e da parte di tutti quelli che - come me - a scuola campavano solo ed esclusivamente sulle spalle dei secchioni, il più sentito GRAZIE.

venerdì, 11 novembre 2005

Uova
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Perché la gente beve insieme? Che senso ha? Te lo sei sempre domandato: e perché si va a cena fuori? Spesso, nei ristoranti, ti limiti a guardarti intorno e vedi una massa di individui fare movimenti liquidi con le labbra gli uni di fronte agli altri. Addetti in camice bianco scrivono su blocchi di carta per appunti le preferenze riguardo cibo e bevande: non fa ridere? Non è strano? A che serve? Per non parlare del sesso.

Di notte pensi a tutte queste cose e molte di più: prendere sonno è un meccanismo che ti riesce ancora difficile mettere in pratica dopo anni e anni di spontaneo allenamento. Forse proprio il ritenerlo un meccanismo, ne blocca le portentose potenzialità: l'imminente sveglia, poi, ti sembra un incendio in lontananza. Focalizzi la tua concentrazione su due immaginarie lancette gigantesche che ticchettano insensatamente verso la destinazione delle sette di mattina. Il conteggio alla rovescia ti destabilizza: mancano sei ore e quaranta minuti. Mancano sei ore. Mancano. E così via. Riesci a dormire benissimo solo quando la prima luce del giorno trapela dai buchini delle tapparelle. Un tempo non si vedeva forse il sole proiettato in piccole bollicine sulla parete opposta alla finestra? Non si vedeva la polvere volare tra i raggi? Ora questo fenomeno dolce e saporito non c'è più. Perché? La luce è diventata un'accozzaglia di colore che illumina genericamente tutto. Ci pensi un attimo e forse capisci: sarà che nel frattempo sei diventato miope. Ti appunti mentalmente: dormire con le lenti a contatto per ritornare bambino.

Non funzionano questi piccoli trucchetti arriccia-sonno. Il sonno è scontatamente come l'amore: sta lì e sfugge alla presa delle dita. Fingere disinteresse e distacco, è un'altra delle cose che ti segni tra le rughe della fronte. Sei scoperto, di notte. Non importa il piumone. Hai paura di morire, di notte. Nel sonno. Hai paura di non svegliarti più. Hai paura di una telefonata piena di cattive notizie. Hai paura dei ladri, hai paura dei fantasmi. Fai il conto degli anni, t'accorgi che la gente comincia a morirti intorno. Pensi al tuo lavoro: licenziarti, ti annoti ancora. E poi ti sorprendi se non riesci a prendere sonno. Va bene: cerchi pensieri positivi. Li cerchi come cerchi in bagno etichette da leggere dietro le confezioni di sapone. Li cerchi come palliativo a te stesso: concentrarti su te stesso ti fa male. Non ti fa fare quello che devi fare, sia dormire o sia cagare. Pensi a lei, pensi alle parole giuste da dirle. Ti piace l'idea: ti dai un colpo di scalpello sul mento per assomigliare un po' di più a Richard Gere, starnutisci via gli occhi per incapsularti quelli di Di Caprio. Un pizzico di savoir faire di George Clooney. Imparare a ballare come John Travolta: lo pensi delicatamente. Forse stai imparando ad addormentarti. Così la conquisterai: essendo te stesso il meno possibile. Prendendo un po' di questo e un po' di quello dagli altri. Non hai più dubbi, eppure domani fallirai nuovamente. Ti mancherà il coraggio, l'occasione: ti appoggerai all'alibi del non era il momento giusto.

Pensi all'autoironia: l'autoironia – sembrerebbe – ne fa scopare più dei muscoli. L'autoironia spinge uomini calvi nei letti di modelle svedesi: è incredibile questo fenomeno. Nessuno capisce che l'autoironia è una bufala? Nessuna donna capisce che un uomo autoironico è un uomo a cui non rimane altro? C'è un critico televisivo, citato in un necessario saggio di David Foster Wallace, che dice: "L'autoironia è una forma di sincerità interessata". Notare quanti uomini autoironici sono anche ricchi, pensi automaticamente e domani te ne sarai dimenticato. Non scriverai mai come Pasolini, non avrai mai la capacità citazionistica di un David Foster Wallace, né il realismo color seppia di un Hemingway; imiterai per sempre – senza neppure avvicinarti a un risultato definibile soddisfacente – la meta-narrativa di John Barth, il surrealismo post-moderno di Donald Barthelme, la scelta linguistica di Busi, la visionarietà moderna di Lethem e quella più cupa di Philiph Dick. Inseguirai senza speranza il lirismo di Bradbury, quella capacità di strutturare un impianto narrativo gigantesco di Ellroy. Ti vanterai della tua capacità di saper scrivere ottimi racconti brevi in prima persona plurale, senza contare che Eugenides lo sa fare molto meglio di te; invidierai la capacità di fotografare il quotidiano di Moody, Whitehead e Franzen. In ultima analisi non sarai mai Raymond Carver.

Ti addormenti e il tuo film preferito di Woody Allen ti spiega finalmente la vita: "Un tale va dallo psichiatra e dice: «Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina». E il dottore gli fa: «Bè, perché non lo interna?». E il tizio risponde: «E poi a me le uova chi me le fa?». Ecco, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti umani. E cioè che sono assurdi… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova".

[puntata #1, #2 e #3
Qualunque cosa fosse, ora è finita]

giovedì, 10 novembre 2005

Imitazioni borghesi
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


[puntata #1 e #2]

Tornando a casa non provano sollievo. Quello è rimasto tutto negli autobus incolonnati sulla Cassia, quando rientravano da scuola alle due del pomeriggio. Adesso che sono le otto di sera, nel traffico c'è un che di desolato: è presumibilmente il primo momento della giornata in cui ognuno respira i fatti propri. La tua stazione preferita è Radio Rock: la ascolti perché non c'è Linus, soprattutto, e perché non trasmetteranno mai Tiziano Ferro. In compenso ti sorbisci quaranta minuti di approfondimento sulle colonne sonore dei film e scopri che il poliziottesco ha tutta una strumentazione propria. Frizione e acceleratore, frizione e acceleratore: scandisci lentamente il tuo avanzare e fermarti. Anche tu hai una strumentazione tua: a un certo numero di virate a destra e a sinistra corrisponde casa. C'è di peggio che passare un'ora nel traffico da soli: passare un'ora nel traffico in compagnia di qualcuno con cui non sai cosa dire, per esempio. Certi con cui non vorresti mai condividere un viaggio ce li hai proprio nella macchina di fianco: hanno quest'aria stranita dietro le sigarette. I finestrini sono aperti di un dito e dagli abitacoli si leva fumo bianco. Le luci dei cruscotti fanno pandant con quelle della radio: ci si spia a vicenda. Ascolti i gusti musicali degli altri; li giudichi. Ti sorprendi di quanti abbiano il coraggio di tenere a un volume così alto l'ultimo hit di Biagio Antonacci. E si procede così, lentamente. Ai semafori non si impazzisce più: non è come alla mattina. Non è come quando sei arrivato: non pensi più che il traffico ce l'abbia con te. La frenesia del capitalista s'è dissolta: le saracinesche sono tutte chiuse a parte quelle dei concessionari d'auto. Usi il poggiatesta del sedile: ti guardi intorno, mandi sms a persone che hai avuto tutto il giorno davanti agli occhi.

Non si eleva solo gas di scarico in queste bibliche processioni: dall'asfalto bagnato di Via Paisiello si alzano soprattutto storie e pensieri, rate da pagare, ici, un figlio nei guai, letti d'ospedale, amori interrotti, appuntamenti impossibili, conti in banca e multe salate, pensieri politici, rabbia sociale, senso civile, brutte notizie e pannolini. Sul display del telefonino lampeggia il nome Avv. Panieri. Lo lasci squillare nel vano portaoggetti e fai attraversare due persone con una enorme scatola in mano con la scritta Kenwood. Monteranno il loro primo impianto dvd e guarderanno Il Gladiatore con le mani intrecciate bevendo coca cola e rovistando in una busta di crick crock. Sarà la loro piccola imitazione di un cinema privato e saranno felici per un po'. Magari faranno all'amore quando tu starai ancora iniettandoti la tua dose quotidiana di traffico. Velocità minima 0, velocità massima 13: è tutto un'imitazione di qualcosa. C'è chi finge di essere Schumacher. Si va avanti così: accontentandosi del proprio ma travestendosi da altro. D'altra parte non è quando è travestito che l'uomo dà il meglio di sé? L'ha detto Oscar Wilde, annuisci nel buio di Corso Francia: quel vecchio irlandese ne sapeva una più del diavolo.

Nel traffico vai avanti come non vai mai avanti nella vita. Lentamente, irrimediabilmente, fino a quando la strada diventa automatica: succede più o meno quando la trasmissione di Radio Rock è ai saluti e tu sei stato sputato via dal traffico come un calcolo renale. Saresti in grado di contare i chilometri residui, adesso, e i palazzi intorno – per un motivo o per l'altro – cominciano ad esserti familiari. E' la strada di casa, è un momento laico che sfiora la religiosità. Tutto diventa familiare – le buche, i segnali, i rumori, gli odori – e tu diventi l'imitazione di te stesso: è così, solo così che trovi pace. La macchina sta ferma e la strada si srotola sotto le ruote: potresti mollare il volante e intrecciare le mani dietro la nuca, stendere i piedi sopra il cruscotto e cantare The Passenger. Poi ti ricordi di quel giorno per la festa di Rosanna, quando per fare presto perdesti il controllo della macchina e finisti nell'altra corsia. Per poco non fu una tragedia e se vai a rivedere, lungo quel marciapiede c'è ancora il segno dei tuoi cerchioni. Rifletti che non è più semplice come un tempo: ti torna in mente Steinbeck, quando dice che una volta che uno ha una casa propria, la smette di andare in giro a fracassare i vetri delle finestre. E' vero: forse succede così anche agli astronauti. Vanno sulla luna e poi non la guardano più. Smettono di sognarci sotto. È la dura consistenza della presa di coscienza: sbatti le cosce sugli spigoli dei tavoli e da quella volta cominci a tenere accese le luci di notte.

Casa è un disastro, ci sono le pentole da pulire e dai tubi arrivano strani rumori: è una settimana che non rifai il letto e continui a dormire sui rimasugli di sonno precedente: conta poco che tu abbia lavorato tutto il giorno o che ti sia svegliato presto e che altrettanto farai domani; il fatto che tutto sommato tu abbia lavorato anche bene e che i colleghi ti stimino e che, insomma, quando c'è da fare una cosa importante la danno da fare a te, tutto questo non serve a mitigare l'orrore che ti rimangono sì e no ancora due ore di veglia, poi sarà di nuovo il sonno e un'altra volta mattina con tutta quella nebbia e il traffico che dopo l'extra omnes notturno, s'è ricomposto alla perfezione ed è tutto là che ti aspetta a braccia aperte o a mano armata. A seconda del giorno della settimana, in tv c'è un giallo, un thriller o una roba d'amore: definiscono il tuo umore in base all'idea che hanno di te. Il lunedì c'è l'azione, per farti scaricare i nervi. Il martedì la commedia rosa per farti calare nella parte, il mercoledì c'è la super trasmissione con gli ospiti, giovedì è il turno del disaster movie, il venerdì c'è il reality show e il sabato danno il filmone che faccia da controprogrammazione alla rete concorrente. La domenica, vabbè, il calcio. Cercano tutti di scappare da questo inscaffalamento: molti non ci riescono e seduti sulla tazza del cesso sfogliano cataloghi postalmarket. Si guardano intorno nelle loro belle case con le mani sui fianchi e annuiscono dei propri gusti: le mensole ikea, le casse onkyo, il televisore sony gli amplificatori bose, il frigorifero è samsung. È tutto frutto del loro lavoro: cercano di dare una giustificazione alla fatica che fanno ogni giorno. A quel traffico che devono sorbirsi. A quegli starnuti trattenuti in metropolitana. Dormono su doghe di legno altamente consigliate per essere pronti prima degli altri, si spazzolano i denti con spazzolini consigliati dai medici dentisti per aver sorrisi più brillanti ai colloqui di lavoro, vestono Nike per essere come Ronaldinho o non essere da meno.

Si girano intorno, tutti loro, ancora con la giacca addosso e lentamente diventano quello che hanno comprato: hanno la pelle liscia della linea nivea, hanno i capelli morbidi del balsamo fructis e mangiano macrobiotico come consigliato da una di quelle riviste mensili. Migliaia di oggetti comprati per il proprio benessere che semplicemente svaniscono per otto ore al giorno, mentre in casa non c'è nessuno a guardarli. Pensano che eppure deve esserci un senso in tutto quel faticare, svegliarsi presto, vomitare: una destinazione. Cercano di trovare un motivo che non sia un affanno: pensano all'ultima volta che hanno dormito con una donna senza provare disinteresse: guarda, lì tempo fa hai tirato a terra un piatto per la rabbia di non essere capito. Da quanto non ti arrabbi tanto? Sei a casa: c'è il profumo delle tue cose. Potrebbe essere un qualunque momento della tua vita; potrebbe essere ieri. Oppure domani. Ma in tv c'è un film su un disastro aereo. E allora capisci – ti ricordi, intuisci – che è solo giovedì.

martedì, 08 novembre 2005

Agli inferi
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


[continua da qui]

Quelli della metropolitana hanno orari diversi da tutti gli altri. Man mano acquisiscono esperienza e apprendono il momento conveniente per salire sui vagoni. E' una specie di coreografia che parte dalla sera prima, quando hanno già chiaro in mente cosa indosseranno per guadagnare tempo: il tempo è l'elemento fondamentale. C'è un preciso vagone che li attende, ci sono delle persone che incontreranno e che dovranno essere necessariamente quelle, previa disastrosi ritardi. Irrecuperabili accumuli di contrattempi. Si vedono ogni giorno, sempre gli stessi o giù di lì: mille rapporti consolidati a cui manca solo la parola. Eppure non andranno mai oltre quello sfiorarsi: mai ammetteranno di essere parte integrante di quel balletto allucinato. Gente, diranno oppure penseranno, senza dire o pensare che gente sono a loro volta. C'è la signora delle sette e venti, c'è il ragazzo di colore delle otto meno un quarto, ci sono i due carabinieri in divisa delle sette. Alle nove e dieci arrivano gli studenti della seconda ora che non alzano mai il viso dal libro che stanno ripassando: hanno le unghie mangiate e occhiali da sole a specchio. Le scolaresche sono tremende, nessuno le sopporta. Salgono soprattutto alla Fermata Flaminio: orde di ragazzi vestiti male e senza vergogna. Si dice che loro facciano la moda: è strano. Pensi che tu non ti sei mai vestito così, ti senti già fuori tempo massimo per recuperare il terreno perduto. Li guardi di nascosto, invidi quella capacità perduta di parlare ad alta voce in pubblico. Sono talmente diversi da te: sembrano Di Caprio, Brad Pitt, Michelangelo. Tu sembri il marchese del grillo, sembri Filini. C'è sempre qualcuno più timido, più silenzioso: è in lui che alla fine riponi tutta la tua fiducia per un mondo migliore, possibile, eventuale. E così vai avanti, mentre quelli non fanno altro che spingere e darti del lei. Dalle loro cuffiette arrivano i bassi dei Marlene Kuntz: tuz, tuz, tututuz, tuz tuz tututuz. Pensi che nessuno al mondo si è mai innamorato coi Marlene Kuntz. Pensi che se fosse sempre dipeso dai Marlene Kuntz, l'amore neanche esisterebbe.

Molti sbuffano, con i pugni affondati nelle tasche dei trench: il treno che va nell'altra direzione passa sempre prima. Deve esserci una legge scritta da qualche parte, in qualche archivio in Tribunale. Quando senti lo sferragliare delle rotaie in lontananza acceleri la discesa per le scale mobili saltando a due a due i gradini in barba alle raccomandazioni. Ma poi ti fermi, perché non è mai il tuo treno. E' l'altro. Quello che va dalla parte opposta. Cerchi un motivo per andare verso Piazza di Spagna, ma non ne trovi nemmeno uno. Non a quell'ora, non con quel freddo, non vestito così. Qualcuno si chiede: ma allora gli altri? Non siamo anche noi gli altri per loro? Non dovrebbe essere nostro il treno che arriva prima, dal loro punto di vista? La risposta è la stessa che spiega l'amore, valla a trovare. Pensieri così servono solo ad ingannare il tempo. Gli appositi sostegni sono unti e caldi come supplì: c'è sempre un posto libero accanto a uno straccione che si finge di ignorare. I giornali sono un lusso che possono permettersi solo i passeggeri seduti: sfogliarli in piedi è il suicidio. Che poi quelli seduti sono un altro mistero: c'è sempre gente seduta, eppure quand'è che si è seduta? Nessuno lo sa: esiste il primo passeggero? L'entità primigenia che anticipando tutti ha sverginato le porte della prima corsa? Nessuno lo sa: nessuno l'ha mai visto. Loro, quelli che parcheggiano di fronte al cinema o quelli che si siedono nel migliore posto del teatro: nessuno li ha mai visti. Sono già lì.

Qualche volta vengono dati annunci frettolosi dai megafoni seguiti da brusii di disapprovazione: non capisci quasi mai ma ti vergogni a domandare. Speri che la cosa non ti riguardi e passi avanti. Provi a ingannare il Mistero e attraversi la pensilina fingendo di aspettare l'altro treno. Così che il tuo arrivi prima, pensi. Invece non va. E' come comprarsi una di quelle macchine della Zecca di Stato e cominciare a stampare banconote in salotto: troppo facile, non è così che funziona. Non fanno altro che guardare l'orologio, tutti quanti, e maledirsi per non essersi sbrigati prima: il vento è viziato, ma diventa godereccio ponentino quando annuncia la venuta del convoglio, quello giusto: i fogli dei free press lasciati a terra cominciano a volare, come se volessero ricomporsi da soli e tornare sotto le rotative. Si spostano tutti come per far passare il cristo: non si può superare la linea gialla e nessuno che lo faccia. Qualcuno ci è morto a fare lo sbruffone. E' Clint Eastwood quello che ti sta guardando? No, ma ci assomiglia. Fatichi per non ridere, pagheresti oro per avere un complice a cui raccontarlo. Guardi altrove e scopri che tutti stanno guardando tutti. E' un gioco al massacro: qualcuno prima o poi crollerà e comincerà a strillare, si rotolerà per terra, azionerà il freno d'emergenza e dai finestrini trapeleranno scintille. E tu? A chi assomigli tu? Forse qualcuno ha visto in te un vecchio compagno del ginnasio e adesso lo sta sussurrando nell'orecchio del vicino: perciò ti guardano. Perciò ti senti così. Vorresti starnutire ma non ci riesci: starnutire è semplicemente l'ultima cosa che riusciresti a fare. Saltelleresti su un piede, piuttosto. Ma starnutire è impensabile con le altre facce tanto vicine alla tua. Ogni fermata che non è la tua è un martirio: entrano nuovi passeggeri a frotte e tu che avevi pensato che non ci sarebbero mai stati. Ingenuo. Potrebbe entrarci la Mongolia dentro il tuo vagone. L'Egitto. Una balena bianca.

I nuovi arrivati hanno le spalle degli impermeabili bagnate e gli ombrelli in vista: significa che piove. Significa che fuori c'è ancora un mondo. Significa che la realtà persiste. E' un sollievo, quasi cedi alla volontà dello starnuto, poi rinunci ancora. Sei improvvisamente nel bagno della biondina che ti sta davanti: è assai più bassa di te e puoi percepire l'odore del suo balsamo. E' un pensiero incredibile: vuole dire che anche gli altri – i famosi altri – hanno questo potere nei confronti della tua persona. Se puzzi, il mondo lo saprà. Se hai dimenticato qualcosa, ci sarà un passaparola. E' la tua fermata la prossima? Sì, è la tua fermata e la tua fermata è la non-fermata di qualcun altro: lì dentro il calvario è destinato a continuare. Quanto a te, sembra che più ti avvicini alla superficie, più le cose tornino a girare come si deve: ecco quel ragazzo che sullo zaino ha un adesivo dei Gammaray. Pensavi di conoscerli solo tu e invece. Fuori è tutto un riassestarsi da camerino: si mettono a posto i colletti, le maniche, gli orli dei pantaloni. Chi si lega meglio le scarpe. Si fa l'inventario nelle tasche e negli zaini. Qualcuno si batte una mano sulla fronte. Ti riempi i polmoni di aria, di Roma. Roma, poi: adesso non ti sembra più neanche Roma. Ti sembra Las Vegas. Ti sembra Toronto. Ecco quel palazzo, guarda quant'è alto: sembra l'Australia. Ci avevi visto giusto: piove e i marocchini vendono ombrelli. Marocchini che non c'erano un attimo prima, vero? Saranno spuntati dai tombini oppure per magia. L'ipotesi magia si scioglie come tempera sotto i colpi dell'ennesimo clacson. In fondo anche tu non c'eri un attimo prima.

lunedì, 07 novembre 2005

Il primo giorno del resto della loro vita
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Cercano la manovra migliore per uscire dal garage senza danni, tutti quanti. Il saluto al portiere è meccanico, il braccio alzato mentre il cancello si apre e sanno che qualcuno ancora addormentato percepirà da sotto le lenzuola quel lento cigolare ancora prima della sveglia. Bip bip… Bip bip… Bip bip: è la sirena del capitalismo, una soffice mano piena di anelli che sfiora il mento e poi le basette. Una manna per alcuni, vogliosi di produrre. Tutti strappati dai loro sogni perfetti, seduti disordinatamente nel letto con le gambe magre penzoloni e i piedi nudi che sfiorano il pavimento freddo: sono brutti a vedersi, nello sguardo che non guarda niente c'è già contenuta tutta la giornata. Sul comodino il bicchiere d'acqua pieno di bollicine. Sui dorsi delle mani i timbri semicancellati marchiati dai responsabili all'ingresso dei locali bene di Via Veneto o di Testaccio: di notte leoni, la mattina cojoni recita un vecchio adagio popolare e se lo recitano da soli con le due mani strette davanti agli occhi mentre pisciano senz'anima, l'anima è rimasta altrove, tra le braccia di qualcuno, tra tre mojito e marijuana.

Lui cerca di ricordare come sia successo, lei si stringe le braccia al seno: addosso ha ancora il suo maglione di cachemire color del salmone e il risveglio è stato un risveglio dolcissimo. Si domanda il senso di quello starsi addosso, pensa alle conseguenze e scopre che sono meglio dei rimpianti. Guidano nella nebbia fredda del mattino con l'aria calda al massimo e la strada è un prolungamento delle loro stanze, dei loro armadi: qualcosa a cui sono abituati come a mangiare a certi orari, cagare in determinati ambienti che abbiano minime caratteristiche di privacy. Scelgono il percorso migliore, più lungo ma meno trafficato e arrivano ai loro uffici in perfetto orario, oppure in ritardo; tutti con la stessa aria addosso, le guance rosse e fredde seminascoste dalle sciarpe colorate, di quelle che vanno di moda. Si radunano intorno alle macchinette del caffè, con le chiavette in mano e lì cominciano i primi rituali sociali. Quelli che si sono vestiti di fretta sono riconoscibili come pesci rossi sputati dall'acqua: si odorano di nascosto e controllano i lacci delle scarpe. Parlano poco, preferiscono occupare al più presto il proprio posto. Si discute di Radiohead e di Smiths; certi si sono visti al concerto la sera prima, altri hanno condiviso un film. Si finisce con l'uscire tutti con i propri vicini, piccole sfere di individui che si spostano comprensibilmente dal posto di lavoro a quello ricreativo: loro due si guardano di sfuggita, hanno paura a parlarsi, soprattutto da quando hanno tratto quel medesimo respiro contemporaneamente intrecciando le dita sopra un copriletto azzurro. A lui lei piace tantissimo ma ha una storia complicata e con l'amore – va in giro a dire – ha smesso da un pezzo. Lei, non ne parliamo: certe sere resta seduta in macchina a motore spento un po' più a lungo del necessario. Ascolta i Franz Ferdinand tamburellando le dita sul volante e un po' sorride, un po' lo manda a fare in culo.

Si svegliano tutti allo stesso modo, tutti alla stessa ora e guardano fuori dalla finestra disgustati dal grigiore invernale. Bevono caffè sapendo che sarà soltanto il primo della giornata, si asciugano le labbra con fazzoletti di carta che lasceranno appallottolati sul tavolo e lì li ritroveranno a sera, con il nodo della cravatta allentato e le scarpe col tacco tenute in mano con l'indice e il medio. Le calze smagliate. Viale del Muro Torto è un caos a quell'ora del mattino, ma si scordano sempre di evitarlo. Puntualmente se ne ricordano quando ormai è tardi e nelle retine è tutto uno spegnersi e riaccendersi di lucine rosse: i tergicristalli fanno un identico rumore nelle macchine di tutti. In una c'è "Sally" di Vasco, in un'altra c'è "Piccola stella senza cielo" di Ligabue. Certi sono da Mario, altri al Roxy Bar, per non parlare di chi preferisce i Beatles. C'è sempre qualcuno fissato con gli anni '70. Certi, perfino, insistono con Rino Gaetano, Marco Corradini. I semafori sembrano avercela con tutti loro: a Viale Regina Margherita sono a rischio ictus, un semaforo ogni quattrocento metri, quasi tutti sono pedonali e il Comune insiste per tenerli accesi anche nelle ore più isteriche. Si possono impiegare anche 40 minuti per sbucare da qualche parte che sia Via Nomentana o i Parioli. Sono anni che si promettono un caffè al bar di Piazza Ungheria e sono anni che ci arrivano in ritardo: forse prima o poi si incontreranno lì e i caffè diventeranno due, uno al vetro, l'altro corretto. All'imbocco di Via Pinciana ci sono i lavavetri ed è da lì che si capiscono un po' di cose, è lì che il mattino spara le sue prime sentenze: certi danno un colpo all'acceleratore e per poco non li investono, altri fingono di parlare al cellulare. Poi c'è chi non riesce a non sorridere e li lascia fare: alcuni di loro ci fanno anche amicizia e sanno che la zingarella carina si chiama Giulia. Certe cose possono far andare meglio la giornata, anche se è tutta una questione di scaramanzia. La sentenza dell'armadio è inquisitoria, senza scampo: stanno fermi davanti a fantasmi asettici che penzolano da grucce di ferro e non sanno come comportarsi. Fuori fa un freddo becco, le previsioni dicono che nevicherà e l'iconcina del sole di Canale 5 sta depositata ovunque tranne che sulla loro regione. I numeri oscillano tra cifre imbarazzanti, meno sette-più tre; passano davanti al letto ancora impregnato della loro forma. In mano hanno almeno due pantaloni e tre camicie, due maglioni: la prova dello specchio è terribile. Il gel nei capelli, l'acqua che si ostina a uscire fredda, quelle tubature che ghiacciano.

Bob Dylan soffia nel vento di Lungotevere: fermi nella coda guardano lo Stadio Olimpico con diversa emozione a seconda della squadra del cuore, se hanno vinto oppure perso. I camioncini della nettezza urbana hanno appena cominciato a rastrellare la sporcizia e tra tutte quelle carte appallottolate in terra ci sono anche le loro, lasciate cadere da quelle stesse mani che adesso tengono con forza zaini e valigette. Le nocche diventano bianche e si spellano nel freddo: lei ha la crema nivea nella borsa. Tiene così tanto alle sue mani: vorrebbe farsi fare quelle unghie finte con la striscia bianca ma l'estetista costa troppo e vuole tenersi i soldi per la vacanza della vita. Intanto spera che nessuno noti che ha messo gli stessi pantaloni del giorno prima. Mangiano benagol e si spruzzano rinazina nel naso: quando il tram passa a Valle Giulia trema così tanto che la gente si cade addosso. Di notte a Valle Giulia si prostituiscono gli uomini e i froci fanno toc-toc ai finestrini delle auto parcheggiate. A quell'ora acerba, invece, ci sono gli studenti con le cartelline trasparenti e lunghi tubi tenuti ben distanti dall'asfalto dove nascondono progetti e disegni in carta millimetrata. Vanno tutti alla Galleria Nazionale di Arte Moderna oppure alla Facoltà di Architettura e un sacco di amori sono esplosi davanti a installazioni di artisti portoghesi. Lei guarda attraverso una teca un ragazzo moro che la guarda. Le sembra sempre un miracolo che qualcuno possa guardarla a quell'ora del mattino, quando si sente inadatta a qualunque cosa, quando il vento ha combinato un disastro con i capelli e le labbra sono rotte a sangue e pure le lenti a contatto danno fastidio. In più ha quella storia ancora da risolvere, perciò non dice niente. Pensa ai Radiohead, a quella canzone che si chiama True love waits, il vero amore aspetta. Sul motorino l'ascolta col suo ipod verde mela e tutte le cose le sembrano possibili, anche scappare e ricominciare. Ma anche fare il bungee jumping, cose così. Ai semafori mette giù la sua scarpa col tacco e ripensa al maglione di cachemire color del salmone che ha lasciato appeso alla sedia ad aspettarla. Prima o poi glielo restituirà.

C'è la discesa in ascensore, uguale per tutti; gli ultimi accorgimenti, il colletto, il profilo della barba, quel brufolo in piena fronte. Si alita sul vetro e poi si annusa: fuori non c'è traccia del sole e a quell'ora l'ottimismo è ancora tutto dentro al letto lasciato disfatto, le pantofole una sopra all'altra, la caffettiera col caffè dentro, i telecomandi sul divano. L'estate è ancora una sottile strisciolina piatta all'rizzonte, lontana come il matrimonio, i figli, la macchina nuova, quel leasing, la cassiera del pub in Piazza Santa Maria in Trastevere, l'aumento di stipendio. Nessuno che si ricordi dove ha parcheggiato la macchina la sera prima: si guardano intorno, incapaci di concentrarsi mentre il fiato si condensa in palloncini davanti alla bocca. E' il primo giorno del resto della loro vita e da qualche parte dovranno pur cominciare.

martedì, 25 ottobre 2005

Fragile
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


«Raccontami di lei». La voce è della donna. C'è la casa vuota e ci sono ancora tutti i tappeti, solo che sono arrotolati e radunati lungo il muro come sarcofaghi. «Perché?». L'uomo è stanco, senza certezze. Le unghie delle mani sono gialle per le sigarette di una vita e i polpastrelli consumati per il troppo battere sulla macchina da scrivere. Fortuna che con l'alcol ha chiuso: sposta il peso da un piede all'altro con calcolata lentezza. I mocassini consumati sono macchiati di vernice bianca. Tutto di se stesso gli pare vecchio, liso, irrimediabile. Sulle braccia i peli sono radi e le vene blu. Sulle pareti ci sono i segni lasciati dai quadri staccati. «Dai papà, raccontami di quando dovevo ancora nascere», incalza la donna. «Raccontami di quando mamma era viva».

L'uomo guarda la figlia: «Era malata, ho dovuto scegliere e ho scelto te». Sotto gli occhiali l'uomo sente gli occhi gonfiarsi di lacrime sceme mentre i tre uomini in tuta blu portano via altri tappeti. Adesso si abbraccerebbe: gli fa tenerezza pensare al modo in cui s'è vestito quella stessa mattina, ai calzini che ha scelto, la cravatta celeste. Gli fa tenerezza ricordare la sua colazione di fretta, il caffè amaro e una fetta biscottata integrale: tutto all'inpiedi con il tavolo e le sedie già radunate in giardino. Pensa che anche sua figlia potrebbe stare piangendo, ma con quegli occhiali da sole non può esserne certo. Vorrebbe suggerirle di toglierli ma poi non dice niente. In fondo è così bella lo stesso: sembra un'attrice, quella dentro la Fontana di Trevi, non si ricorda. Ci sono troppe casse con la scritta "Fragile" stampata in rosso sul dorso. Ci sono troppe pagine di giornale dentro ai bicchieri.

«Papà, mi aiuti?». L'uomo le prende dalle mani la scatola grande. Gli sembra che in un certo senso anche la figlia abbia una scritta "Fragile" stampata in rosso sul pancione: le vorrebbe dire anche questo, ma lei sta parlando con quegli operai e perciò ci ripensa. Le vorrebbe dire un sacco di cose: raccontarle la paura e l'angoscia con cui fece la scelta quel giorno. Il tremore delle sue dita mentre passavano leggere sugli occhi spalancati della moglie al fine di chiuderli. Il cenno del chirurgo alle infermiere col camice verde, il modo in cui scattarono tutte contemporaneamente. «Dai, papà. Magari gli insegni come diventare scrittore», gli dice la figlia guidando calma. L'uomo vorrebbe sorridere come quando i tappeti erano ancora tutti per terra; vorrebbe dirle che è proprio pensando a questa eventualità che, quel giorno, fece la scelta. "Perciò scelsi te", vorrebbe sussurrarle finalmente senza paura. Invece si gratta il gomito e non dice niente.

amici scrittori o pseudo-tali, oggi alle 12 sul blogrodeo si gioca di nuovo ad inventare storie in poche ore. Partecipate, se vi va

giovedì, 13 ottobre 2005

«Io non sogno. Io vengo sognato»
Categoria:televisione, narrativa, scritto da stefano havana


fonzie2Che magari non erano per forza giorni felici. C'era la giovinezza, c'erano le ragazze che non ci cagavano, c'era la pasta bollente, c'era il fatto che i genitori ci stavano sempre alle calcagna con le mani sui fianchi. C'era il pallone che finiva dentro ai balconi degli altri e ci vergognavamo di citofonare, c'erano un sacco di parolacce che non potevamo ancora dire. Forse proprio per questo ci piaceva tanto. Tornavamo da scuola, mangiavamo di fretta agitando le ginocchia sotto la tavola e correvamo in salone a guardare Happy Days. In Italia già era sbarcata da qualche anno, quella serie Tv che avrebbe cambiato le mode: si dice che l'America se la fosse inventata negli anni '70, in piena guerra del Vietnam, per distrarre i concittadini e riportarli indietro di una ventina d'anni quando tutto era rose, fiori e pistole giocattolo. Perciò se la sono inventata, dicono: la gente a stelle e strisce consumava hot dogs in silenzio, con le mani sulle tempie per schiacciare via le preoccupazioni - oppure con le orecchie tappate per non sentire gli spari assassini - e ritrovava il sorriso solo con Fonzie e la famiglia Cunningham. In fondo anche quella era propaganda, un ago ipodermico che piegava i cervelli, ma almeno era divertente. C'era tutta questa storia di quotidiana angoscia dietro le avventure spensierate di quei ragazzi che guidavano macchine cromate. Ce lo ricordiamo, Happy Days, qualche volta lo trasmettono ancora e, dai, chi non si ferma a quel punto davanti alla televisione? Pure se è una puntata vista e rivista: semmai l'ultima volta andavamo al liceo e ci piacevano Giulia, Sara, Melissa. Oppure c'erano i Mondiali o qualche Grande Guerra:fonzie ci mettiamo lì e ripensiamo che a quei tempi non ce n'era uno della nostra età che non desiderasse avere un padre come Howard Cunnigham, tutto ciccia e sorrisi, battute e occhi gentili. Avremmo impiegato almeno altri dieci anni per capire che non solo nostro padre non sarebbe mai stato così, ma tantomeno noi stessi saremmo diventati uomini del genere: la realtà di Happy Days nasconde una moralità severa: troppo presto ci si ritrova cresciuti e le puntate nuove, quelle per cui ci si affollava davanti alla televisione, diventano repliche. Siamo stati Fonzie, ci siamo divertiti, abbiamo fatto il gesto dei pollici e la prima volta che abbiamo messo una giacca di pelle s'è pensato a lui: però, dai, a un certo punto è diventato chiaro che era soltanto un telefilm.

Certi preferivano Richie: Richie era rossiccio di capelli e va bene che era impacciato e si girava sempre i pollici davanti alle ragazze, ma lui aveva un amico come Fonzie. Se vai  in giro con uno come Fonzie significa che sei un po' Fonzie pure tu: «Lei è un mortale, io sono un Fonzarelli», diceva certe volte a chi pensava di saperla troppo lunga: perciò se lui ti sceglieva come amico, caspita, c'era da camminare col petto in fuori. Oppure: «Ehi, cosa c'è? Hai tutte le gomme a terra», per incoraggiare qualcuno se sembrava un po' abbacchiato. E alle donne: «Se vuoi trovare qualcosa di splendido guarda dalle parti delle mie labbra». Erano frasi da far rotolare i bicchieri per terra, l'apoteosi della rivincita per noi un poco sfigatelli, prede di paure e ataviche assenze di peli che sembravano perenni. Ci guardavamo gli avambracci cercando quelle vene robuste come funi e non trovandocele mai: allo specchio era tutto uno scrutare e un ricercare, ma per quante ore si passassero con un rasoio finto in mano, degli uomini che saremmo diventati non c'era ancora traccia. Perciò Fonzie era utile a Richie, ma anche Richie era utilissimo a Fonzie: era grazie a Richie - e a quelli come lui - che Fonzie si sollevava dalle masse. Fonzie era Fonzie perché Richie non usava brillantina: per dire, se avesse sbagliato set e si fosse trovato a uscire con John Travolta, Fonzie non avrebbe mai indossato una giacca di pelle. Funzionava così anche nella realtà, nella realtà di allora: si faceva a gara in classe per stare seduti vicino ad alcuni e per stare lontani da altri. C'era Arnold, c'era American Graffiti, c'era Peggy Sue, c'erano i Beatles, però alla fine si parlava sempre di Fonzie e di Happy Days: sarà che in quei bar ci saremmo finiti tutti prima o poi e forse questo, in qualche modo, lo percepivamo nelle dita. Tutti saremmo diventati vecchi ubriaconi di sinistra, bacchettoni e viziati figli di papà oppure tutto il contrario. Quei sabati sera e quelle grandi uscite stavano per diventare parte della nostra vita: di certo non ce n'era uno, nelle nostre compagnie, che recava in sé le potenzialità per diventare un John Travolta o un grande amatore. Guardavamo Happy Days in saloni inondati di luce con tutti i compiti ancora da fare e nei nostri stomaci vorticavano tanti punti interrogativi in luogo di rum e gin, cointreau e vino rosso: guardavamo Lory e Jenny nei loro vestitini rosa e ammiravamo i loro modi pacati, la totale assenza di ammiccamenti sessuali. Osservavamo seduti sui pavimenti il loro modo di incrociare le braccia e mettere il broncio e pensavamo che così avrebbero fatto tutte le donne della nostra vita se le avessimo fatte incazzare. E poi - fonzie1diciamoci la verità - eravamo niente che doveva ancora essere qualcosa. Eravamo una forma di pasta stesa su un tavolo in attesa delle mani che ci avrebbero reso pizze o biscotti. Fonzie diceva «Tre sono le persone di esistenza sicura nel mondo e sono Fonzie, il Papa e il mitico Elvis» e spegnevamo il televisore certi che anche noi, un giorno, avremmo detto così a qualcuno agitando il dito indice all'altezza del suo petto. La vita si doveva ancora infrangere, perfino l'America - per quanto ne sapevamo noi - doveva ancora essere scoperta.

Adesso Happy Days s'è spento. Ci sono tutte le sedie rivoltate sui tavoli:  siamo passati per le prime sbronze e certi mal di stomaco. Siamo passati per le giacche di pelle e gli anfibi più grandi di una misura. Siamo passati per i primi litigi e abbiamo scoperto che al mondo non è rimasto nessuno che incroci le braccia. Abbiamo perduto perfino McGyver, Arnold è cresciuto, l'A-Team ha smesso di sparacchiare dal retro del suo furgone nero, Peggy Sue è morta, John Travolta ha messo i capelli bianchi, le Harley Davidson ci disturbano il sonno nelle notti d'estate. Era solo Fonzie, ma eravamo noi. Era un ragazzo con un ciuffo alla Elvis e dei denti bianchissimi che si muoveva sicuro tra i juke box e le note di Buddy Holly e Roy Orbison. Era uno che guidava una decappottabile dalla cui autoradio gracchiava fuori il primo rock 'n roll di Billy Haley. Era un tale con una giacca di pelle che prendeva le donne per la vita e la vita per le spalle. Era un telefilm talmente pieno di speranza. Era soprattutto il fatto che non arrivavamo bene alla mensola più alta della cucina.

giovedì, 22 settembre 2005

Forse eravamo giovani noi
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Vale solo per me questa cosa, oppure anche voialtri - quando eravate meno adulti - uscivate in gruppi assai più numerosi? Va bene, oggi il tempo è quello che è: il lavoro, gli impegni. Fabio - oddio - è andato a vivere in America, un altro chissà che fine ha fatto, A____ s'è fidanzato, G____ s'è sposato, Fede è diventato un avvocato e - in generale - la vita ne ha mangiucchiati parecchi. Il fratello di M____ addirittura è morto. Ma non è questo: dico, come facevamo a uscire così? I telefonini non erano ancora una moda, eppure gli appuntamenti erano perfetti, precisi: svizzeri. Noi si usciva in tanti: che so, la sera eravamo almeno centosettanta, o forse mille, eppure nei locali c'era quasi sempre posto. Queste lunghe tavolate: alla fine si parlava a gruppi di tre, massimo quattro. Magari qualcuno arrivava dopo e si sistemava a cottimo: un po' qua, un po' là. Prendeva il suo bicchiere in mano e vagava appoggiando le mani sulle spalle di tutti. Io, metti che mi piaceva una, capitavo sempre nel punto più lontano e a questa cosa ci pensavo a lungo, fino a che non m'addormentavo. In effetti è una cosa a cui penso ancora oggi: del perché quando mi piace una, quella siede sempre nel punto più lontano e tutto il resto.
 
C'erano puntualmente meno menu di quanti ne servissero: dovevamo farli girare e quando la cameriera arrivava per le ordinazioni almeno tre non avevano scelto ancora. C'era A____, C____, G____: adesso non ci sono più. Eppure, caspita, qualcosa sarà rimasto di quelle amicizie? Ci sarà ancora, da qualche parte, un residuo fumoso di quelle conversazioni immature e frettolose? I colpi di tosse per le prime sigarette. M____ un giorno fece pipì nella bottiglia di birra da 0.33 e la riempì tutta. Quella era bollente e C____ ne bevve un sorso, prima di sputare. Poi A____ la baciò sulla bocca e tutti a ridere. Si stava all'Hungry Bogart, ancora mi ricordo, dalle parti di Piazza del Risorgimento: pure Roma mi pare diversa adesso. In certi posti non ci andiamo più. E mica era il dopoguerra! Otto, dieci anni fa. Magari sono tanti. A me, di certo, sembrano un'infinità: ci spostavamo in autobus oppure in motorino. Al tavolo avevamo tutti i capelli da una parte: per il vento, sai, a quei tempi mettere il casco era da sfigati. Poi Fabio andò lungo davanti al Calasanzio e sembra che se non avesse avuto il casco, forse in America non ci sarebbe mai andato. Allora abbiamo cominciato a metterlo un po' tutti, il casco. Magari - ecco - è da cose così che uno cresce e in certi posti non ci va più. Anche questo fatto che avevamo 15, 16 anni: semmai era per questo che quelle sere, a pensarci adesso, mi sembrano diverse. Eppure, non lo so: secondo me è più qualcosa che c'è fuori, nell'aria. Ci siamo fatti timorosi: abbiamo più paura delle cose, del futuro. Allora bastava una canzone per farci innamorare e non mi dite che è l'età. I quindicenni di oggi mica si innamorano con Mariah Carey: io quando ballai il mio primo lento con G____ alla festa di F____ mi vennero i brividi lungo tutta la schiena (e la patta dei jeans gonfia, come negarlo?). Quella volta al Down Under che infilai la mano tra le gambe di D____: lei aveva questa gonna e certe calze, io ero alle prime ubriacature e nessuno si accorse di niente, neanche quando feci più pressione e lei rovesciò la borsa in terra con il gomito. Poi siamo stati quasi 11 anni senza parlarci: quando ci siamo rivisti, recentemente, abbiamo ripreso esattamente dove c'eravamo interrotti, mi pare. Lei ha ancora un paio di gambe da fischiarle dietro, solo che al giorno d'oggi le borse non si rovesciano più.

lunedì, 05 settembre 2005

Noi che scriviamo
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Noi che scriviamo siamo clown distratti a cui cade sempre il naso rosso. Noi che scriviamo, non lo so, mi piace pensare che siamo un mondo a parte; un mondo fatto di milioni di unità, intendiamoci. Noi che scriviamo cominciamo sempre gli sms con la lettera maiuscola. Noi che scriviamo detestiamo le kappa. Noi che scriviamo nasciamo senza saperlo che diventeremo scrittori. Noi che scriviamo ci vergognamo a rispondere che scriviamo a chi ci domanda. Noi che scriviamo - diciamoci la verità - forse non lo diventeremo mai, scrittori. Noi che scriviamo abbiamo, almeno una volta, scritto una storia d'amore e una di fantascienza. Noi che scriviamo, abbiamo sogni di vetro che nessuno deve toccare. Noi che scriviamo: abbiamo cassetti pieni e Romanzi Perfetti che se ne stanno nascosti solo perché nessuno li capisce. Noi che scriviamo siamo sempre i nuovi Joyce e i nuovi Italo Calvino. Noi che scriviamo non ce n'è mai uno che non sia un genio incompreso. Noi che scriviamo siamo ridicole illusioni piene di magie.

Noi che scriviamo: io ci credo davvero che siamo migliori degli altri. Migliori di voi che non scrivete, per esempio. Noi che scriviamo siamo sicuri di essere gli unici a scrivere nel raggio di mille chilometri e invece dietro le finestre socchiuse ci sono un sacco di teste chinate che stanno scrivendo. Noi che scriviamo abbiamo tutti i libri sottolineati e non nutriamo dubbi circa il fatto che ci innamoriamo meglio degli altri e soffriamo di più. Noi che scriviamo incliniamo sempre la testa davanti a un film in cui il protagonista stia leggendo qualcosa, perché vogliamo assolutamente carpirne titolo o autore. Noi che scriviamo riscriveremmo per intero la sceneggiatura di Amici miei, scegliendo come incipit la sparatoria in macchina e non la scena nel giornale e arrivando - con i flashback - a spiegare come fossero i protagonisti arrivati a quel punto. Noi che scriviamo ci piace guardare Il Padrino con il libro di Puzo in mano. Noi che scriviamo abbiamo sempre un autore celebre che non abbiamo mai letto ma che fingiamo di conoscere bene. Noi che scriviamo facciamo sempre un po' gli ubriaconi e i figli dei fiori, anche se ci piacciono spesso e volentieri le stesse cose di voi che non scrivete. Noi che scriviamo diciamo a tutti che Il Signore degli Anelli è un capolavoro ma che in certe sue parti si dilunga troppo e che forse uno tra Pipino e Merry si poteva eliminare. Noi che scriviamo, oddio, David Lynch non lo capiremo mai e per questo ci piace senza farci domande. Noi che scriviamo ci addormentiamo mille notti con un libro chiuso a V rovesciata sulla pancia e ci svegliamo a notte fonda avendo perso il segno. Noi che scriviamo abbiamo almeno una targa di un Premio Letterario sfigatissimo appeso sopra il letto. Noi che scriviamo capiamo prima degli altri che i sogni muoiono prima dei sognatori.

Noi che scriviamo stringiamo così spesso i pugni davanti ai maurizi costanzi show e gli scrittori da salotto che ce l'hanno fatta. Noi che scriviamo conosciamo almeno un altro talento letterario che - come noi che scriviamo - meriterebbe più di Piperno e di Faletti. Noi che scriviamo lo odiamo, Faletti. Noi che scriviamo sappiamo che si scrive i pneumatici e non gli pneumatici, ma spesso siamo troppo timidi per correggere qualcuno. Noi che scriviamo non lo diresti mai che siamo timidi. Noi che scriviamo ce l'abbiamo con la Mondadori. Noi che scriviamo abbiamo quasi sicuramente un blog e abbiamo almeno una volta pianto con la testa appoggiata allo specchio del bagno chiuso da tre mandate di chiave. Noi che scriviamo non dormiamo mai e abbiamo certe occhiaie. Noi che scriviamo siamo di sinistra. Noi che scriviamo non ci pensiamo mai ai soldi e alla ricchezza. Noi che scriviamo siamo un falò di luoghi comuni che ardono in una notte senza tramonto. Noi che scriviamo ci sembra che l'abbiamo scritto noi, il tramonto. Noi che scriviamo non diciamo niente di nuovo, solo che lo diciamo meglio. Noi che scriviamo, vaffanculo, diamo sempre la colpa agli altri. Noi che scriviamo non suoneremmo mai il clacson al semaforo, pure se ne abbiamo tremendamente voglia. Noi che scriviamo storciamo il naso davanti a Manzoni. Noi che scriviamo al Liceo prendevamo sempre quattro ai temi. Noi che scriviamo impieghiamo un anno a deciderci e, tipicamente, alla fine qualcuno che non scrive ci precede. Noi che scriviamo non andavamo mai alle gite scolastiche. Noi che scriviamo facciamo i maledetti, ma a scuola avevamo sempre nove in condotta. Noi che scriviamo, una cosa è certa, non vorremmo mai essere diversamente da così. Noi che scriviamo ce lo siamo domandati almeno una volta nella vita dov'è che vadano le papere quando il lago è ghiacciato.

mercoledì, 31 agosto 2005

Fine dell'episodio
Categoria:narrativa, quotidianismi, scritto da stefano havana


La mia pila di fumetti a un certo punto non s'è più allungata. L'ho sempre guardata dal basso, lei, maestosa lì su quella mensola. La mensola negli anni è cambiata (prima era rossa, adesso è nera, quindi qualcosa è successo a un certo punto), ma la posizione sulla parete è rimasta la medesima: qualche anno addietro crollò a notte fonda, addirittura. Tutto precipitò: due casse dello stereo (che non ci sono più, in compenso c'è ancora il buco sul parquet e ogni tanto ci passo sopra il piede), un sacco di oggetti, tutti i fumetti. Ricordo che passai l'intera giornata seguente a rimetterli in fila dal primo numero all'ultimo. Prima gli originali, poi le ristampe, quindi le seconde ristampe, le uscite aperiodiche: alla fine i polpastrelli delle dita erano neri e mi dovevo asciugare il sudore sulla fronte col dorso della mano. Centinaia e centinaia di albi, l'unica cosa che abbia tenuto in ordine nella mia vita: per anni sono stato malato del fumetto. Ho seguito tutte le serie Bonelli, tranne Tex e Martin Mystere: l'edicolante me li metteva da parte in una busta azzurra e io a un certo punto del mese trotterellavo fino a lì e la portavo via, lasciandoci buona parte della mia paghetta, prima, del mio stipendio, poi. Chissà che è successo.

All'edicola ci andavo con A____, mi ricordo: si finiva di studiare - magari stavamo al liceo o al ginnasio - e si andava all'edicola a prendere i fumetti. Era un bel momento, perché a quel punto non avevamo più impegni fino all'ora di cena e i pensieri della scuola, della vita, delle indecisioni si allontanavano per un po'. D'inverno la sera scendeva prima e noi ci fermavamo a leggere qualche pagina della storia seduti davanti all'edicola dove c'era più luce (adesso i lampioni, i fari sono spuntati come enormi funghi di ferro e tungsteno ed è facile farsi illuminare): commentavamo i disegni, giocavamo a indovinarne gli autori prima di andarlo a scoprire. Mi ricordo con piacere quegli istanti: ci si vestiva senza attenzione. A____ fumava Marlboro Lights con l'indice e il pollice, io lo guardavo dietro la brace rossastra e mi domandavo un po' di cose. Qualcuna riguardava G____, se anche lei amasse me come l'amavo io (il termine amare nascondeva connotazioni lungi dall'essere veramente comprese); altre riguardavano me stesso, se avrei mai risolto quella stramba timidezza (era sempre A_____ a chiedere dei fumetti all'edicolante, io mi vergognavo un po'. Preferivo la punta delle scarpe). Tutto ruotava lì intorno e se oggi apro un albo e lo comincio a leggere, mi ricordo cosa mi passava per la testa allora. C'era un Dylan Dog ad aspettarmi all'ora di pranzo, a casa, dopo che ebbi finito con l'esame di maturità (il numero 143, Apocalisse); il numero 131 - Quando cadono le stelle - mi ricordo che lo lessi in montagna, a 17 anni. Mi ero appena innamorato di S____, mi ero appena innamorato di un amore che mi avrebbe distrutto e cambiato. Leggevo il numero 131 pensando a lei, ogni singola pagina, pensavo che quando sorrideva c'era da smettere di respirare: ho letto i 25 numeri successivi sempre pensando a lei, sempre cercando di capacitarmi di un amore che non riuscivo a normalizzare. Due anni e due mesi senza pensare ad altro. Ho impilato il 156 insieme agli altri con una serie infinita di promesse infrante, aspettative distrutte e neanche un bacio sulle sue labbra: si intitola Il gigante. Di sicuro non ero io.

Certo, tra tutti, non scorderò mai il numero 74, Il lungo addio. Forse qualcuno l'ha letto: mi piacque talmente tanto e piacque talmente tanto anche ad A____ che quella sera stessa non riuscimmo a telefonarci per commentarlo: io trovavo occupato a casa sua e lui trovava occupato da me. Posavamo e rialzavamo la cornetta nello stesso istante, tale era la voglia di dirci le cose che la linea risultava sempre occupata. Il lungo addio: che storia. Ho pianto, mi ricordo. Era il 1992, dodici stupidi anni: cosa si è a dodici anni se non niente continuamente meravigliato? Con A____ ne abbiamo riparlato spesso, a cavallo del tempo, de Il lungo addio. Seduti nei pub, nella sua scriteriata macchina, un po' ubriachi, fatti d'erba: «Ti ricordi il lungo addio?» e giù a chiacchierarne fino alle prime sedie rovesciate sui tavoli con i camerieri che ci dicevano scusate, è tardi. Adesso c'è poco tempo per tutto: adesso, non lo so. Ci si meraviglia solo davanti alle catastrofi e si pensa più che altro ad accumulare quattrini, A_____ si è fidanzato e forse pensa di sposarsi, io non ne posso più dell'Italia e di questo mondo. Leggo biografie di rivoluzionari e leader studenteschi, posso dire che Hemingway non sarà mai il mio scrittore preferito. Di notte sogno l'America Latina e il Sudafrica. Mi sono fatto un'idea (probabilmente sbagliata) sul socialismo e sul capitalismo: ho una conoscenza discretamente approfondita della letteratura americana post-moderna. Ti posso spiegare perché Calvino - a suo modo - è più vicino alla letteratura statunitense d'oggi che a quella italiana del dopo guerra. Sono convinto - più di prima - che non esista nessun Dio. Mi hanno fermato due poliziotti dentro la macchina con una tipa che ha dovuto aspettare con le braccia conserte. Ho amato e odiato. Ho capito cosa fare della mia vita, ho aperto gli occhi sui soldi e sull'amicizia. Ho conosciuto e imparato un miliardo di cose diverse (allora non ero neanche tanto sicuro di come si baciasse). Eppure - oddio - se guardo alla mia pila di fumetti, lì su quella mensola, non te lo so dire perché a un certo punto non s'è più allungata.

lunedì, 11 luglio 2005

E così partiamo. Dedicato al nostro viaggio lì
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


«Inez! Inez!». C'è il soffitto bianco con le crepe e c'è la Havana a perdita d'occhio. C'è il letto a due piazze e il rumore sdentato delle macchine in strada. C'è la puzza dei cassonetti aperti dove il sole ha frugato tutta la giornata con le unghie cerchiate di nero. C'è tutto questo prima di Inez. Che nome, Inez.

«Inez! Inez!», fa. Mi alzo a sedere e bevo acqua calda da una bottiglia senza etichette: c'è un baccano infernale stanotte. Le macchine passano più rumorose che mai: sono poche e patetiche ma fanno un rumore tremendo come una camera d'ospizio dove siano impazziti tutti i vecchietti. Mi affaccio: è bellissima e disperata la Havana di notte. Sono a pochi passi dall'Università: in altri periodi dell'anno le vie sono rigate dal viavai di speranzosi studenti che saranno medici, architetti o forse niente e che, mentre camminano, amano Castro e insieme si fanno domande. Adesso che le lezioni stanno finendo, tutti questi giovani si radunano sul Malecon con le mani nelle tasche: guardano oltre e si chiedono com'è che vada il mondo più in là dove gli occhi non arrivano a vedere. Amano Castro e intanto si fanno domande.

E' disperata e bellissima la Havana di notte, quando la guardi dall'alto e lei non se ne accorge nemmeno e continua a sistemarsi le calze senza preoccuparsi di non farsi vedere: ci sono bucce di banana per terra ed enormi stelle nel cielo. L'orsa maggiore è l'orsa maggiore più grande che io abbia mai visto, piatta sull'orizzonte: non la contengo distanziando il pollice dall'indice. «Inez! Inez!». Mi giro verso la parete che nasconde l'uomo che parla nel sonno: chiama la sua Inez dormendo e io non ne so niente di lui, di Inez e dell'amore che gliela sta facendo rimpiangere (oppure maledire). La ringhiera del balcone a cui sono appoggiato scricchiola di tutti i corpi che si sono appoggiati prima di me. Due habaneros camminano lenti senza destinazione. Non hanno maglietta e anche loro, come altri, prima o poi mi venderanno qualcosa: una volta ho preso uno di loro per il gomito magro e gli ho chiesto come riesce a capire che sono italiano (perché loro lo capiscono senza l'ombra del minimo dubbio): mi ha risposto «Le scarpe» e ha intascato il mio dollaro. Non lo so: mi riconoscono pure sulla spiaggia, se è per questo, e lì vado scalzo. «Inez! Inez!». Inez: chissà se gli avrà fatto più male o più bene e se questo grido d'amore sia un rimpianto o un'esagerazione. E' il pensiero, la domanda con cui lentamente giro nel sonno. Il balcone l'ho lasciato aperto: voglio che la Havana dorma con me e che mi chiami pronunciando male il mio nome.

Mattina: saldo il conto. Il padrone di casa mi fa cenno che mi devo sedere. Sembra che debba darmi una brutta notizia. Parliamo a gesti e in inglese e spagnolo inventato: tiro fuori dal marsupio quindici dollari e mi sembra che vada tutto bene mentre glieli allungo sul tavolo come la puntata di una grande scommessa. Si apre la porta alle mie spalle con una tempestività da film western e io penso che qualcuno adesso ruberà il mio denaro: invece spunta un signore vestito di fretta e senza capelli. Il padrone di casa mette via i soldi velocemente in una scatola azzurra di latta, poi gli sorride: «Hola Santiago», gli dice. Santiago ha due occhi grandi così e non profuma granché. Si precipita giù dalle scale facendo scivolare il palmo sudato sul corrimano; un momento dopo è già in strada correndo. Guardo la scatola azzurra di latta che contiene i miei soldi e sorrido al padrone di casa ponendogli silenziose domande. Lui solleva lo sguardo al soffitto, fa spallucce e allarga le braccia in un gesto comprensivo: «Inez», mi dice come spiegazione a tutte le cose.

venerdì, 24 giugno 2005

Una cosa troppo seria per un sabato pomeriggio d'estate
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana


Questa cosa che G____ si sposa io non la riesco proprio a mandar giù. Voglio dire: da piccolo amavo F____. F____ all'inizio non è che mi cagasse. Poi ho cominciato a non cagarla io nell'ambito di una specie di processo vendicativo adolescenziale e addirittura quando a scuola lei entrava in classe per chiedere qualcosa (eravamo in aule adiacenti, io un po' più grande), facevo sempre finta di non accorgermene (magari frugavo nella cartella, oppure scrivevo parole tutte uguali su una pagina a caso del diario). F____ credo sia stata l'unica bionda al mondo che abbia trovato veramente bella (ho questa predilezione feticista per le more). Comunque: alla fine ci siamo fidanzati F____ ed io (andò che io le scrissi una lettera e lei venne giù a parlarne e, a