mercoledì, 05 settembre 2007

Donne
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Stavo guardando in redazione il posticipo di Serie A Milan-Fiorentina e, a un certo punto, è comparsa inquadrata questa simpatica ragazza con un cartello d'applausi. Ve lo faccio vedere, ci rivediamo qualche riga più sotto. 

L'ho immediatamente grabbata per dovere di cronaca e guardandola, guardando questa ragazza inquadrata vergognarsi dell'inquadratura, ho capito che le donne devono per forza di cose essere entità superiori. Badate, è questa per me un'ammissione senza precedenti, maschilista come sono, però è un dato di fatto: un uomo, un maschio, non si metterebbe mai d'impegno per realizzare un cartello simile, così piccolo poi, scritto con una calligrafia tanto ordinata, recante un messaggio talmente depravato da apparire persino innocente. "Nesta... Io e te tre mesi in un motel". E' bellissimo, geniale: avrei voluto scriverlo io. Quei cinque minuti di celebrità (la ragazza è stata poi reiteratamente inquadrata dalla regia) sono stati ampiamente meritati, proprio perché è stata così sincera e spontanea e puntuale. La signorina ha preso un tormentone moderno e di tremenda attualità (il libro di Federico Moccia) e lo ha reso fenomeno pop di massa, percepito e commercializzato immediatamente dal media televisivo: "Caro Nesta, voglio trombare con te continuamente e pedissequamente per almeno 180 giorni, non fa niente se, per motivi coniugali e d'opportunità, preferirai portarmi in un motel di quart'ordine senz'aria condizionata, io sono talmente vogliosa e a tal punto inebetita da te che sono disposta anche a privarmi della mia moralità pur di averti carnalmente, tanto vergine non sono e si sa, al giorno d'oggi, certe cose come vanno".

Fossi in Nesta mi bullerei con gli amici al bar per tutto l'anno.
"Nesta, io e te tre mesi in un motel". Ungaretti purissimo. Leopardi. Niente di meno. La pipa di Magritte: questo non è un messaggio dall'implicita connotazione sessuale. E invece : una donna anonima ha reso pubblicissima la propria voglia di farsi prendere fisicamente da un giocatore di pallone. Quella donna avrà o no genitori, fratelli, semmai un fidanzato e cosa credeva andando allo stadio in quel modo? Di passarla liscia? Di farla franca? Ingenua: impossibile che la televisione moderna potesse lasciarsi sfuggire un momento di altissima pornografia simile. Se fosse stata ignuda, avrebbe avuto più possibilità di passare inosservata. Ma, invece, l'ostentata depravazione femminile è un concetto di altissima poesia e di enorme attrattativa. Io amo le donne per questa loro capacità di sorprenderci continuamente. E come ha già detto qualcun altro: se mio figlio a due anni sa palleggiare, io non lo mando manco a scuola...

martedì, 05 giugno 2007

La danza della panza
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Trovo trascurabilmente eccitanti i video amatoriali delle giovincelle turiste che si spogliano a Campo de' Fiori, intanto perché, tra tanti posti di Roma che m'ispirano sesso, Campo de' Fiori sta agli ultimi posti, subito dopo Piazza del Popolo, in secondo luogo perché l'ostentata depravazione femminile, seppure sia l'aspetto che più mi eccita della sessualità, dall'altra parte, e proprio per questo, deve essere ostentata come si deve, altrimenti meglio che non sia ostentata affatto. Il terzo aspetto per cui non trovo eccitanti le turiste che si spogliano in piedi sui tavoli di Campo de' Fiori è in effetti quello principale: le signorine, tutte e due, ma in particolare la prima, quella più scatenata, hanno la panza.

PanzaLa panza, più dell'infradito, delle ballerine, dei pinocchietti a quadrettoni, dei fantasmini, più del french manicure e di Irene Pivetti, è l'elemento che più facilmente rende per me una donna brutta. Una donna con la panza che ostenti però depravazione mi fa l'effetto contrario del sesso, effetto a cui adesso non saprei dare un significante, se volete suggerire siete i bene accetti, io non mi ci metto: servirebbe un semiologo, Umberto Eco, che ne so, per definire il contrario di sesso. Comunque sia è quello, il contrario del sesso, che mi ispirano le ragazze con la panza che si permettono pure di fare le "simpatiche". Quelle due turiste, per esempio, la prima in particolare, non mi eccita, mi fa piangere e piangere dovrebbe fare a tutte le donne degne di tale nome, soprattutto quando dal basso della sua femminilità, la turistona con la panza osa perfino rivolgersi con aria truce nei confronti del maschio che le ha sfiorato il perizoma.

Arriviamo così a un altro punto che mi rende certe donne del tutto inappetibili sessualmente: l'ipocrisia manifesta. Se è tuo legittimo desiderio, quello di una notte, di portarti a casa scialuppe di uomini romani ingrifati, semmai sei venuta da Manchester o dall'Illinois apposta, ben venga, a patto, appunto, che tu non abbia la panza e che non faccia l'ipocrita. Se per arrivare al tuo scopo monti su un tavolo, semmai il MIO tavolo, e cominci a dimenarti ottenendo l'effetto di una balena spiaggiata, già parti malissimo, se poi, addirittura, osi, perché di questo si tratta, di OSARE, incupirti perché una mano t'ha sfiorato la mutanda (e t'è andata pure bene), allora meriti di scendere da quel tavolo, aggirare il bancone del pub in cui sei entrata per stroieggiare nonostante la panza, e lavare tutti i piatti e i bicchieri della serata. Con questo non voglio dire che le donne con la panza non debbano esistere, anzi, ma che possibilmente non salgano sui tavoli di Campo de' Fiori pretendendo pure d'indignarsi se qualcuno dei Salivanti Barbari Maschi presenti osa allungare una manina.

No panzaPerciò, insomma, a me i video di queste due che si dimenano su un tavolo, mi eccitano trascurabilmente, dico trascurabilmente perché l'idea feticista in generale di dove possa arrivare una donna dopo il terzo martini, ecco, questa comunque mi crea una reazione organica automatica, eppoi, insomma, ma che moda è questa del quotidiano la Repubblica di bandire crociate anti-mondo sfruttando la mondezza reperita a caso su YouTube per dimostrare non si è capito bene cosa? Sbadigliai di fronte ai finti scoop sull'inesistente (ka-boom) piaga del bullismo, sbadiglio adesso (e un po' mi schifo, per i motivi esposti) davanti alla scoperta dell'acqua calda che le donne, (anche quelle senza panza) 8 su 10, gradiscono il coito frequente e senza amore (pace all'anima di Venditti).

venerdì, 27 aprile 2007

Ballerina blues
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Fatemi parlare delle ballerine. Uno come me deve, per forza di cose, parlare delle ballerine. Fissato con le scarpe femminili come sono, mi risulta ostico, impossibile, ruvido e avvelenante accettare l'esistenza, la ribalta, la diffusione di questi orripilanti oggetti.

Ballerine FendiDevono capire le donne che le ballerine non sono per tutte: assai più dei tacchi, le ballerine possono permettersele solo certi tipi di ragazze e devo dire che il 98% delle ragazze che vedo in giro con le ballerine ai piedi non può permettersele. Mi sembra di ammattire: il mio posto preferito per il passeggio primaverile/estivo a Roma è Trastevere. Trastevere, in un anno, si è trasformato nell'impero delle ballerine e di ragazze che non possono permettersele.

A Piazza Santa Maria in Trastevere costoro camminano pretendendo disinvoltura e spicca chi sarebbe financo carina, graziosa, guardabile, se solo non indossasse ballerine. Le ballerine rendono le donne all'improvviso tozze, impresentabili, goffe, barcollanti anche più di un tacco 9 ed è per questo che le ballerine, proprio come i tacchi alti, se le possono permettere solo ragazze di un certo livello: dicono che a Trastevere sia impossibile deambulare con le scarpe alte per colpa dei sampietrini. I sampietrini, da che mondo è mondo, sono l'incubo di motorini e ragazze col tacco alto: il mio maschilismo (sono maschio, dunque maschilista) imporrebbe immantinente una legge (democratica) che conducesse tutte le donne all'obbligo morale, deontologico e sociale di indossare scarpe alte. A meno che non mettano su un Paese delle Donne dove vivano solo e solamente donne e dove l'ingresso sia inviso agli uomini: occhio non vede eccetera eccetera. Però in luogo pubblico, io maschio dico, esigo, impongo che le donne indossino scarpe alte per pubblica decenza e per rispetto di loro stesse e del loro fondoschiena.

(va bene, morirò, per contrappasso, trafitto a morte da una stilettata di una decolletè)

BallerineDonne, tacco alto, Trastevere, sampietrini, ballerine. Tiriamo i lacci del discorso: il mio maschilismo imporrebbe, dicevo, condizionale, perché non si discute che a Trastevere sia davvero sconsigliato andare coi tacchi alti. Guardarvi ciondolare astutamente, donne care, con dei meravigliosi sandali Sergio Rossi, per Trastevere, non alzando però mai gli occhi dall'asfalto, nel tentativo impossibile ma glorioso di centrare con il tacco esclusivamente il centro della pietra e non i suoi interstizi, è comico, ridicolo: vi rende - di fatto - inappetibili dal punto di vista sessuale. L'altra sera, per esempio, davanti al Bar San Callisto, in quell'orgia primaverile fulminante ed erotica di prime gambe scoperte, glutei rimessi in sesto da un anno di step, gonnelline di raso e primi sandali, davanti al Bar San Callisto, un bar di quint'ordine ma sempre affollatissimo, dove l'anziano proprietario ti racconta barzellette sconce appena entri, oppure ti rifila filastrocche in cui ogni parola fa rima con "cazzo", e tu - sia chiaro - il proprietario anziano che ti racconta barzellette sconce non l'hai mai visto in vita tua: è solo ubriaco di cuba libre e noia, nient'altro; davanti a questo bar, il Bar San Callisto nella piazza omonima, a due passi dal mio ristorante preferito di Trastevere - Cave Canem - l'altra sera le donne sostavano, mentre i loro fidanzati pagavano alla cassa, ed era una meravigliosa festa di piedi scoperti e unghie smaltate, ma anche di sofferenza e rughe di dolore, perché è vero, nemmeno il mio maschilismo che vi vorrebbe addobbate come Paris Hilton a tutte l'ore, mi impedisce di dirlo, a Trastevere dovrebbero montare dei cartelli con il disegno di una scarpa col tacco e una sbarra rossa trasversale sopra, tanto che è scomodo camminarci; perciò, nonostante questa meravigliosa festa di colori e carne, voialtre non eravate naturali, spostavate il peso da una coscia all'altra e l'unico desiderio, a quel punto, per noi maschi gonfiati dal piacere, diventava quello impossibile di schioccare le dita e rivestire tutta la zona circostante di parquet, in una botta sola, listoni lisci lisci dove vi fosse concesso di librarvi come su di una passerella, con le braccia distese lungo i fianchi, le ginocchia sporgenti e l'anteversione del bacino pronunciata.

Tacchi altiIl problema è che la vostra femminilità è messa oggi in discussione non più soltanto dall'eventuale incapacità di portare tacchi alti, ma anche dall'alternativa di indossare ballerine. Qualche anno fa si risolveva con un tacco meno vertiginoso, comunque seducente, ma meno estremo, adesso c'è la scappatoia delle ballerine e perciò l'alternativa a un nugolo di ragazze zoppicanti è un nugolo di ragazze inguardabili.

Ne ho vista una, a Vicolo del Cinque, sabato sera, stavo con F. e S. davanti alla Bottega del Cornetto, ne ho vista una con le ballerine e i fantasmini.

Le ballerine sono il Male: danno diritto alla donna di non curarsi, di vestirsi miserrimamente. Perché quasi mai - e ci mancherebbe - si vede una donna con le ballerine ai piedi e un bel vestito. E una bella gonna. E una bella cinta. Chi indossa ballerine, per la legittima paura dei tacchi alti, al massimo si traveste da donna. Ce n'era un'altra con ballerine e pantaloni di velluto a coste larghe, per dio. Le straniere vanno matte per le ballerine: queste inglesi, trabordanti fish & chips, con ballerine e larghissime gonne bianche d'organza, frastagliate e lunghe fino alle caviglie. Mi pare che, con le ballerine ai piedi, le donne si arrendano all'idea di non piacere: le guardo e mi pare ovvio che camminino senza la pretesa dello sguardo maschile, senza più il senso del dovere di piacere.

Talmente bella è la donna, un corpo fatto apposta per essere adorato, collinoso, morbido, quasi implume, sinuoso, niente c'è di più bello che le curve femminili, laddove, per antonomasia, le curve nascondono l'orizzonte all'occhio indiscreto e obbligano il viandante ad addentrarsi oltre il visibile per scoprire ancora, talmente bella è la donna, che giammai dovrebbe mancare al dovere di piacere.

L'altro giorno F., passando davanti a una vetrina, mi ha detto: "Le ballerine! Quasi quasi me le prendo...". Al che io l'ho guardata, come qualche volta gli uomini guardano le donne quando pensano che abbiano detto la più grande cazzata, e ho pensato - all'inizio senza capire il perché - ad Ernesto "Che" Guevara.

F. ed Ernesto
[F. nella mia camera, davanti alla tela di Ernesto acquistata alla Havana nel 2005, in uno di quei momenti di massimo splendore che le ballerine giammai regaleranno]

giovedì, 30 novembre 2006

Ho sputato nella giacca di una ragazza
Categoria:noi e le donne, scritto da valerio roma


giaccaL'ho fatto perché lei se lo meritava. Per un puro e onesto sentimento di rivalsa personale. Ho sputato nella giacca di una ragazza. Tranquilli, non lo avevo mai fatto e non credo che lo rifarò mai più. Sono una persona piuttosto sana di mente. Solo che lei se lo meritava, l'ho già detto. Bando ai preamboli, passo subito a raccontarvi come è andata.

Venerdì scorso mi trovavo in facoltà a studiare in biblioteca. Erano le dieci di mattina, più o meno. Tenete presente che la sala è composta da file di lunghi banconi messi uno davanti all'altro e separati da un divisorio che lascia libero soltanto uno spiraglio per gli occhi. Quindi è possibile guardare quello che succede davanti, in genere lo sguardo del tipo che studia di fronte. Tornando a noi, stavo dicendo che avevo preso posto in una fila vuota, tanto per restarmente in pace, quando dopo neanche cinque minuti ho visto una ragazza bruna avvicinarsi. Beh, dopo una ricerca piuttosto frettolosa di una sedia libera si è venuta a mettere proprio accanto a me. "Cazzo", ho pensato "ci sono decine di posti liberi e questa viene vicino a me. Fosse la volta buona per rimediare qualcosa...".
Già pregustavo interi pomeriggi a correre mano nella mano in spiaggia. Il mio sogno, però, è stato spezzato da un tipo piuttosto bruttino, con gli occhiali e con un'aria decisamente da piattola, che si è subito avvicinato a lei (e a me). Questo tizio ha cominciato una cantilena per invitarla ad andarsi a sedere più avanti, dove stava studiando: il suo rifiuto, però, è stato netto, quasi scocciato. Allora è cominciato un fitto conciliabolo: io, cercando di farmi i cazzi miei, ho continuato a leggere il mio libro, senza badare troppo a quello che dicevano. Tant'è che a un certo punto avrei voluto dire a entrambi: «OH, MA PERCHE' CAZZO NON VE NE ANDATE DI FUORI A FARE TUTTA 'STA CACIARA?».

giacca1Avrei voluto, perché ho fatto appena in tempo a girare la testa verso di loro per vedere il ragazzo urlarle: «MA NON CAPISCI CHE MI SONO INNAMORATO DI TE?». Gelo in sala, ghiaccio sui vetri della biblioteca. Tutti, in quel momento, erano girati verso di noi, compresi gli occhi meravigliati di quello che mi stava davanti. Lei si è alzata, è scappata verso l'uscita e lui le è corso dietro. Intanto, nella testa dei presenti, compresa la mia, suonava a tutto volume Sei uno sfigato degli 883. "Che figura di merda", abbiamo pensato. Di certo, una scena così all'università non mi era mai capitata.


Ma il bello è venuto dopo. La ragazza si è tranquillizzata e ovviamente è tornata a sedersi vicino a me (adesso, finalmente, capivo il perché di tante attenzioni). Solo che la mattinata, fino all'ora di pranzo, è stata un viavai di suoi amici e confidenti che venivano lì vicino a farsi raccontare cosa era successo poco prima. Beh, avreste dovuto vederla mentre, con la sua faccia da cazzo, prendeva per il culo quel ragazzo. Dico, lui già si è aggiudicato con un mese buono di anticipo l'edizione 2006 del premio "Figura di merda in Facoltà", che bisogno c'era di mortificarlo ancora agli occhi dei loro amici in comune. Poi, cazzo, ti ha detto che ti ama, mica ti ha chiesto di prestargli trentamila euro. Tra l'altro, tutto il casino che faceva mi ha impedito di concentrarmi nello studio, cosa che mi ha fatto girare non poco le palle.

Ho cominciato a covare un sentimento di rabbia. "Quanto vorrei fargliela pagare", pensavo. E allora, a nome di tutti gli uomini della terra, ho agito. Verso le 13, con la biblioteca mezza vuota per la pausa pranzo al bar, mi sono vendicato. Assicurandomi che nessuno mi vedesse, ho preso il giubotto che aveva lasciato sulla sedia e ci ho sputato dentro, strofinando due estremità per spalmarlo su tutta la schiena. Sono sicuro che, in quel momento, ho assunto l'espressione più furtiva e meschina che il mio volto sa riprodurre. Lei ovviamente, quando è risalita, non si è accorta di nulla.

giacca2Lo so
, sono un bastardo: certe cose non si fanno. Ma ho pensato alla delusione di quel poveretto, al fatto che avrebbe voluto farlo lui. Sono stato il suo braccio e neanche lo conosco. Lo so, il mio è un gesto altamente diseducativo. Lo so, ho ventitré anni: ma quando cresco? Lo so, certe cattiverie non si fanno (e due). Lo so, buona parte del pubblico femminile di questo blog non leggerà più quello che scrivo. Lo so, con questo post mi sono giocato quel briciolo di credibilità che avevo. Lo so, sono un frustrato. Sì, ma cazzo: idealmente ho sputato nella giacca di tutte quelle (non molte, per fortuna) che in questi anni mi hanno preso per il culo. Volete mettere?

mercoledì, 01 giugno 2005

Cavalleria, quell'antica menzogna che piace alle donne
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Che le donne ancora gongolino e si arrovellino nel piacere di un uomo che fa loro la corte, mi pare uno dei paradossi di questa generazione. Dico: è mai possibile che le donne non abbiano ancora capito che la corte - in qualunque forma venga elargita – è una delle prime e più antiche mancanze di rispetto che l'uomo perpetri nei loro confronti? Determinati elementi decorativi di un rapporto uomo-donna sono gli accessori necessari a coprire i reali intenti (sessuali, dai, solo sessuali) dell'approccio maschile: la donna – in questo senso, mi chiedo – ci è o ci fa? Una portiera aperta, la precedenza all'uscita di un locale (e solo all'uscita, ché le cose bisogna saperle fare. Entra prima l'uomo), le parole sapientemente ricercate in un vocabolario altrimenti votato all'essenzialità, una determinata scelta dell'abbigliamento e – soprattutto – l'insopportabile scelta del ristorante cool o del locale lounge, la cui semioscurità ben si adatta allo sciorinamento di aneddoti e sapienti punti di vista sulla politica e sul costume medio comunitario; tutto questo la donna non lo capisce che è massima mancanza di rispetto?

Uomo Perfetto si solleverebbe dalla sedia nel momento di climax erotico e – sospesa ogni pratica onanistica – si recherebbe così com'è vestito alla porta della sua bella (e solo bella) e, spiegatole i meccanismi chimici che l'hanno condotto fino a lì, esaurirebbe la propria dialettica in una interrogativa di primo grado: «Da me o da te?». Così si porta rispetto ad una donna: non con la fedeltà coniugale, non con il rispetto degli appuntamenti, giammai con la puntualità nelle ricorrenze, assolutamente non pagando un conto al ristorante: tutti questi elementi mirano esclusivamente alla persuasione sessuale. Tutto questo è insopportabile ammiccamento. D'altra parte non c'è un motivo che sia uno che io (poniamo caso), riuscito nell'intento già mirabile di persuadere Audrey Hepburn ad un appuntamento personale, la debba portare a cena e guardarla masticare foglie di insalata. Ecco cosa dice Jacob Horner alla povera Peggy ne "La fine della strada" di John Barth:

 «Non capite, voi donne, che tutte queste sviolinate di adulazione e di cavalleria – la commedia che gli uomini recitano per le donne – è mancanza di rispetto? Qualsiasi menzogna è mancanza di rispetto, e una relazione basata su queste stupidaggini è una menzogna. La cavalleria è stata inventata dagli uomini che non si vogliono disturbare a prendere le donne sul serio».

Non lo capite?
Datela, datela via con maggiore semplicità. Fatelo per il rispetto di voi stesse, se non altro.

martedì, 24 maggio 2005

Una donna, cassetti, lettere e matite
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Ho un cassetto – il primo della scrivania, tipicamente – pieno di cose assurde. C'è il passato dentro, passato, sparpagliato come una manata di carte da gioco lanciata per aria. L'ho spalancato poco fa: è pieno di lettere d'amore. Davvero dico: lettere d’amore. Scritte a mano. Scritte da donne che mi hanno attraversato. Sui francobolli ci sono date antiche: 2000, 2001 e qualcuna anche precedente. Tra le righe si scorgono prezzi ancora in lire e nomi di persone che non ci sono più. [Mi sento più come Amelie nel favoloso mondo o come Lolita tra le braccia del professor Humpert]. Mi ricordo di A____: era bella e straordinaria e chissà che fa adesso. Così mi scriveva in queste pagine che avevo del tutto scordato. [Poi, ferma al semaforo, ho aperto il finestrino. La pioggia mi ha bagnato la faccia. Ho smesso un istante di piangere e ho detto, ad alta voce, guardando nel vuoto della strada: «Ti amo»]. Mi pare impossibile che di tutto questo non avessi più sentore: che tutto questo pulsasse in un cassetto come la percezione di una bugia nel profondo del cuore. Ci sono scontrini: lo scontrino – 1500 lire – della Fanta che acquistai in un bar di Cagliari un giorno che litigai con I____. E' liscio e come nuovo e sembra che abbia passato neanche un secondo nella tasca di un jeans. [Ma tutto è diventato aria. Tutto è finito in un pugno che stringe un ricordo. Magari ti mando qualcosa che vorrei tu avessi. Perché niente potrà mai cancellare il fatto che io ti volevo]. Leggo ancora le righe di A____ e rifletto su quanti mai vengono detti oppure scritti senza pensare a quello che si dice oppure scrive. Rifletto a quanti mai e quanti per sempre vengono sollevati dalla superficie delle labbra per morire altrove, da soli. Dimenticati. Trasformati in significati diversi. [Ciao Teller]. A____ mi chiamava così e il motivo resterà tra noi, anzi tra me. [Sulla mia pelle un aggressivo profumo di dolce miele. Con la tua lettera partono anche tre articoli che sto mandando al Messaggero e all'Unità. Probabilmente quando ti arriveranno queste mie parole, sarò già in viaggio].


Ci sono righe interamente cancellate col bianchetto – come lo chiamavo al Liceo – altre distrutte con un deciso passaggio della penna: chissà perché questa differenza. [Ho pianto sai? La sera del nostro penultimo pomeriggio. Ero in macchina. Le labbra mi bruciavano. Sentivo ancora il tuo calore tra le mani. Ho pianto. Non per i sensi di colpa. Ho pianto non perché avevo mentito agli altri, ma a me stessa. Mi ero detta che potevo gestirti benissimo. Tattiche. Giochi di persuasione. Una donna, se vuole, può addirittura convincerti che sei innamorato di lei. Strumenti di seduzione]. C'è tanto altro in questo cassetto, ma niente come queste lettere di A____ riguarda un passato (anche recente, dopotutto) che – sono sicuro – non tornerà più. Perciò lo posso far ardere qui, su questa pira dei ricordi condivisi ed esorcizzati. Ho ritrovato locandine di vecchi capodanni – 2000, 2001, 2002 – appunti di viaggio, il biglietto aereo per Parigi, quando partii da solo – a 17 anni – per andare a vedere la Finale di Coppa Uefa. C'è la risposta che un'agenzia letteraria mandò a un editore che si era interessato a me nel 2002: "Dopo varie riflessioni e riunioni, abbiamo deciso di non occuparci del testo per due motivi". Seguono motivi. La carta è tutta stropicciata: credo che nel 2002 me la prendessi troppo per queste cose. Ci sono post-it con dieci nomi di amici incolonnati: la lista di vecchie partite di calcetto. A parte me e il nome Fede, non è rimasto più nessuno a giocare con noi di quelli lì (uno sta per sposarsi). Ho trovato un foglio, del tutto bianco fatta salva una frase: "Cuthbert, il quale aveva sempre riso e alla propria morte era andato ridendo". Gli appassionati di Stephen King riconosceranno il libro, ma chissà perché ne avevo tirato fuori proprio questa riga. Ci sono vecchie poesie – scritte da me – pacchiane, orrende: "E' persa la stella nell'ardente luce del giorno/senza strada/e il buio è solo un ricordo arenato". Poesie dei miei diciotto anni, focoso innamorato completamente illuso. E' tutto chiuso dentro un vecchio quaderno di matematica (c'è il mio nome sopra, ma prima il cognome e poi il nome).  Anche queste lettere A____ su fogli protocollo: [Mia madre era una sessantottina che si incatenava ai cancelli ed incatenava le amiche. Mio padre un comunista praticante con il cappello da cow-boy e la sigaretta in bocca, capelli lunghi, orecchino e mani in tasca]. Credo di portare A____ nei ricordi, perché ho sempre ritenuto A____ il personaggio perfetto per un romanzo di successo (oltre alla donna con la migliore scrittura insieme a Sylvia Plath): [Uno psicologo, quando avevo quattordici anni, mi inserì nella categoria borderline. Sono un caso limite]. Ma ci sono anche vecchie formazioni del fantacalcio: avevo un attacco non male con Boksic e Mancini: purtroppo ero e resto troppo inaffidabile e non consegnavo mai (né ci riuscirei oggi) la formazione in tempo. [Solo due persone mi sono mancate nel profondo: Veronica, la mia ex migliore amica ed Alessandro, il mio migliore amico che è morto. Ora, ci sei anche tu]. Chissà se queste frasi mi spaventavano allora come mi spaventano adesso. Non me lo ricordo. Ricordo, invece, che le leggevo in bagno. Seduto sulla tazza del cesso, il posto dove mi pare di aver versato più lacrime in vita mia. Non c’è un posto della casa in cui puoi pensare di essere veramente solo come il cesso con il rubinetto del lavandino che scroscia acqua per fare rumore.


[Tu mi spaventi. Eppure sto lì, ore, a pensare che vorrei scrivere come te]. Non capisco nemmeno io se riporto queste righe perché mi fanno tremare i polsi o perché mi riempiono d'orgoglio, considerato che razza di Donna era A____.  [Vorrei ascoltare tutte le favole che ancora non mi hai raccontato, favole da piegare, stirare e mettere nel cassetto accanto ad Agia, Cluster, tutti i tuoi personaggi. Vorrei sapere di Antonio. Della sabbia nel pugno. Della canzone “Bridge Across Forever”. Ma basta. Non mi va più di leggerti. Tutto quello che sei, ora non mi va più. Mi fa stringere il respiro. Mi fa lacrimare gli occhi]. Niente come queste stille di passato mi fa capire che sono un uomo fondamentalmente orribile e destinato a stare da solo.

Ho richiuso il cassetto con il quaderno di matematica dentro e ho continuato a cercare una matita con la punta altrove (non l'ho trovata).

martedì, 10 maggio 2005

Io sì che sarei una donna con le palle
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Il gioco di immaginarvi donna (dico ai maschietti), voi lo fate mai? Non parlo di immagini ciondolanti in tacchi alti riflesse in uno specchio a figura intera, quello è facile (o tremendamente stupido, a seconda dei casi). Dico proprio il mettervi lì a pensare come sareste dell'altro sesso attitudinalmente. Io dopo tanto andare e venire con l'immaginazione, ho ineluttabilmente capito che il sottoscritto donna sarebbe sì una gran figa con un culo da paura e continuamente in litigio con i propri capelli, ma soprattutto una troia senza grosse riserve che la darebbe a tutti piuttosto indiscriminatamente, sebbene con estrema consapevolezza.

Non appena ne scorgessi uno passabile in maniera sufficiente, glielo scodinzolerei in faccia (il fondoschiena) e gli sbatterei contro le ciglia talmente forte da fargli vibrare il nervo sciatico. Mi aggrappaerei con le unghie alle sue spalle possenti e ai muscoli addominali immancabilmente scolpiti - emettendo mugolii e miagolii pieni di vocali - e dopo settantadue minuti d'ufficio me lo tromberei nel retro di un furgone della posta tra sacchi delle lettere e le ricevute di ritorno  mi si incollerebbero sul culo (la cui sommità recherebbe un tatuaggio dai dubbi valori morali).

E come accavallerei le gambe io, nessuno mai: perfino Kim Basinger - al mio cospetto - se ne andrebbe dritta dritta in una puntata di Bim Bum Bam col suo ridicolo raso bianco da infermierina proto-collegiale. Indosserei queste gonne e nei locali mai e poi mai limiterei le mie cosce sotto a un tavolo. Tutti dovrebbero guardarmi e mi riderebbe dentro fino all'ultimo globulo rosso nell'osservare quelle facce improvvisamente farsi serie, davanti alla più inaspettata svolta della serata farsi largo tra la folla tutta rossa di rossetto. Giuro, mi riderebbe tutto mentre disarciono le gambe e le riallaccio un'altra volta e tutti gli uomini presenti si danno di gomito, cambiano d'espressione, dissimulano indifferenza ché tanto loro sono tutti gran scopatori e hanno il cellulare che trabocca di donnine petulanti, figuriamoci se posso essere io quella da guardare. Poi il colpo di teatro: farei oscillare dal mio piede la scarpa con tacco da dodici e li guarderei tutti, uno per uno, sfidandoli a non abbassare mai lo sguardo su quella tentazione. Poi mi alzerei e tutte le sigarette diventerebbero cilindri di cenere - mentre nessuno oserebbe più fumare - mi avvicinerei all'unico che ha resistito alla cosa rimanendo orgogliosamente piantato nei miei occhi e dopo avergli passato un dito sulle labbra generando un ohhhh di meraviglia, gli direi: «Frocio di un eroe, stasera sei l'unico che va in bianco, sei contento?» e uscendo dal locale con il resto della comitiva (su per giù una quindicina di elementi), tutti dalle finestre penserebbero malissimo di me.

Dico: come fate voi donne ad essere donne senza fare così?
Io non resisterei.

lunedì, 09 maggio 2005

Puttana, oltre che cozza
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Stamattina ho affondato la torta di mamma in un mezzo litro buono di cappuccino, contestualmente rivolgendo gli occhi dentro il televisore dove il muso baffuto e demonicamente sempre identico a se stesso di Maurizio Costanzo conduceva una puntata di Tutte le Mattine.

C'è quella sensazione di ultimo arrivato a una tavolata che ride con le mani sulla pancia di qualcosa, quando ti imbatti in un programma televisivo (disgustoso per altro) già cominciato e in cui tutti mostrano facce contrite dall'angoscia, mani sotto il mento, gomiti appoggiati sulle ginocchia, sguardi persi verso le Quinte, tristezza varia e retoricamente di facciata e tu non sai di che cazzo si stia parlando. Così questa mattina: la faccia di Costanzo sembrava la faccia di Costanzo dopo l'attentato dell'11 settembre (quella per intenderci che costringeva una donna a baciare la terra di Ground Zero, urlandole: «E' ancora lì! Suo marito è ancora lì sotto!»). C'erano altri artisti: Laura Freddi - che ormai rassomiglia sempre di più a una mia vecchia zia settantacinquenne di Campobasso, Enrico Brignano (l'unico comico che riempie i teatri avendo un solo sketch in repertorio), Serena del Grande Fratello - le cui tette ormai hanno raggiunto dimensioni enneniche - e altri simpatici burattini di regime. Tutti tristissimi, ma davvero, al punto che mi sono preoccupato fosse una puntata registrata del dopo-morte di Wojtyla (o di Alberto Sordi, che tanto le frasi isteriche sono state le medesime). Telefonicamente collegata, una donna - il cui tono di voce batteva per frustrata rassegnazione quella di tutti gli altri presenti - raccontava la sua storia travagliatissima. Il marito della De Filippi ogni tanto batteva il pugno sul tavolo, scuoteva la testa sussurrava frasi tipo: «Tot è pottibile» e amenità simili. Io lì, al tavolo a scavarmi le guance con le unghie, gravido di angoscia, una mattinata di sole ormai definitivamente rovinata. Infine la rivelazione, grazie al tipico serpentone, la scritta che scorre orizzontalmente sovrimpressa in basso al teleschermo. Diceva così, testualmente: La testimonianza di Valeria. I colleghi d'ufficio maschi la chiamano "brutta cozza" e lei sta molto male.

Al di là dello spreco di facce di circostanza per una puttanata simile, volevo semplicemente dire che io mi schiero con forza dalla parte dei colleghi maschi, noin fosse altro che Valeria - oltre che brutta cozza - è anche gran mignotta, avendo telefonato in diretta da Costanzo per chiedere il loro licenziamento.

sabato, 30 aprile 2005

Un homme et une femme
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


L'ho capito stanotte facendo benzina a un self service. Me ne stavo lì facendo la cosa che più odio fare (benzina alla mia macchina) e l'ho capito. Quando si tratta di una donna, generalmente, le provi tutte pur di conquistarla se ti piace. Provi a essere Brad Pitt per farla sciogliere con la possanza della tua mascella. Cerchi di fare Tom Cruise per non farla più voltare altrove se non dentro i tuoi occhi blu. Ce la metti tutta per essere Johnny Depp, sfoderi quel fascino un po' sporco che pensi possa essere vincente. Diventi il grande psicologo per sorprenderla con qualche intuizione da grande laureato; fai lo scrittore maledetto, così che le resti qualche tua frase decadente incastonata nei capelli, mentre gira la testa sul cuscino. Ti sforzi per montarti addosso quell'immagine di Uomo Dei Suoi Sogni, pur di avere l'illusione di una chance.

Dieci euro ho messo, stanotte. Erano quasi le cinque: il momento più bello è stato quando Pat da dentro la macchina s'è messo le mani nei capelli e ha urlato (l'ho sentito pure col finestrino chiuso): «Nooo! Gli uccelletti!», perché quando senti gli uccelletti che cominciano a cantare sugli alberi vuol dire che hai fatto veramente tardi. Ho rimesso il bocchettone a posto e ho capito che quando una donna ti piace veramente, non vuoi altro al mondo che farla sorridere. Non ti interessa che ti trovi bello, affascinante, muscoloso, particolarmente intelligente. Cammini e preghi di trovare solo un altro modo per farla ridere così. Da questo capisci - secondo me - che ti piace un poco di più del solito. E allora li scarti tutti, mentre intorno a te la gente vive e cammina e pensa ad altro e tutto sarebbe talmente più bello se soltanto tu potessi farla ridere semplicemente sempre: scarti Brad Pitt, Johnny Depp, il grande attore, il cantante fascinoso. Li metti tutti via con una manata precipitosa, mentre capisci che non vorresti essere nient'altro che il suo personale Charlie Chaplin.

giovedì, 24 marzo 2005

Non è che una si può inventare puttana
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Lo ammetto. Ho un sacco di vizi. Lo sapete, del resto: mica l'ho mai nascosto. Uno di questi - e gravissimo - riguarda il fatto che letteralmente impazzisco per Cronache Marziane, programma di seconda serata (ma anche un po' di terza) di Italia Uno. Finto trash di regime, sempre controllato dagli alti piani per carità. Nulla di sconvolgente: ma per essere un contenitore dissacrante di intrattenimento - ebbene - intrattiene i miei due neuroni litigiosi.

Passano in sovraimpressione, durante la trasmissione, tutti questi sms che a un costo inverosomile è possibile inviare da casa e vedere dunque mandati in onda su schermo (il programma è in diretta). Ce ne sono di tutti i tipi, solitamente indirizzati agli stessi ospiti in studio: Fabio sei grande; Flavia sei bona; Paola faccela vedere e altre perle intellettuali del genere. Poco fa ne è passato uno. Diceva più o meno così: siete la cosa che più mi diverte, dopo tradire il mio ragazzo Paolo. Siete grandissimi!

Ecco, tu invece sei una lurida puttana e ti meriti di essere violentata da un cosacco. Niente, te lo volevo dire.

martedì, 08 marzo 2005

L'avete voluto voi - la verità sulla Festa della Donna!
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Era il marzo del 1908 quando una manciata di Uomini Meno il Cervello in evidente stato premestruale decise di protestare contro un'industria tessile di New York per le terribili condizioni in cui era costretta a lavorare (nello specifico gli Uomini Meno il Cervello lamentavano una atavica mancanza di specchi a figura intera e l'eccessiva basculanza dei portasapone nei bagni). La prima mossa di questi Uomini Meno il Cervello (che per comodità da adesso in poi e senza cadere più in tentazione chiameremo solamente Donne) fu quella di indire un assurdo e illegittimo sciopero (da qui la simpatica abitudine evolutiva di incrociare le braccia di tanto in tanto e pronunciare la formula comune di: "Se non mi porti subito a fare shopping, io qui non muovo più un dito"). Suddetta rimostranza si protrasse vergognosamente a lungo - per giorni addirittura - fino all'otto, quando l'insano proprietario Mr. Johnson decise leggittimamente di bloccare tutte le porte della sua fabbrica, mentre - contestualmente - la incendiava.

Inutile dire che le 129 Donne perirono tutte nel fortuito incidente (si sa, loro non le conoscono le mezze misure: o tutto oppure niente. Le uniche mezze misure che conoscono - purtroppo - sono relative alle tette, spesso inflaccidite e tenute sù da un trucchetto da quattro soldi che col tempo è venuto a chiamarsi Wonder-Bra). Doppiamente inutile dire che, successivamente, quella data venne proposta come giornata di lotta internazionale a favore delle suddette operaie morte e più in generale delle Donne tutte del creato intiero. Oh yeah.

Conclusioni:

- è evidente che tutto ciò non serve a spiegare il perché io oggi dovrei essere costretto a fare gli auguri alle donne e perché le stesse donne stasera dovrebbero indossare Wonder-Bra e perizoma per andare a far sfraceli in locali alla moda, per di più deserti di martedì sera, perché - evidentemente - gli uomini l'hanno passato a lavorare e nottetempo restano alla casa al fine di godere di un legittimo riposo

- tantomeno spiega perché le Donne nel traffico in salita debbano usare il freno a mano

- non spiega - invero - nemmeno i motivi del tutto incomprensibili per cui se non rispondi a una loro telefonata entro il quarto squillo, è deciso che te ne stai trombando un'altra o che di loro non te ne frega niente (ma forse - c'è da dire - in tal senso le fiamme purificatrici in cui arsero le 129 eroine potrebbe aver fatto da agente inibitore nei confronti dell'autostima)

- non spiega affatto perché l'unica pubblicità pseudo-femminista della tv - quella in cui un belloccio cerca di far funzionare una lavatrice e non ci riesce finché un geniale appunto lasciato dalla di lui donna (ricordati di accenderla) risolve il problema, volendo così far passare per solito maschio incapace lui e per grande emancipata lei - riesca invece a essere del tutto ridicola nel suo tacito voler significare che l'unico aspetto per cui sono utili a noi uomini, le Donne, è nel corretto utilizzo degli elettrodomestici (quando in realtà sono straordinarie anche come alternativa alla masturbazione!)

- non spiega perché davanti a una vetrina una donna debba assolutissimamente pettinarsi

- oppure perché debba uscire da una discoteca in canottiera a meno quattro gradi per rispondere a una telefonata [vero Pat? Ciao Fabiana!]

- perché debba entrare in un locale camminando al rallentatore

- non spiega - in definitiva - perché debba portare una borsa firmata e costosissima, mentre noi facciamo tutto con le tasche.

Qualcuno mi aiuti a capire. Una donna, perfino, a patto che sia dotata di senso dell'umorismo e posto che non pretenda - dopo - di essere riaccompagnata a casa.

martedì, 08 marzo 2005

Festa della donna
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Ma - esattamente - auguri di che?

lunedì, 28 febbraio 2005

Quando anche la pioggia ha un suo perché
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Che voglia d'amore che ho. Ne parlavo di recente con gli amici. Non mi va una fidanzata, ma neanche mi vanno più le beduine scopate consumate in giro pre e dopo bevuta nei locali. Ho voglia di un amore non corrisposto. Ho voglia di soffrire come un cane per una donna che non mi degni di uno sguardo. Me ne starei solitario a rigirarmi un bicchiere di rum tra le mani e niente delle conversazioni degli altri intaccherebbe il mio spirito ferito. Guiderei la macchina di notte tenendo il volante con una sola mano. Comincerei a fumare. Tutti noterebbero il mio stato e perfino al lavoro renderei la metà. Perderei questa cinicità che mi diverte e mi spaventa: racconterei a qualcuno dei miei amici del suo sguardo e del modo che ha di camminare. Sorriderei senza motivo ripensando a lei prima di addormentarmi, rigirandomi sul cuscino e sognando di averla tra le dita. Non lo saprei più fare il fidanzato: sono contro la fedeltà e decisamente a favore della bigamia. Quello di cui necessito con urgenza è una sofferenza in campo amoroso, per dimostare a me stesso che l'amore esiste ancora: mi manca da morire una giornata di pioggia e un ombrello aperto dove in due non ci si sta.

lunedì, 14 febbraio 2005

Innamorato cinico
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Buon S. Valentino a tutti gli innamorati.
Ma, soprattutto, buon S. Valentino a tutti i single che stasera potranno divertirsi come Dio comanda alla faccia di coloro che - invece - azzanneranno sbadigli tra i denti seduti a un tavolo per due, prenotato tre settimane prima per farle una sorpresa, che non la solleverà dal fare la puttana con un altro.

domenica, 13 febbraio 2005

Eri quello che volevo
Categoria:scritto da granduca di palau, noi e le donne


Eri quello che cercavo, quello che volevo, incurante dell' età e delle differenze. Eri la quadratura del cerchio, il completamento del mio carattere, la quiete dopo la tempesta. La svogliatezza con l'adrenalina, la camomilla della sera.

Eri un modo di essere che non ho mai avuto, una pacatezza semplice, una cura di te sfrenata, un'eleganza serena, un colore pastello, una rosa rosa.

Eri tantissime cose che non ho saputo tenere e lo scrivo qua, ora, dopo alcuni mesi, senza aver avuto la forza di fare qualcosa che ti aspettavi ma che non sono propio capace a fare. Eri una piantina, ora sei un albero.

In bocca al lupo, non è e non sarà facile sapere che non avrai più bisogno di me.
Il Granduca

giovedì, 10 febbraio 2005

Valutazioni
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Aida Yespica.
Alimenterebbe le guerre tra gli uomini
se fosse prezzata
e messa in vendita in unica copia.

Ma è proprio necessario
che le belle donne parlino anche?

mercoledì, 09 febbraio 2005

35 centesimi a volta
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Questo è un messaggio d'amore impossibile.

Impossibile perché io non sono innamorato e non lo sarò mai più. Ho chiuso con l'amore e tutto quello che voglio da te è che non aggiunga mai nulla di più al sorriso che mi regali ogni giorno. Sei una puttana economica: costi una media di 35 centesimi a botta. In cambio non mi dai fica né culo; soltanto una mezzaluna di denti e di labbra che aprono il mondo. Non porti pellicce, non usi strass né tacchi alti. Lavori di giorno, sotto gli occhi di tutti e tutti guardi dall'alto in basso: sei una puttana come non se ne vedono mai. La gente in fila non ti carica mica: tu cammini, sali e scendi dal marciapiede e non mi vergogno a dire che per quel prezzo la tua merce è quanto di più conveniente si possa trovare sul mercato. Non parli d'amore, non mi chiedi nulla; non ne fai una questione di stile o eleganza, non pretendi lusso o gioielli e non chiedi rispetto o sesso protetto. Te ne stai lì a guardarmi, mentre ti faccio tintinnare in una mano le monete e non so come ti chiami e non sai come mi chiamo ed è profondamente leale così. Una volta hai inclinato la testa da un lato e col dito hai indicato il mio tatuaggio: ti piace?, ti ho chiesto. Tu mi hai risposto di sì col tuo accento straniero dell'est, immigrata puttana, bella ma sporca, in piedi ma morta, sorridente di cera. Non passerò a salutarti a San Valentino, non ti sognerò mai, neanche una di queste notti, nessun brindisi, nessun bicchiere sarà mai sollevato in tuo onore. 

Eppure questo è un messaggio d'amore impossibile e un messaggio d'amore - per quanto impossibile - da qualche parte deve pure arrivare. Fateci caso anche voi, se vivete a Roma e se vi capita di passare qualche volta all'ora di pranzo davanti al cinema Embassy. Lei se ne sta lì al semaforo e se le fate un segno col dito non se lo farà dire due volte e vi lascerà stare: poco prima di arrivare mi verso sempre un paio di monete nel palmo. Lei mi sorride ogni volta in un modo assoluto, perché già lo sa: quei denti bianchissimi stridono col resto di lei e non fai caso più a niente. Le dai le monete, le dici scemenze, aspetti il verde e per tutto il resto del giorno non ci pensi mai più. Alle nove di sera riaccendi il motore, guardi il cielo nero di notte e decidi che se un messaggio d'amore c'è, è scritto per intero sul parabrezza della macchina: il più pulito di Roma.

sabato, 15 gennaio 2005

C'è una qualche speranza che sia anche lettrice di questo blog?
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Da stanotte è una cosa fissa nel cervello. Non ci devo pensare troppo, altrimenti fa male: come quando hai un dolore intercostale e non puoi tirare il fiato a fondo. Credo, in effetti, di essermi persuaso circa il fatto che la cameriera mora del Tamoshanter (ammesso che si scriva così) - a due passi dal cinema Adriano a Roma - sia la donna che freudianamente vado cercando da quando sono al mondo. E' mora, con la pelle chiara e gli occhi scuri. I capelli lisci, sufficientemente alta, magra, un culo da prendere a morsi, una femminilità istintiva e - niente - il punto è che quando la prima volta ha sorriso di mestiere pregandoci di occupare un altro tavolo, io me ne sono rimasto così, senza parole.

Sto ufficialmente escogitando un piano.

martedì, 14 dicembre 2004

Tradire dovrebbe essere un dovere
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Se non ci fosse la possibilità del tradimento - in un amore - che divertimento ci sarebbe?

Sono molto wildiano in questo, seppure per tradimenti e affini io abbia sofferto come un pastore abruzzese cieco; eppure sono convinto che il dubbio, nell'amore come nella vita, sia una componente fondamentale per rendere vivo il tutto. La perfezione, come la libertà assoluta, è soltanto una mancanza di fantasia io credo. Essere perfetti, andare sempre bene a scuola, prendere solo otto e nove, dire sempre sì: tutte queste cose non sono che una banale scusa per non avere un'alternativa. E' il coraggio a mancare, molte volte. La personalità. E, per quanto mi riguarda, l'assoluta capacità a restare fedele.

Allora io dico: che sia il tradimento se serve a stare sulle spine una notte e poi abbracciarla più forte il giorno dopo. Che sia un telefonino spento quando dovrebbe essere acceso se serve a mandare più veloce il cuore e poi a farlo rallentare quando all'alba ti ritrovi con un sms di cui - vabbé - non è che ti fidi ciecamente. Azzardo: secondo me il tradimento, in una coppia, dovrebbe essere un dovere. Il dubbio, l'incertezza, non essere convinti dell'amore di qualcuno è devastante ma consolatorio: aiuta a non sentirsi immortali e, amici miei, credo in effetti che la mortalità sia la più grande fortuna dell'uomo. Se fossimo immortali, neanche di una settimana al mare riusciremmo a godere e l'ultimo morso al Cornetto Algida - quello alla punta dove si annida tutta la cioccolata - sarebbe algido per l'appunto, vacuo e freddo nella consapevolezza che altri infiniti ne potranno venire: un amore deve vivere nell'implacabile certezza della sua finitezza.

Quindi sì, io accetto il tradimento. Attivo e passivo. Non mi fido di tutte quelle coppie che per anni vanno mano nella mano: non posso fare a meno di guardarli e pensare: eccoli. Lei sogna una cooperativa di cosacchi con cui copulare settimanalmente e lui rimpiange quella serialità dell'atto sessuale abusivo di cui andava fiero da ragazzo. La soluzione migliore, in questi casi, è mandarsi al diavolo e correre completamente nudi in un campo di margherite. Ma anche no: la soluzione può pure essere staccare un biglietto per il parco giochi più divertente del mondo e bagnarsi nel mare del dubbio e dell'inconsapevolezza. Un esempio? Per un'estate fare vacanze separati e a cellulari spenti. Se tutto è giusto, ci si ritroverà a settembre seduti a un tavolo tondo a raccontarsi milioni di cose e con le mani incapaci di restarsene giù lungo i fianchi, frementi di quella passione troppo spesso data per scontata.

L'amore eterno dovrebbe essere bandito per legge.

martedì, 07 dicembre 2004

Vi è mai capitato?
Categoria:scritto da davide firenze, noi e le donne


Immagino di non essere l'unico a cui sia capitato almeno una volta di sentirsi invaghito di una persona. Quando sapendo che c'è lei vai all'università più volentieri, anche solo per vederla e scambiartici appunti sui quali non studierai mai, per andare in mensa (ah, la mensa) e per poi salutarla presto perché lei abita dall'altra parte di Roma, e solo un romano sa quanto possono essere distanti le due estremità della Capitale, certe volte.

Ma lei è fidanzata da anni, seppure ti dia la sensazione di essere alla ricerca di una scusa per uscirne alla prima occasione, e tu, che a neanche 20 anni tutto sei tranne che bastardo (poi forse imparerai ad esserlo, ma mai abbastanza), non te la senti di affrettarle la decisione. Che non c'è niente di peggio che iniziare una storia passando sul cadavere di quello prima. La situazione con lei non si sblocca, e arriva il giorno in cui ti rendi conto che non vale la pena continuare ad andare all'università per finta, e smetti. E non la vedi più.

Passano i mesi, gli anni, a lei non pensi più in quel modo, ma nonostante tu non l'abbia mai più vista lei continua a farsi viva con impressionante regolarità, sotto forma di una bustina gialla lampeggiante vicino all'orologio del tuo computer, e tu ogni volta la tratti male e la consideri poco, con la scusa della mancanza di tempo, che oddio, un po' è anche vero ma è impossibile che lo sia sempre. E lei in quei mille discorsi ti racconta quello che le succede, si apre con te, ti descrive le sue sofferenze, le sue tristezze, la sua incredibile passione per Renato Zero, ti chiede sempre «come stai», domanda alla quale tu non manchi mai di opporre il tuo solito, gelido «bene». Ed è lì che ti rendi conto che alla fin fine le piacevi, cazzo se le piacevi. E che lei quella volta era pronta, aspettava solo una tua fottutissima mossa che tu, fregnone, non hai mai fatto.

E anche in un momento come quello che stai vivendo, di smarrimento, è lei che si rivela come la tua confidente più cara, quella a cui chiedi consigli e che soprattutto dimostra di conoscerti alla perfezione, ti dice cose di te che manco tu vedi così bene, che quando ci pensi ti sembra impossibile per una che non ti vede più o meno da 7 o 8 anni. Eppure è proprio così, ti conosce.

E pensi «ma come ho fatto a trattarla così male per tutti questi anni»? E nonostante la certezza che ormai non ci sarà mai niente tra voi due, pensi che un po' gli vuoi bene, a quel fiorellino con l'occhietto che ogni tanto si trasforma in bustina lampeggiante.

lunedì, 06 dicembre 2004

Complimenti involontari
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


Certe volte mi dovrei controllare, che caspita.

E' che mi piace troppo questo dono che ho. Mi vengono in mente sempre certe cose strane da dire nei momenti più inutili, banali: non le dico mai, intendiamoci. Di solito sono acide e troppo finemente ironiche per essere apprezzate con un sorriso. C'è una scena ne "La Leggenda del Pianista sull'Oceano", in cui Novecento suonicchia un motivetto per ciascuna persona nella grande sala da ballo della nave: fa la musica tetra quando passa un signore che sembra abbia appena commesso un crimine; compone una sinfonia goliardica per i due amici che stanno ubriacandosi felici e così via. Solo che non è che lo va a dire ai diretti interessati: lo fa per se stesso, lui mica suona apposta. Suona e basta, non può scegliere.

Così io.
Mi vengono in mente certe immagini per certe persone che di solito mi tengo dentro. Ma anche no. Allora l'altro pomeriggio incontro questa ragazza. La conoscevo già, intendiamoci, non è che abbia fatto il cascamorto o cose simili. Lei è elegante, io sono un disastro dopo una mattinata di lavoro e la tipica levataccia delle sei e quarantacinque.

Ci salutiamo
comevatuttobenesìsolosoancheiodavveronononlosapevo
perbaccoetucheglihaidetto.

Cose così di chi si incontra mentre vorrebbe essere altrove e non si sa che cazzo dire.

"Dove te ne vai tutta così bella?", le faccio poi.
"A fare una passeggiata", mi fa lei. Gli orologi ticchettavano ai polsi con la deflagrazione di un'atomica, tanto si avvertiva la fretta nei cuori di ciascuno. Ogni secondo aveva l'aria di un secondo perduto.
"Shopping?"
"Oh, no. A prendere un the".

A quel punto mi arriva al naso il suo profumo. Molto buono, devo ammettere. Femminile. Fragrante. Una scia dispettosa come coda. "Tutta improfumata...", le dico. Un po' sorrido, lo zaino su una spalla. "Ti piace?", domanda civettuola inclinando un po' il collo. "Come no. Fai concorrenza ai biscotti della prima colazione".

Ecco, è rimasta di sasso.
Io li ho proprio visti, capite? I biscotti tutti in tondo in un piattino a fare scommesse clandestine su chi dovrà essere il primo a finire a mollo nella tazza. Li ho visti e ho pensato al biscotto maschio che si innamora di quel profumo e la biscotta femmina che si ingelosisce con le braccia conserte sul petto e il viso girato dall'altra parte. Loro, i biscotti dico, sono così orgogliosi del loro profumo che gli viene male essere surclassati da qualcosa. Soprattutto se è donna, secondo me.

Quindi non è che volessi farle un complimento. Perbacco, ci mancherebbe altro. E poi, dai, era una tale idiozia.

Però forse lei l'ha pensato e comunque dubito che, alle 18 di un pomeriggio infrasettimanale, lì sotto casa, abbia mai sentito rivolgersi contro qualcosa del genere e tanto improvvisamente. Non so che ha pensato, ma ho idea che l'abbia preso come la cosa più bella del mondo.

E' arrossita.
E a me scappava da morire la pipì.

lunedì, 29 novembre 2004

Non avrai paura
Categoria:narrativa, scritto da stefano havana, noi e le donne


Non avrai paura quando mi incontrerai. Sarai bella e sarà sera. Sarà quando non me l'aspetterò, sarà quando non te l'aspetterai. Sarò preda di un pensiero e starò imbrigliandolo con le redini della distrazione del giorno qualunque. No, non avrai paura amore mio.

Non avrai sentore di quello che sarà. Ci incontreremo all'improvviso, qualcuno ci presenterà: conoscerò le tue lacrime. Non avrai paura di me, sentirai di poterti fidare e io sorriderò nel buio andando a letto quella notte. Andrà così, tesoro mio. Sei da qualche parte e nel tuo cuore alberga lo stesso vuoto che è nel mio. Dove andrai? Cosa farai? Che vita vivrai fino al giorno in cui mi incontrerai? Vai, ti prego, cammina, fai presto, sii veloce, non ti perdere, non dare retta gli altri, non ascoltare le distrazioni che ti arricceranno i capelli e vizieranno i tuoi capricci. Corri da me.

Non avrai paura, non avrai paura piccola mia. Raggiungeremo un largo spiazzo e sarà lì che ci abbandoneremo, arricchiti di nuove parole, cresciuti di polverosi mesi e scorbutici litigi. Lì ci lasceremo, corroborati di ricordi da accarezzare nuovamente. Non avrai paura, piccola mia. L'Amore che ci lega esiste già. Esiste prima di te e prima di noi e tu non avrai paura quando mi troverai. La mia fiducia non vacilla mentre attendo alla luce tremula di questa candela che è l'ansia di vivere da solo, senza uno zampillo d'amore nuovo, come se Amore stesso fosse morto. La mia ombra si allunga nell'attesa tanto grigia. Verrai da me e io sbaglierò tutto, percorrerò gli stessi errori, vivrò delle medesime incertezze. Passeranno nuovi giorni e nuove notti e non avrai paura la prima volta che trarremo lo stesso medesimo respiro, contemporaneamente chiudendo gli occhi e ingabbiando le dita le une dentro le altre. Non avrai paura la prima notte in cui ti sveglierai e mi troverai al tuo fianco ad osservarti. Non avrai paura la prima volta che piangerò per te senza un motivo, solo commosso dalla rara coincidenza che tu in un mondo popolato di esseri migliori, abbia alla fine scelto me.

Non avrai paura la volta che rideremo insieme e il nostro riso si estinguerà in un primo bacio. Allora avrò paura io, finalmente. Paura di nuovo, paura di fallire, piccola mia, paura di non saper dosare la mia forza e di perderti come sabbia che scorre inesorabile in un pugno troppo stretto. Non avrai paura quando da quel primo bacio noi ci staccheremo e ci guarderemo stupiti e con le guance rosse. Non avrai paura quando in quel bozzolo di profumi tu saggerai il mio dopobarba e io riconoscerò la marca del tuo lucidalabbra: la consapevolezza che ti sei fatta bella per me mi farà sorridere e tu chiuderai quel sorriso con un nuovo bacio più deciso. Quando mi incontrerai sarà per caso e tutto questo sarà racchiuso ancora in una gemma di futuro.

Giocheremo a innamorarci e un giorno io ti terrò stretta in cima al mondo e ti sussurrerò qualcosa dopo un altro bacio. Tu non capirai subito, ma poi sorriderai senza rispondere. Affonderai il tuo viso nel mio collo e riderai stringendomi: tutto questo accadrà quando ti dirò che t'amo. Solo allora, per un minuto e basta, avrai paura. La paura diventerà sollievo e ci rialzeremo insieme. Litigio dopo litigio. Lacrima dopo lacrima, brindisi, cena, vetrina e strada. Percorreremo un po' di vita insieme e ogni tanto ripenserai alla volta in cui ci siamo visti. Io finirò a piangere da solo, a bere, a scrivere, a inebetirmi nelle mie letture, nei miei rifugi artistici.

E non rivedrò mai più un sorriso bello come quello che mi regalerai la prima volta che tu ed io ci incontreremo.

domenica, 07 novembre 2004

Due anni
Categoria:scritto da davide firenze, noi e le donne


Le litigate in macchina. Gli abbracci interminabili. I tuoi calzini in fondo al letto. I termosifoni sempre accesi. La cena sempre pronta. La gioia. I tuoi esami all'università. L'amore. Le tue chiacchierate con mia mamma, sarei stato ore ad ascoltarvi. Le merendine bruciate nel tostapane. L'abbonamento a teatro. Lo spettacolo di Salemme. Lo spettacolo di Elio e la De Sio. Il sushi. La casa al Duomo e la nostra prima volta, quel pomeriggio di due anni fa. I concerti di Elio. Cicciput firmato da Elio. I derby vinti. I derby pareggiati. Gli amici. Marco e Maurizia. I racconti dei tuoi sogni, puntuali ogni mattina al risveglio. Le discussioni politiche, fossimo mai stati d'accordo. I tuoi genitori. I miei formalismi nei loro confronti. Le visite all'Ikea. I negozi. La finestra di fronte. Il viaggio in Messico. I ricordi. L'immancabile non ti lascerò mai. La donna maya e il suo coco frio. I pomeriggi al centro commerciale. I sogni. La bellezza delle nostre tante differenze. La voglia di fare tanti bambini. Le prese in giro. Adriano. Il buonumore, sempre e comunque. Roma tanto amata, Firenze tanto odiata. Emanuele e Silvia. Gli sms, alcuni da brivido, che conservo. Le telefonate quando eravamo lontani. L'emozione della Notte Bianca, la pannocchia mangiata a Piazza Navona e mio papa' che dormiva in ufficio. La spalla su cui piangere. I Tiromancino. Il viaggio a Londra. Starbucks. Diego. Le risate. Le multe. La goliardia e gli scout, così uguali e così diversi. I matrimoni degli amici, e ogni volta a parlare di come sarebbe stato il nostro. Io ateo tu cattolica, chissà come avremmo fatto. Il sabato mattina. I convegni del Mensa. La musica brasiliana. Il film di Alberto. I Negrita. Le puntate di OC. Il viaggio in macchina con tua nonna, mi disse stalle sempre vicino. Shrek. L'attesa per Shrek II, che vedrò da solo. Mirko. Pescia. La nostra intimità. I brividi. Il concerto di Alex Britti. Stefano e Stefanino. Gli occhioni. L'odore di biscotti. Nemo, ma soprattutto Dori. P.Sherman, 42 Wallaby Way, Sidney. La luce spenta tutte le notti guardandoci negli occhi. I due anni più belli della mia vita. L'ultimo bacio. Il letto nuovo, un regalo che terrà il tuo ricordo nella mia camera da letto per tanto tempo. La conclusione del sogno. Il brusco risveglio. Le lacrime, adesso. L'atteggiamento ostile. Il voglio stare da sola. Il ho rovinato tutto. La parola fine. La ricerca di un perché. I consigli degli amici. Il terremoto sotto i piedi. L'insonnia. Altre lacrime. La ricerca di un'altra casa dove andare. I ricordi. La tua indifferenza. L'oblio che arriverà. La ferita. Il cuore spezzato. L'addio.

sabato, 06 novembre 2004

E se ci trasformiamo un po' è per la voglia di piacere
Categoria:scritto da stefano havana, noi e le donne


A cos'è che pensa una donna mentre è lì che si fa bella?

Mi è venuto in mente poco fa, riguardando una vecchia fotografia. Pensa forse agli uomini che la guarderanno? O pensa che - se vuole - può essere più bella dell'amica? A che pensa? Davanti allo specchio con il bacino adagiato al bordo del lavandino e gli occhi spalancati in uno specchio: a che pensa? Mentre una matita nera le incornicia gli occhi e un fondo di mascara allontana l'inverno. A che pensa una donna, quando si trucca? A che pensa mentre si morde un labbro e con le mani sui fianchi scruta nel suo armadio? Dov'è che va una donna in quei momenti lì?

Va forse nel posto più bello di Parigi in compagnia di un uomo fascinoso ed elegante e due spanne più alto di lei? Va nella più deserta delle spiagge a camminare mantenendo con gli indici della mano le due scarpe? Dove va? E tutte le sue tristezze e i suoi pensieri e gli amori svaniti e i problemi e gli scazzi, dove vanno anche loro mentre lei sta facendosi bellissima? Pensa all'uomo che la corteggerà? Aspira ad essere quella più guardata della via? A che pensa una donna mentre sceglie il profumo giusto? A che pensa una donna, quando valuta l'accostamento della borsa col vestito e col rossetto?

Ogni volta che scorgo una donna che mi piace per la strada, ci penso per un po'. La guardo e ripercorro con la fantasia i momenti che l'hanno portata fin lì dove sono io. C'era una canzone in sottofondo mentre si curava? Si sentiva bella mentre si spalmava le gambe di quella crema che ora le rende tanto lucide? Si sentiva orgogliosa della sua femminilità? Cosa pensa una donna davanti allo specchio, quand'è sola e di profilo misura l'effetto del suo nuovo reggiseno? Pensa a se stessa o a tutti gli occhi bramosi che la scruteranno? E quando sceglie un indumento intimo a favore di un altro, anche quella scelta come la fa? A cosa pensa? Alle mani che la spoglieranno o alla semplice consapevolezza di aver curato ogni particolare?

Mi piace l'idea di una donna che ami rendersi bellissima.
Cerco sempre di guardarle in un certo modo, queste donne che meritano. Cerco di scegliere uno sguardo diverso dagli altri, ogni volta che mi capita di incrociarle in giro. Uno sguardo che risalti lei, proprio lei su tutte, uno sguardo che la faccia arrossire e, soprattutto, uno sguardo che guardi solo lei e le altre no. Perché poi, la sera struccandosi, possa pensare - questa donna - che dopotutto, almeno per qualcuno, ne sia valsa la pena farsi bella.

martedì, 02 novembre 2004

Ho provato ad immaginare la donna perfetta
Categoria:scritto da stefano havana,