giovedì, 18 ottobre 2007

Nome di battaglia: Mara
Categoria:personaggi, scritto da andy capp


MaraHo appena finito di leggere un libro della giornalista Stefania Podda sulla vita di Margherita Cagol, il primo capo delle Brigate Rosse, la donna di Renato Curcio, nome di battaglia: Mara.

Nata in un piccolo paese ai piedi del Bondone, Sardagna di Trento, frequentò con successo l'Università del capoluogo trentino e la famosa Facoltà di Sociologia. A leggere le testimonianze di chi la conosceva, Mara era una ragazza riservata che difficilmente prendeva la parola durante le assemblee. La sua storia d'amore con Renato Curcio, l'ideologo delle BR, ha contraddistinto la prima fase di quello che è considerato il nucleo storico della formazione armata. In molti stentarono a credere che fosse davvero lei la donna con la parrucca bionda che il 18 febbraio 1975 guidò un commando per liberare Curcio dal piccolo carcere di Casale  Monferrato. Il piano fu organizzato da Mara che successivamente, mitra in mano, liberò il suo uomo senza sparare un colpo.

Cari genitori, vi scrivo per dirvi che non dovete preoccuparmi troppo per me. […] Ora tocca a me e ai tanti compagni che vogliono combattere questo potere borghese ormai marcio continuare la lotta. Non pensate per favore che io sia un'incosciente. Grazie a voi sono cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. È giusto e sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi dà ragione come l'ha data alla Resistenza nel '45. Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi non ce ne sono altri. Questo stato di polizia si regge sulla forza delle armi e chi lo vuol combattere si deve mettere sullo stesso piano. In questi giorni hanno ucciso con un colpo di pistola un ragazzo, come se niente fosse, aveva il torto di aver voluto una casa dove abitare con la sua famiglia. Questo è successo a Roma, dove i quartieri dei baraccati costruiti coi cartoni e vecchie latte arrugginite stridono in contrasto alle sfarzose residenze dell'Eur.

Scriveva questo Mara, la terrorista, la brigatista rossa, nelle lettere ai suoi genitori. In quel periodo aveva già fatto la sua scelta clandestina e brigatista, al fianco del suo uomo, nel bene e nel male. Aveva scelto la rivoluzione, aveva rinunciato alla sua vita borghese, lei, cattolica e di buona famiglia. La sua morte avvenne la mattina del 5 giugno del 1975: una pattuglia di carabinieri in perlustrazione sulle colline di Arzello, arrivò per caso alla cascina Spiotta, sorprendendo i brigatisti che tenevano prigioniero il re delle bollicine, Vallarino Gancia. Dopo un conflitto a fuoco Mara rimase uccisa, così come l'appuntato Giovanni D'Alfonso, che spirò in ospedale dopo alcuni giorni di agonia. Il tenente Umberto Rocca, preso in pieno da una bomba a mano, perse un braccio e un occhio, il maresciallo Rosario Cattafi, investito dalle schegge, rimase ferito. L'unico a rimanere illeso tra i carabinieri fu l'appuntato Pietro Barberis, mentre un altro brigatista, ancora oggi sconosciuto, riuscì a fuggire verso il bosco. Secondo fonti brigatiste, il fuggitivo avrebbe raccontato di aver sentito un ulteriore sparo dopo lo scontro a fuoco, tanto che in seguito a questo racconto le BR denunciarono un'uccisione a freddo. Ma non esistono conferme.

Mara uccisaI risultati dell'autopsia, eseguita dal professor Athos La Cavera, dicono questo: "Ferita da arma da fuoco con caratteri di entrata alla regione mediale del cavo ascellare sinistro con alone ecchimotico circostante e ferita da arma da fuoco con i caratteri di uscita sulla linea ascellare posteriore destra pressocchè orizzontale rispetto al foro di entrata". Un'altra pagina misteriosa della storia d'Italia e degli anni di piombo in particolare. Fece la sua scelta Mara, accanto al suo uomo, visse una vita breve, intensa, idealista, sbagliata. Bruciò la vita. Proprio come Francesca Mambro, fedele compagna di Valerio Fioravanti, che condivise con lui azioni di guerriglia, scontri a fuoco, arresti, omicidi, ergastoli. E un figlio.

Questa figura di donna pasionaria mi affascina molto. Ci pensavo giorni fa quando hanno arrestato a Roma i famosi Bonnie e Clyde: due tossici di mezza età, romani, che in un mese hanno messo a segno 16 rapine. Condividere tutto: risate, adrenalina, sudore, rischi, soldi, errori. Non è forse questo un amore più forte di qualsiasi matrimonio?

Fu il cuore che indicò a Mara la sua strada. E la portò in braccio alla morte.

sabato, 05 maggio 2007

5/5/1981 - 5/5/2007
Categoria:personaggi, scritto da noantri


Per non dimenticare.

Mi hanno dato per casa un'angusta cella
rubato il mio cuore ed il mio destino
hanno detto che sono pericoloso
qualcosa di cui non si deve parlare
hanno percosso il mio corpo e torturato la mente
facendo lo stesso agli altri
e quando qualcuno arriva alla fine dei suoi giorni
è soltanto un problema in meno.

"Rimanga nei vostri cuori Bobby Sands"

Ho sognato le mie montagne, le mie valli, i miei laghi
ho sognato i miei fratelli e le mie sorelle
ho sognato le case bianche e i bambini nelle strade
e i vecchi che cantano nei pubs:
"Gli inglesi pensano che Dio abbia commesso un errore
nel dare una terra così bella agli irlandesi
e per 800 anni hanno provato a porvi rimedio"

"Rimanga nei vostri cuori Bobby Sands"

Hanno rinchiuso il mio corpo ma non le mie parole
e nemmeno la speranza nel futuro
hanno rinchiuso solo un Bobby Sands
ma ce ne sono molti altri in Irlanda
la gente è stanca di vedere per le strade
i soldati del R.U.C. dare ordini e chiede loro:
"Perchè siete qui? Cosa volete dall'Irlanda?"

"Rimanga nei vostri cuori Bobby Sands"

Ho scelto di morire per poter sopravvivere
ma non ho niente di cui pentirmi
ho scelto di percorrere la strada più tortuosa
che mi porta a Dio...
E se qualcuno sentisse parlare di un tale Bobby Sands
ricordi che è solo uno dei tanti
che ha lottato per la sua terra... La sua gente... Il suo Dio
in quell'inferno chiamato: Irlanda del Nord

"Rimanga nei vostri cuori Bobby Sands"

giovedì, 01 febbraio 2007

Quando penso a Berlusconi
Categoria:personaggi, scritto da stefano havana


Ah, che bellezza essere italiano
quando al mattino l'aria s'improfuma,
quando al barista chiedo da lontano
'Augusto, un cappuccino senza schiuma!'.
E mentre lo sorseggio mi ci beo
e penso alla Madunina e al Colosseo
e mentre penso al Ponte dei Sospiri
senza volerlo vado su di giri.
Penso ai Bronzi di Riace
e il mio corpo si compiace
e mi eccito parecchio
quando penso a Ponte Vecchio...
 
Ma poi penso a Berlusconi
e mi si sgonfiano i coglioni.
Mi si sgonfiano le palle
non so più dove cercarle.
Quando penso a quel biscione
mi si abbassa la pressione.
L'apparato genitale
c'ha un collasso verticale.
Quando penso a Berlusconi
il testicolo s'ammoscia
tutto il corpo mi s'affloscia
ogni cosa mi va giù
e non si rizza più.
Non mi si rizza più.

 
Ma è sempre bello essere italiano
ai tempi nostri e a quelli di Ben Hur,
Colombo, Dante, Cesare, Tiziano
e Camillo Benso conte di Cavour.
Sorseggio il cappuccino e mi ci beo
pensando a Garibaldi, a Galileo
poi mi sento il corpo turgido, gagliardo
se penso che discendo da Leonardo.
Penso a Coppi sul Tonale
e mi sale su il morale
e mi sale un'erezione
quando penso a Cicerone.

Ma poi ripenso a Berlusconi
e mi si sgonfiano i coglioni.
Mi si risgonfiano le palle
e non so più dove cercarle.
E quando penso a quel biscione
mi si abbassa la pressione.
L'apparato genitale
c'ha un collasso verticale.
Quando penso a Berlusconi
il testicolo s'ammoscia
tutto il corpo mi s'affloscia
ogni cosa mi va giù
e non si rizza più.
Non mi si rizza più.  

Che bella che è la femmina italiana
vestita, nuda, rossa, mora o bionda.
Iersera sono uscito con Luana
che c'ha un sorriso come la Gioconda.
E ha due monti rosa dentro al reggiseno
e gli occhi color del lago Trasimeno.
Insomma il corpo come lo Stivale
e monti, vallate e parco Nazionale.
Eravamo su un bel prato
fra il profumo della menta
quando lei mi ha sbottonato
sussurrando "Mi consenta".
 
Ciò che sembrava una locomotiva
è diventato un nocciolo d'oliva
e Luana, da italiana, non ci crede
e mi domanda "Amore che succede?".
Io mi arrabbio e dico
"'Dai, mi domandi cosa c'è?
Ma tu ancora non lo sai
quel che mi succede a me?
"
 
Quando penso a Berlusconi
mi si sgonfiano i coglioni.
Mi si sgonfiano le palle
non so più dove cercarle.
Quando penso a quel biscione
mi si abbassa la pressione
e l'apparato genitale
c'ha un collasso verticale.

Quando penso a Berlusconi
il testicolo s'ammoscia
mi si appoggia sulla coscia,
mi va tutto alla rovescia.
Il morale mi si sfascia,
non mi scappa più la piscia.
Si sfrantuma la brioscia
mi diventa moscia, moscia.
Si scaloscia la bagascia
ogni cosa mi va giù
e non si rizza più.
Non mi si rizza più.

(R. Benigni)

giovedì, 11 maggio 2006

L'uomo che squarciava il silenzio
Categoria:personaggi, scritto da stefano havana


Cade in questi giorni la ricorrenza di una morte. Per l'esattezza il 9 maggio del 1978 crepava ammazzato Peppino Impastato. Guarda un po', proprio qualche giorno fa ho visto "I Cento passi" di Marco Tullio Giordana: è un film su questo ragazzo che scelse a caro prezzo di squarciare il silenzio. E spesso le cose cominciano così, ci fate caso? Da un film. O da un libro. Uno vede un film o legge un libro e si interessa a un argomento d'attualità. Coincidenze, niente di più.

Di tutta la visione mi è rimasta soprattutto un'immagine: Peppino che conta i suoi cento passi fino al balconcino di Badalamenti. Ecco, è lì che ho avuto i brividi e che ho capito un po' di più cos'è che manchi alla nostra generazione civile e politica. E' un momento importante del film e della vita di Impastato: perfino i Modena City Ramblers ne hanno fatta una canzone che si chiama proprio così, "I cento passi". E' una bella scena, mi ha fatto pensare a un sacco di cose: «Io voglio poter urlare che Tano è un mafioso. Voglio poter urlare che mio padre è un mafioso!». Ecco, nello specifico, è stata questa frase urlata in bocca al leone, a scuotermi l'anima. Con più coraggio e determinazione di Che Guevara, Impastato diventò l'eroe anti-mafia nonostante fosse la sua stessa famiglia notoriamente collusa con Cosanostra: suo padre, soprattutto. Ma anche la zia che sposò il capomafia Cesare Manzella e molte delle persone che frequentava, gli amici degli amici, i politici, gli assessori comunali della sua città, Cinisi. Lui un bel giorno si svegliò e portò suo fratello sotto al balconcino di Badalamenti urlandone peste e corna; poi fondò il giornalino "L'idea socialista", sul cui primo numero campeggiò il titolo: "La mafia è una montagna di merda". Ci è morto neanche trentenne per queste cose: fu fatto saltare col tritolo sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani.

Non è una cosa così a mancarci? Una forza simile? La sua, dico, non quella del tritolo. Dispiace che Peppino sia morto ammazzato, certo, ma soprattutto dispiace che sia evaporato quel grido lanciato con coraggio sotto il balcone del nemico giurato e in faccia allo stesso padre. Che fine ha fatto quell'urlo? Dov'è andato? Dove adesso? E' rimasto in qualche urna elettorale? E' iscritto tra le righe delle schede bianche al Quirinale? Colerà su scrivanie e banchi verdi con la proprietà del mercurio? Si solleverà oltre le spalline blu dei carabinieri presenti ai seggi delle prossime tornate elettorali? Questo coraggio puro, questa totale forza e voglia di verità, libertà, autonomia e rivoluzione dove sta? Sta con Prodi o sta con Berlusconi? Sta con Napolitano o sta con D'Alema? Sta con Letta? Qualcuno me lo dica, per piacere, qualcuno scoperchi il sudario e ci mostri questo graal: sta nello scandalo che sta facendo implodere il sistema calcio? Sta nell'anima dei Moggi o nel cuore dei Giraudo? Arruffoni arraffa soldi, colpevoli usufruitori di scorciatoie sociali; ecco su cosa mi ha fatto fermare il film di Giordana, la storia di Peppino. Quante coltellate vengono date, ogni giorno, nel petto dei pochi Peppino rimasti nel mondo, a favore di quegli altri, gli omuncoli? Mille e mille, ogni volta che una voce scomoda viene fatta tacere pr il bene del Guadagno; mille e mille, ogni volta che una penna viene fermata o un gesto esemplare celato per volere del Potere. Impastato è morto da 28 anni e il grande insegnamento che ci ha consegnato è che non serve fare il giro del mondo per fare una cosa GRANDE. Spesso sono sufficienti cento passi da casa propria, davvero. Parte tutto da qui dentro: battersi il dito indice su una delle tempie e vedere l'effetto che fa squarciare il silenzio.

mercoledì, 15 febbraio 2006

Viva Verdi
Categoria:personaggi, scritto da andy capp


Vittorio Emanuele di SavoiaC'era una volta un re che amava tanto le macchine da corsa, lo champagne, gli elicotteri, i soldi, gli uomini incappucciati e i fucili. Da bambino il re era un po' irrequieto ed ebbe una carriera scolastica molto difficile. Una volta cresciuto si guadagnò tra i suoi amici l'appellativo di Toto la Manivelle a causa della sua incredibile abilità nel perdere il controllo al volante. Amava le fuoriserie ma la strada non gli bastava, così prese anche il brevetto di pilota e acquistò un biplano con una testa di tigre disegnata sulla fusoliera. Da grande decise di ricostruire il patrimonio di famiglia e si dedicò agli affari. Negli anni Settanta fu preso sotto l'ala protettrice dal conte Corrado Agusta, l'ex marito di Francesca Vacca, padrone di una fabbrica d'elicotteri e mercante internazionale d'armi. Agusta, in verità, era conte per modo di dire: non per lignaggio, ma per decreto di Mussolini. Il nostro re fu anche molto abile negli affari internazionali: divenne amico dello Scià di Persia a cui piazzò una quantità notevole di elicotteri e armi.

Tutto andava bene per il bravo re quando a turbare i suoi sonni arrivò il cattivo giudice di Venezia Carlo Mastelloni, che in una sua indagine sui traffici internazionali di armi raccolse documenti da cui risultava che il nostro re, insieme al conte Corrado, non si occupava soltanto di merce regolare, ma anche di triangolazioni proibite dall'embargo: centinaia di elicotteri Agusta 205 e Agusta 206, sistemi d'arma e pezzi di ricambio partivano dall'Italia ufficialmente destinati all'Iran dello Scià, ma finivano in Giordania o all'Olp; indirizzati alla Malesia e a Singapore, arrivavano invece a Taiwan o nella Sudafrica dell'apartheid. Il tutto non senza il beneplacito dei servizi segreti dei Paesi coinvolti. L'inchiesta, per fortuna, approdò poi alla Procura di Roma e si insabbiò.

Il re aveva tanti amici che gli volevano bene come il colonnello Massimo Pugliese già responsabile del centro di controspionaggio di Cagliari; il generale Giuseppe Santovito detto Bourbon per via dei suoi gusti alcolici, direttore nientemeno che del Sismi; l'ex attore Rossano Brazzi, massone, approdato dal cinema all'entourage di un altro attore che aveva cambiato mestiere, Ronald Reagan. Molti dei soci di questo gruppo di amici si erano iscritti a un club per essere ancora più uniti: la loggia P2 di Licio Gelli. Alla lettera S dell'elenco sequestrato nel marzo 1981 dai magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo nella ditta di Gelli a Castiglion Fibocchi, c'era scritto: "Savoia Vittorio Emanuele (il nostro re!, ndn), casella postale 842, Ginevra". La tessera era la numero 1621.

Sul finire degli anni Settanta il povero re, in vacanza sull'isola francese di Cavallo durante un litigio ad alto tasso alcolico con il playboy Nicky Pende, non riuscì a trattenere nella canna del proprio fucile un proiettile. A farne le spese fu un velista tedesco, Dick Hammer, che dormiva tranquillo nella sua barca. Il giovane morì dopo una terribile e lunga agonia. Il processo in Francia per fortuna mandò libero il re (una sola condanna: sei mesi con la condizionale per porto abusivo d'arma), con qualche protesta dell'opinione pubblica e l'indignazione dei parenti del ragazzo morto del tutto ingiustificate.

Il re conobbe anche Bettino Craxi e sul suo conto rilasciò ai giornali italiani dichiarazioni entusiastiche, poi, passata l'epoca del craxismo, l'ammirazione si trasferì su Silvio Berlusconi: "E' un buon manager, può rimettere ordine nell'economia italiana", disse nel 1994. Come? Per esempio cancellando quel disastro che è "lo Statuto dei lavoratori, con il divieto di licenziamento" (giusto!, ndn). Nel 1995 si recò in Iraq dicendo di rappresentare aziende italiane: "Ma no, niente elicotteri, niente armi", rassicurò in un'intervista, "tecnologia agricola, invece, trattori, strumentazione. Superato l'embargo, l'Iraq di Saddam tornerà benestante e competitivo".

Nel 1997 il re si rivolse così al Tg2: "No, io per quelle leggi (razziali del 1938, ndn) non devo chiedere scusa, e poi non sono così terribili". Così invece nel 2000 parlò al Tg1: "Sono pronto a giurare fedeltà alla Costituzione repubblicana, anche pubblicamente, se bisogna farlo". Nel 2001 dopo i risultati delle politiche del 13 maggio, il re inviò un messaggio di auguri a Silvio Berlusconi: ''Desidero congratularmi vivamente con Lei e manifestarLe la mia personale profonda soddisfazione per la grande vittoria ottenuta da Lei e dalla Casa delle Libertà. Sono convinto che gli italiani abbiano scelto Lei, come capo del nuovo Governo, diverso da quelli che l'hanno preceduta, perché sono sicuri che saprà risolvere i tanti problemi dell'Italia''.

E' giusto che gli italiani abbiano riabbracciato il proprio re. E' stato bello giorni fa vederlo in tribuna vip quasi commosso per l'apertura dei Giochi Olimpici di Torino accanto alla moglie. E vissero felici e contenti...

materiale liberamente tratto da: Società Civile

mercoledì, 14 dicembre 2005

Va tutto bene. E' tutto bello. E te la danno pure
Categoria:personaggi, scritto da stefano havana


Le seguenti frasi sono prese da alcune tra le più famose pubblicazioni dello psicologo del Parioli Raffaele Morelli

- Se guardi in faccia il dolore trovi la pace
(Il problema è se il muro non è abbastanza resistente)
    
- Il più grande coraggio è quello di non decidere
(A chi lo dici! Io vorrei tanto non decidere di prenderti a bastonate con un remo)

- Un prezioso momento di tristezza
(Scusa?)
    
- Dobbiamo "sporcarci" con i nostri istinti
(Eh, che ricordi quella prima pippa in bagno. La carta igienica era finita e io ero del tutto impreparato)
    
-  Se fai silenzio la felicità sgorga spontanea
(Soprattutto al cinema, più o meno verso la fine del film)
    
- Ora tocca a te
(A me? Oh, ma davvero!? Allora, allora. Aspetta, dove devo premere?)

- Se stai male conta su te stesso. E cambierai il mondo
(Sì. Il problema è che mi sono rotto una gamba e come cazzo ci arrivo al telecomando?)
    
Abbiamo perso l'anima?
(Orca puttana! Eppure l'avevo messa qui!)
    
- l silenzio che è dentro di te illumina la tua anima
(Aspetta un minuto, aspetta un minuto! Non ci ho capito niente: non s'era persa questa benedetta anima?)

- Ascolta la voce misteriosa che ti guida
(La voce misteriosa? Mi dice di drogarmi e bere perché tanto la cazzo di vita è breve. Che faccio l'ascolto lo stesso?)

- Ci vuole forza per accettare i veri sentimenti
(E tu hai preso quante lauree per venirmi a dire questo?)

- Ciascuno è perfetto
(Lo dicevo che il mostro di Milwakee non era da giustiziare)

- Bisogna accettare il fatto di non conoscere a fondo ogni cosa
(Figurati. L'algebra ed io abbiamo rotto da anni e senza rimpianti)

- Non siamo nati per soffrire
(Questo è perché non ti sei mai dato un martello sul dito inchiodando un quadro. Il che è normale, visto che passi la tua esistenza ad annusare fiori di Bach)

- Le cose peggiori che ci capitano, i problemi irrisolvibili sono in realtà tentativi dell'anima di farci maturare
(Fiuuuuuuuu)

- L'ansia è una forma di auto-tortura che spesso rende insopportabile le notte
(Fidati: sono quelli sulle Harley Davidson che passano d'estate a rendere insopportabile la notte)

- Stare bene con noi stessi è semplicissimo. Siamo noi che spesso ci complichiamo la vita con pensieri, schemi e giudizi inutili
(Vallo a dire all'omino che costruisce i semafori. Li fa apposta perché diventino rossi appena passo io)

- Se non riesci a dormire evita i film horror, thriller e noir; i cibi pesanti e le musiche inquietanti
(I porno posso sempre guardameli? Ti prego, dimmi di sì)

- Se piaci a te stesso ogni miracolo è possibile
(E allora come cazzo è possibile che non trovo mai parcheggio a Trastevere il sabato sera?)

- Fai l'amore quando hai voglia, altrimenti non farlo
(Vallo a dire alle puttane di Tor di Quinto)

- Il talento è una sostanza che scorre dentro ognuno di noi e che troppe volte ignoriamo di possedere
(Omamma, lo sapevo che lo avresti detto presto o tardi)

- In caso di attacchi di panico, aiutati con immagini per te rasserenanti (ad esempio un paesaggio lacustre)
(Un paesaggio lacustre? Un paesaggio LACUSTRE? Ok, ma vedi: il problema è che sono di Loch Ness, brutto coglione)

- Spazza via i ricordi e sarà ogni volta come una prima volta
(Ottimo. E' una lobotomia quella che stai sottilmente suggerendo?)

Ora. Siccome questo ciarlatano vende libri a 20 euro l'uno e dirige riviste in cui afferma che la depressione non esiste, ecco, la prossima volta che lo vedete in televisione alla corte di Costanzo, non fate finta di niente. Non dite "vabbé, ma tanto". Non sorridete. Sparategli sopra.

giovedì, 08 dicembre 2005

Avevo giusto otto mesi
Categoria:musica, personaggi, scritto da stefano havana


lennonC'erano certi videogiochi, un poco di anni fa, che quando morivi il tuo personaggio lampeggiava per qualche istante nel momento in cui tornava in vita. Me ne ricordo mille: Shinobi, Golden Axe, Final Fight, i vari Super Mario, Sonic. Erano guerrieri, porcospini, idraulici, grandi pugili e combattenti: eravamo noi. Se facevi qualcosa di sbagliato, loro morivano poi tornavano lampeggianti sullo schermo e vivevano di nuovo. La cosa veramente interessante era che durante quel lampeggiare si era invulnerabili. Passavi attraverso i nemici, le granate, i pugni, i coltelli e le botole con le spine: perfino se cadevi in acqua – niente – ci potevi camminare sul pelo come Cristo. Non durava tanto: quattro o cinque secondi di onnipotenza. Però bastavano e, se ti facevi prendere la mano, correvi il rischio di tornare penetrabile proprio nel momento di massima strafottenza verso un nemico e – tac! – ecco che morivi di nuovo. Erano momenti fantastici: si giocava dopo pranzo, prima dei compiti e ancora oggi penso che sarebbe bellissimo se accadesse così anche nella vita vera, diventare invulnerabili per quattro o cinque secondi e via dicendo. Mi immagino questa schiera di uomini e donne lampeggianti per le strade: capire da quello che in qualche modo hanno perso una vita, sono stati colpiti, se la sono vista brutta. Quello ha appena seppellito il padre, ecco che lei gli ha detto di non farsi rivedere più. Al bambino laggiù hanno negato una scatola di costruzioni, quei due se ne stanno tornando a casa con il loro progetto arrotolato nello zaino: e pensare che sembrava quasi fatta. Vederli tutti: percepire con disincanto i problemi della gente. Guardarli lampeggiare per cinque secondi, impenetrabili, per poi tornare concreti e pronti a ricominciare. Vittime di incidenti che si sollevano dall'asfalto lampeggianti: si spolverano la giacca, si mettono in tasca i bottoni che hanno perduto nell'impatto e camminano per un po' al centro della carreggiata, incuranti delle altre macchine che passano (tanto sono invulnerabili). Forse vanno a morire altrove, per i fatti loro. Lontani dalla folla che li guarda, o non saprei dire da che cosa. Non parlo di immortalità: anche Sonic a un certo punto moriva. Pure Mario: quando il colpo era veramente di grazia, allora allargava le gambine, faceva una faccia stupida e precipitava oltre lo schermo. Definitivamente e senza lampeggiare ulteriormente. Dico, però, che sarebbe bello potersi godere quei cinque secondi di onnipotenza prima di una nuova caduta. Stare lì a guardarsi le mani sparire e comparire, sparire e comparire: ognuno potrebbe impiegare alla meglio quella possibilità. Sonic, quando veniva colpito, perdeva tutti gli anelli che aveva racimolato e – generalmente – mentre lampeggiava e nessuno lo poteva toccare, faceva di tutto per recuperarli. In Golden Axe, il Barbaro correva a riprendersi l'ascia. Mario diventava minuscolo e dovevi mangiare un particolare fungo per riacquistare centimetri.

Pensavo – così – che John Lennon avrebbe potuto attraversare la strada, sedersi su una panchina di Central Park e tamburellare un po' con le dita sulle ginocchia; togliersi gli occhiali tondi, pulirne le lenti con un lembo della camicia. Poi mi è venuto in mente che forse a uno che se ne sta lì a lampeggiare, gli occhiali cadono di sicuro. O, quanto meno, non servono.

martedì, 06 dicembre 2005

Simone Cristicchi
Categoria:musica, personaggi, scritto da stefano havana


Questo tizio mi fa senso. Così, a scanso di equivoci: io proprio ci tengo che si sappia. L'altro giorno c'era uno speciale di Sky interamente dedicato alla sua persona. Lui, intervistato, diceva: «Ci sono due tipi di cantautori. Quelli che scrivono con la calcolatrice, studiando a tavolino quello che può essere di successo e quelli che, invece, scrivono con la magia, l'ispirazione, il cuore». Non si capisce bene dove il Profeta della Poesia volesse andare a parare, giacché lui stesso altri non è che la quintessenza del cantautore commerciale, radical-chic, di tendenza medio borghese (con, in più, montata sul collo una faccia da perfetto Tiromancino). Dice di se stesso: «Io non inseguo quello che piace alle ragazzine» e difatti ha sfondato con una canzone monografica su Biagio Antonacci.

simonecristicchiint

tu sei senza
siamo senza occupazione
siamo senza
solo fare colazione è un'esperienza
senza senza senza senza
non ci sono più brioches nella credenza!

 

Insomma, il Vate del doremifasol è considerato – soprattutto da certi bloggers, i cui gusti mi ricordano quelli propri dei duenni – un profondo Genio. Fosse ancora vivo De André, il Nostro verrebbe senza dubbio paragonato a lui (se non indicato come naturale successore).

Devi darti una lavata
con la voglia di dormire
con quell'acqua che è gelata
gelata da morire
ma ti squilla il campanello
"chi è che spappola i  coglioni?"
c'è Javhè che ti saluta insieme con i testimoni

photo

Lui è uno che non dice: ho scritto questa canzone. E no! Il Mostro di Via Poma della casa discografica preferisce dire: ho incontrato questa canzone. Fa così, si mette un paio di occhiali con le aste nere da intellettuale e racconta di come abbia cominciato a suonare così per puro caso (sì, in effetti si nota ancora oggi). Storie su storie: di come il padre avrebbe voluto che lui facesse un altro mestiere, di come la madre, invece, che poi sai le mamme come sono fatte. E storie di ordinaria sfortuna, ero disperato e senza un soldo. Il successo sì, oltre ogni mia aspettativa. Lui è uno che la gente indica come geniale inventore di cose nuove salvo poi vomitare in un secchio, ché se sono queste le cose nuove, allora viva Bossi, la devolution e Silvio Berlusconi.

cristicchi

Io sono un fabbricante di canzoni
un artigiano di successi radiofonici
Che scalano classifiche di vendita,
curo con dovizia di particolari il suono della cassa,del rullante,
la presenza della voce sopra un ritmo martellante,
sovraccarico di suoni, pressoché manipolati
sono io che vivo dietro a quel che ascolti nei supermercati.

Nell'ipod del vero teenager di tendenza (ma anche dell'appassionato di Kundera oppure – in generale – nell'ipod del perfetto blogger) non può mancare un pezzo di questo Ricciolino della Nota; negli autobus, costoro annuiscono diligentemente a ritmo di musica, sdilinquendo quei poveri fagiani che invece – che so io – preferiscono i Pantera. Dovete sapere - inoltre - che il Gesu Cristo de noantri va a parlare nelle Università. Tiene certi corsi che – oh – la gente sta ad ascoltarlo a naso insù, con le penne che battono utopisticamente nell'incavo tra il pollice e l'indice. Vince Premi per opere prime (e speriamo ultime). Le ragazzine sognano di portarlo all'altare, tutti i maschietti vogliono essere come lui (almeno nella stessa misura in cui lui vorrebbe essere come Biagio Antonacci. D'altra parte conosco gente che vorrebbe essere come Carlo Conti, dunque perché no?). Il Sublimatore della Rima Ironica e Paradossale è un personaggio scomodo, diverso, anticonformista. Ma soprattutto è un POETA.

Partimmo verso Luglio con gli zaini sulle spalle,
con i biglietti in mano di un primo viaggio,
su quel traghetto pieno di chitarre e frikkettoni,
destinazione un' isola lontana della Grecia,
Intorno a noi soltanto mare, salsedine e
L'odore di marijuana colorava l'aria dolce,
come il calore dentro ai sacchi a pelo
in una notte fredda sotto al cielo...

cristicchi1

Musicalmente, poi, è un cane randagio: una tacca sotto Gianluca Grignani forse (ma una spanna sopra Meneguzzi e già queste sono cose). Sentirlo mi riporta a una certa emozione da oddio, scusate, ho sbagliato stanza. Perché – da che mondo è mondo – un musicista dovrebbe anche saper fare musica (non basta che abbia i capelli ricci). Il Furetto della Canzonetta Estiva afferma di aver trovato un grande maestro di arte e coerenza (?) in Sergio Endrigo. Dice anche che i suoi testi fanno riflettere sulle fragilità giovanili.

Studentessa universitaria, triste e solitaria
Nella tua stanzetta umida, ripassi bene la lezione di filosofia
E la mattina sei già china sulla scrivania
E la sera ti ritrovi a fissare il soffitto, i soldi per pagare l'affitto te li manda papà

Alla luce di tutto questo, ho immaginato un ipotetico incontro tra l'Omino e il sottoscritto:

Ste: Simone, scusa…
Omino: Sì?
Ste: Ciao!
Omino: Ciao…
Ste: Tu sei Cristicchi il cantante, vero?
Omino: Cristicchi il poeta, sì…
Ste: Ma sei quello che scrive canzoni, no?
Omino: Io incontro canzoni, per la precisione.
Ste: E non le scrivi con la calcolatrice, vero?
Omino: Pfui. Io scrivo col cuore. Arrivo là dove la gente vuole sentirsi stimolata. Io ho dei modelli artistici che si rifanno alla musica leggera e di approfondimento di un certo tipo, nata sull'onda di Endrigo e di De André. Ho giusto un incontro con gli studenti universitari di Siena, uno dei prossimi giorni, dove esporrò le mie tematiche sottoforma di c…

Bang!

lunedì, 05 dicembre 2005

Sipario
Categoria:personaggi, arte, scritto da andy capp


ileanaghioneQuella di venerdì per Ileana Ghione era stata una giornata troppo faticosa. Due spettacoli, uno la mattina per le scuole e poi quello serale. L'attrice, 71 anni, era impegnata in una delle ultime repliche di Ecuba di Euripide. E durante la scena in cui Odisseo cerca di convincerla a rassegnarsi per il sacrifico della figlia Polissena, non è riuscita a completare la sua battuta: "Uccidere una donna è una cosa terribile…". E' morta così, davanti al suo pubblico, forse nel modo che sognava. Sempre che un attore sogni il modo in cui morire. Un malore sul palcoscenico e dopo poche ore il decesso in ospedale. Ileana Ghione non era romana. Nata a Cortemilia, un piccolo paese delle Langhe, si era trasferita nella Capitale durante gli anni '50 per studiare all'accademia d'arte drammatica Silvio D'Amico. Ma era dal 1980 che si dedicava anima e corpo al suo piccolo teatro di via della Fornaci.

teatroIl grande pubblico la ricorderà forse per l'interpretazione in uno sceneggiato televisivo di successo durante gli anni Sessanta (David Copperfield con Giancarlo Giannini), altri per la partecipazione alla trasmissione radiofonica Ma non è una cosa seria diretta da Orazio Costa nel '58. I critici teatrali per il suo repertorio di classici contemporanei propenso a registi come Bernard Show o Ibsen, ma sempre attento a cogliere la dimensione femminista del testo. Io lo farò per i numerosi spettacoli teatrali in cui l'ho vista recitare insieme alla sua Compagnia Stabile del Teatro Ghione, per le battaglie portate avanti qualche anno fa con tanta determinazione per evitare la chiusura del suo teatro e per quelle poltrone di velluto rosso su cui tante volte, d'inverno, ho passato una serata piacevole.

giovedì, 01 dicembre 2005

Woody Allen, schlimazel
Categoria:cinema, personaggi, scritto da stefano havana


carDurante le riprese di "Kramer contro Kramer", Meryl Streep disse: «E' un sollievo lavorare con un regista come Robert Benton, lui ti lascia molta libertà». Non è una frase qualunque. Potrebbe sembrarla, se non che contestualmente Meryl Streep stava lavorando con Woody Allen sul set di "Manhattan" e a proposito del regista di Brooklyn disse (non senza ironia): "E' un incubo. Quello se salti una virgola ti prende da parte e ti dice: "Ehi, mi pare che nella sceneggiatura ci fosse una virgola. Perché non l'hai recitata?"». Si può dire che nel cinema non ci sia una ragione o un torto: la sceneggiatura di "Manhattan" fu premiata con l'Oscar e allo stesso tempo la Streep giudicata migliore attrice non protagonista per "Kramer contro Kramer". Insomma, il cinema spesso è un po' come l'amore: c'è grande confusione ma il risultato nove volte su dieci è meraviglioso. Era il 1979: Saddam Hussein diventava presidente della Repubblica in Iraq e il piano inclinato dell'umanità mutava la sua pendenza verso esiti nefasti. Nascevano Valentino Rossi, Andrea Pirlo, Michael Owen che vent'anni dopo sarebbero stati osannati da febbrile proselitismo. Moriva John Wayne.

Amo Woody Allen. Oggi Woody Allen compie 70 anni. Volevo fargli - di cuore proprio - tanti auguri, se così si dice pure ai Grandi. E' nato nel 1935 come Elvis Presley, Enzo Jannacci, Omar Sivori. Nel 1935 moriva Pessoa, per dirne uno. Di origini ungheresi, ebreo. Scrive Daniele Luttazzi in una delle più interessanti analisi sul regista che abbia mai letto: "Si è spesso detto che Allen incarna il prototipo dello schlemiel, un termine yiddish che sta per 'imbranato'; ma questo non è esatto. La sua maschera comica è quella dello schlimazel. La differenza è importante: lo schlemiel è colui che inciampa e rovescia la zuppa, lo schlimazel è colui che riceve la zuppa addosso. Lo schlemiel è un incapace. Lo schlimazel è una vittima degli eventi e del destino. Jerry Lewis è uno schlemiel. Woody Allen è uno schlimazel".

Woody Allen è probabilmente il più grande commediografo vivente ed è forse da quando ho letto questa spiegazione di w1Luttazzi che ho capito veramente perché l'ho sempre amato istintivamente. Non mi hanno mai fatto ridere tantissimo Stanlio e Olio (schlemiel), mi ha fatto sempre morire Totò. Mi piace da matti Jim Carrey (schlimazel ogni volta che è protagonista di un qui pro quo, di un rovesciamento della realtà: Ace Ventura non è affatto un incapace. E' uno straordinario clown che invece di percorrere una linea retta tra due punti, preferisce procedere a zig-zag). Fantozzi è un eccezionale schlimazel. La comicità di Striscia la Notizia mi lascia serio come ad una mostra impressionista: Greggio e il Gabibbo sono schlemiel e le loro torte sono mezzucci di regime per distogliere l'attenzione della gente dai problemi veri.

C'è poi questo fatto che Woody Allen è uno scrittore come non ce ne sono. Un umorista talmente fine da commuovere: da giovane gadagnò non poco scrivendo battute di una sola frase (one-liner). Prendeva un foglio bianco, lo metteva dentro una macchina da scrivere e lo riempiva di one-liner. Poi le vendeva: ai giornali, alle riviste, per la strada. Aveva neanche 20 anni e già un matrimonio fallito alle spalle: ecco l'amore. Io credo che più dello scetticismo, del pessimismo, del realismo, dell'umorismo perfino, sia l'amore il grande tema dei film e delle piéce di Allen: un amore decadente, disincantato. Un amore che quasi sempre ha denti. In "Manhattan" l'ultra quarantenne Ike ama l'appena diciassettenne Tracey ("Ha i compiti! Ho una ragazza con i compiti!"), mentre lotta con l'ex moglie, scopertasi lesbica, che vuole pubblicare (e lo farà, ovviamente) un romanzo-verità sulle perversione del marito abbandonato ("Ma guardati! Cos'hai, la coda di paglia?", "Ehi! Io non ho paura perché... fra noi due, io non ero il solo ad essere immorale, psicotico, bisessuale"). L'amore in Allen è ardore ("Amore e guerra"), delirio, anticlimax e paradossi ("Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere"), frustrazioni, complessi e tradimento (in "Provaci ancora Sam" il protagonista Allan Felix, critico cinematografica ossessionato da "Casablanca", si fa consigliare dal fantasma di Humpfrey Bogard in fatto di donne), depressioni ("Interiors", meraviglioso affresco), triangoli imprevedibili ("Una commedia sexy di una notte di mezza estate"), tenero tepore familiare appena macchiato (immancabilmente) dal tradimento e  dell'incomprensione ("Hanna e le sue sorelle") e addirittura meta-sentimento e rimpianto (ne "La rosa purpurea del Cairo" il protagonista di un film culto esce dallo schermo e si dichiara a una fan in sala). Amore e morte: come tutti i più grandi pensatori dell'alpha e dell'omega.

clarinoAllen non si è mai reinventato granché come cineasta. Lo ha fatto come uomo e, soprattutto, come marito. Non è una persona allegra, i suoi film sono totalmente egocentrici: il suo punto di vista è sempre quello portante. Personalmente l'ho visto lo scorso inverno al Teatro Sistina, a Roma dove ha tenuto un concerto jazz con la sua band. Era pieno di tic, tirava sempre fuori questo fazzoletto a scacchi dalla tasca dei suoi pantaloni a coste e la cosa davvero straordinaria è che era vestito esattamente come in uno dei suoi film. Non sono un grande conoscitore di Woody Allen, non più di tanti altri suoi appassionati: ma gli voglio veramente bene e oggi è il suo compleanno.

martedì, 29 novembre 2005

Spirito santo
Categoria:personaggi, sport, scritto da andy capp


muralesSabato mattina la tua salma sfilerà per i ghetti e i sobborghi di Belfast e il tuo popolo ti renderà omaggio fin sotto a Stormont, sede del Parlamento nordirlandese. Hai avuto tutto dalla vita, Georgie, eppure non ti è bastato. Avevi il destino scritto nel cognome e forse è stato questo a pesare in maniera eccessiva sulla tua fragile personalità. Sei arrivato in Inghilterra che eri solo un moccioso irlandese e sei riuscito con la tua classe cristallina a rendere ancor più leggendaria una squadra che leggendaria già lo era. Hai avuto le donne più belle, hai segnato gol fantastici (178 solo con il Manchester United), hai vinto Coppe, scudetti, hai avuto riconoscimenti importanti. Sei stato l'unico fottuto irlandese a essere amato dagli inglesi. Ma tutto questo non è bastato a renderti felice. Sei stato sul tetto del mondo, ma a 28 anni eri già un ex calciatore.

bestgiovane

Tra tutte le copertine, le foto con i sorrisi e le immagini dei tuoi dribbling ce n'è una che non potrò scordare. Avevi appena segnato un gol fantastico, il pubblico delle gradinate era in delirio, ma tu eri solo in mezzo al campo, lo sguardo perso e un maledetto senso di vuoto che ti mangiava l'anima. Avevi conosciuto la sofferenza e i sacrifici della vita, ma  non riuscivi a goderti tutto quello che ti eri conquistato. Ti hanno usato e buttato via come uno straccio vecchio. E lo hanno fatto fino all'ultimo, fino a una settimana fa, quando dal letto di un ospedale di Londra hai lanciato un disperato appello: "Non morite come me". Vaffanculo Georgie, dovevi dire: "Non vivete come me".

bestimmagineCinque anni fa ti avevano dato un'altra possibilità, un fegato nuovo, ma neanche così sei riuscito a cavartela. Ti ricorderanno, oltre che per i gol, per la tua frase più provocatoria: "Ho speso un mucchio di soldi in alcool, donne e macchine sportive. Il resto l'ho sperperato". A me piace farlo con un inciso tratto dalla tua biografia, quando ormai avevi capito che dal tunnel dell'autodistruzione non saresti più tornato: "Da quando è andata male con il calcio, la cosa che amo di più in assoluto, la mia vita ha cominciato lentamente a diventare un incubo". Hai avuto grandi piedi e poco cervello. Sei stato il migliore, potevi essere un esempio, ora sei una leggenda. The last drink Georgie, you are the Best. Ci mancherai.

noantri casual firm

lunedì, 28 novembre 2005

L'esercito è il popolo in uniforme
Categoria:personaggi, scritto da stefano havana


- Il guerrigliero è un riformatore sociale, il quale impugna le armi per rispondere all'irata protesta del popolo contro l'oppressore e lotta per cambiare il regime sociale colpevole di tenere i suoi fratelli inermi nell'orrore e nella miseria

- La guerriglia è una lotta di massa, è una lotta di popolo. La grande forza della banda guerriglierra ha radice nelle masse popolari

- Il guerigliero conta sull'appoggio totale della popolazione del luogo

- Il guerrigliero è il gesuita della guerra. Si tratta naturalmente di un gesuitismo particolare, imposto dalle circostanze, che obbliga i combattenti a prendere talvolta decisioni ben diverse dalle idee romantiche e sportive sulle quali si vuole far credere che sia basata la guerra

- Il guerrigliero è l'uomo che fa propria l'ansia di libertà del popolo e che, esauriti i mezzi pacifici, passa all'azione e diventa l'avanguardia armata del popolo in lotta

- La guerriglia consiste proprio nel fatto che ogni individuo è disposto a morire non per difendere astrattamente un ideale, ma per farlo diventare realtà

- Bisogna fare una netta distinzione tra il sabotaggio e il terrorismo, che oltre ad essere una misura in genere inefficace e dalle conseguenze indiscriminate, semina vittime innocenti e spesso causa la perdita di vite preziose per la rivoluzione

- I sopravvissuti devono essere lasciati in libertà. I feriti curati con tutti i mezzi possibili. La condotta verso la popolazione civile deve essere improntata a grande rispetto verso le tradizioni e le usanze della gente del luogo. Nessun colpevole deve essere giustiziato, salvo ben inteso nei casi speciali, senza avergli dato l'opportunità di difendersi

- La proprietà privata nelle zone di guerra dovrà assumere la sua funzione sociale; vale a dire la terra e il bestiame non strettamente necessari al mantenimento di una famiglia agiata dovranno passare nelle mani del popolo ed essere ridistribuiti con equità e giustizia

- Il fumo è una grande compagnia per il soldato solitario

- Uno dei più grandi fattori educativi è l'esempio. Perciò i capi devono sempre offrire l'esempio di una vita limpida e di sacrificio

- Fidel Castro riassume in sé le alte funzioni del combattente e dello statista e alla sua visione d'insieme si deve il nostro cammino, la nostra lotta e il nostro trionfo

- Lo sciopero è un fattore di grande importanza nella guerra civile

- La Rivoluzione cubana rompe le barriere delle agenzie di stampa e diffonde la sua verità esplosiva come un barile di polvere tra le masse americane ansiose di una vita migliore. Cuba è il simbolo della nuova nazionalità e Fidel Castro il simbolo della liberazione

- Ogni volta che un popolo lacerato lancia il suo grido di liberazione, si accusa Cuba; in qualche modo Cuba è davvero colpevole perché ha mostrato una via, quella della lotta armata contro gli eserciti cosiddetti invincibili, la via della lotta alla macchia per logorare e distruggere il nemico fuori dalle proprie basi; la via della dignità, in una parola

- Cattivo esempio, quello cubano. Pessimo esempio. Il monopolio non può più dormire tranquillo finché tale pessimo esempio rimane in piedi

cheIl presente materiale, giudicato interessante e significativo esclusivamente da me medesimo, è tratto da "Guerra per bande" 
di Ernesto Guevara
Manuale pratico del perfetto guerrigliero
Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
Titolo originale: "La guerra de guerrillas"
€ 8, 40

domenica, 09 ottobre 2005

Aniversario 38 de la caida del Che
Categoria:personaggi, scritto da noantri


Tu ejemplo vive,

1Cuba 2005 069

tus ideas perduran.

martedì, 04 ottobre 2005

Vittorio Feltri - seconda puntata (e ultima)
Categoria:personaggi, giornalismo, scritto da stefano havana


[la cronologia della vergogna continua dalla prima puntata]

Estate 2004. Il caro Enzo Baldoni viene rapito in Iraq e in seguito ucciso. Vittorio Feltri, sulle colonne di Libero, scrive così in un fondo titolato "Il pacifista col kalashnikov" (la prima pagina, invece, mostra una foto del giornalista italiano con la tipica dicitura della pubblicità Alpitour: "Vacanze fai da te"):

Se esaminata cinicamente, cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all'Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?). Evidentemente, da buon giornalista della domenica egli ha preferito cedere all'impulso delle proprie passioni insane per l'Iraq piuttosto che adattarsi al senso comune. Ciascuno fa come gli garba. E se a lui garbava di mettere a repentaglio la ghirba allo scopo di essere la caricatura dell'inviato speciale, forse sognando di diventare un Oriano Fallaci o un Ettore Mo, c'è poco da obiettare. Molto da obiettare invece c'è sul fatto che adesso tocchi allo Stato italiano di toglierlo dalle pettole (dal milanese: peste). Vabbè. Non facciamoci guardar dietro spendiamo quanto c'è da spendere per riportarlo a casa, questo bauscia simile a certi tizi i quali, durante il week end, indossano la tuta mimetica e giocano ai soldatini nelle brughiere del Varesotto.

Settembre 2004. Rapimento di Simona Pari e Simona Torretta. Così Feltri nel suo pezzo dal titolo "Vittime dei pacifisti" con la foto delle due operatrici di "Un Ponte per..." e il catenaccio "Le due italiane rapite a Bagdad ingannate da chi sostiene che l'Islam è buono":

Posso solo manifestare il mio schifo. E il mio sdegno verso chi ha spinto le sfortunate donne sull’orlo del baratro. Ipocrisia dilagante nel nostro quanto in altri Paesi illusi di poter raddrizzare le gambe dei cani. Per gli islamici assatanati dal bigottismo coranico noi occidentali abbiamo il valore, nullo, di una zanzara. La stima che i musulmani scalmanati hanno di noi è pari a quella che essi hanno dei maiali. Per loro siamo solo zanzare, ragni, mosche. Le care Simone non si sono rese conto di essere zanzare. Le Simone sono noglobal. Le Simone poverine erano ubriache di bischerate rosse. Serie nella loro dabbenaggine antiamericana, un po' stolte a dirla per intero, stordite dalle fregnacce propagandistiche della sinistra italiana. Ma a forza di rimbambirsi con frasi fatte melense e false si viene trascinati al patibolo. Smettetela inutilissimi idioti di imbottire i cervelli più candidi e bambineschi di scemenze pauperistiche. Povere Simone. Intronate di balle e indotte a partire per Bagdad. Non vi è giunta all’orecchio la notizia che ogni due per tre sgozzano un occidentale, lo sequestrano, lo stendono? Baldoni non vi ha insegnato nulla? I due reporter francesi, sapete dove sono? Le hanno puntate, catturate, e dio sa cosa le attende. Non so immaginare le azioni oscene del beduino arrapato.

Sempre a proposito di rapimenti in Iraq, famosa la prima pagina con la chiarissima foto della testa mozzata di uno feltridei sequestrati inglesi e in alto il titolo campale: "La civiltà Islamica". Più recentemente, in occasione della morte di un carabiniere a Latina per opera di un ordigno rudimentale consegnato insieme alla posta, Libero ha scelto di fare così: un titolo a tutta pagina, la testata divisa in due parti con un segno rosso. A sinistra la scritta: "Bombe rosse in caserma", e in corrispondenza la fotografia di Alberto Andrioli, il ragazzo rimasto ucciso. A destra (con carattere identico) la scritta: "Bamba rossi in parlamento". E sotto - simmetrica rispetto a quella del carabiniere - una foto di Piero Fassino, il segretario dei Ds. Commenta a tal proposito il giornalista Pietro Sansonetti di Liberazione:  "Cosa ci si può fare, di fronte a un giornale così? Voi direte: son così, lascali perdere. Avetebambarossi ragione. Però ci resta un cruccio: quello di vivere nell'unico paese d'occidente nel quale escono nelle edicole, e vendono molte copie, e finiscono persino nelle rassegne stampa - e i loro direttori sono invitati in Tv a ogni tipo di talk show - giornali così spudoratamante squadristi e mentitori. E poi, badate, sono proprio quei giornali lì che un giorno sì e uno no ti dicono di quanto è grande e bello, e saggio, e giusto l'Occidente. Adorano la Fallaci, che vive a New York, ma la Fallaci non glielo dice che nella città di New York un giornale come il loro non sarebbe mai e poi mai pubblicato, non troverebbe uno straccio di editore o neppure un edicolante disposto a cadere così in basso (e figuriamoci quale salotto, per quanto di destra, avrebbe mai il cattivo gusto di ospitare il suo povero direttore...) E così sarebbe a Londra, Parigi, Berlino, Berna e tutte le altre città sognate da Vittorio Feltri".

Conclusioni

All'inizio di questo sfogo (ce l'ho qua da anni. Dai primi titoli riservati ai girotondini - "In piazza centomila bamba") ho scritto di non avercela direttamente con Feltri: essere nato così è già un problema che deve sopportare lungo ogni giornata della sua vita. Il problema - ancora una volta - è l'effetto ammorbidente e ammorbante della televisione. Il discorso (semplicissimo) è che la tv di Stato (e non) non fa altro che proporre questo pericolosissimo personaggio come grande padre di famiglia, uomo dai sentimenti delicati e persona dall'altruismo esemplare. Il giorno martedì 20 settembre, in diretta su "L'Italia sul due" - conenitore pomeridiano di RaiDue -, Feltri è stato ospite di una puntata a lui interamente dedicata. Seduto su una sedia si è sottoposto al fuoco delle domande di mille tra psicologi, soubrette, showman e showgirl, amici e conoscenti (c'era pure Don Mazzi). La confezione che ne è venuta fuori ha partorito un Feltri come personaggio sorridente, da imitare, da seguire perché brava persona e profondo conoscitore delle italiche questioni. Hanno intervistato i figli, s'è parlato della moglie, del divorzio, dei suoi lutti: è venuto fuori che è stato in cura per anni da uno psichiatra per "eccessi di violenza": gli sono stati fatti i complimenti da tutti, da fior di dottoroni e psichiatri per la posatezza di certi pensieri e il modo di esprimerli. Gli è stato riservato il tipico trattamento che viene rifilato al personaggione, alle ferilli o ai pippi baudi.

Solo che l'ospite, questa volta, NON era un attore che qualcuno può definire bravo e un altro no; NON era un cantante che piace alle casalinghe e ai giovani no; NON era una modella che piace solo a chi ama le bionde e che male non fa. L'ospite in questione - stavolta - era un giornalista, uno di quelli che fa enorme opinione, uno che scrive libri, uno che affolla le librerie, un giornalista di parte che riempie i palinsesti della televisione italiana, che dirige un giornale importantissimo e che viene chiamato spesso e volentieri a parlare dentro programmi che potrebbe seguire - torniamo a bomba - mio figlio se io fossi genitore.

Feltri non va ospite a Matrix, dove potrebbe diventare evidente la sua appartenenza leghista; non va a Porta a Porta dove potrebbe risultare palese la sua monumentale vicinanza con Berlusconi. Vittorio Feltri va a Controcampo, dove non può nuocere e dove qualcuno – seguendo i suoi esilaranti litigi mediatici con Mughini e tutta la combriccola compiacente – potrebbe anche sorridere e pensare che in fin dei conti, perché no, sembra simpatico.

E questa - consapevole o no - è propaganda.
E' falsa testimonianza.
E' l'ennesimo tentativo che fanno per obbligarci a guardare da una parte e non dall'altra.
Non ci cadiamo, amici miei.

feltri1

lunedì, 03 ottobre 2005

Vittorio Feltri - prima puntata
Categoria:personaggi, giornalismo, scritto da stefano havana


feltri3Se io fossi genitore direi a mio figlio alcune cose. Gli direi di stare attento ai cani molto grandi nei giardini pubblici; gli direi di non andare in giro troppo solo quando è troppo buio e lui ha addosso troppi soldi. Gli direi di guardarsi bene dai ragazzi cattivi, dai pedofili, dai rapitori, dai preti e dalla Chiesa. Dopodiché gli direi di fare attenzione a Vittorio Feltri e alle sue idee. Gli direi: «Figlio mio, stai lontano da quell'uomo che non uccide fisicamente ma assassina con la penna». Direi, soprattutto, a mio figlio di star lontano da tutta una tipologia di uomini a cui Vittorio Feltri appartiene di diritto e stirpe che è quella dei bamba (termine carissimo a lui e ai suoi titolisti). Vittorio Feltri, direttore del quotidiano Libero, è un violento e un mistificatore della realtà. Ma - incredibile - questo post non ce l'ha con Feltri (lui deve già pagare un dazio pesantissimo dato dall'essere quello che è). Questo post ce l'ha - e a morte - ancora una volta con la televisione ammorbidente e ammorbante. Facciamo un percorso e proviamo a capire perché (personalmente sono rimasto sconvolto).

Chi è Vittorio Feltri?

Vittorio Feltri nasce a Bergamo il 25 giugno 1943. La sua carriera giornalistica inizia a L'Eco di Bergamo, a diciannove anni, con l'incarico di recensire prime cinematografiche. Dal 18 luglio 2000 è in edicola il nuovo quotidiano di cui è direttore ed editore: Libero. Insieme con Furio Colombo, Feltri è autore di "Fascismo e antifascismo", un libro uscito nel novembre 1994 per l'editore Rizzoli. Da segnalare che ha occupato, per Il Giornale, la poltrona che era stata di Montanelli. Ha collaborato quotidianamente con Il Foglio di Giuliano Ferrara.
 
A proposito de Il Giornale, ecco una testimonianza del giornalista e scrittore Giuseppe Genna:

Per tre volte, nella mia vita, sono incappato nelle liste di proscrizione stilate da Vittorio Feltri. La prima capitò quando ero ventenne. Allora abitavo nell'alloggio popolare intestato ai miei nonni, a Calvairate, quartiere periferico e malfamato di Milano. Ero lì per impedire che gli abusivi, saputo del ricovero definitivo dei miei parenti, irrompessero nella casa che aveva fatto da scena primaria alla mia famiglia. Quell'alloggio era occupato dai Genna sino dal 1923. [...] Non c'era acqua calda. Niente doccia. Uno stato disperante di prostrazione edilizia. A fine '93, il mio nome campeggiava nella lista di proscrizione allestita da Feltri sul Giornale, che allora dirigeva. Si trattava proprio di gogna. Feltri, che cavalcava il reazionariato leghista, come da allora non ha smesso di fare, decise che era bene mostrare ai buoni borghesi di Milano i nomi e i cognomi di coloro che non pagavano l'affitto all'Istituto delle Case Popolari, o che occupavano abusivamente gli alloggi. Fottendosene se la gente non pagava quelle trecentomila lire perché non sapeva dove andarle a prendere: in quella lista ci finirono povere vecchiette, vedove, senza la pensione minima.

La cronologia della vergogna

Tra le altre cose che bisogna sapere di Vittorio Feltri c'è che fu espulso dall'Ordine dei giornalisti della Lombardia per aver violato il codice professionale allo scopo di far crescere le vendite del suo giornale che stentava a decollare. Nello specifico sbatté in prima pagina fotografie di bambini violentati da pedofili (edizione del 29 settembre 2000). Non male per un giornale che fa quotidianamente parte della rassegna stampa di un Tg nazionale come quello di Canale5. La motivazione legale messa agli atti parla testualmente di immagini raccapriccianti. I sette scatti rappresentano altrettante fotografie ricavate da "un sito pornografico reso disponibile dai pedofili russi" e di un'ottava immagine raffigurante "una scena di violenza tratta da video di pedofilia sequestrati dalla Magistratura". Nell'occasione Feltri rinunciò a comparire davanti al Consiglio e non nominò un difensore, ma si esibì in una autodifesa sulle colonne del proprio giornale asserendo che la pubblicazione di tale materiale si era resa necessaria al fine di "creare allarme e riprovazione sociale per il fenomeno della pedofilia". L'Ordine nazionale dei giornalisti ha poi sconfessato l'accusa trasformandola in semplice censura e decretando che "fu una decisione fuori luogo".
 
Questo che segue, invece, è un estratto di un suo editoriale in concomitanza del 25 aprile scorso (edizione del 26 aprile 2005). Mi piacerebbe che chi legge, tenesse presente che queste sono parole dette da un direttore di giornale nazionale che ha contatti con il nostro Presidente del Consiglio e con la politica, non da uno qualunque di noi all'interno del bar preferito:

A distanza di dodici lustri dalla resa dei conti, spacciare quel giorno di sangue e violenze per simbolo della democrazia, di valori eterni quali la libertà, è un'operazione cara solo ai falsificatori e ai mistificatori.

Un suo editoriale - dopo il G8 di Genova e i giorni sanguinosi che portarono alla morte di Carlo Giuliani - recita (tra le altre cose) così:

Sono già diventati eroi e tra qualche anno diranno ai loro bambini dissimulando l'orgoglio: io quel giorno a Genova c'ero. Stampa e televisione hanno riservato ai giottini indaffarati a spaccare tutto le energie e gli spazi dei grandi avvenimenti. I reduci della manifestazione ora progettano manifestazioni all'altezza della loro gloria. I primi raduni di militanti agnolettini si terranno il 20 agosto ad un mese dalla morte di Carlo Giuliani, martire dell'antiglobalizzazione e dell'ecologia: Sarà la giornata della memoria. Non dimenticare il compagno caduto sotto il fuoco vile dei Carabinieri, pericolosi nemici dello Stato e della democrazia. E non dimenticare che il dovere del militante è menare le mani.

Aprile 2004. Sulla prima pagina di Libero compare una maxi-foto dei funzionari italiani rapiti in Iraq (tra cui Fabrizio Quattrocchi ancora in vita). Sono seduti in terra con le canne dei fucili automatici puntati alla nuca. Il titolo recita: "Abbiamo 800mila ostaggi". Si parla, in sostanza, di tutti gli immigrati musulmani e/o arabi presenti in Italia secondo una stima; poi il sottotitolo "Se applicassimo ai musulmani gli stessi criteri che loro applicano a noi dovremmo sequestrare tutti quelli che risiedono in Italia. Ma non lo facciamo perché siamo in una civiltà superiore". Continua, poi, suggerendo che "L'imam di Bagdad adesso fa campagna elettorale per Prodi”.

[continua]

venerdì, 16 settembre 2005

Malcolm ComeSiChiama (A tribute to...)
Categoria:cinema, personaggi, scritto da stefano havana


Dev'essersi sentito soddisfatto, me lo immagino. Circa sessant'anni, si alza dalla sediolina rossa del cinema e se ne va fotografato. Il passo stentato dietro ai flash: uno di quei vecchi che quando ci condividi una rampa di scale - niente - pazienti, lasci stare e non ti va tanto di superarlo. Pare brutto. Soddisfatto sì, ma incazzato nero. Davanti alla porta di casa sosta un minuto con la testa bassa. Gioca con le chiavi. «Sei stato straordinario, Malcolm, ne sono sicura» gli dice la moglie dentro. Ma lui niente: si fa strada con un colpo di mano, va di là in salone sulla sua poltrona a scacchi. L'orgoglio di una vita, il feticcio da mostrare agli amici: «Stanley Kubrick me l'ha regalata». E, in effetti, se la guardi proprio bene dopo un po' la riconosci: la poltrona a scacchi di Arancia Meccanica. «Lì mia madre m'ha detto "Figlio...", prima di cacciarmi via di casa», risponde Malcolm a chi gli chiede. Di solito lo dice tenendo in mano un bicchierino, col suo gilet rosso e le pantofole.

«Anthony Burgess aveva scritto un capolavoro, e Stanley è stato estremamente intelligente ad acquisirne i diritti e geniale a capire come trasformare quel materiale in un film». Lo riconosce, come no, però sotto sotto ce l'ha con Kubrick: mica lo nasconde. Anzi, a farlo bere un po' ti confessa tutto: «Ho rischiato di diventare cieco per la scena della cura Ludovico e tutto il resto. I dilatatori. Non riuscivo a farcela, ricominciavamo e ricominciavamo. L'oculista mi disse che avrei avuto le retine danneggiate a vita. Pensavo in un trattamento migliore, quello invece non m'ha più chiamato». Pressapoco è così che ti racconta, durante una di quelle sere in cui gli gira bene: il Nastro d'Argento alla Personalità Europea lo fa andare su tutte le furie. «Avrei meritato l'Oscar, altro che storie». Invece s'è dovuto accontentare. Chissà perché gira così per certi artisti: gli capita per le dita il capolavoro e invece di diventare indimenticabili, vengono dimenticati. E' strano questo destino. Malcolm ogni tanto ci pensa: ci pensa sulla sua poltrona a scacchi, mentre la moglie dorme di là in stanza e la casa è immersa nel silenzio. «La gente mi dice che dopo Arancia Meccanica non ho fatto più nulla e invece non è vero. Quelli non si ricordano niente. Quelli non sanno niente». Devi essere veramente amico di Malcolm per farti dire così: ci dev'essere intimità. Centinaia di produzioni televisive e teatrali, almeno un centinaio di film, la metà dei quali girata da protagonista: «Ma quelli che ne sanno? Quelli vogliono Alex. Vogliono i drughi e il latte più. Fosse per loro mi metterebbero su una sedia sghemba in piazza e mi farebbero dire certe frasi. Oh oh oh. Ma questo è il grasso puzzoso Billigoa de Billyboy in carne e ossa. Come ti porti, tu, sgonfia palla di grasso puzzolente, unto e bisunto? Ne gradiresti una nelle balle? Se di balle ne hai tu, gelatinoso eunuco. Ecco, questo vogliono. Mica un attore».

Alle volte, quando lo senti dire così, gli occhi azzurri gli diventano ancora più azzurri e giuro che è un effetto spaventoso con tutti quei capelli bianchi. Ti viene in mente quando tagliuzzava, bavoso, il vestito arancione dell'ennesima vittima (...Home...) con una protesi eretta in lattice in luogo del cazzo. Questa sera gli è presa così: ha impiegato tantissimo tempo per prepararsi e alla fine è uscito di casa neanche troppo elegante. Una camicia bianca e pantaloni neri. Nemmeno la cravatta, perché lui non li vuole sentire certi discorsi. Ci è andato così alla prima di Evilenko. Da solo. La moglie lo ha aspettato sulla poltrona a scacchi per tutto il tempo. S'è contorta talmente le dita e le nocche che adesso le mani le fanno un male cane. Si dimentica del dolore solo quando sente l'armeggiare fuori della porta. Malcolm entra dentro, la testa bassa: non c'è nessuna aria di fantasia sul suo volto. «Sei stato straordinario, Malcolm, ne sono sicura», gli dice la moglie che l'ha sposato prima che succedessero un sacco di cose. Lui si guarda un po' in giro, tocca un po' di cose. Poi si siede sulla poltrona dove la madre aveva detto "Figlio..." ad Alex. Ripensa a "Singing in the rain", ripensa all'ultima scena di Evilenko, alla sceneggiatura di Grieco. Malcolm: è solo un vecchio attore al culmine di una giornata storta. E' uno di quelli che non ti viene mai in mente il nome: ce l'hai sempre sulla punta della linga, Malcolm McDowell e devi schioccare le dita per farlo saltar fuori («Dai, quello di Arancia Meccanica!»). Però è vero che in Evilenko è stato straordinario. Ed è pure vero che il pubblico è perfido e che gli anni passano in fretta: mi ricordo che la prima visione di Arancia Meccanica fu accompagnata da soventi erezioni; adesso resto affascinato fino all'ultimo dei titoli di coda e non mi ricordo più cosa ci trovassi di sessuale in tale capolavoro.

mercoledì, 07 settembre 2005

Lele Mora e Fidel Castro? Si può!
Categoria:personaggi, televisione, scritto da stefano havana


Sono affascinato da Lele Mora. Questo fascino è cresciuto da quando ho seguito uno speciale sul personaggio in tv e letto un'intervista fattagli da Claudio Sabelli Fioretti. Dall'unione di queste due vetrine sono uscite verità sconcertanti di cui volevo rendervi felicemente partecipi. Anzitutto chi è Lele Mora, il papà promozionale dei vari Costantino & Daniele, Alessia & Vanessa, Luca & Cristiano, Pietro & Cristina? La risposta è: Nessuno. Non che non sia preoccupato dalla diffusione di questi personaggi: il mito del carneade, fenomeno mediatico portato alla ribalta dalle trasmissioni della De Filippi, consegna a illustri sconosciuti un potere sociale spaventoso, privilegi altissimi e sconsiderata ricchezza. Lele Mora gestisce la fama proprio di questi signori. 

Mi chiedo: abbiamo bisogno di costoro? Perché mai continuo a vedere un pubblico televisivo passivo, addormentato, cannibale di qualsiasi cosa venga proposta senza alcuno spirito critico o capacità di giudizio? Dovrebbe essere un dovere di tutti noi non permettere a Costantino & Daniele (e quindi a Lele Mora) di avere successo; invece accettiamo tutto, sorridiamo, compriamo le riviste che li riportano in copertina, affolliamo i locali dove siano presenti, invece di arrivare lì accompagnati dalla musica di Pulp Fiction, finalmente armati. Ma vediamo un po': «Quanto vale Simona Ventura?», domanda Claudio Sabelli Fioretti a Lele Mora sul Corsera. «Dieci miliardi all'anno», risponde lui; «Due miliardi vanno a me». «E tu quanto vali?»,  chiede ancora Fioretti a Mora. Risposta: «Posso valere 100 miliardi all'anno». Lele Mora, un uomo che va in giro vestito come il mago Otelma, che possiede una delle più grandi ville della Sardegna e aerei privati, fattura una manovra finanziaria.

«Ma io lavoro», quasi si giustifica lui. Lo dice con l'aria stravolta di un minatore boliviano: «Lavoro anche 20 ore al giorno, non mi prendo mai un giorno di vacanza». Lo dichiara (davanti ai miei occhi, non mi invento niente, durante uno speciale su E!, canale satellitare di Sky) bivaccando su un lettino bianco, con un accappatoio muccato, al fianco di un nugolo di sventole da passerella seminude, sul bordo di una piscina marziana, con le palme e i camerieri: «Lavoro, lavoro». Ammette, inoltre, di disporre di un'estetista deputata a tagliargli le unghie ogni giorno. Lo dice sorridendo. Dice che è normale per un uomo nella sua posizione.

Torniamo a Fioretti. Gli chiede: «Con chi passeresti una serata, se fossi costretto a scegliere sei persone?». Mora risponde: «La Ferilli, bella, intelligente e comunista; la Ventura, donna avanti coi tempi, sensibile e cocciuta; Briatore, grande amico oltre che socio al Billionaire; La Russa, uno come me cui piace la vita; Luisa Corna, dolcezza, femminilità, sensibilità; Bobo Vieri, una delle persone più buone che abbia conosciuto nel mondo del calcio». E la politica? «Sono totalmente apolitico. Amo la correttezza e la giustizia. Mio papà amava il Duce e mia mamma pure. In casa nostra è attaccata la testa di Mussolini. Sono andato anche a Predappio».

Totalmente apolitico, appunto. Uno che fattura 100 miliardi all'anno non può - di fatto - essere apolitico. Uno così produce politica nel momento stesso in cui esce di casa. Al polso tiene un orologio da 180 mila euro («Me lo ha regalato il figlio di Gheddafi»), ma la sua creatura più sfiziosa la serba in cassaforte: «Un orologio con brillanti e rubini. Vale un miliardo. Me lo ha donato un re». Lele Mora possiede un orologio da un miliardo. Che gli ha regalato un re. Dice di amare Craxy e Berlusconi: «Silvio è straordinario, ti incanta quando parla. Uno delle persone più intelligenti che abbia mai conosciuto». Ecco: un uomo del genere dovrebbe essere illegale. Semplicemente. Dovrebbe essere dichiarato anticostituzionale. Il fatto che le porte dell'editoria, dello spettacolo e dei telegiornali si spalanchino di fronte queste carneadi dovrebbe essere proibito. O quantomeno farci incazzare (non tanto. Un po': diciamo dieci minuti al mese).

«La mia prossima vacanza la farò a gennaio», rivela lo stakanovista Lele Mora; «Dovrò lavorare anche in quell'occasione, comunque. Sarò alla Havana ad organizzare il festival del sigaro per il grande Fidel Castro, cosa che faccio ormai da dieci anni».

Allora è vero: c'è una falla nel meccanismo perfetto del socialismo.

domenica, 05 dicembre 2004

Molleggiato di che?
Categoria: