domenica, 07 gennaio 2007

Tre ricordi quattro
Categoria:portogallo, scritto da stefano havana


Siccome io adoro farmi i cazzi degli altri tramite Flickr, soprattutto per quanto riguarda viaggi e vita quotidiana, avviso chi fosse come me che ho appena finito di sistemare le foto del viaggio a Lisbona. Approfitto della soporifera domenica e della consueta saudade da rientro (ma sono tornato anche molto motivato e vogliosissimo di visitare nuovi posti) per riportare qui di seguito le mie tre foto preferite di questi otto giorni di nuove scoperte con relativa breve storia.

Lisbona

Questa si riferisce al tram 28. Nello specifico si sta inerpicando per l'Alfama, dalla piazza della Cattedrale di Sé. Il tram 28 non è necessariamente turistico: è un tram che taglia in due Lisbona e che serve numerosissimi autoctoni. Guidarlo è complicato e riuscire a stare dritti in piedi quasi impossibile. Gli interni sono di legno e si guida meccanicamente con una grande leva centrale che regola la velocità, un pedale e altri strumenti di cui non ho capito la funzione. Ho notato che i piloti più giovani tendono a correre: con loro le curve si sentono tantissimo; i piloti più anziani, invece, prediligono la morbidezza. Rallentano prima di una curva e lasciano scivolare il mezzo gentilmente. Ogni tanto dai fili elettrici vengono fuori delle scintille che rischiano di pioverti in testa; i ragazzi portoghesi difficilmente pagano il biglietto della corsa. Preferiscono arrampicarsi dietro o sui lati: la gente, da dentro, li fotografa, loro sorridono un po' ammaccati un po' orgogliosi di quello che stanno facendo. 

Lisbona, Bairro Alto

Il Bairro Alto. Questa qui sopra è la bellissima Rua Rosa che collega Rua Pedro V con Calcata Combro. Il Bairro Alto è veramente bello; anche turistico - soprattutto la sera - ma di certo vero e vivissimo. In questo stesso scatto si vede che la gente è tutta del posto: girano con buste della spesa e arrancano fino ai portoni di casa. C'è sporcizia e tantissimi panni appesi alle finestre: fuori dai negozi ci sono dei secchi della spazzatura troppe volte stracolmi e cassette di bottiglie, frutta e altri generi alimentari. La pavimentazione è sdrucciolevole, soprattutto la sera con la forte umidità e molto spesso capita che che si formino lunghe file di auto perché qualcuno ha semplicemente bloccato la propria davanti a un negozio di qualche tipo per fare acquisti. Solo se l'attesa si fa particolarmente lunga si cominciano a sentire i clacson: si vede che le persone sono abituate. Si vede che si fa così. Il Bairro Alto non è molto utile per cenare: i ristoranti sono quasi tutti esclusivamente turistici e i prezzi sono inutilmente alti. Una sera siamo usciti troppo tardi dall'albergo e siamo rimasti senza cena: i locali aperti erano improponibili, gli altri erano chiusi alle 21.40. L'aspetto più deludente della città, senza dubbio. E' solo dopo qualche giorno, capito dov'è che vanno a mangiare i portoghesi, che si comincia a godere veramente del posto. Noi abbiamo scelto di mangiare quasi sempre così: e ci è andata alla grande. A parte il fatto che eravamo spesso gli unici italiani e si poteva tranquillamente sparlare di tutto ad alta voce senza correre il rischio di essere capiti. 

Estoril, la spiaggia

Il mare e i colori. Il Portogallo ha dei colori straordinari. Sono quelli delle più sperdute isole dei mari del sud, però a pochi chilometri da casa. Questa è la spiaggia cittadina di Estoril, a breve distanza da Cascais e a mezz'ora di macchina da Lisbona. Anche al tramonto si può godere di una temperatura primaverile di circa 17 gradi; sembra che qui sia un posto adatto per surfisti, infatti ne abbiamo visti parecchi con le mute immersi nell'acqua gelida dell'Atlantico con le loro tavole. Per mancanza di tempo non abbiamo visto le coste (dicono meravigliose) dell'Algarve, la regione del sud. Senza contare le isole, le famose Azzorre e l'isola di Madeira. Sto pensando di farci un salto a Pasqua, se avrò ferie, tempo e soldi.

Lisbona, Belém

Ho deciso di aggiungere anche questa quarta foto come menzione d'onore per il quartiere di Belém e la celeberrima pasticceria (fama definitivamente meritata). I pasticcini restano una delle tre cose più buone mai assaggiate in assoluto. F., nonostante la sua incompatibilità col lattosio, ne ha divorati due senza nemmeno ricordarsi di respirare. Questo nello scatto è il giardino antistante la pasticceria: si stava benissimo in maglietta. Guardando questo signore giocare a pallone con il figlio ho capito il mio amore viscerale verso il gioco del calcio. Guardavo quella palla rotolare, spesso vicinissima a me, e sentivo questa necessità carnale di alzarmi e prendere parte al gioco. Rimproveravo ad alta voce il signore quando non colpiva la palla di prima e me la prendevo col figlio che non azzeccava un cross; sbraitavo a F. che non si poteva prenderla d'esterno in quel modo e intanto mi muovevo, accavallavo e disaccavallavo le gambe, tanta era la voglia di balzare in piedi e tirare fino a sera con il gioco più bello che sia mai stato inventato dall'essere umano. Qualcosa di fisico: quando la palla si impennava e guardavo l'uomo assumere la posa istintiva del giocatore in attesa di ricevere, assumevo anche io quella stessa posizione e riuscivo perfettamente a sentire il peso del pallone di cuoio sulle ginocchia, sull'esterno del piede o sotto la pianta. Inutile dire che TUTTI, su quel prato, stavano giocando allo stesso gioco: anche alcune ragazze. C'erano partite e partitelle e persone completamente sole che palleggiavano per i fatti propri. Non c'è nulla che tenga: non esiste niente al mondo che sia più bello, istintivo e avvicinabile del calcio. Naturalmente la foto deve essere dedicata di diritto ad AndyCapp che mi ha consigliato posto e pasticceria e la cui passione per il pallone trascende l'umana decenza.

mercoledì, 03 gennaio 2007

La magia del viaggio
Categoria:portogallo, scritto da stefano havana


Viaggiare e' bellissimo. Anche quando la destinazione non e' in capo al mondo, tantomeno esotica. Il Portogallo, per esempio, e' casa nostra con le parole pronunciate al contrario e le vie invertite, una cosa del genere. E' viaggiare che e' bellissimo; spostarsi, assuefarsi a nuove consuetudini. Non e' stata una vacanza lunga: poco piu' di una settimana e gia' mi sono abituato a questa tastiera senza le accentate. Gia' non esiste una via di casa che sia tanto di casa quanto quella che conduce al mio albergo. Quello che sette giorni fa era solo un ingresso misterioso della metropolitana, e' oggi il MIO ingresso della metropolitana (campo pequeno). Scrivo seduto su uno sgabello senza schienale: il computer e' vecchio, la tastiera traballa su un supporto d'alluminio su cui e' incastrata e, in generale, la postazione non e' delle migliori. Ci sono i telefoni che squillano una continuazione alla reception dell'Hotel Berna Vip. Al bancone si accavallano cinque o sei addetti e questo non e' un diario di viaggio, tantomeno una fotografia: qualsiasi velleita' pasoliniana di scritti corsari muore, s'infrange contro la realta' della miseria delle ventiquattrore a disposizione per stare al mondo fuori casa: mangiare, pensare a cosa fare, muoversi, perdersi e ritrovare la strada, scoprire, spiare, capire, orientarsi e tornare a casa a levarsi le scarpe fumanti. Scrivere viaggiando e' semplicemente un surplus che pochi eletti possono permettersi. Quello di cui voglio parlare - e quello di cui sto effettivamente parlando - e' questa magnifica, e per me sempre stupefacente, capacita' di adattamento che ha lo spirito umano in certe condizioni. Questa e' la mia hall dell'albergo e lassu', a dieci piani d'altezza, c'e' la mia stanza con la mia valigia su uno sgabello e il mio letto sgualcito e le mie cose da bagno su una certa mensola: non sono in zona di guerra, non sono a Mogadiscio, non sono Ilaria Alpi, non sto facendo nulla di estremo; eppure la sensazione di essermi ritagliato uno spazio perfettamente MIO, cosi' formato, sagomato intorno ai miei bordi, e' puntualmente magnifica.

E' qualcosa che a un certo punto cambia appena fuori dei finestrini degli autobus: e' il riconoscimento ambientale, quella cosa che ci succede tutti i giorni a casa nostra, quando non ce ne accorgiamo. E' il meccanismo con cui svoltiamo un angolo, la logica con cui acceleriamo il passo quando ci accorgiamo che e' tardi. E' un piatto che da sconosciuto diventa preferito: quel portare lentamente la forchetta alla bocca che si trasforma in vorace procedimento. L'amore per il viaggio e' qualcosa che ha a che fare con la parte piu' intima di se stessi: e' il riconoscimento della propria vita a chilometri di distanza da casa (tantissimi, pochissimi).

L'altro giorno stavo seduto in spiaggia dalle parti di Estoril. E' un posto bellissimo: c'e' il Casino e c'e' il circuito della Formula 1 (per pochi euro e una prenotazione ci puoi girare sopra con la TUA macchina). C'e' il mare soprattutto: un mare fantastico dove, per uno scherzo della natura, il sole SORGE dal mare. Stavo li' seduto, sulla spiaggia, a 18 gradi netti, il sole che calava e neanche la giacca addosso; pensavo agli antichi epsloratori. Davvero ci pensavo: non e' una cosa che si dice tanto per. Ci pensavo, era il pomeriggio del 31 dicembre per l'esattezza e certi ragazzi stavano montando i fuochi artificiali lungo il molo per lo spettacolo notturno. Un giorno arrivo' un tizio di nome Vasco da Gama e decise, proprio su quella spiaggia o giu' di li' - certamente osservando il medesimo mare - decise quest'uomo che non era vero cio' che tutti dicevano, ovvero che QUELLA era la fine della terra. Percio' impugno' un timone e ando' a scoprire il resto del mondo che adesso definiamo imprudentemente nostro. Ho pensato che per quanto io ami viaggiare (veramente non c'e' cosa al mondo che mi affascini di piu') mai avrei il coraggio di spingere tanto oltre i limiti le mie capacita' di allontanarmi da me stesso. C'e' un punto oltre il quale ci si puo' perdere: questo punto e' certamente uno di quelli violati dai grandi navigatori a cui rivolgevo i miei pensieri ad Estoril. S'e' perso qualcosa in poche centinaia d'anni: gli uomini hanno perduto una grande scorta di sentimento e adesso e' sufficiente una saponetta poco pulita o l'acqua fredda per saggiare il desiderio di rigirare la punta della nave.

Scopro la magia del viaggio nel preciso istante in cui il viaggio scopre me e mi consegna le modalita' d'uso di un posto nuovo. E' questa tastiera senza accentate che uso ormai senza problemi; e' la forma della strada lungo Avenida Repubblica; sono le salite del Rossio o la puzza di piscio di Rua Correiros. Non so come la pensiate voi; ma oggi e' il 3 gennaio 2007 e sto finendo di scrivere questo post da casa mia, avenida antonio da serpa, Lisbona.

domenica, 31 dicembre 2006

Impressioni a la braz
Categoria:portogallo, scritto da stefano havana


Il baccala' a la braz e' uno degli oltre 300 modi con cui e' possibile cucinare questo pesce qui a Lisbona. Si prende il baccala' e lo si sminuzza con dovizia, poi si impasta insieme a uova strapazzata, cipolle (abbondanti), olio e altre spezie. Dopodiche' si fa soffriggere in padella, facendo saltellare piu' volte il tutto. Alla fine e' una specie di mistura indefinibile, servita in un piatto importante insieme a olive nere carote e insalata. E' buonissimo, inutile dire. Ecco come sono queste impressioni dalla citta' lusitana: a la braz. Senza grossi nessi logici. Strapazzate. Dice che il Portogallo e' una terra magica per via della posizione finis terrae: affacciata completamente sull'Atlantico e protetta alle spalle dalla madre Spagna. Per anni si e' pensato rappresentasse la fine della terra conosciuta, appunto. Poi un certo Vasco da Gama si sveglio' e fece cose che Cristoforo Colombo nemmeno in mille anni (sono un anti-colombista, lo sapevate?).

Oggi e' il 31 dicembre. Stasera non so bene cosa faremo. Probabilmente niente: mangeremo cio' che capita, poi faremo un giro a piedi. Camminare per Lisbona e' sicuramente la cosa piu' bella che ci sia. La metro funziona e serve bene i punti nevralgici della citta'; pero' e' metro, appunto. Non si vede granche', a parte le donne piu' brutte d'Europa e i ragazzi peggio vestiti del mondo. Ecco, diciamocelo: questi lisbonesi non sono granche'. Si fanno i cazzi loro, sono scostanti e per molti aspetti mi ricordano gli havaneri, i cubani. Per tre quarti abbiamo avuto a che fare con parassiti statali dietro banconi e vetrine, appassionati per niente alla propria professione e piu' che altro interessati ad arrivare senza danni all'ora di stacco. L'intelligenza non scintilla da nessuna parte, cosi' come la bellezza. Probabilmente dell'una e dell'altra hanno fatto incetta Fernando Pessoa e Nelly Furtado, lasciando poco e niente agli altri. Il centro e' uguale a tutti i centri delle citta' del mondo: completamente inutile. Dopo 24 ore avevo gia' - come sempre - cominciato a provare imbarazzo per tutti quei turisti bolliti che affollavano la caffetteria A Brasileira a Largo Chado, il locale piu' famoso di Lisbona e puntualmente il peggiore: prezzi alti, scortesia, qualita' infima.

E' il Bairro Alto il vero cuore vibrante. Non l'Alfama: l'Alfama e' scostumata e buia. Pittoresca e puzzolente, attraente e sporca. Ci sono sette o otto locali tutti identici: dietro consiglio siamo fortunatamente finiti a cenare in uno in particolare (A Margaridinha de Alfama, piu' o meno, ma non era proprio cosi' l'impronunciabile nome) che ci ha deliziati. Tre tavoli per un totale di dieci coperti. Una signora che da sola porta avanti la bettola cucinando a vista quello che c'e' (il menu e', in effetti, completamente inutile). Ci siamo trovati a condividere il tavolo con due signori anziani a cui abbiamo concesso l'ambito premio per i Piu' Accaniti Fumatori del Pianeta. Ci hanno intossicato, ma la cena (maiale ai ferri e trancio di salmone affumicato, tutto con deliziosi contorni) era speciale (ed economico: circa dieci euro a testa compreso birra e bevande). La signora ti viene a parlare durante la cena (anche troppo) e alla fine, mentre digerisci al tavolo, lei lava i piatti e fa da mangiare per la figlia. Sembra di stare in una casa particular della Havana o a casa propria, semplicemente.

Il Bairro Alto, dicevo: splendido: la sera e' indescrivibile. Fa impallidire Trastevere (ma, ehi, Roma a Lisbona gli da' dieci giri, intendiamoci) e presenta una quantita' smisurata di localini dove mangiare e bere assicurandosi tasche integre e qualita'. Il fatto che qui si percepiscano circa 18 gradi fissi mattina e sera non fa che aiutare lo spirito goliardico e festaiolo: ieri sera gli interni erano tutti deserti. Le persone fuori a bere o mangiare (oppure a ballare sui marciapiedi).

A proposito: il famoso FADO. Che dire? Personalmente non ci ha attirati per nulla: lo abbiamo rinominato Er Mal de Panza, visto che gli artisti che lo cantano sembrano assaliti - nella voce lamentosa e nelle espressioni facciali - da inusitati dolori intestinali. Non credo che faremo molto di piu' che ascoltarlo da fuori, passando davanti a uno di questi locali che lo promuovono come grande attrazione (pero' turistica). Il Bairro Alto ha anche un'altra caratteristica che ci e' piaciuta tanto: negozi aperti fino a tardi. Ieri verso le 23 sono entrato in un negozio di abbigliamento dove mi sono innamorato di un paio di pantaloni e un paio di scarpe: il mio proposito di restare lontano dalla fame da shopping temo che stia per diventare immantenibile.

E il Porto, naturalmente. Il vino rosso invecchiato mi ha stravolto, devastato. E' ufficialmente la mia bevanda preferita. A me piace questo Infantado invecchiato dieci anni. Costa circa tre euro e mezzo a bicchiere nella piu' importante porteria (?) di Lisbona (dove ci siamo fatti portare anche due piatti di prosciutto tipico, accompagnato da una specie di crackers: vi lascio immaginare). Oggi andremo con la macchina a Sintra e forse a Cascais. Andiamo a vedere il famoso mare d'Inverno. Il mare e' l'Atlantico, le aspettative sono le solite.

Per adesso e' tutto qui. Sta finendo l'ora di Internet e tra circa dodici ore sara' finito pure l'anno. Per le cose belle di questo 2006 e gli auguri e i rinnovi di promesse e gli abbracci e le altre cose che si fanno lascio volentieri il testimone ad AndyCapp, ispiratore di questo viaggio (ti ho dedicato i pasticcini di Belem, amico mio). Mi sa che ci sentiamo quando il calendario dira' 2007. Io mi auguro di trovarvi di nuovo tutti qui. Siete una compagnia diventata irrinunciabile. (a questo punto dovrei salutarvi in portoghese, ma credo che non esistano lingue piu' complicate e cacofoniche al mondo, quindi passo. Gia' che sto in parentesi: niente foto, ho dimenticato a casa il cavetto per scaricarle...)