venerdì, 09 maggio 2008

Nazi sulla strada di casa
Categoria:quotidianismi, scritto da andy capp


Può succedere è vero, può succedere a tutti. E la regola che se uno si fa gli affari propri può starsene tranquillo non vale sempre, forse non vale più. Perché a me è successo, quello che è successo a Nicola a Verona. Sono passati dieci anni tondi tondi e forse solo oggi, dopo Nicola, dopo Renato, dopo Dax, ripenso a quei momenti in maniera differente. Sono stato fortunato, anzia siamo stati fortunati, io e i miei amici, aggrediti e picchiati senza motivo da una banda di balordi, di naziskin, di ragazzi come lo eravamo noi all'epoca. Li rivedo oggi nelle facce di quei cinque infami che hanno tolto la vita a un'altra persona senza un motivo, li rivedo nei loro occhi spenti, in quelle acconciature anonime, nei vestiti e negli atteggiamenti violenti, da prepotenti, li rivedo nelle lacrime dei loro "non volevo", nelle loro giustificazioni. Li rivedo, ma non riesco a ricordarli, forse li ho rimossi per paura o per indignazione, non lo so. Forse quella notte ho capito definitivamente di essere molto diverso da loro. No, quelli non erano ragazzi come me. E non chiamatelo disagio o devianza, il disagio di chi va in giro a spaccare teste senza motivo non mi interessa; forse un mondo migliore per loro non l'ho mai voluto, anzi li farei vivere volentieri nell'inferno di teschi e svastiche che tanto amano.

E' ottobre, l'una di notte o poco più di un giovedì. Noi siamo cinque, c'è Luca, Cecco, Paoletto, Nino. E ci sono io. Veniamo da una serata anonima, rincorrevamo all'epoca il sogno di un progetto internet di cui poi non si fece nulla. Se avessi saputo che un giorno avrei scritto qui, mi sarei risparmiato parecchie incazzature. Prima di rincasare si decide per un cornetto dal solito cornettaro, quello che fa un cioccolato bianco e una crema senza paragoni. L'appuntamento è davanti alla serranda; chi si muove in macchina, chi prende il motorino. In dieci minuti siamo tutti di nuovo lì, facciamo la nostra scelta e ci mettiamo tranquilli sul marciapiede. D'improvviso il silenzio della notte è interrotto da alcuni cori piuttosto violenti. Dal pub vicino, frequentato da alcuni gruppi ultrà della curva sud vicini ad ambienti dell'estrema destra, esce un gruppo piuttosto consistente. Quei dieci, dodici ragazzi, avevano sicuramente alzato il gomito, ma si mettono in macchina e partono sgommando. Il tempo di percorrere pochi metri e succede l'imprevisto: una Fiat arriva dalla strada e gli fa cenno di passare facendo i fari per accostarsi davanti al cornettaro, proprio dove siamo noi. I nazi escono fuori di testa: scende il primo, polo Fred Perry nera con le righine gialle e capelli rasati sui lati e ossigenati sulla testa. La violenza con cui urla in faccia al conducente della macchina appena fermata è fuori controllo, del tutto ingiustificata. Si avvicinano un altro paio di pelati, uno pesa almeno cento chili. La tensione sale, noi siamo fermi a sei metri di distanza e smettiamo di mangiare i cornetti.

All'improvviso il conducente fa quello che non deve fare: un passo indietro, tira fuori un tesserino e con voce minacciosa tuona: "Ok, basta, sono della Polizia". Il gruppo, per niente intimorito, passa all'azione. Dalle macchine scendono tutti e si fiondano con violenza inaudita addosso ai due (era sceso anche l'altro) e cominciano a pestarli. Il poliziotto e l'amico in pochi istanti cadono in terra e sono costretti a subire una scarica di calci incredibile. La scena dura trenta secondi, noi siamo pietrificati. E anche noi facciamo quello che non dobbiamo fare (non lo so): "Ragazzi basta, così li ammazzate". A quel punto pensi che un gruppo di esaltati che ha appena massacrato una guardia e un'altra persona davanti a dei testimoni se la squagli, invece la reazione è un'altra: "Mò ce stanno pure per voi". Si passa dalle parole ai fatti in un attimo, io e Luca indietreggiamo, ma Cecco e Paolo sono già in terra: il primo svenuto perché colpito con un casco sulla testa, il secondo accerchiato da tre e preso a calci. Nino, minacciato con una catena viene bloccato e derubato dell'orologio, io mi avvicino al motorino - così per istinto - e mi ritrovo addosso l'energumeno da cento chili. Mi molla un destro in faccia che mi fa barcollare, Luca mi prende per un braccio e mi dice di scappare. Comincio a correre verso il nulla e penso che manca poco e tutto sarà finito. Mi giro e ne ho due dietro che mi rincorrono. Mi butto in mezzo alla strada nella speranza che passi qualcuno e intanto penso: "Ma perché ci picchiano?".

Un urlo interrompe quegli attimi infiniti: "Regà le guardie, via via!". Se ne vanno sgommando, così come tutto era cominciato. E' finita. Ho un occhio nero, Luca mi bacia in testa, Nino non lo vedo più, Paolo e Cecco sono a terra, uno ha perso i sensi. Tremo dalla paura. Non mi capacito del fatto che con quei tipi la domenica prima probabilmente ero gomito a gomito a tifare per la Roma. Sento le sirene, è la Polizia, e anche l'ambulanza. Il nostro amico cornettaro li aveva avvisati e si era preso anche un ceffone per aver tentato di intervenire. Il padrone della bottega invece lo stava rimproverando: "Devi farti i i cazzi tuoi hai capito? Noi stiamo qui tutte le notti". Ha ragione, penso. Ci portano al Commissariato e ci deridono anche i tizi in divisa: "Ragazzi ma che aggressione? Questa è rissa". Vogliono denunciare noi, incredibile. Non voglio sporgere denuncia, abito in zona e il primo pensiero è per mia sorella. Ma con due refertati del Pronto Soccorso la questione scatta d'ufficio. Intanto i due, il poliziotto con l'amico, si erano rialzati anche se malconci e con gli occhiali spaccati e sono al commissariato. "Tranquilli, me ne occupo io", ci dice quello che era al volante.

Fine dell'avventura: un riconoscimento dopo quattro anni non andato a buon fine e un storia da raccontare a dieci anni di distanza. Nessuna coltellata, nessun calcio in testa. Ma poteva succedere. Senza motivo. Oggi vado ancora in quella cornetteria e il padrone, quello che rimproverò il garzone, ogni volta mi sorride e mi fa l'occhiolino. "Che potevo fare? Avevo solo paura", sembra volermi dire. Ha ragione, ne ho avuta tantissima anch'io.

[Oggi è un giorno particolare.
E così dopo Nicola, Renato e Dax,
mi piacerebbe ricordare anche un altro ragazzo
ucciso da altri infami. Ciao Peppino]

martedì, 29 aprile 2008

Pietrelcina Revolution.
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


(due sono davanti alla tv. Uno ha il saio, l'altro no)
- Vedi, è questo il problema: guarda come appaio brutto...
- Brutto?
- Brutto.
- Ma brutto come?
- Guarda qui. Guarda che roba. Le rughe e quel pizzetto... Questi pensano che sono davvero un santino... La gente pensa... Io non lo so mica cosa si sono messi in testa questi scriteriati...
- E' una vita che la vedono così, signore. Lei è un'icona, prima di tutto. Lei è...
(l'uomo col saio si batte tutte e due le mani sulle guance. Con forza)
- Ma questa è la mia faccia, questa! Non quella del santino, delle figurine, delle bandierine, delle bandanine, delle iconine. Per chi mi hanno preso, tutti quanti? E per chi mi hai preso TU? T'ho chiamato apposta, non mi fare pentire...
- Però, signore, la guardi la gente com'è contenta... Come sono tutti... Tutti... Ecco, sereni. Sì: sono tutti sereni...
- Bof...
- ... Guardi, guardi i bambini, guardi gli anziani, le persone in carrozzella. Guardi! Guardi come fanno la fila, come aspettano pazienti il proprio turno...
(l'uomo col saio si dà una spinta coi piedi e la sedia su cui è seduto fa una piroetta all'indietro, allontanandolo dallo schermo)
- Ma stanno guardando un pupazzo. Un pupazzo di silicone...
- ... E poi guardi i giovani... Quante persone piene di felicità! Quanta gioia! Guardi quanta serenità, Padre! Quanta... Quanto...
- ... Quanto SILICONE! Quello un pupazzo di silicone è! Mettici una bambola gonfiabile e avrai la stessa gente "felice". Silicone per silicone...
- Padre, signore, ma lei deve pensare al fine, non al mezzo... Al mezzo ci pensiamo noi: è il nostro lavoro. Lei si goda soltanto i risultati.
(Padre Pio torna vicino al televisore trascinandosi coi piedi bitorzoluti avvolti da sandali)
- Credi che dovrebbe piacermi questo risultato?
- Con Gesù Cristo ha funzionato. Il Cristo rappresenta ad oggi la nostra maggiore soddisfazione. Lui ha avuto la lungimiranza di non curarsi dei mezzi ma di godersi solo del fine: ha lasciato fare a noi e adesso guardi...
- Io guardo e quello che vedo è una marea di ipnotizzati senz'anima.
- Ma è proprio questo il cuore della pubblicità, signore...
- Cuore un bel niente! Guardali! Dico: guardali. Piangono! Ridono! Si strappano le vesti! E che ne sanno di me? Ecco tutto quello che sanno di me, ecco tutto quello che hanno: uno stupido, ridicolo, insulso fantoccio. (Il frate si alza dalla sedia e comincia a camminare in tondo. La sua figura è imponente, la voce leggermente afona, però severa. Il piccolo burocrate incravattato prova a seguirlo: si alza a sua volta, con il suo catalogo in mano, e cerca di assecondarne il passo)
- La gente ha bisogno di...
- Sì, sì: la solita storia: la gente ha bisogno di questo, la gente ha bisogno di quello e noi glielo diamo. Noi siamo qui apposta, eccetera eccetera.
- L'Azienda Chiesa, Padre...
- L'Azienda Chiesa...
- Lei è stato frate e sa che...
- Io sono stato frate perché sono cresciuto tra frati e istruito da frati! Fossi nato tra postini sarei diventato un postino.
- Guardi padre, guardi quanta gente contenta che...
- La gente... (Padre Pio si adagia su un divano blu elettrico e si tira forte il pizzo. Odia il suo pizzo)
- L'Azienda Chiesa, prima fra tutte, non pensa mai al mezzo. Così anche lei si curi del fine, signore, e se lo goda. D'altra parte ha una certa esperienza in tal senso... O mi sbaglio?
- "Una certa esperienza" COSA? (Il famoso cappuccino blocca i propri movimenti e allinea le gambe, ginocchio contro ginocchio. Ritta la schiena. In attesa. Osserva con la precisione di un cacciatore il proprio interlocutore)
- Suvvia... Tutto quell'acido fenico ha... Fatto in modo che...  (l'omino incravattato si fa una risata nervosa) Quando ne parliamo nelle riunioni aziendali ancora ci battiamo le mani sulla fronte! Ci avessimo pensato noi, signore! Un'idea così semplice, eppure tanto perfetta, a tema, contestualizzata! La portiamo come esempio alle giovani leve che vengono da noi per gli stage: avrebbe un futuro nel marketing, ci ha mai pensato?
- Non ti azzardare a... (Padre Pio si alza: in altezza sovrasta il suo interlocutore) Io non ho fatto un bel niente. L'acido fenico mi serviva come antisettico. Come ti permetti di... (le mani prendono a tremargli improvvisamente)
- Padre... Padre... Non serve che lei... (l'omino fa un passo indietro e incespica contro la sedia) Le ripeto che a noi non interessa il mezzo... Quello che conta è il fine... Quindi lei non deve sentirsi in dovere di...
- Io non mi sento in dovere di un bel niente! Vuoi capirlo? (Padre Pio si porta entrambe le mani davanti agli occhi e comincia ad aprire e chiudere i pugni. Si osserva i palmi, attentamente, quindi i dorsi) L'acido fenico mi serviva come antisettico punto e basta: d'altra parte si sa come funziona per queste sostanze. Ognuno le usa come meglio crede: prendi Hitler con le sue iniezioni...
- Esatto! Stiamo dicendo la stessa cosa... Il fine giustifica i mezzi!
- ... Lo usavo come antisettico, l'acido fenico, va bene?, VA BENE? Vorrei non tornarci più. E, caso mai stessi per tirare fuori pure quest'altra illazione, la tintura di iodio mi serviva per denaturare le proteine: sai quanto fossi cagionevole di salute in vita... (il vecchio apre e chiude le mani per l'ultima volta, poi se le infila sotto le cosce come se volesse scordarle)
- ...
- Ma veniamo a noi.
- Dica, Padre.
- A me non interessa ciò che pensi tu: sei pagato, e in nero, per obbedirmi. Dico bene?
- Signorsì.
- Se vuoi fare San Tommaso mettiti in fila: non sarai certo tu il primo a levarti la curiosità.
- Sissignore.
- A te, a VOI, deve interessare solo obbedirmi. Rendermi felice, Dico bene?
- Assolutamente, Padre.
- Ecco e allora sentimi bene e vallo a dire ai tuoi capi...
- Sono amministratore unico dell'azienda di famiglia, signore. Si può dire che non abbia capi...
- A differenza mia... (Padre Pio gonfia i polmoni) Allora sentimi bene: io voglio un drastico cambio d'immagine. Basta con questa paccottiglia: questa è schifezza ad uso e consumo della ritualità d'avanspettacolo. Guardali, io ti invito ancora una volta a guardarli: (indica il televisore sintonizzato sulla diretta di Rai Uno) questi ipnotizzati pretestuosi che piangono e strillano e portano i loro neonati a guardare un fantoccio di silicone e paglia. Non è a questi che io voglio arrivare. Questi sono bolliti buoni per il Papa. Io voglio di più.
- Assolutamente d'accordo signore. Se mi permette vorrei appunto illustrarle...
- ZITTO!
- Molto bene, signore.
- Prima mi hai nominato Gesù Cristo. Ti intendi di Gesù Cristo tu?
- E' stato tra i nostri più affezionati e soddisfatti clienti. (l'omino fa per aprire il suo fascicolo con la copertina di velluto viola)
- Allora senti la novità: tu non sai niente di Gesù Cristo, va bene? Mettitelo in testa. Cliente o non cliente. Pensi che ne saprai di più di me, dopo che mi avrai aggiunto ai tuoi clienti?
- Nossignore.
- Guardalo, Gesù Cristo. No, dico: guardalo: tre giorni sulla croce e poi il Potere Assoluto. E quella storia dei pani e dei pesci? Altro che stigmate. Quella è la roba forte.
- Appunto le dicevo, signore. (il burocrate apre la sua cartella e spalanca un enorme sorriso) Ha appena confermato lei stesso, con le sue parole, che il lavoro fatto per il signor Cristo dalla nostra Agenzia è stato inappuntabile. Come le consigliavo poc'anzi, se mi permette...
- NON ti permetto nulla! (l'omino si immobilizza come una reliquia) Taci. Se mi sono rivolto a voi non significa che vi lascerò fare come credete: conosco le vostre credenziali, ma tu non devi perdere d'occhio quelle immagini e quelle facce e non devi dimenticare che ciò è MALE. (indica il televisore)
- Molto bene, signore.
- Non fu, forse, proprio il tuo Gesù a dire ai mercanti del tempio: "Portate via questa roba! Non riducete a un mercato la casa di mio Padre!"?
- Sissignore. Quella frase fu accuratamente messa a punto dal nostro reparto creativo. Proprio come la celeberrima camminata sull'acq...
- Ecco. Per l'appunto. Io voglio cose così. Frasi del genere. Non ne posso più di quest'aria da bravo nonnino.
- Potremmo organizzare dei ritrovamenti, testimonianze; modificare vecchie fotografie, oppure...
- Stai parlando con me? Non mi pare, non dovresti, perché IO non ti ho detto di parlare. Ti ho detto di parlare? Forse qualcuno ti ha detto di parlare? (si guarda intorno) Non c'è nessun altro qui, perciò nessuno può averti detto di parlare.
- Mi scusi, Padre...
- E allora.
- ...
- Tu che fai tanto il gradasso con Gesù Cristo, i clienti più affezionati, repertorio e bla bla bla, dimmi un po', ti ricordi forse cosa venne detto a Maria Maddalena, Giovanna e Maria che cercavano Gesù nel sepolcro?
(l'omino si monta sul viso un'aria di soddisfazione. Fa per cercare una pagina nel suo catalogo e mentre sfoglia recita a memoria)
- "Perché cercate tra..."
- Esatto, bravo! "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Egli non è qui, è resuscitato".
- ...
- Capisci?
- Mi sta forse dicendo che...?
- Sì, ti sto forse dicendo che.
(c'è un attimo di sospensione in cui ognuno dei due astanti sembra cercare l'attimo giusto per trasformare il proprio pensiero in voce alta)
- Ma non si può. Signor Pio, Padre: è una cosa assolutamente sconsigliata, questa. Ma se l'immagina la gente che...
- Ancora con questa gente!? Lo vuoi capire o no che io la odio la gente? (Padre Pio si rialza con uno scatto da adolescente)
- Ma, mi permetta, Padre, se lei odia tanto la gente, perché si è rivolto alla nostra Agenzia? Saprà bene che il marketing e la pubblicità senza la gente non possono...
- Zitto!
- ...
- Taci!
- Molto bene, signore.
(Padre Pio si avvicina a una finestra che dà sul mondo dei vivi. Resta qualche secondo in silenzio, poi si infila entrambe le mani nelle tasche del saio e si volta con l'aria severa di un professore che ha scoperto l'alunno copiare)
- R e s u s c i t a m i.
- ...
- Io voglio resuscitare.
- Farà la felicità dei Testimoni di Geova, signore...
- Come hai detto?
- Niente, niente, signor Pio. (l'omino si fa piccolo)
- ...
- ...
- Senza la resurrezione non sei nessuno. E' questo il vero, unico e totalizzante insegnamento del Cristo. Serve il colpo di teatro, serve lo scoop, serve la botta mediatica: serve APPARIRE. Se Cristo non fosse resuscitato, nessuno ci avrebbe mai fatto i film al cinema.
- Ma anche su di lei hanno fatto film...
- Fiction! Stupidissime operette di fiction per la famiglia! Perché Zeffirelli non è venuto da me? (Ora il frate cappuccino da Pietrelcina è rosso in volto)
- ...
- Te lo dico io: perché non sono resuscitato!
- Ma lei E' resuscitato, signor Pio. Si guardi! Si....
- Imbecille!
- ...
- Se non avessi le mani in questo stato, ti avrei già preso a schiaffi!  (si porta le mani sulla gobba del naso) Tu non capisci! Quel coso di plastica dentro quel... Quell'acquario non sono io: è una caricatura, un'orrida scultura in vetroresina buona per ipnotizzare i rincoglioniti di quella foggia.
- Molto bene, signore. (l'omino prende appunti con una penna d'oca)
- Io. Voglio. Resuscitare.
- Ha qualche idea, signore, in merito.... In merito a QUANDO resuscitare?
- Certamente.
- E quando, signor Pio, intende resuscitare?
- Ora.
- Ora?
- Ora.
- Ma ora c'è la diretta televisiva, tutta quella gente e... (l'omino indica il televisore dove una signora grassissima con degli enormi occhiali da sole a forma di Padre Pio sta dicendo che l'unica via della salvezza è quella del digiuno assoluto e perenne)
- Ti sei appena risposto da solo.
- Signor Pio, mi permetta di dissentire... Lei se l'immagina quello che succederebbe?
- Certamente.
- Ma... Voglio dire... La cosa non crede che assumerebbe delle tinte... Uhm... horrorifiche?
- Precisamente.
- La salma di Padre Pio dentro alla teca che spalanca gli occhi e si solleva dall'eterno giaciglio? E magari si mette a camminare?
- Ha funzionato col Cristo, funzionerà anche con me.
- Ma, signor Pio, compito della nostra Agenzia è far riflettere i nostri clienti circa tutti i possibili...
- Ho riflettuto abbastanza! Qui ci vuole una bella Resurrezione.
- Signore, la gente scapperebbe. Comincerebbe a urlare. Si butterebbe dalle finestre: ci sarebbe un caos storico. Lo capisce che verrebbe rivoluzionato il pensiero degli uomini?
- Perché mai?
- Veder risorgere qualcuno!
- E allora?
- ...
(Padre Pio si avvicina al suo interlocutore e lo prende per le spalle. Delicatamente. Con saggezza paterna)
- Senti: se sono lì, tutti quei tizi in lacrime, adoranti, in linea teorica non dovrebbero nutrire alcun dubbio circa l'effettiva possibilità che qualcuno possa risorgere. Dico bene? E' così che sono stati istruiti, irregimentati. E' così che ha detto loro il Nuovo Testamento: è quello che credono. Credono a Gesù Cristo, alla Resurrezione, ai pani e ai pesci, a Lazzaro. Sfornano tutti quei ridicoli figli perché pensano che a noi ce ne freghi qualcosa. Credono che camminare sull'acqua si può. O no? Ci credono ad occhi chiusi: quelli lì non dovrebbero più stupirsi di niente, giusto? Accetteranno in quattro e quattr'otto la mia Resurrezione perché è proprio QUELLO che si aspettano! Loro. Credono. Nella. Magia.
- ...
- O no?
- ...
- Come avete fatto con Cristo?
- Ci sono dei permessi da chiedere, bisogna organizzare la scena: non ce la faremo mai per tempo. Pagare le comparse.
- E allora?
- E' previsto un milione di persone da qui ai prossimi mesi, signore. In fondo non c'è alcuna urgenza di farlo succedere oggi...
- Invece sì.
- E perché?
- Perché oggi c'è la diretta tv.
- ...
- Sei sicuro che la tua agenzia sia così abile come dici con la pubblicità e tutte quelle cose lì?
- Sissignore. I primi in assoluto. Se vuole consultare il nostro portfolio... (gli porge il catalogo viola)
- Silenzio!
- Molto bene, signore.
- Fammi resuscitare. OGGI.
- Oggi, signore.
- Oggi!
- ...
- E mi raccomando. (Padre Pio si riavvia i capelli. Poi si tira su il cappuccio e si guarda nel riflesso della finestra)
- Cosa signore?
- Fammi sembrare bello.

L'Aldilà di Noantri, altri racconti sul tema:
- Eternity
- L'Aldilà dei Valori

lunedì, 21 aprile 2008

Iperventilazione.
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


La guardo e penso: se è lei mi ammazzo.

(Seguimmo insieme un corso di doppiaggio agli studi Titania sulla Pineta Sacchetti a Roma, circa cinque anni fa. Una vita. Ci piacevamo, flirtammo a sguardi, ma il nostro capolavoro lo completammo il giorno della lezione di doppiaggio di scene erotiche: Jerry Maguire, lui Tom Cruise, lei Renee Zellweger. Arrivammo tutti agli studi con l'adrenalina a mille: ci guardavamo l'un l'altro come fossimo nudi sulle sedie. Nutrivamo la nascosta speranza che la lezione saltasse: un terremoto, un'inondazione. Le cavallette.)

Somiglianza impressionante. Impressionante.
Porco giuda, io ti conosco. La sensazione è così forte che i primi minuti di film me li perdo: peccato, l'incipit è fulminante con la musica e tutte quelle persone che ballano per strada andando al lavoro. Mica capita tutti i giorni di andare al cinema e restare illuminati in questo modo sulla via di Damasco:
in genere al cinema è tutto un vorticare di Caroline Crescentini, di Claudie Gerini, di Laure Morante, di Sandre Bullock, di Gwyneth Paltrow, donne che, sicuro come la morte, non le conosci mai veramente, perché, in genere, donne così fanno la cacca profumata e non ti stanno manco a sentire se stai una tacca sotto la Maserati. Questa, invece, è LEI: come si chiama?, cazzo è proprio lei, quella del corso, quella del corso, quella del corso.

(Sara era la mia preferita. Rossa di capelli, occhio nocciola, sorriso fulminante. Corporatura esile, modi gentili e una voce magnifica. Era tagliata per la recitazione. Il giorno della lezione di scene erotiche entrammo in sala doppiaggio insieme: io Tom Cruise, lei Renee Zellweger. Doppiare scene di sesso non è divertente come girarle dal vivo: basta un niente ed entri in iperventilazione a forza di tirare tutti quei fiati a vuoto.
Funziona così, il doppiaggio: ti infili in questa sala buia, stai in piedi davanti a un leggìo e in fondo a tutto c'è un maxischermo con il blocco da doppiare. In genere un blocco non dura più di un minuto, massimo due: in gergo li chiamano "anelli". Doppi un anello via l'altro finché non finisce il film per turni di tre ore al giorno: c'è tutto un sindacato dei doppiatori che non consente turni più lunghi, almeno allora era così, adesso non lo so. Tanto che ci raccontarono che Ferruccio Amendola per doppiare "Serpico" ci aveva messo non mi ricordo quanti secoli, perché era un film molto difficile da doppiare.)

Sono lì che guardo. Strabiliato un po' dalla somiglianza, un po' dalla singolare bravura di Sabrina Ferilli. Si vede che la mano del regista conta dalla A alla Zeta. Anche il titolo è azzeccato: "Tutta la vita davanti". L'attrice protagonista interpreta una ragazza che si chiama Marta e io la conosco. Nella vita vera, intendo. Nella realtà: prendo il telefonino dalla tasca della giacca e scorro tutta la rubrica due volte, finché alla esse non trovo ciò che sto cercando. "Sara Corso", eccola qui. Alzo gli occhi dal display retroilluminato al grande schermo: "Sara Corso", dove "Corso" non sta naturalmente per il cognome. Affanculo Sara, penso, ne hai fatta di strada, eccoti qua, guardati, bella come il sole, sublime attrice, va là che sorriso, sono qui, mi vedi?, mi riconosci?, eddai, fila centrale, yu-huu, ehi mister, capo, ehi signor cinema, ehilà, non si potrebbe fare come ne "La rosa purpurea del Cairo", non potrei essere Woody Allen per un paio d'ore e trascinarla fuori, fisicamente, dallo schermo e lasciare tutti gli altri spettatori a protestare con la direzione per sottrazione indebita di attrice protagonista? Oppure non potrei entrare IO nella pellicola, circuirla di sguardi e farle dimenticare Mastandrea nel giro di due ciak?

(In genere l'iter è sempre lo stesso, ma dipende dal direttore di doppiaggio. Entri in sala e quando sei pronto ti mandano la prima visione della scena da doppiare, in real audio e in lingua originale. Così tu ci entri dentro: osservi il tuo personaggio, prendi i tempi, cominci a plasmarti addosso la scena. Poi, sempre nel buio, con il solo leggìo illuminato e tanto tanto caldo, ti mandano la stessa scena, l'anello, una seconda volta: idem. Dopo di che si cambia: ti metti le cuffie e provi la tua parte leggendo dal copione e poggiando le parole sulla voce originale, senza forzare, finché calza. E deve calzare molto bene. Quindi l'audio originale va via: restano solo gli effetti sonori ed è lì che la TUA voce diventa quella dell'attore sullo schermo. E' lì che si fa sul serio. Bisogna stare attenti a tantissime - tantissime - cose, penso che sia uno dei mestieri più difficili, il sincrono deve essere perfetto, il volume, l'intonazione, la tempistica con il partner, quella soprattutto, se si doppia a due. Il bordello aumenta per le scene corali.)

All'intervallo dei tizi seduti dietro di me parlano di "pugno nello stomaco" e di "grande amarezza", insomma tutte cose positive trattandosi di un film sulla generazione più devastata e senza futuro degli ultimi cinquant'anni, la nostra. Io comunque non sto pensando alla mia generazione: non me ne frega niente della mia generazione, ho già abbastanza problemi di per me. Le luci tornano spente e io capisco che forse non c'è bisogno della magia, questa volta, non serve diventare Woody Allen eccetera eccetera. Perché tutta la magia che mi serve sta qui dentro, nel pugno della mia mano, dentro al nokia, lettera Esse, "Sara Corso". A
che serve tanta poesia se  possiedi il numero di t e l e f o n i n o? Sorrido. Dico: oddio. Guardo la Marta di Virzì recitare sullo schermo, penso: va bene che questa generazione è un disastro, però magari in due viene un po' più facile. Sostanzialmente a tre quarti del film sono innamorato. Peccato che, titoli di coda alla mano, il sogno si spezzi. Cerca cerca cerca, regia, ringraziamenti, produttore e sceneggiatore, luci accese, brusio in sala, bingo!, l'elenco degli interpreti, in ordine alfabetico, dai dai, bla bla bla bla bla, fuffa fuffa fuffa, Elio Germano, ok ok ok ok, Massimo Ghini, ci siamo! Marta è Isabella Ragonese. Isabella. Ragonese. Isabella. Lettera "I". Il cuore infranto. Due gocce d'acqua e un buco nella medesima.

(Come da copione, anche
"Sara Corso" ed io entrammo in iperventilazione mentre doppiavamo la scena di sesso con Tom Cruise e Renee: fu un momento piuttosto strano. Imbarazzante all'inizio, via via più piacevole mano a mano che dalle guance fluì via il sangue, soprattutto quando cominciammo ad accorgerci che stava venendo bene. L'effetto finale fu uno sballo: Tom e Bridget Jones che scopavano fino a svuotarsi con le voci nostre. Merda, se ci sapevo fare: molto più col doppiaggio che con le donne: non a caso Sara Corso, quello, fu l'unico tipo di godimento che provò con me. Eppure se mi sentiste parlare non mi dareste due lire, mi mangio le parole per la fretta, articolo molto blandamente: però, volendo, so essere Gassman. E' in più conosco tutte le regole fonetiche: si dice cèntro, si dice schèletro, si dice trénta, si dice stéfano; si pronunciano con la -o- chiusa tutte le parole che terminano in -oce, con l'eccezione di precòce che, invece, si deve pronunciare con -o- aperta e non si sa il perché; si dice accappatoio, galoppatoio, corridoio. (-o- chiusa, non so come si digiti da tastiera...) Per non parlare del corretto uso delle zeta sorde e delle zeta sonore: si dice tsucchero, si dice tsio, si dice tsuppa, e calcate su quelle cazzo di zeta!, mentre si deve dire amadzone, bredza, agudzino, eccetera eccetera: capìta la differenza? Passavamo le ore a fare esercizi del genere, leggevamo filastrocche complicatissime piene di zeta e di esse, piene di -c- e di -b-, perché ogni regione ha i suoi difetti peculiari, ogni dialetto, e il romano, ad esempio, con la -c- non ci sa proprio fare, la strascica tutta, per non parlare delle -b- e delle doppie in genere. Pasta e fagggioli, Fabbbio, marciapppiede, mortasssci tua.)

Tra la disperazione e il rimpianto scatta il sollievo.
Isabella. Isabella. Meglio così, senti: metti che fosse stata davvero lei, "Sara Corso", l'attrice di Virzì,
non avrei resistito all'orgoglio dell'occasione sciupata: l'avrei chiamata e ci avrei fatto una figura di merda grande così perché nella migliore delle ipotesi non si sarebbe ricordata di me, nella peggiore mi avrebbe risposto il suo ufficio stampa. Mi conosco: non riesco a concepire l'idea che una donna non si accorga di me, figuriamoci una brava e bella attrice! Come mi sarei sentito se avessi scoperto, dai titoli di coda, che la Marta di Virzì fosse stata interpretata da un'attrice di nome Sara? Io che l'ho più volte perfino riaccompagnata a casa, "Sara Corso", e l'ho fatta scendere dalla macchina senza neanche baciarla: come avrei fatto ad accettare una colpevolezza tale? Come avrei gestito l'ingombro del SUO numero nel MIO cellulare? Col suicidio, appunto: se fosse stata lei davvero, mi sarei ammazzato con un colpo di telefonino in piena fronte.

(Tanti anni fa a Stranamore, c'era ancora Castagna, invitarono in trasmissione un tizio sfigatissimo che era stato il primo fidanzato di Sabrina Ferilli e poi l'aveva mollata: lui a lei. L'avevano messo lì, in mezzo allo studio, Castagna con lo zuccotto e i baffi gli aveva domandato come cazzo gli fosse mai venuto in mente di perdersi una così per la strada, eccetera eccetera, finché la Ferilli stessa non aveva fatto la sua entrata in studio tra gli applausi e gridolini e allora il tizio sfigatissimo s'era messo da copione le mani tutte e due sulla faccia e a stento riusciva a guardarla, la Ferilli, che s'era pure vestita in una certa maniera, sandali, minigonna, scollatura da Buoncostume, perché tutto il pubblico lo stava fischiando a morte, fischiava lui, il tizio sfigatissimo con le mani in faccia per la vergogna, che s'era rimorchiato la Ferilli al Liceo e poi l'aveva mollata. Mi ricordo bene che il colpo di grazia assoluto fu che, a precisa domanda, la Ferilli rispose che lei, il tizio sfigatissimo, se lo ricordava eccome, e ANZI, raccontò la Ferilli, c'era stata anche un sacco male quando era stata mollata in quel modo da lui. Ed ecco: ecco un modo in cui io non vorrei mai essere ricordato.)

mercoledì, 16 aprile 2008

In qualche modo faremo.
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Il pomeriggio di lavoro trascorre in compagnia di sinistrorsi, ex comunisti radicali, rigorosi fascisti: un pomeriggio di lavoro trascorso immerso in tale umanità, serenamente condividendo ansie, beni e pioggia primaverile; l'elettore berlusconiano, durante il pomeriggio lavorativo, si alza, random, ogni tanto, e va alla postazione dell'ex comunista radicale per dirgli: "Fuera!", con la mano di taglio a indicare la porta e l'ex comunista radicale, oggi veltroniano per morso di lingua, ghigna sotto i baffi un po' incazzato, un po' disincantato, perché in fondo sono finiti i tempi dei giochi e anche lui, come la Laura di Vasco, aspetta un figlio per Natale; il sinistrorso deluso scende al supermercato a prendere aperitivi per tutti e il sottoscritto pretende due euro dal collega sinistra arcobaleno, il quale chiede per favore patatine, "perché non siamo più nel comunismo e allora tanto vale che mi paghi tutto e subito"; una serata piacevole, leggermente anni Ottanta per motivi che non starò a spiegare; il ritorno in macchina sgranocchiando un cornetto con la crema che in linea teorica avrebbe dovuto rappresentare la colazione dell'indomani mattina; a piazza medaglie d'oro faccio un'infrazione evidentissima e necessaria per riprendere la giusta strada e lì m'accorgo che la polizia di Berlusconi, vaffanculo, si vede che già funziona meno e infatti la faccio franca, neanche mi cagano, gli sbirri, nonostante i lampeggianti minacciosi e la mia evidente colpa; prima di casa, quasi arrivato, becco per caso, a notte ormai fonda, la trasmissione radiofonica della notte romana per eccellenza e lì, dietro ai microfoni, in diretta, ci sono due amici, di cui uno è andy capp; no, non resisto, parcheggio e esseemmesso al numero in sovrimpressione sull'RDS; attendo in macchina, fermo, con gli uccelli notturni che si fanno sentire di già e l'orologio digitale che scivola verso le due; finalmente il conduttore, con cui ho lavorato una vita fa, legge il messaggio perché, dice, "Ci tengo particolarmente..."; andy capp prende la parola, dice due cazzate, tutti dicono due cazzate, poi fa nientemeno che pubblicità al blog e io, in macchina, da solo, di notte, sotto casa, con la bustina del cornetto sulle ginocchia, rido come un cretino, e intanto il conduttore, che mi conosce, con cui ho lavorato, eccetera eccetera, legge la fine del mio essemmesse che dice: "... Laziale e di sinistra, stanotte che macello..." e tutti dicono altre due cazzate e io aspetto d'essere sicuro che sia finito il "Mio Momento"; raccolgo le cose, esco dalla macchina, cammino verso casa, in salita, con la bustina del cornetto piena di altra roba che non c'entra niente - l'ipod, il fodero degli occhiali, gli ultimi volantini elettorali ch'erano rimasti accartocciati nei vani neri dell'abitacolo come le prove di una grande battaglia combattuta e perduta - sorrido perché penso a andycapp che fa pubblicità al blog, perché penso di sapere com'è vestito, perché so che se sta lì, in diretta, significa che non ha scritto un cazzo per il blog e che, allora, vuoi o non vuoi, io ci dovrò pensare, io che sono "laziale e di sinistra", quindi abituato a prenderle da una vita; insomma tutto ci sarebbe per nutrire pensieri brutali, epperò mentre salgo in ascensore, alla fine della giornata, l'ultimo sveglio di tutto il palazzo, nonostante la Lazio, nonostante la destra, nonostante l'Italia, nonostante dovrò scrivere un post a quest'ora, penso che sì, tutto va bene, finché saremo noi, Quelli di Sempre, Quelli che Sanno di Esserlo, finché durerà, finché reggerà all'in piedi questa roccaforte di resistenza umana, finché la muraglia non cadrà, finché resteremo ad ascoltarci a notte fonda, trovati per caso in diretta su una radio famosa, finché saremo solo noi, ebbene, in qualche modo, non chiedetemi come, faremo.

venerdì, 11 aprile 2008

Le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile
Categoria:quotidianismi, scritto da andy capp


NegroniKit

mercoledì, 09 aprile 2008

«Questa è di sicuro Susy che freme».
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


    Ero stato a una mostra fotografica di un'amica in un locale a San Lorenzo che si chiama "Lian" e questa mostra fotografica m'era piaciuta parecchio, anche perché io non sono mai stato a mostre fotografiche di persone amiche, in genere le fotografie che vado a vedere alle mostre sono state scattate da fotografi morti e sepolti oppure talmente famosi da essere più che morti e sepolti: è una strana e ben curiosa sensazione poter dire alla fotografa qualcosa a proposito delle sue fotografie, tipo è questa la mia preferita, domandare e qui cosa volevi significare, o vattelapesca. E' una cosa che, di solito, non capita di poter fare quando si va alle mostre di fotografia.

    Ero stato a questa mostra, tornavo alla macchina, la macchina era distante, faceva freddo per essere aprile e allora pensavo, guardavo, facevo turismo umano, ingannavo i passi che rimanevano osservando gli altri esistere. Com'è come non è mi sono messo a riflettere sugli uomini, sui maschi; anzi lo so com'è, e adesso infatti ve lo dico.

    Prima una premessa, breve: io sono un rinomatissimo maschilista, si sa, e serbo dentro la mia capoccia pensieri parecchio strani, tipo che le donne brutte non dovrebbero esistere affatto, dovrebbero essere prese, imbarcate su una gigantesca arca e portate su una sperdutissima isola come i PRECOG di "Rapporto di Minoranza" di Philip Dick, tenute , certamente assistite di ogni prima necessità, ci mancherebbe, ma serbate in caso di emergenza sulla TERRA, carenza di sangue o di organi, cose del genere. Nonostante ciò, sono il primo ad ammettere che gli uomini, i maschi, quando parlano tra loro di donne sono inascoltabili. Mi creano imbarazzo. Perché c'è modo e modo di essere sia maschi che maschilisti. Eccheccazzo. I maschi in gruppo che parlano di donne sono tremendi; fossi io una donna non vorrei mai che dei maschi riuniti parlassero di me. Naturalmente tutto questo pensare agli uomini mentre facevo ritorno alla macchina mi è stato indotto dal fatto che in giro a San Lorenzo, a quell'ora, c'erano un sacco di uomini in gruppo che guarda caso parlavano ad alta voce di questa o di quella, solo che nei loro discorsi questa e quella non erano mai soltanto questa o quella, ma questa "puttana", questa "maiala", questa "troiona", questa "succhiacazzi", questa "sorca" e io, beninteso, non ho assolutamente nulla da ridire in merito, perché faccio esattamente lo stesso quando sono in gruppo con altri uomini e infatti questo non vuole essere un post di rottura nei confronti degli uomini che parlano così delle donne, anzi, è solo il racconto di una cosa che è successa più o meno mentre stavo riflettendo su ciò tornando alla macchina. Fine della premessa.

    Sentite qua: ero lì che camminavo per Via dei Sardi - io parcheggio sempre a Via del Pretoriano, quando vado a San Lorenzo, perché ci sono posti liberi a iosa pure nel fine settimana - e mi sono accodato a un gruppetto di freschi trentenni romani, jeans scesi dietro al sedere, cinta in vista, giacche corte, anelli ai pollici, capello in un certo modo. Stavo giusto facendo di quei pensieri sui maschi, tanto che ho cominciato a spiarli in attesa che anche loro compissero il consueto sacrificio della pubblica decenza in onore della Dea Topa. Neanche a dirlo. E' squillato questo telefonino: un sms. Uno di loro si è infilato le mani in tasca e mentre frugava ha fatto: "Questa è di sicuro Susy che freme...", la quale frase ha scosso la terra come un quinto grado della Scala Richter, ka-boom, la camminata è diventata scomposta, la parlata più volgare, i gesti più eclatanti, gli sguardi pieni di sottintesi. E io dietro.

    Si vede che questa Susy era una che meritava, una che quei ragazzi erano soliti informarsi se c'era, prima di decidere come vestirsi per uscire, una di quelle che c'ha tenuti a tutti, chi prima chi dopo, incollati allo specchio del bagno quei cinque minuti in più del normale. Comunque il Ganzo ci sapeva fare, ho continuato a guardarlo, stavamo facendo la stessa strada, e l'ho cominciato a capire. Mi piaceva come gonfiava la ruota: non ne voleva sapere di leggere l'sms, continuava a brandire il cellulare come un osso di pollo in un canile e intanto camminava, faceva montare la tensione, capite? Gli amici ci sono cascati, volevano sapere. Abbaiavano.

    Io, da dietro, mi sono reso conto che il Ganzo stava vivendo uno dei momenti più alti della sua esistenza: non c'era dubbio, se gli fossi andato vicino con una lampadina quella si sarebbe illuminata. Non lo so, non ne sono sicuro, però non mi pareva né particolarmente bello, né interessante: era solo un tizio che stava camminando per San Lorenzo senza alcuna aspettativa al mondo, uno di quelli che al bancone di una discoteca si fa passare avanti da tutti prima di riuscire a ordinare, perciò mi sembrava giusto comprenderlo, essergli vicino in questo suo procrastinare l'attimo.
 
    Di sicuro Susy era una gran figa, ma facendo quello che stava facendo, il Ganzo, senza rendersene conto, la stava elevando a un livello ancora superiore. Una corte così, Susy cara, non lo se se la riceverai mai più. Ho cominciato a sorridere, da là dietro, con le mani in tasca: ho dovuto ammettere che guardato da una certa distanza, perfino lo spettacolo del maschilismo becero diventava appetibile, comprensibile, contestualizzabile. E poi: al diavolo (uso una locuzione cinematografica: non lo faccio mai, stavolta ci sta bene); al diavolo, siamo quello che siamo, sul lavoro ci va di merda, lo Stato non ci protegge, siamo in mano ad imbroglioni, succhiasoldi, codardi, ci mettono sotto quando attraversiamo la strada, ci sparano a sangue freddo negli autogrill, nessuno ci dice grazie, mai, ci torturano nelle caserme, ci vogliono convincere che un proiettile in faccia e un estintore rosso sono la stessa cosa, il più in gamba tra noi avrà garantita una pensione minima a 97 anni, cioè quando sarà morto almeno da un decennio, accendiamo mutui inestinguibili, ci tolgono l'alcol, il fumo, le droghe leggere, ci dicono come dobbiamo vestirci per poter essere considerati "dabbene", ci perquisiscono ogni due per tre, ci alzano i prezzi, ci dicono quando, come e SE dobbiamo partorire, ci abbassano la soglia di dignità, ci prendono per coglioni e per I coglioni, ci tradiscono tutti, ci abbandonano, ci usano, ci sfruttano, ci mentono, be', allora sapete che vi dico? In culo, ce la meritiamo una Susy che freme. Ci meritiamo di credere che sia lei a messaggiarci alle due di notte mentre stiamo a San Lorenzo con gli amici.

    A Via degli Equi l'epifania.
    Tutti col naso sopra il display del telefonino, dopo di che si sono alzati i vaffanculo, le risate, gli inviti ad andare a cagare. Erano quasi le due di notte e c'era ancora gente che affondava i denti nei panozzi con la salsiccia, l'odore di erba. Non era Susy, non stava fremendo, niente di niente. E ti pareva. Tutti l'hanno presa a ridere, di sicuro gli amici del Ganzo avevano trovato un motivo in più per sentirsi sollevati, visto che il loro compare, evidentemente, non era poi quel gran tombeur de femmes che diceva d'essere; quanto a lui, non saprei dire, ma di sicuro non avrei voluto essere nei suoi panni, perché, credetemi, anche nel cuore del più perverso maschio maschilista alberga una scintilla di romanticismo, perciò io sono convinto che dietro al suo tostissimo "Questa è di sicuro Susy che freme..." ci stava anche dell'altro, un sincero desiderio di poterla fare sua, Susy, per davvero, tra cene all'aperto e passeggiate lente, ne sono sicuro, potrei giurare che Susy l'avesse stregato per bene, quel ganzo da osteria, ammaliato, con i suoi tacchi alti e i modi di fare, il sorriso gentile e le dita sottili, altro che "fremiti" eccetera; mentre gli amici se la spassavano perché in fin dei conti non era successo che la più bella del gruppo avesse scelto uno di loro a scapito degli altri, il Ganzo soffriva, a modo suo va bene, in fondo se l'era cercata, ho detto che lo capisco non che lo giustifico, però ciò non toglie che stesse soffrendo perché tra le tante cose che Susy poteva fare, aveva scelto di non fremere per lui.

    In macchina, al semaforo di Via Po, m'è montata una certa rabbia. Ho pensato a Susy: perché aveva scelto di non fremere? E cos'aveva fatto perché il Ganzo ci credesse a tal punto? Possibile che sia sempre colpa nostra? Dei maschi? Ci vorrebbe un'altra isola, ecco la verità, accanto a quella delle Brutte, semmai collegate tra loro da un terrapieno, l'isola di Quelle che scelgono di non fremere. Almeno uno lo saprebbe. Potrebbe tenerle sotto controllo. Il Ghetto di Quelle che non fremono: i cartografi aggiornerebbero le mappe e buonanotte al secchio. Mi è sembrato che il rosso stesse durando troppo, e sono partito anticipando il verde.

    Mentre m'addormentavo, e ce n'è voluto, ho aggiunto una terza isola all'arcipelago e in quest'isola ci ho messo i Ganzi di questo mondo, quelli che si sono consumati aspettando Susy. Mi sono fatto l'idea che ci sia più vita che a San Lorenzo, laggiù, il venerdì sera.

martedì, 08 aprile 2008

Odio tutti
Categoria:quotidianismi, scritto da andy capp


The25thHour«Sì, vaffanculo anche tu. Affanculo io? Vacci tu! Tu e tutta questa merda di città e chi la abita. No, no, no, no. In culo ai rumeni ai semafori che mi chiedono soldi facendo finta di essere storpi. In culo alle zingarelle minorenni, magari incinte, che fanno le lavavetri e che mi sporcano il vetro pulito della macchina. Ehi! Che ti avevo detto? Cercati un lavoro, stronzetta! Smettila subito! In culo agli egiziani che ogni sera occupano un distributore automatico e mi chiedono i soldi per 10 euro di benzina, che oggi non ci riempi nemmeno un quarto di serbatoio. In culo ai ragazzi di Ponte Milvio e piazza Euclide, con il torace depilato e i bicipiti pompati, sembrano delle checche isteriche uscite da una sfilata di moda, pronti a fare a gara a chi ce l'ha più duro, scommetto che con una donna non saprebbero nemmeno da che parte cominciare. In culo ai negozianti cinesi che non mi rispettano quando entro nelle loro sporche botteghe. Vendono all'ingrosso senza pagare una lira di tasse, sono qui da dieci anni e non sanno ancora mettere due parole insieme. In culo ai mafiosi albanesi del litorale. Rubano, imbrogliano e cospirano. Sequestrano la gente e rapinano gli uffici postali della provincia con i risparmi dei pensionati. Tornatevene da dove cazzo siete venuti! In culo agli agenti della Tecnocasa che pensano di essere i padroni dell'Universo; vanno in giro a valutare appartamenti quando sono solo degli stronzi in giacca e cravatta servi dei palazzinari romani. Quei figli di puttana si sentono come Michael Douglas-Gordon Gekko e pensano a nuovi modi per derubare la povera gente che lavora. Sbattete dentro quegli stronzi della Pirelli a marcire per tutta la vita. E Berlusconi e Veltroni non sapevano niente di quel casino? Ma fatemi il cazzo di piacere! In culo alla Banca di Roma, ai furbetti del quartierino, ai capitalisti senza denaro, a Confindustria! In culo ai bangladesi, venti in una stanza, che fanno crescere le spese dell'assistenza sociale. E non parliamo di quei pipponi dei filippini! Al loro confronto i bangladesi sono proprio dei fenomeni. In culo agli italiani che sperano nelle scorciatoie, con i loro capelli impomatati, i loro pantaloni di marca e i giubbotti griffati. Si guardano riflessi nelle lenti dei loro occhiali firmati e sperano in un provino al Grande Fratello. In culo ai senegalesi. Vendono collanine sulla spiaggia a 40 gradi all'ombra, si fanno fregare dalle prime due puttanelle pronte a tirare sul prezzo e danno la colpa al razzismo dei bianchi. La schiavitù è finita centotrentasette anni fa. E muovete le chiappe, è ora! In culo ai poliziotti corrotti che impalano i poveri cristi e li crivellano con i loro proiettili in un Autogrill o a una manifestazione. Nascosti dietro il muro d'omertà dei loro caschi blu. Avete tradito la nostra fiducia! Bolzaneto è stata solo una conferma di quanto sia giusto odiarvi. In culo ai preti, che mettono le mani nei pantaloni dei bambini innocenti. In culo alla chiesa, che li protegge non liberandoci dal male. E dato che ci siamo, ci metto anche Gesù Cristo. Se l'è cavata con poco. Un giorno sulla croce, un weekend all'inferno, e poi gli alleluja degli angeli per il resto dell'eternità. E voi lì nella parrocchia di quartiere ad osannarlo mentre vi battete il petto chiedendo perdono per i vostri peccati nell'oscurità di un confessionale. Provate a passare sette anni a Rebibbia, poi vediamo se cambia qualcosa nel vostro concetto cristiano di perdono e di peccato. In culo a Osama Bin Laden, a Al Qaeda e a quei cavernicoli retrogradi dei fondamentalisti di tutto il mondo. In nome delle migliaia di innocenti assassinati, vi auguro di passare il resto dell'eternità con le vostre settantadue puttane ad arrostire al fuoco lento dell'inferno. Vi sentite forti e puri, ma comincerò a rispettarvi solo quando farete altrettanto con le vostre donne e con gli omosessuali. Siete solo dei moralisti del cazzo accecati dalla vostra religione; siete solo dei nazisti islamici. Libertà per i popoli arabi oppressi dal fondamentalismo e dall'imperialismo americano e sionista. In culo a questa città, e a chi ci abita. Che bruci fino a diventare cenere, e che le acque del Tevere si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi. No. No. No. Io a fare in culo non mi ci mando perché al cambiamento ci avevo sempre creduto. Fino quando non mi sono rotto il cazzo di sperare in un mondo migliore».

[post liberamente ispirato]

lunedì, 07 aprile 2008

Le virgole, sono importanti.
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Mi sono messo in testa, che le virgole veramente, sono importantissime. Cioè uno, non è che può metterle dove gli pare le virgole altrimenti, succede che chi legge quando, legge, fa una fatica secondo me quadrupla rispetto, a uno che legge qualcosa con le virgole, messe al punto giusto.

Una cosa, che ho notato per esempio, è che quando le virgole, sono messe a cazzo, di cane, la prima cosa che viene fuori leggendo il testo con le virgole, piazzate, a cazzo di cane è una musicalità come, dire, sbagliata, stonata, ecco mi pare proprio che sia, stonata, la parola giusta, non so se a voi fa lo stesso effetto, anche perché, diciamocelo, chiaramente non è che capiti tutti i giorni di leggere roba con le virgole a cazzo di cane per fortuna ormai la gente mediamente sa dove mettere le virgole e quindi le cose che si leggono dai giornali ai libri insomma le virgole ce le hanno eccome anche perché cristo di un dio chi mai si metterebbe lì a scrivere una cosa senza le virgole? Una cosa senza virgole diventa illeggibile dall'inizio alla fine che ne so mi viene in mente un amore senza baci ecco un testo senza le virgole questo è un amore senza i baci.

Quindi mi sa, che è vero, quello che ogni, tanto, dicevano a scuola i professori e cioè che le virgole, sono quelle cose che danno il tempo al testo che fanno capire, ai lettori dove è giusto rallentare e dove, no. I giornalisti gli scrittori chi scrive dovrebbe, avere maggiore tatto nell'adoperare virgole e affini perché, è proprio da ciò che passa la comprensione o meno, di un'opera.

E' che, uno, poi tende ad abituarsi alle cose: è tutta una questione, di abitudine la vita. Perciò io me le aspetto le virgole, a un certo punto di un testo oppure, non me le aspetto che ne so, dopo i soggetti eccetera le sapete tutti queste cose com'è che funzionano però, quello che voglio dire è che, io abituato lettore ma anche abituato e basta perché uno secondo me non serve che sia un lettore abituato per capire di virgole pure quando parliamo ce le mettiamo le virgole anche se sembra di no e insomma io, abituato lettore o non lettore come vi pare, SO mi immagino, quel che sta per succedere leggendo vuoi, per istinto o vattelapesca, e allora pure, in presenza di un testo difficile aulico pure in quel caso lì io che, ormai ci ho fatta l'abitudine, saprò dove aspettarmi le virgole quindi se improvvisamente leggendo una cosa qualsiasi a maggior ragione se lunga o difficile o piena di incidentali o ipotetiche io mi dovessi trovare, le virgole tutte spostate da una parte ecco, che in quel caso io farei una fatica bestiale a leggere perché abituato come sono a trovarmi, le virgole al posto giusto sarei in difficoltà e io sto parlando proprio, di una difficoltà fisica, atroce, è questo lo scherzo che ti fa l'abitudine in tutte le cose mica solo, nella lettura e nelle virgole.

Leggere, una cosa, con le virgole tutte messe a casaccio è come trovarsi a scrivere, un sms, con il telefonino di un altro pure, se fosse lo stesso modello di telefonino ditemi voi se comunque non trovereste difficoltà a redarre il testo ecco, com'è che la penso io sulle virgole, al punto che uno dopo un po' ne sente la mancanza, delle virgole, ci fate caso? La punteggiatura, mamma mia, dovrebbe essere alla base, di qualsiasi cosa scritta o addirittura pronunciata: le virgole, queste benedette virgole, io ne sento proprio la mancanza, ripeto, fisica, quando non me le mettono o le mettono a caso.

Non vi sembra che tiri tutta un'altra aria quando, puf, di punto in bianco uno si trova a riavere a che fare con le virgole messe al punto giusto? Certo che sì: la verità è che l'abitudine dovrebbe essere proibita e ve lo dice uno che si considera un grande abitudinario, seppure buon amante delle novità. C'è gente che rientra in casa e se per caso qualcuno, in sua assenza, ha spostato una pianta, quello magari perde l'appetito: conosco una tizia che è dovuta ricorrere allo psicologo per trovare la forza di cambiare montatura agli occhiali da vista.

Figuriamoci, con le virgole, a casaccio. Le virgole, sono importanti.
Basta un niente: ci vuole un attimo che, il senso, di una frase che si voleva dire viene detto tutto, in un altro modo.

Un'altra cosa che non sopporto sono le ripetizioni: ma non le ripetizioni dei termini, perché le ripetizioni dei termini, il ridondare, a me piace molto, anche. Un sacco di scrittori ne fanno sapientemente uso (Paolo Nori, per esempio) e la prosa che ne vien fuori è parecchio parecchio piacevole. Quelle che proprio non riesco a mandare giù sono le ripetizioni dei modi di dire, degli intercalare, che ne so, come se i romanzi che si vendono oggi, che ne so, non fossero già abbastanza lunghi e costosi, oppure, che ne so, pesanti, perché il peso conta oggigiorno: uno deve pure pensare che uno la macchina mica ce l'ha per forza, non è mica detto, uno può pure darsi che la macchina abbia scelto di non acquistarla perché preferisce prendere i mezzi, se uno ha la fortuna di vivere in una città dove i mezzi pubblici funzionano, in quel caso uno non è mica condannato a prendere la macchina, uno mica è detto che se la possa permettere la macchina, potrebbe non averci i soldi, ad esempio, mica è un'onta, e insomma, quello che volevo dire, a parte le virgole, è che un'altra cosa che mi infastidisce alquanto sono le ripetizioni dei modi di dire, degli intercalare, anche dei pronomi e delle congiunzioni e compagnia bella, a meno che non ti chiami J.D. Salinger, e ci mancherebbe.

Per non parlare della ridondanza delle similitudini! Come se uno non fosse già abbastanza stufo di fare le stesse cose tutto il giorno come un robot di Asimov, no, adesso dobbiamo pure metterci lì a leggere un libro in poltrona e trovarci di continuo similitudini a raffica come in una serigrafia di Andy Warhol. Si può sapere a che servono troppe similitudini? Io penso che se un'immagine letteraria è scritta come si deve, in linea teorica, il lettore ci dovrebbe già pensare da solo, non c'è bisogno di imboccarlo continuamente di similitudini come un neonato di pappa.

C'è un'ultima cosa che mi viene in mente che proprio non sopporto leggere quando leggo, ed è quel meccanismo per cui un autore che non sa che chiusa dare al proprio pezzo si mette lì a scrivere che non sa che chiusa dare al pezzo, come se questo esercizio banale di post-modernismo possa servire a salvare la cifra stilistica del tutto. Addirittura ci sono quelli che, nel dubbio, per giustificarsi, confondono ancora di più le carte e decidono di sollevarsi dall'impegno dando appuntamento ai propri lettori a una fantomatica prossima puntata, (che non ci sarà mai!) come a dire: sentite un po', cari lettori, fino ad ora mi sono fatto un culo tanto per intrattenervi, adesso non mi rompete i coglioni che volete pure una chiusa soddisfacente. Facciamo che ne riparliamo e buonanotte al secchio.

(credo di aver dimenticato di dire che un elemento definitivo di non appetibilità di un testo è l'eccessiva lunghezza. Ma di questa discuteremo un'altra volta)

mercoledì, 02 aprile 2008

E infatti.
Categoria:cammino, quotidianismi, scritto da stefano havana


Non lo negherò: naturalmente, come ogni uomo che si rispetti, anche dietro di me, nella scia che mi sto lasciando alle spalle recentemente, si intravede, a scorgere bene tra la spuma, la pinna di uno squalo.

I componenti di questa scia sono i più vari e nessuno di essi è preoccupante: that's life, my dear. Ho detto del viaggio, del cammino alla fine del quale voglio arrivare senza rendere resti a nessuno, ho detto di questo e ho detto di quello, ho detto della scia, ho detto della spuma, ho detto che sento l'esigenza di uno strappo, di starmene da solo, ecco, questo soprattutto, l'esperimento della solitudine, però non ho detto, mai, che una delle basi su cui s'appoggia l'idea, l'esigenza, la voglia di riscoprirmi, di resettarmi, sta nel fatto che un mio recente amore s'è concluso: eccola, la pinna dello squalo. Magari si capiva, s'era intuito, e molti di voi stanno dicendo adesso: e infatti.

C'è stata sofferenza, naturalmente, in tutto questo, come si confà al più perfetto degli amori che si sfuma, o al più imbecille, come vi pare, non è mai questione di qualità l'amore, nel momento in cui lo vai a significare come tale, c'è stata sofferenza, dolore, siamo d'accordo, ma mai solitudine, la solitudine, grazie al cielo, non fa parte della mia esistenza per ora, c'è stato rammarico, rimpianto, ci sono stati interrogativi, c'è stato perfino un meraviglioso, spontaneissimo e cruciale tentativo di riavvicinamento, ma la solitudine no, quella non c'è stata, vuoi gli amici, vuoi la famiglia, vuoi io stesso, vuoi che le tragedie della vita sono altre, ma è per questo, anche per questo, che ho parlato di esperimento della solitudine: non lo so, sappiatemi voi dire, se si tratta di sadomasochismo o che, quello che so è che negli ultimi tre mesi ho percorso a cavallo della mia schiena lo spettro dei sentimenti possibili, tutto quanto, da un estremo all'altro, soffermandomi nel mezzo, e che la solitudine, se la si può classificare tra i sentimenti, ecco, invece lei non c'era. La voglio assaggiare. Voglio provare anche questo.

Naturalmente adesso sto bene, sto bene da quando ho cominciato a pensare a questo viaggio, oppure ho cominciato a pensare a questo viaggio perché sto bene, non lo so, non m'intendo di sofismi, però tant'è, e il fatto di stare bene, dopo il più tipico collasso degli amori, dopo parecchi falsi allarmi, dopo qualche tentativo andato a vuoto, il fatto di poterlo dire, di poterlo addirittura scrivere qui, non può prestarsi a errate interpretazioni. Sto bene, o sto meglio, mettetela voi come vi piace, però, dopo circa quattro mesi il termometro mi pare tornato sui valori positivi.
 
Prendete ieri: sono andato a lavorare, ho lavorato, ho parcheggiato la macchina lontana due chilometri, me li sono fatti con la musica nelle orecchie, ogni passo mi sembrava nuovo perché ad ogni passo riconsideravo da capo la forza del cammino, la forza assoluta del procedere verso una destinazione, foss'anche il portone della redazione. Dopo il lavoro c'era un bel sole e io mi sentivo bene, meglio, già in cammino, già in viaggio, ho cominciato a fare la lista delle cose che mi dovrò portare, quando sarà, e ce ne sono di bizzarre, cordino per il bucato, spille da balia, occhiali da sole graduati, sapone di marsiglia, antipulci, pomate contro le vesciche, voltaren, poi sono andato a riprendere la macchina, altri due chilometri all'indietro, l'odore dei cavalli a villa borghese, le coppie anziane che camminavano mano nella mano, ossignore, sono diventato un sentimentale, io che mi commuovo davanti ai vecchi che resistono, dio bono se mi vedesse Kurt Russel; ho tolto la macchina dalle strisce blu e ho raggiunto Piazza Barberini un'altra volta a piedi. Ho guardato il cinema Barberini dove davano, tra gli altri, "Onora il padre e la madre": mi sono domandato, con i Counting Crows nelle orecchie, vuoi vedere che questa è la volta buona che te ne vai al cinema da solo?
    E infatti.

"Onora il padre e la madre" è così bello da essere irritante: mi irritano sempre i film buoni, mica dico per dire. Mi irrita vedere la gente intorno a me che non appare palesemente felice d'aver appena speso due ore del proprio preziosissimo tempo tanto bene: io, quando me ne vado via da un film perfetto, faccio sempre di tutto per sembrare odiosamente soddisfatto ma, per carità, non pretendo che siano tutti uguali a me, anzi, me ne guardo bene, mi fa già troppa impressione constatare quanta gente ci sia che m'assomigli. Comunque sì, sono andato al cinema da solo: la mia prima volta. Fila G, posto numero 8 e che voi ci crediate o no era la seduta migliore dell'intera sala, quella che, di solito, capita sempre agli altri: invece al posto numero 8 della Fila G stavolta c'ero seduto io, sissignore, e la volete sapere un'altra cosa? La Fila G, quando sono arrivato, era tutta piena: c'era libero solo il posto assegnatomi, quello centralissimo appunto, e io non sono mai uno che fa alzare gli altri, che chiede permesso, io sono uno di quelli che si ferma dov'è, che non riesce a starnutire in pubblico, che, ecco, non va al cinema da solo, ma invece stavolta no, lo so che pare una scena da film, il timidone che, ta-daan, si prende il suo momento, Daniel-san in "Karate kid", però vi giuro che è così che è andata.

Ho giusto preso tempo levandomi prima la giacca e, tac, sono andato, ed è proprio vero quel detto che si dice: la gente pensa a te molto meno di quanto tu stesso creda. Mi sono seduto, ho appallottolato la giacca sulle ginocchia, ho bevuto dalla mia bottiglia l'acqua fresca e vaffanculo al traffico, ai parcheggiatori abusivi, alle pinne di squalo, ai film brutti. "Onora il padre e la madre" m'è piaciuto talmente tanto che sono rimasto a leggere i titoli di coda fino ai doppiatori. Io non lo so com'è che funzionino queste cose: non lo so come mai una cosa che prima non s'è mai avuto il coraggio di fare, improvvisamente sembra la più ovvia. Dev'essere come quando cerchi di aprire quelle bustine di cellophane, stai lì a tirarne i lembi per ore, in tutti i modi, provi coi denti, con le unghie, macché, e poi a un certo punto, come niente, senza che tu ti sia industriato in alcun modo particolare, strap, la bustina s'apre e semmai il contenuto schizza tutto fuori, tipo le patatine: quand'ero ragazzino, mi ricordo, sparpagliavo sempre in giro le patatine per questa ragione: non avevo ancora fatto l'esperienza che le bustine, a un certo punto, prendono e si aprono. E' andata così pure stavolta. Mentre risalivo le scale del cinema, con quell'aria soddisfattissima di cui  prima vi dicevo, ho pensato che forse, se ero fortunato, fuori c'era ancora un po' di luce, vista l'ora avanti, eccetera.
    E infatti.

Adesso non lo so se voi sapete com'è fatta Piazza Barberini, comunque a me piace molto quand'è quasi sera, perché si può vedere via Veneto in salita illuminata e a raggiera tutte le altre vie ed è un bel vedere quando la giornata è stata sempre serena e il cielo sta stenebrando verso quel blu profondo che hanno gli occhi intelligenti. Vi dico un'altra cosa: a Piazza Barberini, davanti al cinema, c'è anche la fermata della metro. C'è un muretto con la ringhiera, c'è tutto: mi sono messo lì, ho appoggiato sul bordo del muretto gli occhiali da sole e il telefonino, mi sono rimesso bene la giacca, controllato le tasche, e infilato gli auricolari dentro le orecchie. Mi sentivo veramente bene, meglio, guardavo la gente venir fuori dalla bocca della stazione, e lo so che pure questa adesso vi sembrerà una scena da cinepanettone, però è vera, è autentica, ve lo posso firmare, e insomma, sono venute su dalle scalette della metropolitana queste due ragazzine spagnole, avranno avuto vent'anni, una biondissima e l'altra morissima,e io le ho guardate e loro mi hanno guardato, ed è bello essere guardati, è bello non sentirsi ignorati, poi hanno confabulato tra loro, tornando a guardarmi, e lì ho capito che ce l'avevano proprio con me, che erano proprio due ragazzine benestanti in vacanza, con le valigie appena lanciate sui letti di un albergo costoso a Via del Tritone, e mamma e papà lontani tremila chilometri, quindi hanno fatto il giro, mi sono passate accanto sul marciapiede, al che, mentre mi infilavo la cuffia sinistra, ho pensato: oddio, vuoi vedere che mi dicono qualcosa?
    E infatti.

La morissima m'ha guardato ancora: insisteva, ma nel suo fare non ho scorto abitudine, bensì molta timidezza, spontaneità, e m'ha detto: Que bonito... Così. Nient'altro ha aggiunto. Se n'è andata verso via Sistina a comprare cianfrusaglie, a calpestare pietre sconosciute, a disinnescare la vita.

Perciò dico che non si presta a cattive interpretazioni il fatto che io mi senta meglio: quando uno non si sente meglio, le ragazze spagnole non lo guardano. Ma d'altra parte io non mi sono mai lamentato di non sentirmi bene: io mi lamento solo del dolore fisico, quanto a quello, credetemi, sono l'antieroe. A me basta un dente gonfio per pensare al peggio. L'altro dolore invece me lo prendo: so che si trasformerà in energia positiva. E' il patto che ho stretto con la vita: li conosco questi meccanismi, so che gli amori finiscono, so che a vivere si fanno per forza le briciole, so che il domani non esiste, so che la gente ti deluderà sempre, in un modo o nell'altro, so che si muore, so tutte queste cose.

Ma scusate, finisco di raccontare: con la musica nel cervello, stavolta Gianna Nannini, mi sono fatto via Veneto, ho chiamato Andy Capp, m'ha chiamato JD, ho risentito financo una vecchia amica, erano quasi le venti e trenta, l'ora in cui dieci anni fa cominciavano tutti i film della prima serata e oggi invece a stento parte striscia la notizia. Io Roma la odio, però Roma è bellissima e io ci sto troppo bene, soprattutto adesso che comincio a conoscerla e poi, per favore, non parlatemi di andare via da Roma quand'è primavera perché non ci stanno santi e va bene, non ci giriamo attorno, siamo d'accordo, non è facile dimenticare un amore, non voglio fare il fenomeno, è difficile, perfino quando è ufficialmente cominciata l'era del "mi sento meglio", è difficile, gli amori finiti sono i fantasmi di un vecchio castello, sbattono contro le vetrine accese, contro i ristoranti in cui sei stato, perfino addosso ai cibi che hai mangiato, condiviso, contro le insegne che hanno illuminato i tuoi baci, contro i marciapiedi che hai fatto scendere prima a lei per giocare al gioco della galanteria, gli amori finiti fanno così si trascinano nei corridoi con quel rumore di catene, ti fanno sobbalzare di notte, ma quando ti senti meglio, quando cammini e ti senti addirittura bello, ecco, questo è un dazio che accetti di pagare, proprio in virtù di quel patto leale che tutti stringiamo con la vita, e capisci che, in fin dei conti, si tratta di una truffa, sono piccole truffe quelle che il cedevole cuore ti fa in momenti come questi, ci devi stare, e infatti ci stai, ci sarà sempre un pigiama scemo in una vetrina che ti ricorderà lei, ci sarà sempre la canzone sbagliata, ci sarà sempre un colpo di vento che dissotterrerà qualche reperto archeologico dalla sabbia, ma questa è la vita, that's life, my dear, si diceva poc'anzi, a me stanno molto bene le pinne degli squali nella scia, hai visto mai che, alla fin fine, diradata la spuma, viene fuori ch'erano delfini?

Ho camminato ancora, molto felice d'aver visto un film così bello, molto felice in generale, un po' più sollevato, diciamo, non vorrei esagerare, a me la felicità fa paura, ho comprato due tramezzini al despar e un pacchetto di vigorsol, ho citofonato agli amici in redazione e mi sono visto beatamente con loro le partite di Champions coi piedi sulla scrivania, lo so che non si fa. In ascensore, salendo, ho pensato: no dai, è stata un'ottima giornata, il cammino è cominciato, la pinna nella scia, le spagnole, il film grandioso, bla bla bla, non può mica essere che la Roma vince stasera, stasera il Manchester come minimo gliene fa due.
    E infatti.

venerdì, 28 marzo 2008

1 milione e 100mila passi.
Categoria:cammino, quotidianismi, scritto da stefano havana


Da una settimana vivo con una cartina geografica stesa sulla scrivania. Prima era liscia, sembrava un lenzuolo appena adagiato su un letto rifatto; bisognava sempre metterci le mani sopra per tenerla spalancata perché tendeva a richiudersi, abituata com'era ad essere rannicchiata sullo scaffale dei libri. Adesso ha preso le piegature dell'abitudine e resta aperta perfettamente secondo le mie esigenze: non scappa ai miei occhi, ferma rimane come a un oggetto inanimato si addice.

E' una cartina geografica della Spagna, in particolare del Nord della Spagna, da est a ovest fino alla regione della Galizia: ci sono dei segni sopra, leggeri come quelli del fard sulle palpebre di una dodicenne. Sono segni esitanti che soffrono ancora dell'indecisione, dell'inesperienza, sono i segni cauti del viaggiatore che ancora deve caricarsi lo zaino sulle spalle, sono i segni timorosi di chi sta ancora decidendo cosa portarsi dietro e perché. Sono i fiati profondi che si tirano prima di un salto, prima di un tuffo, prima di un amore di quelli. C'è tutta la paura di sbagliare in questi segni leggeri, negli appunti sui fogli di carta che si infilano nelle fessure, nelle carte stampate da Internet e poi appallottolate, negli sms scritti - "ho deciso, è fatta" - e poi cancellati, anche loro abortiti, in attesa di un ennesimo segnale, come se non bastassero quelli già ricevuti.

E' da tempo che qualcosa mi chiama altrove, non ad una vacanza, ma altrove: è un'esigenza profonda di strappo.

Ho sognato ch'ero su una spiaggia e con un bastone tracciavo una linea di demarcazione nella sabbia: davanti c'era il tramonto, dietro chissà. Neanche il rumore del mare si udiva nel sogno, perché il mare non c'era, a stento esistevo io. Mi sono svegliato dal sogno e ho steso la cartina geografica sulla mia scrivania: anche in questa cartina, come nel sogno, il mare appena si scorge. E' tutto spostato a sinistra, si chiama Oceano e, per una volta non mi interessa. Non uscirò a vedere l'Oceano stavolta, non sentirò gli strilli dei gabbiani lassù, non guarderò le onde montare e sfaldarsi. Non andrò a cercare il bello in questo viaggio che per adesso dorme, mezzo ammazzato, ancora da far rinvenire, sul legno della mia scrivania di marca svedese.

Cercherò la fatica, cercherò l'opposto della comodità, senza esagerare, ché non ce l'ho ancora a tal punto il coraggio e questo viaggio, ho deciso, dovrà essere soprattutto verosimile, fattibile, concreto: mica me l'ha ordinato il dottore. Questo viaggio, steso sulla mia scrivania, quando si sarà sollevato mi dovrà insegnare a capire quello che posso e quello che non posso. Questo viaggio sarà la linea di demarcazione sulla sabbia.

La partenza, al momento, ma si sa come funzionano le cose quando i segni sono ancora indecisi, leggeri, basta un poco di vento per cambiare direzione, la partenza è prevista per il 3 settembre. Ritorno il 1 ottobre. Mi voglio fare il cammino di Santiago di Compostela in solitaria. A una media di 4 km/h dovrebbero essere circa 200 ore di marcia, per un totale, approssimativo s'intende, di 1 milione e 100mila passi: 775 i chilometri da S. Jean Pied de Port (Francia) a Santiago.

Perché?
Perché sento di avere 1 milione e 100mila circa di calci in culo da dare a cose, sensazioni, ricordi, persone, rimpianti. Perché sento che voglio stare veramente da solo: non intendo portare con me cellulare o libri. Perché sento che è meglio della droga, in fin dei conti. Perché adoro camminare, soprattutto. Perché voglio vedere che faccia farà la gente, che per 800 km avrà inseguito iddio, quando si ritroverà di fronte solo una cattedrale di pietra consumata dal vento. Perché voglio marciare per 200 ore effettive senza dare i resti a nessuno. Perché voglio scrivere a mano. Perché voglio insultarmi fisicamente e mentalmente. Perché non voglio coccole e vezzi per un po'. Perché voglio imparare a dormire in ostelli insieme alla gente, all'acido lattico e i colpi di tosse sconosciuti. Perché voglio alzarmi alle sei e mezzo del mattino e muovere i primi passi quando fuori è ancora buio e fresco e ci sono le stelle e i muscoli faticano a guizzare. Perché voglio portare a compimento una cosa, almeno UNA cosa di cui possa vedere e constatare immediatamente gli effetti, le conseguenze, le reazioni, senza aspettare che gli altri, che il destino, che il futuro, che 'sto cazzo, si pronuncino per me. Perché mi voglio stimolare con la cosa che più mi piace: la scoperta della novità. Perché ho intenzione di cambiare qualcosa della mia vita nei prossimi mesi e allora voglio potermi dire, quando sarà il momento, ricordandomi del cammino e del culo che mi sarò fatto, che sì, il coraggio è qualcosa su cui posso fare effettivamente affidamento. (al momento mi considero un codardo e pigro cialtrone) Perché voglio rimorchiarmi una galiziana con un bel sorriso, i capelli scuri e il piercing al naso. (Ho come l'impressione che le ragazze con un bel sorriso, i capelli scuri e il piercing al naso mi siano, come dire, galizia o non galizia, rimaste qua per ragioni varie) Perché voglio fare i conti col maltempo e col fango. Perché voglio girare un angolo e vedere l'arrivo. Perché voglio correre una di quelle gare che piacciono a me, dove non esiste distinzione tra il primo arrivato e l'ultimo. Perché voglio dimostrare a me stesso che un'altra vita è possibile. Perché "un passo alla volta" è precisamente la filosofia di quella che io considero legittimo chiamare "esistenza". Perché voglio partire con tre mutande e quattro magliette e guardarle asciugarsi su un filo al vento del nordest. Perché il ponte che piace a me è quello che si deve ancora formare davanti ai propri piedi, non quello che crolla alle spalle come nei film di Indiana Jones. Perché voglio scavalcare a piedi i Pirenei, perché per 30 giorni non voglio pensare ai capelli, alla barba, al colletto della camicia, alla cacca, alla masturbazione. Perché casa mia deve pesare massimo 11 chili (circa un sesto del peso corporeo totale) e deve essere maneggevole abbastanza da essere caricata e scaricata dalle spalle senza strappi o contusioni. Perché mi piace la polvere. Perché settembre è un mese del cazzo. Perché voglio poter pensare a lungo senza preoccuparmi di andare a pranzo in orario. Perché mi piace l'idea di dover convivere  con persone molto diverse da me. Perché la disuguaglianza mi ha sempre dato molto di più dell'uguaglianza, al punto che non ce la faccio più a sentire tutti questi politici ed esegeti del pensiero parlare sempre e comunque di uguaglianza, di unità: e vaffanculo all'unità, all'uguaglianza, lo faccio anche per questo, il viaggio, perché sono convinto che si stia molto meglio tra persone che sono all'opposto di ciò che siamo noi o di ciò che crediamo di essere noi. Perché non ne posso più di dover per forza trovare qualcosa da dire per non sembrare scontroso o di malumore.

I motivi, questi motivi, me ne rendo conto, già sono un compromesso, una rinuncia, anzi, una resa. Perché a confessare d'avere in testa un progetto del genere, la gente, c'è poco da fare, quella che ti conosce, ma anche quella che ne sa di meno, ti fissa come se avesse scorto un verme uscirti preciso preciso dall'orecchio sinistro e ti domanda PERCHE'? E allora tu ripiombi inevitabilmente dentro quello da cui stai cercando di fuggire: i perché, appunto, le spiegazioni, la razionalità, e questo è veramente arduo da digerire, in particolare per uno come me che, oltre ad avere la digestione lenta, è anche un deciso oppositore dei "perché". Giammai bisognerebbe domandarsi il "perché" delle cose che succedono e non è soltanto questo il punto. Il punto è un altro, avremo modo di parlarne quando anche io l'avrò messo nel mirino. Il punto, per ora, il mio perché, è che ho deciso di mettere 1 milione e 100mila passi tra me e le cose che non mi stanno bene. Oppure di avvicinarmi di 1 milione e 100mila passi a quelle che potrebbero piacermi maggiormente.

venerdì, 21 marzo 2008

«Così, tutti invecchiamo, non ce la facciamo più, e questo e quanto?»
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Non ne posso più d'essere una brava persona. Che ne dite, per esempio, di drogarci tutti? Percorriamo la via dell'eroina, della cocaina, della droga pesante, non lo so, di queste cose qui, le cose che fanno le persone con le unghie sporche, con le case luride. Chi è con me? Chi è che è pure stufo d'essere a tal punto una persona morale, proba?

Signori, no no no, io non vi sto invitando ad alzarvi per fare la rivoluzione, anzi: tutto il contrario. Io, se lo credete, vi sto dicendo: sedetevi ancora di più, sprofondateci nelle vostre poltrone, non leggete più un libro, non vi documentate, non studiate, non costruitevi tutt'intorno quest'aura da persone squisite, in gamba, critiche, socialmente accettabilissime, perché non serve a un cazzo.

Restatevene lì seduti punto e basta.
Ingrassate, fate briciole e che queste briciole se ne restino per lunghe ore sulla bocca del vostro stomaco, immobili come esattamente immobili voi starete. Droghiamoci, scegliamoci un'altra cosa rispetto alla vita, per dirla come Trainspotting.

Lasciamo perdere i nostri televisori, i nostri capi firmati, l'abbigliamento, le belle case, certe macchine, alcune scelte, le unghie limate, i capelli setolosi, i fidanzati e le fidanzate da cui non riusciamo a separarci definitivamente e facciamo così, proprio come si vede in Trainspotting fare: droghiamoci. Insensatamente. Non ci pensiamo più a tutta questa merda. Padri, madri, single: droghiamoci tutti insieme. Decidiamo un giorno alla settimana, lasciamo figli e figlie alla baby sitter, mariti e mogli all'amante e ubriachiamoci. Facciamoci riprendere dalle telecamere di sorveglianza a circuito chiuso di un grande centro commerciale mentre sottraiamo dagli scaffali beni di primissima necessità come ciocchini, pan di stelle, torroni, gin scadente e banane.

Proviamo la via dell'autodistruzione, del vizio, del vezzo, della dissolutezza: ubriachiamoci seminudi sbracati su divani di pelle in compagnia di altri di cui non ricordiamo affatto nome o provenienza. Facciamo scattare antifurti e che la nostra corsa veloce sia cadenzata dalle urla del prossimo, terrorizzato prossimo; e poi fottiamolo questo prossimo, superiamo a destra, cerchiamo anche noi una scorciatoia.

Non dico di assassinare, no, sarebbe troppo impegnativo, faticoso, invece questo vorrebbe essere un manifesto realistico di propaganda al vizio, per cui lasciamo da parte gli omicidi, ché quelli presuppongono una certa attitudine alla scaltrezza, alla precisione, alla puntualità, quindi alla non-pigrizia, tutte cose che non ci interessano adesso, in quanto quello che vogliamo diventare, e cioè persone meramente pessime e moralmente corrotte, non ha a che fare con la fatica, se non quella che sarà richiesta agli altri i quali vanamente insisteranno per riportarci sulla retta via.

Limitiamoci a guidare cantando nella notte, rispettando mai i limiti di velocità, invertendo il rosso col verde del semaforo; fumiamo marijuana, iniettiamoci sostanze pazzesche nelle vene, diventiamo ben abili con cucchiaini, siringhe, eccetera eccetera, facciamoci trovare dai soccorritori riversi in stanze putride, mezzi morti affogati nel nostro stesso vomito, facciamo impensierire mamma e papà, scappiamo da ospedali psichiatrici, centri di recupero, penitenziari, bruciamoci le narici e le corde vocali, facciamo in modo che i vigili, per la strada, incontrandoci, avvicinino il loro palmo di mano alle berette d'ordinanza, vaghiamo per ore, il giorno dopo, perché non ci ricordiamo dove abbiamo parcheggiato la macchina, essù, dai, facciamo irruzione nelle drogherie con una calzamaglia calata sulla faccia, ma soprattutto smettiamola con l'essere persone che rigano dritto. A cosa ci ha portato l'essere brava gente, se non davanti all'ennesimo bicchiere di oban?

V'invito a diventare quelle persone che le signore per bene, in strada, le stesse signore per bene che al venerdì sera allargano le gambe nella Mercedes dell'altro, vietano ai propri bambini di guardare troppo a lungo "perché non sta bene".

Eddai!
Dove ci ha portati l'essere sempre e soltanto da una parte della barricata? Chi o che cosa siamo diventati, usciti dalle scuole e dalle università, con tutte le nostre maschere da bravi ragazzi calate sulla faccia? Ho ragione? Allora leviamocele quelle maschere o sostituiamole con quelle dei film sulle rapine, ronald regan e george bush mitra in mano. Il più fortunato di noi ha fatto i miliardi in qualche multinazionale; il più avvezzo alle parole ha scritto un libro niente male e adesso se ne sta lì, su qualche terrazza di Trastevere a consumare aperitivi con gli occhiali di un certo tipo sul naso e una sciarpa a scacchi che spunta dalla giacca di velluto a coste larghe: sembra un'esistenzialista francese e invece si fa le pippe su youporn tutte le sere e non sa dire la cosa giusta a una donna prima del quinto martini.

Ficus finto in ufficio a parte, chi pensiamo di essere noi Brave Persone? E macchinetta del caffè aziendale a parte, dove crediamo di andare? Va bene, abbiamo la stima di un sacco di gente, ma ditemi: si può scaricare dalle tasse la stima? Se c'è un lavoro da fare chiamano noi, è vero, e in questo modo potremo vantarci per l'ennesima volta di non essere stati pagati (o pagati molto male) per qualcosa. Il che fa di sicuro curriculum, ma non mi toglie dalla testa che Il Bene è qualcosa che paga addirittura peggio del lavoro dipendente. La rispettabilità non accende un mutuo: forse nemmeno l'amoralità e la dissennatezza assoluta, ma quantomeno spengono il cervello. E spalancano le porte del carcere come quelle dello show business.

Allora io dico: permettiamo ai nostri capelli di cadere. Portiamo le nostre labbra a diventare blu come il gas dei fornelli: non staremmo tutti meglio con gli occhi vitrei delle orate appena pescate?

Guardatevi intorno.
Osservate la gente che esiste al vostro contempo. Notate chi è che vi soffia sempre, tutte le mattine, il parcheggio da sotto al naso. Guardate nei cinema chi è che si aggiudica sempre i posti migliori; fate bene attenzione, in un ristorante, alla tipologia di gente che viene servita per prima e meglio. Guardate chi è che si accompagna alle femmine migliori e provate a dire quali sono le donne che faranno da mogli agli uomini più appetibili. Non siete stufi di sentirvi superiori a destra e a manca e, nonostante questo venire abbandonati, umiliati, derisi, suonati ai semafori? Non è forse ora di abitare noi gli ultimi posti della classifica dell'umanità? Non ci spetta di diritto tanta mediocrità? Ci siamo fatti un culo così, fino ad oggi, per essere ciò che siamo e guardate cosa ci rimane! Dateci una cazzo di amaca, un prato fiorito, una spiaggia poco affollata, una pina colada con le giuste proporzioni, e poi levateci tutto, piegateci, soffiateci immediatamente il lavoro che abbiamo, dateci depressione, sfinimento, solitudine, eroina, povertà, violenza e codardia. Fondeteci il cervello con qualche sostanza tossica e farciteci di confortanti luoghi comuni.

Ce lo meritiamo.

lunedì, 03 marzo 2008

Post LUNGO che pare un racconto (e che in effetti mischia fiction con realtà) utile a spiegare la mia ansia adolescenziale.
Categoria:quotidianismi, scritto da stefano havana


Ero il Dylan Dog più confuso che si fosse mai visto, perché l'amico che doveva fare Groucho decise di ripensarci all'ultimo momento.

Essere Dylan Dog è una scorciatoia piuttosto comoda se devi andare a una festa i