domenica, 13 agosto 2006

Un caguarian di 80 anni
Categoria:ritratti cubani, scritto da andy capp


FidelCompleanno

sabato, 12 agosto 2006

Hasta (quasi) siempre
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


C'è un bello scrittore cubano che si chiama Alejandro Torreguitart. E' del 1979 e ha già scritto diversi libri editi anche in Italia. Adesso ha scritto una cosa bellissima, secondo me, e molto condivisibile, sull'attuale momento vissuto da Fidel Castro e dai cubani. Fa così (la traduzione è di Gordiano Lupi):

Grande notizia oggi in Cubavision. Non ci sono i cartoni animati prima del Noticiero, hanno sospeso pure il film americano e la telenovela sui froci, quella che piace tanto a Mariela e che io ne farei pure a meno di guardarla, preferisco Sex and City sul satellite, lo vedo da Paco pure se è proibito, lui ha trovato il modo. Si trova sempre il modo qui all’Avana, tutto è proibito ma tutto è permesso, basta dare la mancia alla persona giusta, tenersi buono il vicino, allungare qualcosa al rappresentate del partito. Ma non divaghiamo che oggi c’è la grande notizia. Tutto il resto non conta. Fidel sta male, deve operarsi, pare che sarà una cosa lunga, non riuscirà neppure a festeggiare il compleanno, ma stai sicuro che lo fa più in qua, magari mette in piedi una megafesta con la scusa dell’anniversario della Rivoluzione, che ormai lo scrivo maiuscolo per abitudine ma questa cosa qui mica mi viene bene. Fidel ha lasciato il potere nelle mani del fratello, un ragazzino di settantacinque anni, uno che quando apriva bocca lui lo rimbeccava sempre, della serie tu stai zitto che non capisci niente cosa ne vuoi sapere della Rivoluzione, occupati dell’esercito, fai la guerra con i soldatini, pensa alla Cina e al modello comunista che va verso il mercato, ma rompi poco le palle. Insomma, ora come ora questo ragazzino di settantacinque anni che in televisione lo vedi sempre con la sua bella divisa verde olivo stirata di fresco, occhiali da talpa, baffetti radi, statura mingherlina che pare il figlio scemo di Fidel sarebbe il depositario della Rivoluzione. Stiamo messi bene.
“Comanda il partito. Raul non conta niente” dice Paco, uno che suona con me nell’Esperanza. Lui ha una voce che quando canta leva di sentimento, ma oggi non ha tanta voglia di cantare.
“Non so cosa è meglio…” sussurra Pablo che ha messo da parte la chitarra. Pure lui non prova. Non ne ha voglia.
Manuel se ne sta fermo da una parte a guardare la sua tromba e la rigira tra le mani come in attesa di qualcosa che non viene. Armando ha posato maracas e timbales su un tavolo e sorseggia un caffé.

“La batteria serve a poco se voi non collaborate” dico.
Più mercato e meno Rivoluzione, scrivono i giornali che vengono da fuori, quelli proibiti che raccontano le cose come stanno o almeno ci provano. La Rivoluzione è sempre più forte, recita il Granma, ma su quello c’era da stare più che sicuri, per il Granma la Rivoluzione è sempre mas solida y fuerte, la musica non cambia mai. “Paco, cazzo, adesso leggi pure il Granma?” dico.
“Che cosa devo fare? Dovrò informarmi in qualche modo…” “Se t’informi con il Granma sei a posto…”
No, le palle del Granma proprio no, quelle me le risparmio e se oggi non è giornata e non si prova finisce che me ne torno a casa e mi metto a studiare che c’ho un esame di letteratura cubana tra poco e mica sono preparato. Un amico mio che viene dalla Spagna m’ha portato l’opera completa di Cabrera Infante e io me la sono letta quasi tutta, pure se lo so che nell’esame di letteratura mica ce la trovo, non serve a niente. Magari dovrei studiare Abel Prieto e la narrativa contemporanea, quella che piace tanto al partito perché sta dentro alla Rivoluzione, come ha detto Fidel. Pubblicità ce24ore Dentro la Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione niente. Preferisco fuori, comunque, anche perché non riesco mica più tanto a capire che cosa sarebbe questa Rivoluzione, vorrei essere così sicuro di difenderla come chi non la deve subire, ché loro ci riescono bene, non hanno la tessera, non devono fare i conti con il riso che manca dopo sette giorni e con i fagioli da risparmiare. Sarei rivoluzionario pure io se mangiassi bistecche ogni giorno, guarda, sarei un compagno perfetto, crederei a tutto quello che dicono, al pericolo che viene dagli Stati Uniti, alla prossima invasione, alla minaccia americana, all’embargo che è la sola causa dei nostri problemi. Credo a tutto, Raul. Te lo giuro. Però dammi da mangiare un po’ di carne, magari già che ci sei trovami pure un vestito nuovo, ché questa camicia bianca e i pantaloni sono consumati, più li lavo più si strappano, magari dammi anche un paio di scarpe nuove che queste sono tutte rattoppate, magari vedi se m’insegni come fare per arrivare alla fine del mese con cinque dollari in tasca. Magari è meglio se me ne sto zitto. Magari. E insomma, gira picchia e mena, me ne torno a casa che le prove non le ho fatte, il concerto chissà se lo faremo, forse i turisti che c’hanno chiamato si faranno vivi e noi improvviseremo Hasta siempre comandante, tanto si sa che vogliono quella, specie se sono italiani, e a me viene sempre la voglia di fare il rap di Rey el vikingo, quello che dice Hasta cuando comandante, sarebbe più in tema, ma tanto per cambiare è proibito, mica si può. Torno a casa e penso ancora alla notizia del giorno, quella che tutti si sussurra e nessuno c’ha il coraggio di affrontare. Mica sarà morto davvero, penso. Mica ci lascerà nelle mani del partito comunista? Mica ci farà governare dal fratello che pare un cartone animato e quando ride sembra Speedy Gonzales? Non lo so cosa succederà ancora. Non lo so proprio. Forse niente come al solito e lui ritornerà come prima, magari malato, stanco, lo sentiremo dire le solite cazzate di sempre, la minaccia americana, l’embargo, la Rivoluzione mas solida y fuerte, il coraggio di Cuba. Sì, lo so che sono tutte balle, ma dette da lui hanno un altro sapore e magari si sopportano meglio. Fidel, fallo per noi. Non ci lasciare.

Questo breve pezzo mi pare perfetto: un disegno razionale della situazione sull'Isla e dei sentimenti che prova un cubano. Come questa foto: l'ho scattata dal balcone di casa, nel quartiere Vedado, dopo un fortissimo acquazzone. Ci siamo messi a guardarla nel monitorino della fotocamera e ci siamo domandati: chi glielo va a spiegare a questi bambini che la Rivoluzione è stata un trionfo?

domenica, 04 dicembre 2005

Organismi non geneticamente modificati
Categoria:viaggi, scritto da stefano havana, ritratti cubani


Camminano senza sapere dove andare. E' più che altro una questione di partecipazione: camminano perché farsi vedere è importante e che ne sai? Magari capita l'occasione giusta, una qualunque. Si vestono come si deve: si guardano e riguardano prima di uscire. Si sollevano sulle punte dei piedi e fanno sempre un po' di fatica, perché lì di specchi a figura intera ce ne sono pochi. Ma, davvero, non lo sanno dove andare. Le vedi che impugnano ciuffi di banconote tra le mani: pochi spiccioli. Contati. Fanno una fila di due ore alla gelateria Coppelia e mai che sbuffino o sbadiglino: sai, il trucco. Però si guardano intorno e i loro occhi - mamma mia - sono bellissimi. E' qualcosa che c'è dentro: non ti stordisce subito ma poi ti tiene sveglio in aereo, mentre torni. Eccole lì: scendono lungo la Rampa, calle 23, e ti pare impossibile che possano resistere intere con quei jeans lunghi - senza sciogliersi. Il collo ritto, la schiena perpendicolare al terreno, lo sguardo fiero di chi non conosce modelli imitativi. Non sono Nicole Kidman, non sono Sandra Bullock, non sono Elisabetta Canalis, non sono niente. Sono due giovani habanere che non vedranno mai nient'altro nella vita che quella strada e quei volti. Tutta l'esistenza consumeranno, andando con il Golfo del Messico a sinistra e ritornando con il Golfo del Messico a destra. Non ne sapranno niente di un sacco di cose e la loro più grande arte sarà quella dimenticata del sorprendersi dell'ovvio. Non saranno attrici, non saranno modelle, non guideranno mai una macchina vera, non ne sapranno nulla di come si prepara una valigia: sono niente e moneta nazionale. I loro no e i loro sì tintinnano sempre di graziosi gioielli senza valore; sognano Roma e sognano l'America. Sognano di essere bellissime sotto la Torre Eiffel.

martedì, 01 novembre 2005

Raul
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


[Se una cosa meravigliosa ti dà, Cuba, questa è la possibilità di conoscere incredibili esseri umani. L'esperienza fatta in due anni di Isla ha arricchito la mia persona quanto (e più) tutti gli anni precedenti vissuti normalmente. Perciò ho pensato di far conoscere anche a voialtri qualcuno di questi magnifici esemplari di uomini. Apre la serie di ritratti cubani RAUL che personalmente considero come un secondo padre: mi piacerebbe anche se nei commenti ci raccontaste della vostra Persona Speciale conosciuta lontana da casa, durante un viaggio o chissà quando. Sarà una bella occasione per scambiarci - come sempre - esperienze. Comincio io]

Sai chi è Raul? Raul è uno che ti sorride spesso e ti chiama signore. Raul è figlio degli anni '50, ha visto la Rivoluzione con gli occhi del bambino: gli stessi occhi con cui io ho guardato alla caduta del muro di Berlino, per intenderci. Non so dire se gli effetti della caduta del Muro siano intorno a me oggi con la medesima forza con cui premono intorno a Raul quelli della Rivoluzione di Castro.

Raul vive alla Havana, ecco. Ha due figli - Sergio e David - una moglie che si chiama Natalia e una casa sempre piena di amici. Raul accoglie tutti allo stesso modo e avvisa sempre quando è pronto a tavola: mangiare a casa di Raul è veramente facile. Lo si fa sul terrazzo, seduti per terra o su enormi casse che prima contenevano birra. Non esistono cerimonie a casa di Raul: i vicini di casa sentono baccano e vengono a vedere che si dice. C'è sempre un piatto che gira da una mano all'altra e quando la musica si solleva un po' di volume, ecco che tutti cominciano a ballare. Che storia, Raul: un giorno ha cucinato l'aragosta con l'avocado, un'altra volta ci ha insegnato a preparare il mojito. Per non parlare del congrì e delle banane fritte. I figli ci hanno fatto capire qualcosa in più della salsa. E' un medico Raul: guadagna 15 dollari al mese. Finora lo hanno tenuto in piedi i ricavi dei suoi viaggi a Roma in qualità di ricercatore: così ha soddisfatto pienamente la sua famiglia e i frequenti ospiti. Ma nell'Isla è difficile tenere botta: non è semplice sottostare alla sentenza che vuole un facchino o un tassista più ricco di un uomo che sul biglietto da visita reca la dicitura capo del laboratorio di genetica molecolare. No es facil: dal punto di vista morale, anche, dal punto di vista dell'umore vero e proprio.

L'alta borghesia, a Cuba, è quella che tocca con mano il turista: chi lavora con la gente del posto, invece, lavora anche per il governo e dunque gode solo dello stretto necessario. Il che, attenzione, nasconde una moralità severa e indiscutibile. Non c'è povertà, ma le cose – davvero – vanno stranamente: i cubani hanno un libretto che passa loro a prezzi puramente simbolici beni di primo consumo (latte, riso, pane), ma non sempre basta e non sempre i materiali ci sono: un giorno siamo passati davanti a un macellaio, solo che non sembrava un macellaio. Era un buco con delle divertenti mensole verdi. Gli ho chiesto: «Raul, che si vende lì dentro?». «Carne», mi ha risposto lui: «Anche se di carne non ce n'è. Musica sì, senti? Di musica ce n'è sempre tanta». Funziona così a Cuba: c'è vera guerra fredda, c'è la propaganda. Seriamente, è un altro mondo. Per giudicarlo serve un'attenzione magistrale. Dice Raul: «Qui quello che non è proibito è obbligatorio». Lo dice rassegnato e rabbioso: lo dice mentre ci domanda se sappiamo aggiustargli il masterizzatore del computer: «Voglio provare a vendere musica in giro, non ce la faccio più ad arrivare a fine mese».

E' questo il proletariato a Cuba: scienziati, medici, architetti. Molti attuali posteggiatori, guardiani, barcaioli sono ex professionisti di settore che hanno sacrificato il rispetto e la rispettabilità a favore di una vita più agiata. Perché è così: bisogna scegliere tra la facciata e la sostanza. Raul gronda di rispetto: se ne va in giro tutto fiero con la sua targhetta appesa al petto e la gente lo tratta come fosse un poliziotto. Quando si occupa di contrattare il prezzo con i tassisti al posto nostro non ce n'è uno che sembri a proprio agio, neanche fossero imprenditori al cospetto della guardia di finanza. E' come guardare camminare un sindaco per le vie della città: gronda di rispetto ma non arriva a fine mese. Allora che farà? Continuerà a grondare o sceglierà il cibo per i figli? Immagino che non avrà dubbi: di necessità virtù e tutte queste cose qui. No es facil nell'Isla ma in qualche modo si svolta, anche se fa rabbia perché Raul è un medico bravissimo.

«Raul ma allora il socialismo, la Rivoluzione: tutta un'illusione?». Non ti risponde mai chiaramente a una domanda del genere, ma un po' capisci: non tradisce la sua appartenenza: «Io soy socialista» conferma con una mano sul cuore. Però poi ci spiega che l'antico sogno si è spezzato: «Un lavoro che prima si faceva in tre, oggi si fa in quindici. I salari si sono abbassati, la manodopera è distribuita peggio». Cicca la sua sigaretta senza filtro nel piano di sotto e ci invita a fare altrettanto mentre cerchiamo un posacenere che non c'è.

E' difficile dire chi sia veramente, Raul. Una persona a cui mettere tra le braccia tuo figlio senza timori. Una persona a cui affidare qualcosa di importante. Ha una bella parlata: un discreto italiano, a parte quando è un po' ubriaco e allora si dimentica di tradurre le cose e lo devi fermare. E' uno che ti chiama subito per nome: lui ti conosce, ti stringe la mano e dopo pochi minuti ti chiama per nome. Magari lo pronuncia male, ma ti chiama per nome e per nome ti presenta a tutta la famiglia e tutta la famiglia ti chiama subito per nome e ti fanno sentire bene. La casa di Raul alla Havana è la mia casa fuori casa. Certe volte ci penso, quando qui ho qualche problema e magari le cose non vanno. Ci penso: penso a Raul, a Natalia, al bagno con la doccia sbrecciata e i pochi profumi sulle mensole. Penso al loro bellissimo salottino con il soffitto basso. Penso al ventilatore, al terrazzino che dà sulla strada, alle sedie messe in circolo. Penso all'odore di sigaretta, alla graziosa cucina con la ghiacciaia bianca dove tengono il rum, alla stanza di Sergio con il poster che gli ho regalato appeso al muro vicino al letto. Penso a tutte queste cose e quando ho finito, di solito, mi sembra che i problemi – da seriosi che erano – improvvisamente vadano in giro con la camicia fuori dai pantaloni.

mercoledì, 14 settembre 2005

Cuba libre?
Categoria:ritratti cubani, scritto da andy capp


E' passato ormai un anno dalla scomparsa di Fidel Castro e a Cuba la modernizzazione prosegue a vele spiegate. Il Partito della Repubblica Libera fondato da Casado Pirrales, presidente degli ex esuli cubani di Miami, è saldamente al comando del governo. L'alta percentuale registrata alle urne ha infatti permesso al primo ministro in carica di blindare la maggioranza. I primi successi del nuovo governo si sono registrati in politica estera dove gli ottimi rapporti con il governo Usa e con il presidente Bush (che ha appoggiato la candidatura di Pirrales dal primo momento) hanno permesso l'abolizione dell'embargo che durava dal lontano 1961. Così come la legge Helms-Burton, che dal 1996 imponeva sanzioni alle compagnie straniere che tenevano rapporti commerciali con Cuba. Soddisfazione in tal senso è stata espressa dall'Onu che già nel 1992 aveva condannato, con una schiacciante maggioranza, la politica statunitense.

Insomma, dopo decenni di divergenze, sull'Isla è tornato il sorriso: "Gli anni di embargo – ha commentato Bush – sono costati agli Stati Uniti la bellezza di 1,18 miliardi di dollari che avrebbero permesso la creazione di 17 mila posti di lavoro sull'isola. Ora, finalmente, possiamo procedere". In tal senso il Ministero dell'Occupazione si è mosso: sul modello messicano, diverse materie prime vengono importate dal governo cubano direttamente dagli Stati Uniti e lavorate da manodopera a basso costo. Oggi anche un medico può integrare la propria paga con qualche ora di lavoro in più. La vecchia libreta, che garantiva una razione mensile di alimenti, non esiste più. Abbandonato ogni progetto di area commerciale alternativa insieme a Venezuela, Brasile e altri paesi del Sudamerica, Cuba è entrata saldamente nell'Alca (zona libero commercio) attirando gli interessi di numerosi investitori stranieri. I pozzi petroliferi presenti lungo la costa settentrionale sono stati venduti alla Texaco, suscitando le ire di Cina e Canada che finanziavano da anni l'estrazione e la raffinazione dell'oro nero in quella zona. Anche le compagnie assicurative sono scese in campo: i fatiscenti ospedali cubani sono stati rilevati e dotati di strumenti all'avanguardia. Ogni cittadino cubano ha la possibilità di acquistare una card per avere accesso ai servizi. Senza, si ha diritto a un'assistenza di pronto soccorso presente in alcune città. Nel settore della comunicazione Murdoch si è detto interessato a creare dal nulla una rete informativa pay tv a disposizione dei cittadini: "Costruire dal nulla un intero settore è una sfida che mi affascina", ha dichiarato il magnate in conferenza stampa in diretta sui vecchi Cubavision e Tele Rebelde e sulla nuova Tv Martì (per cui il governo Usa aveva speso 26 mln di dollari all'anno durante la dittatura).

Il nuovo progetto turistico Cristoforo Colombo, che verrà esportato sull'Isla della Juventude, a Baracoa e in altre località, ha sposato il modello Varadero. Le case particular, risorsa importante per l'economia del paese dopo il crollo del Muro e l'apertura al turismo, sono state abolite poiché "creavano dislivelli socio-economici", si legge nel decreto. Il giorno della scomparsa di Fidel Castro è stato decretato festa nazionale e proprio durante il primo anniversario del Giorno della Libertà, il presidente Casado Pirrales ha invitato numerosi leader alla cerimonia che si è tenuta in Plaza de la Revolucion a L'Havana (vecchia capitale del regime. Oggi la città simbolo è Guantanamo, "L'unica terra libera in tempo di dittatura", ha ricordato il nuovo premier).

bush_berlusconiSorridente il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, che ha preso la parola durante i festeggiamenti: "Finalmente avrò la possibilità di trascorrere le mie vacanze su questa meravigliosa isola, tenuta in ostaggio per troppi anni da una violenta dittatura che ha portato alla fame il suo popolo. Devo dire che fa un po' impressione  - ha aggiunto ironicamente Berlusconi - vedere la facciata del Ministero degli Interni senza l'effige di Che Guevara. Fa impressione, ma si prova anche un certo sollievo", ha concluso.

Della revolucion in effetti resta ben poco. Nelle sedi del disciolto Partito Comunista Cubano e del Comitato in Difesa della Rivoluzione sventolano oggi le bandiere del Partito della Repubblica Libera. E anche nelle scuole un'attenta riforma dei programmi e dei testi è stata di recente promossa dal Ministero dell'Informazione e dell'Educazione. La rivoluzione del 1959 e i precedenti tentativi di golpe, come quello dell'assalto alla caserma Moncada del 1953, vengono rivisitati in chiave storica e presentati alle nuove generazioni di studenti come una tappa necessaria nel violento pensiero leninista, che aveva come fine ultimo quello di privare il popolo della libertà. 

che-fidel

Secondo le tesi presentate dal Comitato per la Ricerca Storica, Cuba è stata sfruttata negli anni passati dall'Urss per tenere gli Usa e il Mondo sotto la minaccia di una Terza Guerra Mondiale. "Il Comitato ha anche un altro importante risultato da raggiungere – ha detto il ministro - rivalutare la figura degli Usa nelle vicende della storia cubana". Durante la Seconda Guerra d'Indipendenza di fine '800 contro gli Spagnoli, un contributo decisivo per scacciare gli invasori venne dato proprio dagli States. Tutti i manifesti di propaganda sono stati rimossi e i problemi diplomatici risolti: il papà del piccolo Elìan (bambino al centro di un caso giuridico qualche anno fa) partecipa oggi attivamente alla Commissione per il rientro degli esuli di Miami, mentre il caso dei Los Cinquos (Gerardo Hernández, Ramón Labañino, Fernando González, Antonio Guerrero e René González) si è risolto nella maniera più tragica e rapida. A pochi giorni dalla morte di Castro, infatti, i cinque sono stati trovati impiccati nelle carceri americane. La città di Cienfuegos ha cambiato nome in Little Miami, mentre a Santa Clara è stato rimosso il Mausoleo del sanguinario Che Guevara, le cui ceneri sono state spedite in Argentina. Tutta la vecchia dirigenza governativa, compreso Raul Castro, è scappata nel vicino Venezuela.

"E' la vittoria più grande degli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale – ha detto Bush – Ora che abbiamo eliminato questo tumore così vicino alla nostra terra potremo dedicarci alla cattura di Bin Laden e Al Zarqawi. Poi apriremo un tavolo di confronto con gli altri Stati canaglia che ancora restano da punire. La stella che brilla sulla bandiera cubana entra di diritto tra le 52 della nostra. God bless America". A Cuba ora si respira aria di libertà. Del Che, di Fidel e del loro sogno rivoluzionario non resta che qualche sbiadito murales e un urlo ormai lontano: Hasta la victoria, siempre!.

martedì, 01 marzo 2005

Senza perdere la tenerezza
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


Quel giorno d'agosto del 2004 a Santa Clara mi apparve la sagoma del Che. Lui era morto da una vita ormai, ma la sua figura maestosa se ne stava lì, tra le fronde degli alberi a misurare una distanza. Il capo chino. Il suo caratteristico basco. Il fucile con la tracolla penzolante. Era un giorno d'agosto e con una mano sullo sportello della macchina a nolo e l'altra sul volante, decisi di voltarmi per l'ultima volta. Quello sguardo definitivo che dai alle cose prima di lasciarle per sempre. Hai presente? Il vento attraversò le piante e tutto si mosse del trascorrere di un attimo. Un sorriso, un saluto rispettoso: hasta Ernesto. Quella postura tra le fronde che mi sono portato dietro fino alle scalette dell'aereo. C'era l'odore dei sigari quel giorno a Santa Clara, Cuba.

giovedì, 27 gennaio 2005

A proposito della foto qui a sinistra
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


L'ho scattata alla fine di una giornata lunghissima e calda, primissimi di agosto. Ce l'eravamo fatta tutta a piedi, l'Havana: chilometri e chilometri sotto un solleone da primato e 35 gradi fissi. Fabio, Fede ed io: non eravamo da molto nell'Isla, stavamo ancora guardandoci intorno e tutto ci sembrava assurdo. Parlavamo di noi, ogni tanto, delle cose che c'erano capitate, di quelle che avremmo voluto vivere. Poi - a un certo punto - tutto si è fermato: perché oltre un viale che dava dritto sul Malecòn, ecco, c'era questo cielo in alto che tutto poteva sembrare ai nostri occhi tranne cielo.

 

Una sottile striscia di terra e navi lo separava dal mare: tu te ne stavi lì, fermo, le braccia ciondolanti lungo i fianchi e non capivi - giuro, non capivi - dove cominciavano le nuvole e dove iniziava il cielo vero, dove le nuvole erano più scure e dove invece era un tenue insinuarsi di notte precoce ad annerire il tutto. Il mondo a strati: c'erano nuvole più vicine rispetto alla nostra posizione ed altre più lontane. Ti sembrava di allungare le mani o di poter soffiare forte per cambiare l'aspetto di ogni cosa: i tasselli di un puzzle scomposto su un tavolo male illuminato. Sembrava - è difficile a dire - che il mondo fosse stato preso alla sprovvista dal nostro arrivo, o che noi stessi fossimo giunti in anticipo e che tutto stesse ancora organizzandosi, dopo un grande spostamento di cose e colori.

 

Così era il cielo, quel giorno di agosto e mai - dico mai - il sopraggiungere della notte mi è sembrato un tale spreco: tante sono le cose che la notte spezza e altrettante che ravviva. Eppure quel giorno, sul farsi delle sei di pomeriggio, l'unica cosa che ti veniva in mente era di restare fermo immobile e stringere i pugni forte forte nella speranza di intimidire il tempo perché quello non passasse più. C'era questo via vai di persone: tutte indaffarate a fare nulla. Le vecchiette affacciate da balconi diroccati e bambini di corsa a torso nudo. I pescatori che pescavano senza necessità di fare a gara con nessuno, i bar sul lungomare pieni di persone, quelle sedie bianche tutte occupate e una distesa di cannucce verdi e azzurre nei bicchieri di mojito come canne da zucchero in una coltivazione. Ho scattato la foto e poi ho raggiunto Fabio e Fede con passo più svelto, come un bambino che perde il passo dei più grandi: ho detto loro di osservare nel monitorino, poi c'è stato tutto un tirare la macchina fotografica a destra e a sinistra perché ci sembrava impossibile che fossimo proprio noi quelle sagome scure stagliate contro l'orizzonte.

 

Mi sono detto, allora, che questa foto avrei dovuto metterla da qualche parte dove poterla vedere sempre. Il blog - questo blog - non esisteva ancora in quell'agosto lì. Ora c'è, nel frattempo è nato: e sono felice di averla potuta piazzare qui vicino alle cose che si scrivono ogni giorno, così che sempre possa guardarla e ricordarmi di quel giorno assurdo e degli amici con cui l'ho vissuto.


[clicca per ingrandire l'immagine]

lunedì, 10 gennaio 2005

Personaggi, anzi personagge che mi va di raccontare
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


A Cuba stai sempre a incontrare donne. A volte sono puttane, a volte no. Che poi dipende da come vivi una cosa come il sesso a pagamento: io lo esecro. Neanche mi verrebbe duro, credo, o almeno quando ci penso è così che immagino: per altri è una cosa del tutto normale e anche per le stesse ragazze - tutto sommato - è un modo per vivere, spesso l'unico possibile. Comunque, riguardando vecchie foto - stamattina - ho ritrovato queste e mi è venuto in mente quando uno degli ultimi giorni di permanenza lì, ho conosciuto - si fa per dire, avremo scambiato cento parole in tutto - questa ragazza.

Johanna l'ho vista la prima volta che era sera.
Non ero ubriaco, ma seduto a quel tavolino tondo mi sembrava tondo anche tutto il resto. Lei ballava la salsa con un signore che avrà avuto sessant'anni: non era granché bello a vedersi. Si muoveva stancamente e insieme alla musica sembrava accompagnato da mille dolori alle anche, alle ginocchia. Johanna era lì che gli indicava con le dita i passi giusti. I suonatori dietro, tutti neri, mai nessuno che si dimenticasse di sorridere. Johanna indossava - me lo ricordo - pantaloni color oro e scarpe col tacco alto, di quelle che vedi nei musical ai piedi delle ballerine di flamenco. Non c'entravano niente con tutto il resto, ma lei ci stava bene: si vedeva che le portava con ironia. I capelli legati dietro, lo smalto scuro sulle unghie.

Johanna odiava Varadero.
Anche noi odiavamo Varadero. Ci siamo andati gli ultimi tre giorni, per ripulirci dalla polvere e per riposarci perché le settimane precedenti erano state massacranti. Johanna lì ci stava qualche mese all'anno. "Poi voglio andare a Hong Kong", mi ha detto una volta. Ma si vedeva che in realtà, non lo pensava. Hong Kong se ne stava lì, dietro i suoi occhi neri. Tutti quei cinesi, i negozi con le luci sempre accese, i palazzi con le pareti di cartapesta, le strade larghe: se ne stava tutto lì, dentro la sua immaginazione, tra le sue dita che articolavano disegni nell'aria mentre la raccontava, Hong Kong. Però si vedeva che quel pensiero nasceva già morto, disincantato. Johanna era bella, ma non bellissima: però era dolce. E quando la mattina la incontravi, lei ti strizzava un occhio e sorrideva con quei denti bianchissimi. La andavo sempre a guardare la sera: lei ballava e una volta mi ha invitato. Io non sono andato: mi girava la testa, avevo la diarrea, stavo sotto antibiotici e avevo le guance scottate dal sole, ero innamorato di Cuba e la stavo per lasciare: lei per tutta risposta mi ha fatto la linguaccia. La linguaccia, capito? Non me lo scorderò più.
 
Era incredibile Johanna.
La incontravi nelle ore più disparate del giorno e ogni volta faceva una cosa diversa: la cameriera, la ballerina, organizzava i giochi sulla spiaggia, puliva la piscina. Qualche volta, quando il rum stava ancora tutto dentro il bicchiere, arrivavo a pensare che forse Johanna passava qualche ora anche in qualche letto: essì. Magari qualcuno di quei vecchi asessuati se la sono fatta e lei ha finto un orgasmo arricciando nei pugni le lenzuola blu. Quando la mattina la incontravo al chioschetto dei cocktail prima della spiaggia, la trovavo sempre con un bicchiere in mano. La cannuccia verde.
 
Il giorno che ho scattato queste foto me ne stavo da solo a riva.
Stavo fotografando Fabio e Federico sul catamarano, quando nel mirino è comparsa lei: "Mi vuoi fotografare?". Così mi ha domandato e ha cominciato a fare pose sceme. Io ho scattato, ma le prime volte è venuta male: sembra stupido, ma fotografare una di colore non è facile. Devi calcolare bene l'esposizione, altrimenti quella pelle si succhia via tutta la luce e il cielo viene bianco. Alla fine ce l'ho fatta, ma è venuta tagliata via all'altezza delle caviglie. Poi si è seduta con me sull'asciugamano e le ho fatto vedere il risultato. Lei ha guardato il monitorino, ha sorriso e se fossimo stati in un altro mondo e in un altro tempo, le avrei chiesto l'indirizzo email oppure il numero di cellulare. Ma Johanna, queste cose mica ce l'ha. Già guardava la mia fotocamera con gli occhi sgranati di un bambino delle elementari.
 
Che storia, Johanna.
L'ultimo giorno di vacanza, dopo colazione, lei stava servendo ai tavoli quei vassoi pieni di cornetti. Mi sono avvicinato, le ho detto che partivo. Johanna ha fatto quella faccia buffa che fanno i bambini quando gli dici che è ora di dormire: ha arricciato le labbra e si è montata sù un'aria triste. Poi ha sorriso: "Dove vai?". "A Roma, a casa", ho risposto io. Allora ha riabbassato le spalle e mi ha porto la guancia per un bacio. Io gliel'ho posato e ho raggiunto gli altri senza girarmi. E' l'ultimo ricordo vero che ho di Cuba, a parte l'aragosta nel terrazzo di Raùl, due ore prima del volo e quattro ore dopo di quello. Ma questa è un'altra storia. Un'altra fotografia che forse racconterò.
 
Chissà dov'è adesso.
Johanna: neanche lo so se si scrive davvero così.

sabato, 04 dicembre 2004

Con una sola elle
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti cubani


Oggi mi ha scritto Raul.
Non quello
della mia storia, quello vero. Colui che mi ha accolto a Cuba e mi ha insegnato miliardi di cose senza volerlo. Raul, lo scienziato, medico, dottore, padre putativo di Fabio.

Gli ho detto che avevo scritto una breve storia ambientata alla Havana con un tizio chiamato come lui. Gliel'ho mandata, l'ha letta aiutandosi col vocabolario e gli è piaciuta un sacco, mi ha detto. Belissima, così con una sola elle.

Me l'immagino la mia storia sul suo tavolo dove abbiamo mangiato riso finissimo e fagioli neri, pollo e banane fritte, quelle specie di pannocchie fatte non mi ricordo più come. Il rum tirato via dalla ghiacciaia, il ventilatore sempre acceso, sua moglie con la lattina di birra Bucanero, la sigaretta tra le dita che ci chiedeva mille cose della nostra vita non mostrando mai un attimo di disinteresse: lì i cubani di Cuba ti ascoltano in silenzio non perché stiano aspettando il loro turno per parlare; ti ascoltano perché sono interessati e incuriositi. Ti guardano fissi con i loro occhi tondi e grandi e pieni di punti interrogativi. Me l'immagino lì la mia storia: Raùl con la sigaretta, il suo rum in quei bicchieri bassi e il vocabolario. Il suo cd di musica locale, la porta di ingresso aperta, il caldo fuori, il cielo aperto con le stelle gigantesche, il Malecòn non tanto lontano, quel silenzio strano rotto dal cigolio delle ruote di bicicletta e qualche macchina, diciamo una ogni quarto d'ora. Raul e quell'ultimo giorno alla Havana, quell'aragosta con l'avocado mangiata fuori sulle casse di birra.

Così mi ha scritto:
Te recordamos mucho en casa. Eres parte de nuestra familia sentimental.
Un fuerte abrazo y que sigas obteniendo exitos en la vida.

E io, mannaggia, che mi è andato negli occhi che sono tutti rossi?