lunedì, 28 aprile 2008

A Roma nun fa' er gaggio
Categoria:ritratti romani, scritto da andy capp


FiniL'artro pommeriggio Gianfranco Fini ha deciso de fa' er gaggio. Ha scerto de fasse 'n giro da le parti de Boccea, che un po' sò pure le parti mia, pe' tirà la volata a Gianni Alemanno alla corsa ar Campidoglio. Famo subbito chiarezza: io Gianni Alemanno nun l'ho votato pe' la storia mia perzonale, però Gianni Alemanno, pure che nun è romano come sottolinea sempre Rutelli er cicoria - 'n antro che je piace da fa' er gaggio - nun c'aveva bisogno de 'ste goliardate.

Sì perché er grande  - grande co li piccoli e piccolo co li grandi - Fini s'è messo a strigne le mani dei passanti. Allora è passato er penzionato che voleva più sordi pe' la penzione, poi è passata la mamma che chiedeva l'asili nido, poi è stato er turno der vigile urbano che voleva la pistola, er tabbaccaio che reclamava sicurezza e la signora cor cane che je voleva fa' solo 'n saluto. A 'na certa so' passati pure du pischelli cor motorino che j'hanno fatto er braccio teso perché a Boccea ce so' tutti negozi d'ebbrei. Li fasci veri a Roma je rimproverano, a Fini er gaggio, d'esse annato a piagne a Gerusalemme e de avé rinnegato er fascismo.

Inzomma, dopo tutto 'sto bagno de folla, er gaggio (pe' comodità mo' lo chiameremo così) a 'na certa ha deciso de fasse grosso. Così s'è avvicinato a du venditori ambulanti de accendini, du eggiziani, e j'ha chiesto er documento. A gaggio ma che te sei messo pure a fa' la guardia? A gaggio ma che nun ce lo sai che tu nun li poi chiede i documenti a 'n antra perzona? Li du poracci, spauriti e circondati dalla folla che sbraitava insurti, j'hanno fatto vedé la carta d'identità e er gaggio ha rosicato: «Me sa - ha detto pure divertito - che voi due sete l'unici in regola in città». Er gaggio allora è annato a fasse 'n giro ar mercato der quartiere e lì tra chi je avrebbe voluto tirà du carote e chi je regalava du mele - du arance sembrava brutto - ha incontrato n'antri du negretti, seduti ar bar. Pure a questi allora j'ha chiesto li documenti. Uno ce l'aveva, l'artro se l'era dimenticati a casa: «Voglio vedé - ha detto er gaggio - se funziona la legge mia, ma me sa che nun è così... Nun è possibile che tutti c'hanno 'sto permesso, me sa che se lo comprano». Bella figura c'hai fatto a gaggio, nun sai manco come funziona la legge tua.

Fortuna che hai fatto la fine che meritavi, da gaggio a comparsa de la politica. Me sa che facevano bbene li du pischelli sul motorino che te 'nsurtavano. Manco Alemanno s'è fatto vedé in giro co' te. Pensace a gaggio, alla fine che hai fatto.

martedì, 15 maggio 2007

Il Sindaco amico dei vandali
Categoria:dissenso, scritto da stefano havana, ritratti romani


Sono andato con Alberto e Fulvio a Ponte Milvio a fare un po' di riprese per, chissà dove come e quando, un lavoro futuro. Mentre li aspettavo mi sono seduto al sole sul muretto del Ponte e ho fatto amicizia con un bangladese, un venditore ambulante le cui vendite - mi ha detto - sono rappresentate, ormai, per il 70% dai lucchetti.

Vende i lucchetti, ma il pacchetto completo è lucchetto+pennarelli per scriverci sopra: i ragazzini passano da lui e spendono anche dieci euro, ventimila lire, per un lucchetto e un pennarello - che lui paga circa 8 volte meno - e poi li vanno ad appendere, vanno ad appendere i lucchetti, con tutte le iniziali belline e i messaggi di grande amore e solidarietà fraterna, quell'amore masturbatorio dei quindicenni, fatto di polluzioni notturne e petting sotto casa.

Il bangladese amico m'ha fatto più o meno capire che qualche volta i clienti si dimenticano di prendere anche le chiavi del lucchetto appena acquistato, perciò la notte, quando sul ponte non sono rimasti che i rifiuti, lui, insieme agli altri, va per lampioni a provare le chiavi, finché non ritrova i suoi lucchetti che, ripuliti dalle iniziali - si vede che i pennarelli non sono poi così indelebili - rivende il giorno dopo punto e a capo. E' il motivo per cui i lucchetti, a Ponte Milvio, non si vendono nelle scatole e il motivo per cui si vendono aperti: se li vendessero nelle scatole, oppure già chiusi, dovrebbero per forza di cose vendere anche le chiavette, invece così, sfusi, uno magari si prende il lucchetto, si prende il pennarello, e si scorda sul banco le chiavi.

Funziona così, io li rispetto tantissimo questi vu-cumprà che legittimamente lucrano sulla cretinaggine dei giovani d'oggi: a un certo punto mi sono pure alzato, perché serviva che questo bangladese cominciasse a fidarsi di noi, siccome lo dovevamo intervistare, e mi sono messo a fare il banditore lungo il ponte. Indossavo occhiali da sole e gridavo: "Annamo co' 'sti lucchetti, forza". E' strano come certe cose mi riescano molto più facilmente se indosso gli occhiali da sole: quando ero molto più piccolo e molto più timido andavo all'Università in autobus e, a bordo, mettevo sempre occhiali da sole, pure se pioveva, poi mi infilavo il walkman nelle orecchie e così mi pareva di stare in camera mia, al sicuro, tipo dentro una bolla di sapone, puf, nessuno mi poteva cagare il cazzo, manco il controllore, neanche quelle vecchiette che si paravano davanti perché pretendevano di sedersi.

Perciò ho fatto così, tanto per fare un po' lo scemo: lui, il bangladese, s'è fatto una risata, aveva proprio una bella risata, denti bianchissimi, dava l'idea di uno che ci tira su parecchio dalla vendita dei benedetti lucchetti e in effetti così è: dice lui che almeno 20 pezzi al giorno li piazza con facilità, ma io credo che siano di più e comunque, anche se fossero "solo" 20, staremmo comunque parlando di 150, anche 200 euro al giorno: diciamo che lavora sei giorni su sette, eccolo là che il tizio raggranella 1200 euro alla settimana, che fa 4800 euro al mese, il che è molto di più di quanto io mi potrò mai permettere nella vita, senza contare gli orologi, le cinte col proprio nome sopra e tutto l'altro ciarpame che questi tizi riescono a rifilare alla gente. Ecco chi è che dovrebbe legittimamente avere il poster di Scamarcio in camera, non le teen-agers.

(trovo che Scamarcio sia  bruttissimo. Io sono oggettivamente molto, molto, molto più attraente. Raul Bova è bello. Beckham è bello. Johnny Depp è bello. Scamarcio fa cagare e se dovessi scegliere ora, subito, seduta stante, io sceglierei d'essere come quel bangladese, piuttosto che come Scamarcio)

Cambia il mondo, cambiamo noi: due anni fa Ponte Milvio non se lo cagava nessuno, per esempio, invece oggi è pieno di gente, e dietro questa disarmante BUGIA Veltroni si fa forte e dice che i lucchetti vanno bene, santi subito, peccato però che tutta questa gente, frotte effettivamente, non serva a niente se non a sostare ferma e a comprare bottiglie di birra.

In compenso sono spuntati come funghi camionette che vendono panini, grattachecche e altre merdate simili, venditori ambulanti, barboni a caccia di elemosina, sporcizia, devastazione e presto o tardi tirerò fuori le fotografie del Tevere sottostante al Ponte, il sabato sera, quando non ce n'è uno di questi preziosissimi avventori, decantati da Veltroni, che non lanci nelle acque, già malconce per carità, le proprie consumazioni di vetro e plastica.

E' un'abitudine, una birra un lancio, fa molto gggiovane, fa molto Roma città aperta, è il vandalismo che diventa pittoresco, bravo sindaco, nessuno mi toglierà mai dalla testa che i vandali sono quelli che i lucchetti li mettono, non i rumeni che vanno a sradicarli per venderli al mercato del rame e questa non è controinformazione, bensì l'unica posizione possibile che una persona dotata di intelligenza dovrebbe avere.

Eppure non è così che funziona e mentre Ponte Milvio crepa, morto ammazzato, c'è chi si fa bello in Campidoglio della brillante trovata, invece di finire in galera, sodomizzato da galeotti repressi. Perché Ponte Milvio non è il Colosseo, dico bene? Se fossimo un popolo con i controcoglioni, se invece di limitarci a fare blog, pure noialtri prendessimo armi e bagagli, e andassimo al Colosseo, o a San Pietro a incollar lucchetti, oppure cazzi finti, sicuro come la matematica, che Veltroni insorgerebbe, tricolore al collo, e microfoni sotto la bocca. Forse ne tirerebbe fuori un altro libro, anche se lui dice di se stesso di non essere uno scrittore, ma uno che scrive storie, che io, uno che dice così, già lo declasserei da sindaco a poliziotto di quartiere, come minimo.

Invece, di Ponte Milvio, nessuno sa un cazzo: nessuno sa che Ponte Milvio ha più di 2000 anni, che fu teatro della Seconda Guerra Punica, che ci battagliarono Costantino I e Massenzio - oggi l'unico Costantino che conta è un altro con i pettorali più in vista, e non c'entra nulla con la frase "In Hoc Signo Vinces", forgiata, invece, proprio alla vigilia di tale scontro storico. Nemmeno si sa che il Ponte fu fatto saltare per aria nientemeno che da Giuseppe Garibaldi per ostacolare l'avanzata delle truppe francesi, nemmeno io le sapevo queste cose, intendiamoci, mica mi voglio fare bello, non le sapevo, un po' perché non sono esperto di storia, un po' perché, effettivamente, visto quel che si diceva in giro, allo stesso modo pensavo che Ponte Milvio fosse una specie di arteria dello Stadio Olimpico, qualcosa costruita per i Mondiali del 1990 o che ne so, roba buona per l'ultimo video di Tiziano Ferro. Poi mi sono informato, però, e da allora ho deciso di indignarmi al massimo grado possibile per questa storia dei lucchetti e per il vandalismo attivo del Comune e del Sindaco compiacente.

Oggi Ponte Milvio è un cesso.

Un cesso nel vero senso della parola: perché i gggiovani, ubriachi, pisciano sui muretti e, se ci andate, ci sono tutte le chiazze d'acido e la puzza di pipì, proprio dove s'appoggiavano i Papi mentre studiavano i progetti delle varie ristrutturazioni a cui il Ponte è stato sottoposto nei secoli dei secoli.

Ed è un cesso perché, come i cessi, ci sono le scritte dell'amore, tizio ama caio, per sempre, 4ever, tvb e i mille acronimi d'oggi. Ogni tanto passa l'AMA a pulire per terra, ma non possono forzare più di tanto, appunto, perché il Ponte ha un valore storico tale e quale al Colosseo e non è che tu sul Colosseo ci puoi passare gli spazzoloni sporchi di cacche di cane, invece a Ponte Milvio sì, ma con delicatezza, quindi le scritte un po' vanno via e un po' no, e comunque il giorno dopo ce le scrivono un'altra volta.

E' un cesso perché proprio come i cessi degli autogrill, Ponte Milvio è buio, ed è buio perché i lampioni sono crollati e, dove non sono crollati sotto il peso delle vandalizzazioni tre metri sopra il cielo, allora sono stati sfondati dai gggiovani per metterci i lucchetti ed è per questo che le lampadine non funzionano più. Gli umani ci pisciano e i cani ci cagano, a Ponte Milvio, sede della seconda Guerra Punica, antico percorso romano, unica via ove confluivano, oltre alle vie Cassia e Flaminia, anche la Clodia e la Veientana, e i vu cumprà ci sputano e lasciano le carte eppoi il sindaco, col tricolore, dice che va tutto bene e che i lucchetti sono un bene, anzi, quelli crollati sono conservati non so dove, in quale stanza pontificia, con i sistemi d'allarme e i cani antidroga che ci girano intorno.

Sono andato con Alberto e Fulvio a Ponte Milvio per fare quello che dovevamo fare. Poi ci ha raggiunti anche Andy Capp e dopo un whiskey sauer e qualche birra ci siamo dimenticati delle guerre puniche e di Massenzio. La vita fa il suo corso e produce cateratte sulle cose come se piovesse: è esattamente a quel punto che scrivo sul blog.

[le altre foto scattate a Ponte Milvio su flickr]

mercoledì, 18 ottobre 2006

Er più bello dell'amori
Categoria:ritratti romani, scritto da noantri


Testimonianze dei lettori di Noantri per Roma ferita e rinata (presi dai commenti precedenti):

  • Un giorno una Signora forastiera,
    passanno còr marito
    sotto l' arco de Tito,
    vidde una Gatta nera
    spaparacchiata fra l' antichità.

    - Micia che fai? - je chiese: e je buttò;
    un pezzettino de biscotto ingrese;
    ma la Gatta, scocciata, nu' lo prese:
    e manco l' odorò.
    Anzi la guardò male
    e disse con un' aria strafottente:
    Grazzie, madama, nun me serve gnente:
    io nun magno che trippa nazzionale!
    -il gianni-
     
  • Sembra 'na pennellata...
    fatta d'arcobaleno...
    puro si piove pare che è sereno...
    E' roma mia er più bello dell'amori...
    -anonimo-

  • se 'n pittore te volesse pitturà,
    posa tutti li pennelli e sta a guardà...
    -anonimo-

  • ...vecchia Roma sotto la luna, nun canti più
    li stornelli e le serenate de gioventù
    er progresso t'ha fratta granne ma sta città
    nun è quella n'do se viveva tant'anni fa
    più non vanno l'innamorati pe' llungotevere,
    a rubbasse li baci a mille da sotto l'arberi
    e i ricordi buttati all'ombra d'un cielo blu
    so' ricordi d'un tempo bello che nun c'è più...
    -alesegretaria-

  • T'invidio turista che arrivi,
    t'imbevi de fori e de scavi,
    poi tutto d'un colpo te trovi
    fontana de Trevi ch'e tutta pe' te!
    Ce sta 'na leggenda romana
    legata a 'sta vecchia fontana
    per cui se ce butti un soldino
    costringi er destino a fatte tornà.
    E mentre er soldo bacia er fontanone
    la tua canzone in fondo è questa qua!
    Arrivederci, Roma...
    Good bye...au revoir...
    Si ritrova a pranzo a Squarciarelli
    fettuccine e vino dei Castelli
    come ai tempi belli che Pinelli immortalò!
    Arrivederci, Roma...
    Good bye...au revoir...
    Si rivede a spasso in carozzella
    e ripenza a quella "ciumachella"
    ch'era tanto bella e che gli ha detto sempre "no!"
    -alesegretaria-

  • Nun ce sò donne de gnisun paese
    che pòssino stà appetto a le romane
    ner confessasse tante vorte ar mese
    e in ner potesse dì bone cristiane.

    Averanno er su’ schizzo de puttane,
    spianteranno er marito co le spese;
    ma a divozione poi, corpo d’un cane,
    le vederai ‘gnisempre pe le chiese.

    Ar monno che je danno?
    la carnaccia ch’è un saccaccio de vermini;
    ma er core tutto a la Chiesa, e je lo dico in faccia.

    E pe la santa Casa der Signore
    è tanta la passione e la maniaccia,
    che ce vanno pe fà sino a l’amore.
    -giggimassi
    -

  • Roma t'abbraccico forte
    nun c'è pensiero o parola arcuna.
    Se toccamo er core pieno de morte
    pe ditte quant'è er dolore che c'accomuna.
    I tu fii se stringono pe te Roma bella
    pe' fatte sentì quanto bene te volemo.
    Dar Cupolone a Testaccio alla Garbatella
    'no strillo d'emozione se tojemo.
    E sur biondo Tevere se specchia 'sta luna stasera
    e soffia er ponentino che me mette malinconia,
    quanto te amo Roma mia!
    Te vojo sempre così, forte e della tu' gente fiera.
    missmidnight 

Voi continuate, se volete. Li mettiamo qui. 

mercoledì, 03 maggio 2006

Lo chiamavano Trinità
Categoria:ritratti romani, scritto da andy capp


cavalloLasciare tutto per andare a vivere in campagna, lontano dai rumori e dallo stress cittadino. Conosco un ragazzo che non ha avuto paura e l'ha fatto davvero. Si chiama Francesco, ha 28 anni, e da due vive proprio come un vecchio cow boy del Far West. Questa è la sua incredibile storia. La Valle dell'Arrone è compresa tra la via Aurelia e la Braccianense e fa parte del Comune di Fiumicino, ma si trova a circa mezz'ora di macchina da Roma. E' tra quei prati che Francesco ha deciso di investire i soldi che aveva messo da parte comprando un pezzo di terra proprio sotto le rovine della vecchia città di Galeria. All'inizio non è stato facile, ma il grande amore per i cavalli e per gli animali lo ha confortato nei momenti più difficili, quando tutto sembrava troppo più grande di lui.

"Mi spaventava un po' l'idea di dovermi costruire tutto da solo - racconta fiero - ma alla fine è stato bello imparare ad usare gli attrezzi. Qui prima c'era solo la mia vecchia roulotte (che ora è racchiusa tra i muri di legno costruiti intorno, ndn) poi piano piano ho fatto tutto il resto: l'impianto elettrico, quello idraulico, le finestre, le porte...". Certo La Tribù (è il nome che ha dato al maneggio) ancora non sembra un vero e proprio ranch, ma non manca niente. Ci sono le stalle, le staccionate, gli animali domestici e quelli da cortile. E poi i cavalli, la sua grande passione. Come si fa a spiegare ai propri genitori che è meglio alzarsi alle cinque per dare da mangiare alle galline e andare a dormire all'imbrunire piuttosto che restare in un ufficio per otto ore? Come si fa a spiegare alla propria donna che è meglio dormire su un'amaca nel silenzio della valle piuttosto che in un loft a Trastevere? La risposta è tutta racchiusa nel suo sorriso.

Il prato

"Vivo un po' isolato, è vero, ma c'è sempre qualche amico che viene a trovarmi. Solo per mangiare la carne alla brace però, quando c'è da lavorare non si vede nessuno (sorride, ndn). Paura? Non più di tanto. Cosa potrebbero rubarmi? E poi ci sono i cani. Solo una volta mi si è gelato il sangue. Ero in casa quando all'improvviso ho iniziato a sentire degli strani colpi tutti intorno alla baracca. Sono uscito fuori con un coltellaccio ma per fortuna si trattava di un gufo, attirato forse dalla luce che proveniva dall'interno". La paura in questo caso è più che giustificata. Nella zona della città vecchia, infatti, più volte sono state ritrovate tracce di messe nere. E di questi tempi e con tutto quello che si sente meglio restare allerta.

maneggio

La vita della fattoria è molto dura, il lavoro da portare avanti è tanto e i guadagni non sono immediati. "Dovrò sempre ringraziare i miei genitori - sottolinea - ma con le lezioni e le passeggiate a cavallo tiro avanti. C'è sempre molta gente che ha voglia di imparare e poi la valle in questo punto è davvero bella. Poi faccio anche il servizio di pensione per gli animali". Ogni tanto ad aiutarlo viene Valentina, la sorella, a cui Francesco ha letteralmente trasmesso la sua passione. "A forza di racconti l'ho convinta che questa è vita vera. E forse oggi un po' mi invidia".

Il fiume

Pochi metri dietro la casa c'è un vero ponte etrusco. Da non crederci. "Ottenere i permessi non è stato facile, ma ora posso dire che è davvero tutto in regola. Non potevo certo fermarmi di fronte alla burocrazia". Tira su il braccio per asciugarsi la fronte con la manica della camicia, fa uno strano fischio per richiamare i suoi amici cavalli e mi saluta. E' quasi il tramonto e bisogna iniziare a sistemare gli animali per la notte. "Scusa devo andare altrimenti non faccio in tempo a mettere tutte le galline nelle gabbie e le volpi da queste parti non mancano". Una di quelle l'ho appena conosciuta. Sei in gamba gringo.

La casa

Chi fosse interessato a passeggiate o lezioni a cavallo può contattarmi: moblife77@gmail.com

martedì, 21 febbraio 2006

L'urlo dell'ecomostro
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti romani


Siamo tornati in Periferia.
L'ultima volta avevamo conosciuto Valle Aurelia e il Quartaccio. Questa volta siamo andati a trovare Corviale. Ci sarebbero da dire un milione di cose e probabilmente le diremo a tempo debito.

Nostra guida e appoggio morale è stato Marione, fornaio amico di Pat, che a Corviale ci vive da anni insieme alla famiglia del fratello e alla madre. Con la sua moto ci ha fatto annusare le zone intorno al Serpentone, l'abnorme ecomostro che ospita circa 11mila anime nella sua furibonda pancia. Poi ci ha condotto a casa sua, nel lotto 3; ci ha mostrato parecchie cose, ci ha dato dei consigli. Ci ha detto: «Ragà, nun ci annate da soli al Lotto 1. Ve fanno la pelle si ve vedono co' la macchinetta fotografica».

Il problema è - lo abbiamo capito - che a Corviale la gente è sfinita. Sfinita dei giudizi di "quelli di fuori", sfinita dei giornalisti che arrivano e fanno i loro bei servizi sul "degrado". E' la parola d'ordine: degrado. «Basta co' ste foto, sempre 'sta storia, aho. Avete rotto»: così ci dice uno. Uno: incrocia la nostra via, borbotta e se ne va. «Nun ce fate caso», ci dice Marione: ha una pancia enorme, due spalle così. Sovrasta in altezza perfino Patrizio: camminare con lui a Corviale è una garanzia. Una specie di assicurazione. Le persone sono ombre: parlano tra di loro senza sollevare gli sguardi. Piuttosto si sollevano parole come "Roma", "Totti" "derby", cose così. Si salutano ogni tanto con un cenno della testa.

«So' venuti certi che hanno pagato li righezzini per mandalli a raccattà tutte le siringhe in giro»: Marione parla dei giornalisti che vengono a fare i loro servizi sulle periferie. Sono tanti e interessati solo a mostrare il lato violento del posto. Quello sporco. Quello che fa venire voglia di cambiare canale. Ma le siringhe sono le stesse che si trovano nelle zone bene: magari in centro vengono a pulire più spesso, tutto qua. Occhio non vede... Le siringhe passano dal marciapiede al deposito rifiuti più velocemente: non è questa la periferia. Non è questo il problema. La gente di Corviale è stanca di fare il fenomeno da baraccone: sta rosicchiando le sbarre e presto verrà fuori, come quelle pantere che ogni tanto si avvistano nelle campagne ai margini della città.

Ci sono le piscine e ci sono gli spazi per i bambini. Gli androni dei palazzi sono curatissimi: «Ma puliamo noi, mica l'artri. Pensiamo a tutto noi, scale, ascensore, pareti. Famo tutto tra noi», ci dice Marione (ci presenta il resto della famiglia, il fratello, eccetera: tutta gente pulita, intelligente e con una scintillante voglia di raccontare). Penso al mio palazzo, a Roma Nord. Le Porsche parcheggiate in giro e le cicche delle sigarette in ascensore: che moralità che c'è in questi posti. Che giustizia sociale. A volte ci scappa il morto, è vero. Ma è come il discorso di Che Guevara: meglio il morto ammazzato in un posto dove la vita si costruisce pezzo a pezzo o la macchina rigata dal figlio di papà in un quartiere dove tutto è privatizzato e ogni palazzina ha la sua guardia giurata 24 ore su 24? Dov'è il peccato e chi è il peccatore? A Corviale ti guardano storto, rischi di "farti fare la pelle" se sgarri, ma non ce ne sta uno che suoni il clacson appena scatta il verde. Mi viene in mente Cuba: peccatrice sì, ma con quali pressioni dietro? Ha peccato più di altri Stati? L'Italia, se fosse stata vessata come Cuba, si sarebbe macchiata di peccati minori? Chi è che vuole scagliare la prima pietra? Avanti!

C'è un verde accecante a Corviale. Alberi a migliaia, ma neanche un alloro.

Noi ci torneremo presto per aprire ancora di più gli occhi. Nel frattempo, per chi volesse seguirci nell'avventura, qui il resto delle foto.

mercoledì, 25 gennaio 2006

Una lunga strada di sabbia
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti romani


Ultimamente, con l'amico Pat, sono preso da un lavoro. Dire "preso" e chiamarlo "lavoro" è già tanto, visto il tempo che puntualmente riusciamo a perdere tra bivacchi, uscite, donne, strani viaggi, blog e altri affari più concreti. Ma è un feto, almeno: abbiamo avviato le prime cose, i contatti, certe chiacchiere, qualcosa di concreto di salvato sui nostri computer già c'è. Altri si sono interessati. Ancora neanche se ne intuisce il sesso, se sia maschio o femmina: quel che è certo è che, qualunque cosa sarà, avrà a che vedere con Roma e con le periferie. Con un certo recupero antropologico e culturale di un particolarissimo ambiente, mestieri, abitudini: inutile negare l'influenza pasoliniana in tutto questo; inutile negare che, se arriveremo, arriveremo per ultimi o quasi e dunque toccherà farlo quantomeno meglio di chiunque altro (meglio anche di Pasolini, certo).

Nel frattempo, questa è un po' di Roma come non si vede mai (o quasi mai), tutti impegnati a fotografare i Fori Imperiali come sono.

Il resto delle foto, piano piano, qui.

giovedì, 19 gennaio 2006

Cronache di quartiere
Categoria:ritratti romani, scritto da andy capp


La marcia dei pinguiniPer il mio primo post del 2006 ho deciso di usare questo blog come un vero blog. Così, accantonate per un momento le crisi esistenziali e le solite manie di persecuzione politica vi racconto la cronaca di una giornata qualunque.

Piazza Pio IX è il fulcro del quartiere Pineta Sacchetti (una zona a metà strada tra l'Aurelio e Primavalle). La mattina è il momento di massima vita per il quartiere (l'età media dei suoi abitanti non sarà superiore ai 70 anni, ma poco ci manca) e quello che avviene in piazza è un po' il vissuto quotidiano. C'è l’edicola del vecchio Checco, la farmacia (questa è meglio che non dico di chi è), il macellaio Claudio, il fornaio (Claudio pure lui), due bar e il piccolo mercato di via Sisto IV. Di solito si arriva, si parcheggia l'auto un po' come capita, si fanno i soliti giri, si salutano le solite facce, giornale, caffè e a casa. Si tratta di una specie di rituale per gente che si conosce da quarant'anni.

Ecco, con l'avvento del 2006 tutto questo non è più possibile. Anno nuovo, vita nuova e così per un paio di volte alla settimana, ben sei vigili urbani (sei, sei) hanno avuto la brillante idea (o chi per loro) di farsi trovare proprio nel bel mezzo della piazza con fare minaccioso: tutte le automobili parcheggiate dagli abitanti la sera prima vengono multate (non è presente nessun segnale di divieto di sosta) ed è stato vietato anche di accostarsi cinque minuti per le solite faccende, pena la contravvenzione. Visto l'impegno, i sei pizzardoni hanno pensato bene di organizzare delle squadre di lavoro: al bar, infatti, ci vanno solo a coppie per una meritata sosta, mentre i camion dei fornitori che devono raggiungere i negozi non possono più fermarsi a scaricare la merce. Anche Marco, Fabio e gli altri titolari delle bancarelle del mercato sono stati costretti a parcheggiare i loro furgoni dietro i rispettivi banchi (la via sarà larga sei o sette metri). Verso le dodici e trenta la sora Marisa, col suo carrello rosso, si è avvicinata commossa alla vigilessa che degustava un maritozzo con la panna appena comprato al bar da Franco: "A signorì, so' contenta quanno ce sta attenzione. Ma quanno è troppa e quanno è poca... Insomma, nun esagerate". Saggezza popolare. Ora il quartiere è più vivibile.

Bene, da domani posso tornare a rompere i coglioni.

domenica, 15 gennaio 2006

Il Colosseo ci ha fratturato i coglioni
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti romani


Parlando di cultura, una delle cose che più mi ha entusiasmato di New York è stata Broadway. The Producers, la commedia brillante di Mel Brooks; Chitty Chitty Bang Bang, basato sul romanzo di Ian Fleming; Doubt, ispirato da una storia vincitrice del Pulitzer e ambientato in una scuola difficile del Bronx; Sweeney Todd, un fantastico esperimento di musical thriller (a quanto pare perfettamente riuscito); gli ormai celeberrimi Lion King, Wicked e The Phantom of The Opera (che ha recentemente superato Cats come anni consecutivi di programmazione: 14, se non sbaglio. Entrambi firmati da Anrew Loyd-Webber); The Woman in White (sempre di Webber); Il Colore Viola, prodotto da Oprah Wimphrey, storia da cui Spielberg diresse l'omonimo film negli anni Ottanta; Mamma mia!, musical irriverente condito da una colonna sonora firmata dagli Abba. E poi Chicago, A piedi nudi nel parco (Broadway pullula di commedie di Neil Simon).

That's America. Voglio fare un discorso che potrebbe sembrare profondamente anti-culturale: penso che l'Italia dovrebbe distaccarsi profondamente e finalmente dalla sua obsoleta tradizione. Va bene il teatro classico, viva Pirandello per carità e guai se non fosse mai venuto al mondo, ma onestamente basta. O comunque: non solo. Gli spettacoli brillanti, parlo per Roma (dopo veloce consultazione di una guida alla città) sono relegati, costosi, mal pubblicizzati, inesistenti o affidati a cast improbabili (Laura Freddi, Michelle Hunziker, Luca Ward, Brignano, Ale e Franz, Costanzo e altra monnezza varia e insostenibile). Dice Emanuel Azenberg, produttore di The Odd Couple, la commedia di Neil Simon che ha stracciato ogni precedente record di incassi per un non-musical (21 milioni di dollari): "Se George W. Bush ci chiedesse un biglietto, saremmo costretti a dirgli di no". Broadway è letteralmente esplosa quest'anno. Non c'è più un buco, spettacoli prenotati: questo soprattutto perché i newyorchesi - stando almeno alla mia esperienza - tutto amano fare fuorché starsene chiusi dentro casa, indipentemente dall'età o dall'estrazione. "In trent'anni di carriera non ho mai visto nulla del genere", spiega Nancy Coyne, presidente di un'agenzia pubblicitaria che promuove il teatro commerciale: "La nuova stagione 2005-2006 è tra le più fortunate del dopoguerra".

Stando ai sondaggi e agli studi, sembra che questa incredibile risposta dei cittadini sia dovuta al rifiuto totale degli stessi nei confronti della televisione: in particolare quella trash dei reality avrebbe definitivamente stufato gli americani bene che a differenza degli italiani hanno la possibilità di entrare in un teatro e NON trovarci sul palco gli STESSI protagonisti della tv che hanno scelto di fuggire. Rinnovamento, voglia di rischiare, tentativo di proporre nuovi generi e di mischiarne di altri. Grandi nomi, artisti autentici, distacco totale dal mondo televisivo, offerta di una alternativa concreta. A Roma - che dovrebbe essere la New York d'Italia (diciamo così), l'offerta più moderna e variabile la vorrebbe offrire il Sistina. I risultati rasentano la vergogna: i nomi fatti prima (ripetiamoli: Laura Freddi, Michelle Hunziker, Luca Ward, Brignano, Ale e Franz, Costanzo ma anche Panariello, Tosca D'Aquino, Pino Insegno, Gabriele Cirilli) ne calpestano continuamente le assi con spettacoli ormai stantii (davvero qualcuno sente ancora il bisogno di Aggiungi un posto a tavola?). Passare accanto al Sistina significa leggere cartelloni entusiastici riportare la meravigliosa notizia che il prossimo musical avrà le canzoni di Cesare Cremonini!

Per questo (anche per questo) è nostro dovere comprendere che la possibilità del telecomando è solo l'ennesima e fraudolenta presa in giro che ci fanno. A proposito di cultura: ieri sono andato a vedere la mostra a Trastevere "Pasolini e Roma". Fantastica, interessante, emozionante, esaustiva (ringrazio l'amico Pat per il consiglio). Unico problema: Trastevere (una delle zone più belle e importanti turisticamente di Roma) non è servita dalla metropolitana (a Roma la metro arriva vicino a molte cose, ma non raggiunge nessun posto veramente); il sabato pomeriggio c'è un traffico continuativo da mezzogiorno alle quattro di notte e prendere i mezzi pubblici è impossibile (dalla mia zona, poi, è letteralmente infattibile). Senza contare tutte le zone a traffico limitato fino a notte inoltrata (grazie sindaco!). Risultato: ore intere per fare sei chilometri e mostra fatta di corsa per imminente chiusura. Oh, ma Veltroni è il nostro sindaco e allora, va bene, viva Veltroni. Oh, dimenticavo: la linea A della metropolitana - per chi non lo sapesse - a Roma chiude alle nove di sera.

Il Colosseo non fa una Capitale.
Il Colosseo ci ha romanticamente fratturato i coglioni (anche perché con quelle lucine rosa che lo illuminano la sera e i parcheggi tutto intorno, diciamocelo, non è che sia granché valorizzato).

venerdì, 09 dicembre 2005

Banlieue romana
Categoria:ritratti romani, scritto da andy capp


Pasolini - periferia di RomaMancava dall'Italia da quasi quattro anni. A causa di alcune pendenze con la giustizia era scappato all'Estero. Il carcere no, non avrebbe avuto la forza di sopportarlo. E poi il dispiacere che avrebbe dato ai genitori, che l'avevano fatto studiare al liceo, sarebbe stato troppo grande. Valerio (il nome è di fantasia, ndn) si era anche iscritto all'Università, ma dopo un anno passato tra libri e piccoli lavoretti non ce l'aveva fatta a dare il famoso esame del primo anno per non partire militare. Passata la leva, e con gli studi diventati un ricordo, finisce che uno si può anche perdere nella giungla della metropoli. Ribelle lo era sempre stato. Fuori dagli schemi, orgoglioso. Aveva letto un mucchio di libri sugli anni Settanta, sui terroristi rossi e neri, su quelli che avevano dedicato la propria vita a una causa. E che erano finiti male, ma con onore. Aveva una venerazione per Giusva Fioravanti (il terrorista nero dei Nar, ndn), diceva di ammirarlo per il ribellismo rivoluzionario e perché aveva rinunciato ad avere un figlio con la sua compagna in quanto reo di aver fatto piangere troppi genitori e quindi non degno di essere padre. Dopo aver viaggiato per l'Europa con mezzi di fortuna, Valerio ha ritrovato da poche settimane la sua periferia, gli amici di sempre, il bar sotto casa.

"E io ristò qua, abito sempre in zona. Me so' preso 'na stanza finarmente. Lavoro co' st'amico mio – gli fa un cenno mentre quello beve un Campari –  faccio le consegne. Ma qui è tutto 'no schifo. Ancora dicono che vivemo a Roma? Io vivo su 'na striscia d'asfalto, ma quale Roma? Ma che è vita questa? Dopo le nove nun c'è un bar aperto. Te vonno mannà pe forza ar centro. Robba che tocca ringrazià Vincenzo (il proprietario del bar, ndn) che resta aperto fino alle dieci, se no' pe comprà un pacchetto de sigarette me tocca fa tre chilometri. Ma che te pare normale? Sò stato a Bilbao, lì se scendi da casa nun è che te devi sporge sul menù de un bar pe vedè li prezzi prima d'entrà. Anzi, vai sempre allo stesso tranquillamente, nun è che stai a pensà che ce ne po' sta 'n altro dove se spenne de meno. Pure da altre parti è così. Qui da noi insistono cor mercato. Ce vonno inculcà sta storia della concorrenza, della competizione. Lì se un bar mette un caffè a venti centesimi de più, l'altro glie dice ma che sei scemo? Ma poi a quello manco glie viene in mente de arzà er prezzo".

E' stato via non per molto tempo, di contatti ne ha tenuti pochi (per non farsi rintracciare), ma l'impatto con quello che aveva lasciato è stato peggiore del previsto: "Euro, non-euro, al popolo nun glie ne frega un cazzo. I discorsi che fanno in televisione è robba che riguarda un gruppo de quindici persone. So' argomenti elitari: l'aborto, Sofri… ma che me frega a me. Io nun c'ho mai avuto troppe pretese, c'ho trent'anni, ma me piacciono le cose de prima. Scendo al bar a famme du chiacchiere, me so fatto er cane, armeno cho 'n amico fidato – sorride – pure lo stadio me stanno a levà. Oh, ma un giovane der quartiere nostro ma che deve fa'? Vai ar centro e nun c'è un romano, abitamo qua da 'na vita e ancora se dovemo nasconde pe girasse 'na canna pe paura che quello der primo piano ce vede e chiama le guardie. Ma mica so' un delinquente. Uno nun è che chiede tanto, me basterebbe solo poté annà in giro co 'na scarpa e 'na ciavatta senza esse guardato in cagnesco dalla gente. Certo mò potrai pure dì che sto a lavorà per fanne parte de sta gente, pe raggiunge er livello loro, ma er problema de sto paese resta la borghesia. Co mille euro ar mese nun se vive più, ce ne vonno dumila, ma pe avenne dumila devi lavorà tutto er giorno, questi so' matti".

Prima di salutare l'amico del bar si accende una sigaretta e sale sul furgone: "Se rivedemo presto Patrì, ma tanto a febbraio me ne rivado. Io qua soffoco, nun ce se po' più vive".

giovedì, 20 ottobre 2005

Quella sottile linea rossa
Categoria:ritratti romani, scritto da noantri


La sensazione, mettendo piede nel quartiere San Lorenzo, a Roma, è che San Lorenzo - la gente di San Lorenzo, i ragazzi, gli adulti e i turisti perfino - siano lì in attesa come seguendo i passi di una grande mascherata. Truman Show: bevono appoggiati ai muri, una gamba tirata su, la kefia che esce dalla tasca posteriore dei jeans e ti sembra - a te che hai appena annunciato la tua venuta con un rumore sordo di sportello - che tutti ti abbiano visto arrivare e si siano dati di gomito, abbiano strizzato l'occhiolino e abbiano assunto le posizioni in cui li hai trovati, tutti quanti. Non ce n'è uno fuori posto. Non ti guardano mentre scatti foto, così come gli attori non guardano nell'occhio della telecamera mentre recitano in quei film. Se ti guardano è per giocare o per mettersi in posa e le ragazze ti sembrano meno donne: neanche una gonna a sollevare polvere da terra. Neanche un tacco alto: ecco, se un rumore non esiste a San Lorenzo quello è il ticchettio regolare dei tacchi alti sull'asfalto. C'è sempre così tanta gente ed è un po' come il discorso delle papere di Salinger: ti chiedi dov'è che vadano i ragazzi di San Lorenzo, quando San Lorenzo è spenta.

L'ordine delle cose non esiste. La legge è la legge della strada e se a qualcuno non va la tua presenza te lo dice con lo sguardo. C'è odore di vissuto a San Lorenzo e le porte dei locali sono aperte: non ci sono buttafuori, non esistono cordoni rossi o dannati addetti agli ingressi. La vita si decide sui marciapiedi, seduti su sedie dozzinali e spesso la birra dorme in bicchieri di plastica mentre le parole volano alte. C'è sempre una schiena appoggiata contro un muro, a San Lorenzo.

Cammini al centro della strada, perché è semplicemente normale farlo. Se serve che ti scansi, arriva il suono leggero del clacson oppure il lampeggiare dei fari. Ti sposti e poi ritorni al centro, perché camminare al centro di una strada è come camminare sulla luna o in mezzo al mare: è un po' rivoluzionario e un po' arrogante. San Lorenzo, poi, è lenta e se hai una predilezione per le cose lente, allora è fatta. Ci fai all'amore. San Lorenzo: certe volte rassomiglia a una parodia, a un modo di dire: come se tutti fossero obbligati ad essere in un certo modo.

Quest'aspetto sinistroide, non a caso, è quasi fastidioso, pure se tu sei comunista così e ami il senso sociale delle cose. Ma certe barbe lunghe, l'impossibilità di trovare una ragazza che ostenti anche un solo lembo di carne scoperta o un filo di trucco in più, la mancanza assoluta di ricercatezza estetica, può far pensare a un'estremizzazione artefatta. Parodia, appunto.

San Lorenzo – io credo – è un inno all'amicizia e alla frequentazione. Ci sono i negozi con il nome dei proprietari sull'insegna e se un certo posto vende giornali, tu non lo riesci a chiamare semplicemente edicola. Tutto è diverso e ti pare impossibile che di giorno – con la luce del sole – le cose funzionino normalmente; che i bambini si sveglino e vadano a scuola, per esempio, o che i giovani facciano la corte alle ragazze seduti sui gradini. I numeri di telefono senza prefisso, i panni appesi fuori, su fili tesi da una finestra all'altra. Non c'è mai una finestra veramente spenta, a San Lorenzo. O una completamente chiusa. 

Certe scritte sui muri – perfino – un po' impari a giustificarle a lungo andare. Sono scritte frettolose, te ne accorgi: tutte hanno code, brevi aggiunte e postille scritte da terzi successivamente che ne amplificano il significato oppure lo scomunicano del tutto. «Liboni, S. Lorenzo è con te!» No: «Liboni pecora». Massì: ha 12 anni San Lorenzo e intorno alle unghie c'è quell'alone di sporco di chi ha giocato troppo tempo nella terra a mani nude. Rifondazione Comunista e Cgil hanno sede nel quartiere, ma non sempre i rapporti sono stati facili. Le frange più ortodosse che fanno riferimento a una determinata rete più volte sono arrivate allo scontro ideologico e dialettico con il partito o con il sindacato, accusati di connivenze con il potere o di immobilismo dovuto a strategie sbagliate. Non ultime le tensioni per l'elezione al parlamento europeo tra le file di Rifondazione di uno dei leader dei Disobbedienti romani. Anche il comitato di quartiere a San Lorenzo è diverso: qui si lotta contro gli sfratti, non contro i bisogni dei cani che sporcano i marciapiedi, si lotta contro il degrado, contro l'abbandono della notte, non per un nuovo giardinetto. Ma l'ordine a San Lorenzo è cosa della gente che ci vive. Il rispetto delle regole riguarda la comunità, non può essere imposto: leggenda narra che da queste parti gli ausiliari del traffico non fanno le multe, anche se i parcheggi sono a pagamento. Sembra che qualcuno in passato sia dovuto scappare a gambe levate. Il legame con la storia del paese è radicato nel tessuto sociale: qui sono ancora visibili le ferite dei bombardamenti della guerra. E ogni 25 aprile l'appuntamento è a piazzale del Verano per il presidio antifascista. Ogni via, ogni vicolo nasconde un circolo, un'associazione, un centro di documentazione, un gruppo di cittadini che si dedica al recupero della memoria del quartiere. L'unico problema è quello del ricambio generazionale: di romani ne sono rimasti pochi, i vecchi bottegai che si vedono di mattina, quando pulsa l'anima commerciale del rione, di notte spariscono sovrastati da studenti provenienti da ogni regione d'Italia. In questi vecchi palazzoni una stanza singola può arrivare a costare 400 euro al mese (spese incluse, sottolineano i cartelli). Il San Lorenzo di giorno è molto diverso da quello notturno. Rumori di bottiglie, di gente che urla, parla, si diverte fanno da colonna sonora a un punto di aggregazione riconosciuto anche dalle autorità cittadine (Zona a Traffico Limitato).
 

Per camminare devi continuamente fare zig-zag tra macchine parcheggiate sempre male e sempre troppo accostate ai palazzi, ma fa niente. La gente a San Lorenzo cammina volentieri e soprattutto non ti dà mai l'idea di avere un posto dove andare. I ragazzi portano i caschi in mano e marsupi al collo, come se fossero continuamente in viaggio (e invece magari abitano lì di fronte e nel casco hanno le chiavi di casa).

Case occupate, integrazione e disagio sociale, un comune senso di appartenenza. Vivere a San Lorenzo significa far parte di un determinato circuito, significa accettare un approccio alla società diverso da quello del resto della città. Qui tutto è vissuto in maniera più attiva, militante. Via dei Volsci, cuore rosso del quartiere più rosso di Roma – dove c'era la sede della vecchia Autonomia operaia – oggi ospita ancora gli studi di Radio Onda Rossa, assaltata dai neri negli anni 70, oltre allo storico pub 32 dove il sentimento antifascista è quello che fa da collante tra skins, punk, ultras, mods o semplici attivisti. A San Lorenzo si trova tutto quello che è alternativo, dalla musica, all'informazione, al cibo. C'è la casa discografica che promuove gruppi Ska, Reggae e Combat-rock, c'è la libreria internazionale dove si trovano testi sulle sottoculture giovanili, sulla politica di strada, sugli opposti estremismi, ma anche fanzine che arrivano dalle curve o quotidiani indipendentisti in lingua basca. C'è la trattoria romanesca di tradizione familiare, la pizzeria dove con pochi euro si mangia una pizza cotta nel forno a legna, ma non mancano paninoteche, pasticcerie e rosticcerie arabe aperte fino a notte fonda. Anche Manu Chao, quando viene a Roma per i concerti, mangia da queste parti, al tavolo con i compagni.

Ha questo retrogusto amaro, San Lorenzo, tipico di quei quartiere dove la vita - semplicemente - è difficile, diversa. Però non ti dà mai veramente il tempo di diventare malinconico. Porge subito l'altra guancia, ecco, e l'altra guancia è morbida e cameratesca. Per questo, nonostante le mode che avanzano e che travolgono tutto e tutti – anche quando non c'è la volontà degli abitanti – San Lorenzo resta ancorato a un passato che non c'è più: qui la lotta è ancora dura e senza paura. I rigurgiti di nazionalismo, la mistificazione della realtà e le finte promesse qui non attecchiscono. Contro la precarizzazione del lavoro e la privatizzazione di salute e istruzione la parola d'ordine da queste parti è sempre la stessa. Sono i muri a gridarla, sono i manifesti attaccati tutte le notti a invocarla, sono i megafoni che spezzano l'aria durante i cortei a scandirla: resistenza. Ora e sempre.

giovedì, 19 maggio 2005

Roma, vorrei che tu fossi la mèta e io il viaggiatore
Categoria:scritto da stefano havana, ritratti romani


E' un periodo che Roma ed io andiamo alla grande. Odio Roma. L'ho sempre detto: fantastica amante, pessima moglie. Eppure nell'ultimo mese andiamo alla grande: mi sembra che perfino il traffico sia scemato. Per di più non conosco Roma: dimentico i nomi delle vie e - chi meglio degli amici lo sa - devo sempre farmi indicare la strada dagli altri. Però, che ti devo dire, ultimamente Roma ed io si flirta alla grande: ci capiamo, mi lascia i miei spazi. Sarà la Primavera. Marrazzo alla Regione. Non lo so, giuro. Se scopassimo, Roma ed io, ecco sarebbe la volta buona che lei mi strapperebbe brani di carne dalla schiena e io mi ritroverei con la bocca piena di suoi baci.

Sto riscoprendo Trastevere. Grazie anche alla comune passione condivisa con Pat e a un paio di serate strepitose che abbiamo passato ultimamente da quelle parti: lì la gente parla tutte le lingue e cammina a piedi. Si ciondola bevendo da bicchieri di plastica e nei locali si deve camminare di lato chiedendo permesso per arrivare al bancone e farsi servire. Le luci le abbassano sempre: Santa Maria in Trastevere è in penombra come la platea di un teatro, mentre la gente si accalca sui gradini, fa rotolare bottiglie di birra con i piedi e lancia monete da 20 centesimi nelle mani aperte dei mendicanti e degli artisti da strada. Gli artisti da strada di Trastevere sono diversi dagli artisti da strada di Piazza Navona: a Trastevere gli artisti da strada fanno ridere perché sono ridicoli, non sanno fare nulla, sono troppo ubriachi per far roteare birilli o restare immobili come statue di sale. Gli artisti da strada di Trastevere sono impiccioni tracotanti che provano numeri da baraccone di un pacchiano grottesco: l'altra sera uno era vestito tutto zebrato e dalle casse usciva un filo di musica che nessuno sentiva. Lui si è sporto su un microfono scassato e ha detto: «Ok, tra due minuti mi spoglio». Non ha riso nessuno. Dico nessuno: eppure tutti ridevano già per conto loro ma che ti devo dire? Lui ha detto questa cosa e deve essere sembrata talmente penosa, così priva di effettivo spirito che qualunque rumore è cessato ed è rimasto solo l'imbarazzo. C'è anche un ristorante che si chiama La Tana de Noantri a Trastevere: però non ci sono mai andato perché in qualche modo è pacchiano pure quello. Non ispira come le trattorie di Piazza dei Mercanti o il Meo Patacca: lì attori da strada fanno le stesse scene da anni eppure ridono tutti. Funziona: perfino i camerieri si fermano con i piatti in mano o i pugni stretti su ciuffi di banconote e ridono sapendo esattamente il momento giusto in cui ridere per far ridere gli altri. La gente a Trastevere parla a bassa voce: camminano ubriachi, giovani siedono in terra perché fa molto di sinistra, altri girano canne appoggiati ai muri e mentre respiri quest'effluvio di erba e fumo, t'accorgi che le voci non sono alte. L'altra sera - quand'era? - due ragazze ci hanno offerto da fumare. Non erano particolarmente belle, né interessanti in nessuna maniera peculiare: eppure hanno fatto qualcosa che altrove non si fa. Abbiamo parlato guardandoci negli occhi per venti minuti e mai nell'aria è galleggiato un che di depravato, o lascivo. Si era semplicemente lì, a condividere un momento, un'onda, una Tennents da 0.33. A Ponte Milvio, vicino casa mia, dove tutti sono ricchi e le ragazze indossano solo minigonne e stivali bianchi e tutte - dico tutte - non riescono ad essere meno appariscenti di una velina e i ragazzi parcheggiano le Porsche in mezzo alla strada, esibendo completi D&G elegantissimi - lì a Ponte Milvio tutti urlano perché - io credo - fa molto di destra. E gridano per farsi sentire e in cinque minuti sai tutto di tutti, non perché lo hanno detto a te ma perché non hai potuto fare a meno di sentirlo. Roma è così: te la devi andare a cercare. San Lorenzo, per esempio, è una zona che detesto: maleodorante, troppi cassonetti: eppure l'altra sera con Pat - a vedere Comandante - mi è sembrata intensamente affascinante. Via dei Volsci: non l'avevo mai vista. Pat m'ha detto: «La via più di sinistra d'Italia». E cazzo era vero: le scritte sui muri, i portoni, le persone fuori dai locali, le tavolate comuni, i pantaloni larghi, i sandali, le ragazze con i jeans strappati e le mani in tasca, lo smalto scheggiato, l'orecchino al naso. Di nuovo: quel silenzio rispettoso, no anzi: involontario. «In quel locale ci mangia Manu Chao, quando viene a Roma», m'ha detto ancora Pat. Io non lo sapevo, ma c'ho creduto. La macchina - mi ricordo - non stava mai ferma, l'asfalto era uno schifo, rotaie ovunque, passaggi del tram, auto parcheggiate male, mai un senso di pulizia reale. Eppure mi sembrava tutto perfettamente calzante. Sarà che s'era appena visto un documentario su Fidel e dopo che hai sentito parlare due ore uno come Fidel ti sembra giusto tutto, pure quello che giusto non è. E' il potere dell'intelligenza: non importa usata come. L'intelligenza: ah, che raro bene.

Perciò ultimamente Roma me la sto andando a cercare: non l'attraverso più di fretta e provo a respirarla. Credo abbia un'anima da qualche parte. Un'anima che ha il giallo, il rosso e il verde dei semafori che rallentano il traffico. Ha un'anima tagliente della volgarità media dei romani. Ha un'anima zoppicante, di tutti i poveracci fermi agli angoli che ti barcollano fino al finestrino sempre senza una gamba, o un braccio o un occhio. Ha un'anima che gronda acqua, l'acqua delle fontane delle Piazze; fiori, dei fiori di Piazza di Spagna; musica, della musica delle chitarre e dei bonghi di Campo de' Fiori; sanpietrini, di Viale Regina Margherita che ci metti due ore a fartela per quanto è stretta la corsia e per quanti semafori ha e se per caso ti scappa da pisciare sei fottuto, perché non puoi neanche accostare per farla dove capita; archi, ponti, Roma è la città dei ponti. Dei ponti e dell'egoismo: mai vista tante gente sola come a Roma. Nessuno ti aiuterà mai a Roma, Roma è piena di gente che corre sempre, piena di grugniti e negozi di musica dove chi vende non ci capisce nulla. Però ultimamente andiamo d'accordo. Che cosa manca a Roma? Non saprei dire. Ha un clima talmente perfetto. Il Golfo del Messico, forse. L'Oceano Pacifico. E quel fascino meticoloso che hanno 12mila chilometri di distanza da casa. Mi dispiace talmente tanto che Roma sia casa mia, in effetti: avrei voluto scoprirla un mercoledì qualunque, di passaggio, io il turista che ti chiede informazioni e che guarda il tuo dito senza capirci nulla, se non – conoscendomi – che hai dei bellissimi occhi neri.