giovedì, 28 febbraio 2008

Harmattan - Diario di viaggio (Puntata 3)
Categoria:scritto da alberto puliafito, harmattan


Bamako - Oualia

I totali sono importanti. Scriverò questa riga come un karma, finché non me lo infilerò bene in testa. Sono importanti, anche se la mia curiosità passionale e appassionata si concentra, uno a uno, su tutti i dettagli, che insieme formano un totale - per gli altri - solo con una complicata mappa corticale. Detto ciò, siamo a una nuova tappa del viaggio.

E, no, cari, non ci fregate più: lo sappiamo, che se ci dite che si parte alle 6 in realtà si parte alle 6:30. Ma vallo a spiegare a quel piccolo morbo che si insinua dentro e che si chiama impazienza, vallo a spiegare a quel cervello che vortica di pensieri, interrogativi, aspettative, e che ha già cominciato a concentrarsi sulle piccole cose. Razionare le batterie della telecamera. Ricaricarle con i pannelli solari. Trovare una chiave di racconto (mica piccola, questa).

Capire. Questa è decisamente la più grossa.

Luna a Oualia Così, anche se l'hai capito bene, come sono fatti i ritmi africani - ammesso e non concesso che si possa capire in tre giorni -, sei sveglio, pronto, attento. Fossi in Italia, diresti addirittura che sei teso. Montiamo su questo benedetto pullmino verde con il portellone aperto: saranno le uniche immagini quasi notturne che avrò modo di girare, ché a Bamako ci sono le luci, nelle strade.

Il trasferimento è silenzioso - almeno, io lo ricordo silenzioso. Lo era, per forza, doveva esserlo. Anche se di silenzi ne abbiamo avuti troppo pochi, a posteriori -, passano davanti agli occhi poche immagini intense: ragazzi che si allenano in un campo da calcio, una moschea, gente che prega, gente pronta per le attività quotidiane, gente che va. Ecco, alla descrizione di quel cancro che è Bamako mancava questo camminare, camminare per andare non si sa bene dove, per andare senza un progetto, come senza un progetto è l'urbanistica della città. A Bamako, si va.

La stazione è affollata, il treno partirà in orario, per quanto questo sia possibile e possa avere un senso. Il treno, oggetto più che mai metafisico oggi, è un connubio fra l'orient express e un carro bestiame. Noi, privilegiati, siamo in prima classe. Che equivale più o meno a una nostra seconda degli anni '50, e che è fin troppo, per quel che ci aspettavamo.

Il viaggio può durare uno spazio di tempo variabile fra le 7 e le N ore, per tutta una serie di motivazioni che appariranno fin troppo ovvie: locomotori vecchi, gasolio, possibili guasti, vacche sui binari, Africa in generale.

Partiamo, e se partire è un po' morire, in questo caso somiglia molto a vivere. Il rumore del treno, ipnotico e cadenzato come un tam tam che verrà, ci trascina a forza fuori dal mondo della città, dentro alla savana, dentro ai baobab che contengono gli spiriti antichi, dentro all'ocra, al verde stentato che cerca di emergere disperatamente, alla maledetta plastica che l'occidente lascia in eredità anche alla savana.

Il treno è una metafora, un delizioso costrutto borghese che ci avvolge e ci guida, con la sua lentezza caparbia, verso la meta. Passiamo attraverso stazioni colorate dove donne e bambini accorrono, al treno, al treno, per vendere un po' di sollievo ai passeggeri ricoperti di polvere rossa: acqua, ghiaccio, bibite, verdure, frutta. I bianchi - i tubabu, così ci chiamiamo noi bianchi in bambara - sono sempre meno. I neri sempre più.

Silvana, la moglie di Jaques., ci raggiunge con i loro due bambini e con Fili e Makan, due giovani che ci accompagneranno per i prossimi giorni di viaggio. Il treno metaforico è clamorosamente in orario, non ha voglia di farsi aspettare troppo, ha voglia di dimostrarci che l'Africa non è solo polvere e attesa. Ma noi, cullati da questo tu-tum-tu-tum, tu-tum-tu-tum, tu-tum-tu-tum che va in risonanza con ritmi più interiori, profondi - fra pochi giorni, li solleticheranno ben altre sonorità - accettiamo di buon grado tutto quello che l'Africa ha da offrirci.

I nostri bagagli, i piedi stanchi, gli occhi sfiniti, l'attesa, l'interrogativo: questi e altri sono gli elementi che si accumulano nell'animo del viaggiatore che, allontanandosi dai ritmi frenetici del cancro capitale, superando le prime metastasi, arriva - o forse spera di arrivare - alle cellule incontaminate.

Oualia, finalmente. Gli abbracci, le mani strette, i bambini, i sorrisi, la quantità di persone che ci accolgono appaga tutta la sete che avevamo di umanità e che ci eravamo dimenticati in chissa quale angolo di chissà quale metropoli. Occhi e bocche spalancati. I nostri, per lo stupore. I loro, per i tubabu.

Ovviamente, alcuni membri della delegazione conoscono già le persone che ci si fanno incontro - una parte. Tu
tti, sarebbe impossibile. Il comune di Oualia, dove di giorno non sei mai solo, conta circa 15mila abitanti che cercano di tirare avanti con un'economia sostanzialmente di sussistenza -. Queste conoscenze rendono tutto più facile e quando, caricati i bagagli sulle jeep - le chiamo jeep solo perché siamo tutti consapevoli dell'idea kantiana di jeep, solo per farvi capire a cosa dovrebbero assomigliare -, due, le uniche di tutto il comune, quando, dicevo, ci inoltriamo nel paese verso la casa di passaggio (nome meraviglioso, evocativo, terribilmente azzeccato), ognuno con un gruppo di bambini attaccati alle mani, che toccano le mani, confrontano i colori della pelle, ci sentono morbidi come loro non sono più per i lavori che fanno fin da piccoli, ci chiamano tubabu, ecco, è in quel momento, in quel preciso istante, unico e irripetibile che mi sembra di vivere - evento rarissimo - davvero nel presente e non con il ricordo o l'aspettativa.

E' l'Africa. E per i giorni a venire, sarà il presente l'unico tempo possibile.