mercoledì, 21 maggio 2008

Fascio a me?
Categoria:scritto da giggimassi, factory del dissenso


Un bomber blu. Lo scudetto tricolore. I capelli corti. Ma non rasati, ché noi coi nazi non c'entriamo. Sotto al bomber, sotto alcuni bomber, spunta la kefiah palestinese. E' la nostra divisa. Io ho aggiunto un teschio a spilla comprato al mercatino, è il simbolo della decima mas e sotto c'è scritto oltre la morte. Sul petto la croce celtica, un simbolo che è tutto un mondo di significati. Mi viene da ridere, oggi, vent'anni dopo, a vederlo nelle curve, come un che guevara qualsiasi, un simbolo di marketing o poco più. Vent'anni prima, invece, abbiamo diciottanni. Ancora non sappiamo - non possiamo sapere - che il nostro leader, un giorno, mostrerà con orgoglio la celtica in tv, stuzzicato dalla conduttrice, e dirà che "appartiene a Paolo Di Nella e quello che lei mi sta facendo è un atto di violenza". Dignità e coerenza di un uomo. No, per ora la celtica ce la teniamo stretta sul petto, e ci basta.

Simboli, dicevo. Dieci anni dopo li considereremo vuoti, superati. Sbagliati, però, mai. Adesso invece dispiegano ancora tutto il loro fascino, facendoci sentire uniti, catacombali, un po' maledetti. Sporchi e cattivi. Che volete, abbiamo diciottanni e la politica in testa. Siamo una comunità che vive ancora nelle fogne, dove i compagni ci terrebbero volentieri, a vita. La voce della Fogna è stata una nostra rivista degli anni 70, autoironica sin dal titolo. Ora c'è Morbillo, più goliardico, impreziosito da una grafica che farà storia, ma sta chiudendo, ultimi fuochi. Siamo la retroguardia di un mondo che sta per cambiare. Siamo gli uomini e le rovine, tanto per citare il libro-culto di Evola. Il nostro leader, un giorno, sarà sindaco di Roma, ma noi non lo sappiamo. E tutto sommato, ora, nemmeno lo auspichiamo. Noi siamo solo noi. E ci chiamano fascisti.

E viviamo nelle fogne. Come quelle di Colle Oppio. Accanto alle cisterne millenarie della Tomba di Nerone ci stiamo noi. Una volta a settimana tutti lì, da tutta Roma, si chiama mercoledì comunitario. Sulla parete, veleggia un veliero vichingo dipinto ad arte, tre metri per quattro, sulla vela una celtica enorme. Nello zaino, quelli di noi che leggono, tengono Rivolta contro il mondo moderno di Evola, ancora lui. E poi Militia di Degrelle e tanti altri, da Spengler a Junger a Pareto a Mishima a Eliade. Leggere autori maledetti o quantomeno snobbati dall'egemonia culturale, ci fa sentire maledetti pure a noi. Esoterici. Elitari. Aristocratici. Impresentabili. Per tutti gli altri, invece, fascisti.

Io frequento la sezione della Garbatella, al pomeriggio ci si sporca le mani di colla coi manifesti, poi in giro per il quartiere ad attacchinare, diciamo proprio così, attacchinare. Un occhio sempre puntato su quelli della Fgci, i giovani comunisti, che sono centinaia e stanno a un passo, e okkio pure a quelli del centro sociale lì vicino. Alla fine noi facciamo politica sul territorio, anziani, droga, politiche sociali, edilizia e abusivismo. Ci chiamano fascisti. Eppure siamo una destra antiborghese, antiatlantista, antisionista, sociale. Se siamo fascisti, allora il fascismo è di sinistra.

Pensate che oggi, coi nostri bomber e gli scudetti tricolori, sfiliamo contro la guerra in Irak di George Bush. Sfiliamo compatti, saremo tremila, per via Merulana, a Roma. Tra di noi poche donne, purtroppo, perché oltre a essere tradizionalisti siamo pure un po' maschilisti. Poche donne, ma buone. Non possiamo saperlo, ma qualcuna di loro, tempo vent'anni e sarà parlamentare e ministro. Sfiliamo compatti coi nostri cori di sempre: "Americani a casa/cosacchi nella steppa/Europa nazione/nazione sarà", i saluti romani coprendosi il volto per sfuggire ai fotografi, ogni tanto ci scappa pure un comunistissimo "yankee go home". E poi i me ne frego dannunziani. E qualche "duce! duce!" che non guasta mai. Siamo una peggio gioventù confusa e goliardica, eppure vitale. Siamo l'ultima illusione di una via nazionale al socialismo, per questo paese che amiamo in modo viscerale, alla "blut und boden", direi. Siamo gli scampoli un tanto al metro di quel che non è riuscito a Rauti, e non riuscirà mai più. Ma siamo in ritardo di vent'anni sul treno della storia. Tra non molto le catacombe si apriranno grazie a (o per colpa di) un signore che si chiama Berlusconi e un altro signore che si chiama Fini.

Certe volte penso a come sarebbe andata la storia del dopoguerra se non fossero esistite le disposizioni transitorie e finali della Costituzione. Se non esistesse il reato di apologia del fascismo. Se i vinti non fossero stati umiliati nel modo in cui sono stati. Cosa sarebbe stato il Msi? Chi avremmo messo fuori dall'arco costituzionale? Non può destare molta attrazione, almeno tra i giovani, ciò che non è proibito. Questo penso. Che il neofascismo e il postfascismo si sono abbeverati a questo culto del proibito, delle catacombe, del noi felici pochi. Che in definitiva, e paradossalmente, la stessa democrazia ha finito per mantenere in vita lei stessa, e alimentare, il mito del fascismo anche nelle generazioni successive al fascismo.
 
Questo penso. Ma oggi, mentre sfilo su via Merulana, questo non lo penso ancora. Non lo posso ancora pensare.

Oggi ci chiamano ancora fascisti e stiamo sfilando su Via Merulana contro la guerra in Irak. Peraltro in aperta polemica con il Msi, partito law and order di cui dovremmo formare l'organizzazione giovanile. I poliziotti ci guardano a vista. Non riesco a capire perché ogni volta che facciamo una manifestazione - e siamo tre gatti - intervengono centinaia di poliziotti. Perché, ogni volta che scendiamo in piazza viene indetto nelle vicinanze un "corteo di vigilanza democratica". Non riesco a capirlo, ma questo ci rende ancora più sfrontati e ci da un senso di invincibilità. Mai capitato in una manifestazione violenta, comunque. Mai dato nemmeno uno schiaffo. Ed è ormai un anno che frequento il Fronte della Gioventù. Per tutti, però, noi siamo i violenti. Siamo i fascisti.

Lo capisco ancora meglio quando, alle viste di Piazza San Giovanni, un vecchietto si affianca al corteo, dal marciapiede, e inizia a inveire contro di noi: "fascisti di merda, dovete morire, dovete essere tutti fucilati, io sono stato partigiano, e inizia a sputarci addosso". E' solo un vecchietto malmesso, ma ci sputa addosso, tra l'altro è bravissimo, a sputare, non so come faccia, riesce ad acchiappare me e qualcun altro, noi nemmeno ci pensiamo a reagire, figuriamoci; arriva un dirigente preoccupato che la situazione precipiti, poi un paio di poliziotti, ma la situazione non precipita. Il dirigente va a parlare col vecchietto, è un ragazzo in gamba, un giorno farà il consigliere comunale, parla col vecchietto, che nel frattempo s'è dato una calmata, e tutto finisce là.

Però a me quest'episodio mi segna, inutile negarlo.
Mi fa pensare a quanto siano profonde le radici dell'odio.

Mi sa che per oggi metto da parte il bomber e me ne vado a casa a studiare.

Ringrazio l'amico giggimassi per il post.
Sono stato io a chiedergli un punto di vista su quegli anni di militanza,
sul sentirsi appestati e sulle sensazioni dello sdoganamento
della destra sociale di questi ultimi tempi.
Tra le sue righe leggo gli ideali di un ragazzo di 20 anni,
i sogni di chi vede un mondo da cambiare.
Magari non nella stessa maniera che vorrei io.
No, non mi sento di mettere la firma sotto quello che ha scritto giggimassi.
Forse i nostri sogni sono simili, ma gli ideali troppo diversi.
Tuttavia le sue parole e la storia che ha raccontato invitano alla riflessione.
Proprio perché sogni e ideali hanno diviso tante generazioni,
ma il mondo non è mai cambiato.
[aNDy cAPp]