sabato, 23 febbraio 2008

Ma cosa vuoi che sia una canzone
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


Il 29 marzo uscirà il nuovo album di Vasco Rossi
dal titolo Il mondo che vorrei,
con dodici brani inediti.
Vi segnalo questa intervista 
tratta dal suo sito ufficiale.

L'album esce il 28 marzo e subito dopo in pratica inizi le prove per il tour '08 che inizia il 29 maggio dall’Olimpico di Roma. Il 7 febbraio hai compiuto 56 anni. Come stai?
Mi sento un sopravvissuto… in tutti i sensi… ho vissuto molto intensamente anche perché credevo di avere una vita breve. Ho fatto un sacco di esperienze e ho cambiato molti modi di vivere… ho vissuto da sconosciuto, da povero, da ricco e famoso. Da montanaro, da studente, da dj e da rockstar mi sembra che dio mi abbia concesso una vita veramente molto varia e lunga… o forse si è dimenticato di me.

Sei tornato a Los Angeles questa volta per girare il video della prima canzone che si sentirà del tuo nuovo cd e hai scelto di affidarla alla regia di Marco Ponti (Premio Donatello per il film Santa Maradona). Come è nata la collaborazione tra di voi?
Quasi per caso… l'ho conosciuto ad una cena a casa sua l'anno scorso ed è scattato un feeling naturale e direi viscerale. L'ho trovato una bella mente. Molto motivato e ispirato…pieno di un entusiasmo che mi ha contagiato.

Fin dal primo ascolto questo tuo ultimo album è musicalmente rock, forse il più rock. Sei d’accordo?
Il
linguaggio musicale che ho sempre usato per esprimermi è il rock… oggi è soltanto eseguito meglio…

Chi conosce la tua storia potrà trovare in questo album i tuoi temi fondamentali. C'è un filo rosso che lega tutte le tue canzoni: la rabbia di vedere intorno che le cose non cambiano come vorresti, il difficile e complicato rapporto con l'altro, la battaglia quotidiana con quello che vorresti e che non può essere… e una buona e sana dose di auto ironia che rimanda sempre al tenere i piedi ben saldi a terra?
Il filo rosso che lega tutte le mie canzoni sono io. Che sono ancora qui vivo, in salute e vegeto!! La rabbia che provo nel vedere che le cose non sono mai come dovrebbero essere la scarico nelle mie canzoni. E per fortuna ho questo strumento. Ringrazio sempre il cielo e la chitarra.

In che cosa tra questi concetti si riconoscono i tuoi fans?
Penso che rabbia e il difficile rapporto con l’altro siano una condizione diffusa soprattutto tra I giovanissimi.


In questo nuovo disco appare un musicista del calibro di Slash, il chitarrista dei Guns'n'Roses. Come è nata la collaborazione e come è stata l'esperienza in studio? Perché hai voluto proprio lui?
È stata la sorella che al concerto di Firenze…

1982, "..Vado al massimo… Vado a Sanremo.."
E' stato il mio sberleffo a Sanremo… una manifestazione che a quei tempi era molto giù di moda (altrimenti penso che non mi avrebbero fatto partecipare. Ci fosse stato un direttore artistico come Pippo Baudo non so…) ma rappresentava ancora l'unica vetrina nazionale che uno sconosciuto poteva affrontare per farsi conoscere in tutta l'Italia…

Eri il rock che non si conosceva, portavi le chitarre elettriche, un atteggiamento non proprio allineato e nei testi ti esprimevi in prima persona, raccontavi le tue rabbie e le tue frustrazioni. In che cosa sei stato più rivoluzionario: nei testi o nel modo di essere sul palco?
Direi In tutti e due. Nei testi ho cercato di introdurre il minimalismo dopo la straordinaria stagione dei cantautori che aveva visto il trionfo delle parole e delle ballate. Usavo il rock come linguaggio musicale e la chitarra elettrica al posto della chitarra acustica. Anche nelle esibizioni dal vivo ho cominciato a privilegiare l'aspetto scenico e spettacolare al posto delle spiegazioni e delle riflessioni che contraddistinguevano le performance dei cantautori.

Se allora ti avessero detto che saresti diventato la più grande rockstar italiana, ci avresti creduto? E quando ti sei reso conto che rappresentavi il nuovo nel panorama della scena?
Nemmeno nei miei sogni più sfrenati. Che rappresentavo il nuovo me ne rendevo conto già all'inizio della storia ma non credevo di raggiungere questo livello di popolarità. Pensavo al massimo ad un successo di nicchia.

Ti ricordi dove e quando c’è stato il tuo primo concerto vero e proprio? Quanta gente c'era? Che emozione hai provato la prima volta che hai cantato davanti a un pubblico che è venuto lì appositamente per vedere te?
Me lo ricordo… è stato in piazza maggiore a Bologna e c'erano sì e no trenta persone che erano venute a vedermi. Il solo fatto che gli altri in piazza mi abbiano lasciato suonare senza mandarmi a quel paese mi sembrò un successo straordinario.

30 anni dal tuo primo singolo, Jenny/Silvia e dal tuo primo album Ma cosa vuoi che sia una canzone. Anche allora nell’album convivevano diverse anime: la nostra relazione tema sulla coppia, Jenny quello sociale e Ambarabacciccicoccò addirittura politico.
A parte ambarabacciciccoccò… le mie canzoni sono sempre state di carattere sociale più che politico… le due anime, il tema della coppia e il tema sociale, convivono sempre… parlo di quello che vedo e di quello che sento. Di me, delle mie rabbie e delle mie delusioni, cercando sempre di farlo con ironia. Spesso le mie sono delle provocazioni. Discorsi per assurdo, al limite o caricature che servono a far riflettere, a pensare e a tenere sveglie le coscienze. Compresa la mia.

E che peso ha la musica nella tua vita?
L'unico senso che ho cercato e trovato è nella musica.

Inizia dunque un'altra emozione.
Inutile dire che noi ci saremo.
[aNDy cAPp]

Biglietti

martedì, 05 febbraio 2008

I pazzi 22 mesi dei tre cilici
Categoria:saggezza, scritto da altri


Gian Antonio Stella, oggi sul Corriere della Sera.
Niente da aggiungere e sorriso amaro accompagnato da lacrima di rabbia man mano che ci si avvicina alla fine dell'articolo. [aNDy cAPp]

E chi se la scorda, questa legislatura dei tre cilici? Breve ma intensa. Penitenziale e insieme sadomaso. Ruotata tutta intorno a tre sofferenze. Il cilicio di Paola Binetti, il cilicio di Franco Turigliatto, il cilicio del popolo di sinistra. Tre cilici diversi. Portati con spirito diverso. Paola Binetti, psicologa vicina all'Opus Dei, convinta che l'omosessualità sia «una malattia da curare», sarà ricordata soprattutto per la sua invocazione al cielo quel giorno in cui si apprestava a negare la fiducia al «suo» governo piuttosto che votare l'articolo che puniva chi «incita a commettere o commette atti di discriminazione» fondati su religione o tendenze sessuali: «Mi auguro solo che lo Spirito Santo scenda su quest'aula perché non so proprio se, alla fine, potrò votare il decreto». Votò contro. Decisa a sopportare fino in fondo le ironie dei compagni della maggioranza intorno a un paio di interviste in cui aveva confidato di dormire su una tavola di legno e di portare appunto il cilicio: «La vita di ognuno di noi è esposta a prove e difficoltà e ci vuole un certo "allenamento". Le privazioni, lo spirito di mortificazione, un domani mi aiutano ad affrontare cose più grandi».

E fa male? «Non più che portare il busto come facevano le donne in altri tempi. O girare in inverno con l'ombelico di fuori». Sempre meglio, aveva precisato successivamente, «che i tacchi a spillo». «Il sadomasochismo è un modo di godere. Purché ci sia libera scelta», commentò feroce Franco Grillini, storico leader gay e deputato della stessa Unione. E mai come in quel momento, in un Paese come il nostro che vede atei devoti come Marcello Pera corteggiare il Papa e cristiani ricchi di fede come Oscar Luigi Scalfaro battagliare in difesa della laicità, si è visto quanto fosse assurdo tenere insieme tutte le anime di un centrosinistra che per anni, all'opposizione, s'era illuso che per fare squadra bastasse l'antiberlusconismo. Come se questo potesse tenere insieme un teorico delle liberalizzazioni come Pierluigi Bersani e un no-global come Francesco Caruso, capace di portare alla Camera due finte molotov e marchiare Tiziano Treu e il povero Marco Biagi come «assassini».

Il cilicio di Franco Turigliatto era un cilicio autoflagellatorio sul genere di quello di Mara «d'Arco» Malavenda, la pulzella rossa di Pomigliano, che per il senso di colpa di chiamarsi Assunta tra i disoccupati aveva cambiato nome e nella legislatura ulivista scaricava in Parlamento decine di migliaia di emendamenti tesi a intralciare il governo della sinistra «borghese» traditrice del proletariato. Affetto da sensi di colpa operaisti dolorosi come una colica addominale e più cupo di un vedovo in lutto stretto, Turigliatto fu il primo ad abbattere Prodi, sparandogli contro sulla missione di pace in Afghanistan. E spiegò tra i sospiri a Jacopo Jacoboni de La Stampa che lui non poteva porsi il problema della precarietà del governo: «Non ho mai avuto uno stipendio regolare, io. La pensione non l'avrò neanche, credo; quella vita senza certezze la conosco bene perché l'ho vissuta su di me». Al che, perfida, arrivò una lettera del rifondarolo Rocco Papandrea che spiegava come il compagno, dopo aver lavorato al Comune di Torino «con un contratto dirigenziale», fosse stato sistemato in Regione fin dal '99: «Fui io ad assumerlo e firmare il contratto...». Espulso dal partito, sospirò. Durissimo, purissimo, levissimo.Come nel '98 lo erano stati i trotzkisti di Livio Maitan: «Oooh! Erano decenni che aspettavo di abbattere un governo borghese!».

Il terzo cilicio l'ha portato per due anni, patendo e sanguinando a ogni stazione del calvario, dalle spaccature sulla base di Vicenza a quelle sui Dico, il popolo ulivista. Quello che aveva riempito il Circo Massimo con Cofferati ed era andato entusiasta a votare alle primarie per Prodi e per anni aveva sognato «un grande governo» come quello promesso dal Professore per ritrovarsi con una maggioranza scheletrica e un governo grasso. Di cotica pesante. Così obeso, con quei 102 ministri e viceministri e sottosegretari, da imbarcare panchinari della politica provinciale come il mitico Pietro Colonnella, che si vantava sul sito governativo d'essere stato protagonista, come presidente della Provincia ascolana, dell'«apertura del Traforo di Forca Canapine» e dell'avvio dei lavori per il «polo scolastico del Pennile di Sotto».

Come dimenticarle, certe istantanee? Fausto Bertinotti che, eletto presidente della Camera, solca il Transatlantico tra un'ala di commessi come non avesse fatto altro in vita sua e si installa dedicando la vittoria «alle opevaie e agli opevai». E poi lo schiamazzo a Montecitorio di Elisabetta Gardini, che esce stravolta dai bagni femminili, dopo averci incrociato la deputata transgender Vladimir Luxuria manco se l'avesse palpeggiata un maniaco: «Sono entrata, l'ho visto e l'ho vissuta come una violenza, una violenza "sessuale", mi sono proprio sentita male». Per non dire di Clemente Mastella, che appena conquista la poltrona di ministro della Giustizia («Vedrete», confida Prodi ai cronisti, «Sarà una sorpreeesa! ») prende di petto la catastrofe di dieci milioni di processi arretrati spostando la sede della scuola superiore per la magistratura da Catanzaro alla «sua» Benevento. Nobili motivi: «Avere la presenza di 2500 magistrati ogni settimana significa persone che vengono qua. Alloggeranno negli alberghi della città, mangeranno nei ristoranti della città, andranno a cena... Un indotto interessante... Qualcuno comprerà un vestito, comprerà una camicia, comprerà un prodotto dell'artigianato locale...».

E come scordare Sergio De Gregorio? Neanche il tempo d'essere eletto tra gli anti- berlusconiani diepietristi e, in cambio della poltrona di presidente della Commissione Difesa, diventa un berlusconiano di ferro e mette a disposizione del nuovo capo il suo micropartito, «Italiani nel Mondo», nato dal commercialista cambiando la ragione sociale di un grossista di ombrelli e pellami.

E Luigi Pallaro? El hombre de la pampa, arrivato direttamente dall'Argentina, si presenta con un misterioso paso doble: non è di destra, non è di sinistra, che farà? «Non butterò mai giù io un governo». E il giorno della mancata spallata sulla politica estera mantiene la promessa. Regalando a Francesco Storace l'opportunità di una battuta: «Du' ggiorni perzi a parla' der monno e bbastava chiede' a Pallaro: 'a Palla', che voti?». E resterà la legislatura di Vincenzo Visco, accusato d'essere un «Vampiro delle tasse» e di avere rimosso il generale Roberto Speciale non perché si faceva portare sulle Dolomiti i branzini appena pescati ma perché insisteva a volere indagare sul caso Unipol. E quella delle polemiche sui costi e i privilegi della politica, polemiche ereditate dal passato ma ravvivate da episodi come quello di Gustavo Selva che, per aggirare il traffico bloccato e raggiungere La 7 per una comparsata, al posto di un taxi prese un'ambulanza. E quella delle risse volgarissime su Rita Levi Montalcini e gli altri senatori a vita, bollati da maturi settantenni come «senatori pannoloni». Insomma, una legislatura tragica e ridicola, drammatica e insensata, di buone volontà e esasperanti furbizie, di virtuosi risparmi e sventurati sprechi. E chiusa così come si doveva chiudere. Con quello svenimento in diretta dell'ex mastelliano Stefano Cusumano, crollato su un fianco tra gli insulti e gli sputi come l'avesse fulminato Giove pluvio. Un colpo di teatro perfetto, per un teatrino.

sabato, 26 gennaio 2008

Così fan tutti
Categoria:filosofia, scritto da altri


La bizzarra filastrocca che segue
è stata gentilmente concessa a noantri dal mitico Caramella,
personaggio curioso che la notte si aggira
interpellando e studiando il genere umano per le strade di Trastevere.
La sua fotografia spietata del Paese
rende al meglio l'idea del periodo
che stiamo attraversando.
Provate a recitarla a voce alta.

[aNDy cAPp]

Liberi tutti
Liberi tutti,
perché così fan tutti!

Per quella casa con l'affaccio,
per ricoverarmi come faccio?

Per i rifiuti di Pianura
che t'inquina(n) la verdura,

se tutto è rincarato,
se ti punta il magistrato,
se ti hanno messo in mezzo,
mentre un altro t'offre un pezzo,
se ti hanno già arrestato
e non sei manco.... tesserato,

nello sfascio di un sistema,
la politica non trema!
E il concorso l'hai studiato,
ma non sei... raccomandato.

E pensi che per farcela da solo,
magari dovresti dare pure il...

ti chiedi: cos'è la libertà?
E poi chi vincerà?
Il Parlamento o la Questura?
La politica o la Magistratura?

E ascolti il ritornello
e ti bevi pure quello,
e non capisci un cazzo!
Tutti a dire: tu sei pazzo!?

L'autonomia va rispettata
o qui famo la frittata!

Il primario l'ho piazzato,
il fondo è già assegnato,
a quella Procura c'è un mio uomo
e lì... non chiederò perdono!

Ti ricatto?!
ma sei matto?
Io l'ho solo consigliato,
tutt'al più... raccomandato

e dal segretario al caporale,
tutti giù a raccomandare:
posti in bianco, posti in nero,

siamo tutti un Ministero,
va così nel mondo intero!
Perché farsi il sangue amaro?

Vai a votare,
non barare,
tutto si potrà aggiustare!

Ma che errore nel giudizio,
c'era solo un mezzo indizio
e l'inquisitore biricchino,
tanto per fare lo scherzetto,
chissà perché quella mattina,
s'è bevuto la sposina!

Al primo posto è la famiglia!
E tutti i voti se li piglia,
e il simbolo hai barrato,
già sei mezzo imparentato,
familismo l'han chiamato,
dimmi tu che nome strano,
chi ha più voti è Presidente,
giù
giù
giù
fino all'ultimo parente!
Tutti tutti sistemati,
tutti belli già piazzati!

Viene poi la sicurezza,
e per l'ultima...
... c'è sempre la mondezza!
... ma quella è una ricchezza!

intanto,

qualche targa alla memoria,
ricorda chi è morto senza gloria...
ai figli dicono: era un eroe!

Ma non è vero,

quello ha preso fuoco mentre andava a lavorare,
o venuto giù da un trave,
o gli è mancata l'aria dentro la stiva di una nave,

come quei due
che te li puoi immaginare a tarda sera,
guardare il porto di Marghera,
e anche senza raccomandazione,
sperare per i figli un futuro un po' migliore,

o almeno...
Un giorno... da leone!

sabato, 12 gennaio 2008

Gabriele
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


In questo fine settimana torna il campionato di calcio.
Due mesi fa moriva Gabriele Sandri, ucciso senza motivo dalla pistola di un poliziotto.
Questa intervista al fratello Cristiano è stata fatta da Tonino Cagnucci
e pubblicata dal quotidiano sportivo Il Romanista.
Vi invito a non perdere nemmeno una parola.

"La morte non è niente, io sono andato semplicemente nella stanza accanto. Io sono io, voi siete voi. Per voi, io sarò sempre ciò che sono stato. Datemi sempre il nome che mi avete dato, parlatemi come avete sempre fatto. Non usate un tono diverso, non assumete un’aria austera o triste. Continuate a ridere di ciò che ci ha fatto sempre ridere. Pregate, sorridete, pensate a me, che il mio nome sia pronunciato in casa come è sempre accaduto senza alcuna enfasi, senza una traccia d’ombra. Il senso della vita è sempre lo stesso. Il filo non si è interrotto. Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri semplicemente perché sono fuori dalla vostra vita? Io non sono lontano, sono solamente dall’altro lato della strada".

Dall'altro lato della strada c’è il negozio della famiglia Sandri. Il fratello Cristiano e il papà Giorgio raccontano di Gabriele e di un omicidio che nelle cronache è quasi dimenticato, confuso, più o meno strumentalizzato; che nelle aule giudiziarie deve ancora fare il suo corso e che non sia lungo, possibilmente corto. Tirano fuori quelle parole che dentro non finiscono mai. Non smettono. Insieme alle domande. Le risposte devono essere ancora date. Troppe. In ritardo. Inutili. Dovute. Si parla di Gabriele Sandri perché è giusto così, perché non si può dimenticare, perché glielo chiedi, perché altrimenti loro non lo farebbero tanto per farlo. Ovvio. Santo. C'è tanto silenzio e non c'è nemmeno sole alla Balduina ieri. Ieri è ancora come l'altro ieri. Dall’altra parte della strada Cristiano è diventato più grande dei suoi 33 anni, il papà entra un po' più tardi prima di chiudere il mondo fuori. Lì, dall’altro lato della strada. Prima di tutto c’è sempre quella carreggiata, poi la notizia e come è stata raccontata.

Cristiano Sandri quali sono le parole che ancora vanno dette.
«Voglio dire quello che avevo in testa i primi giorni dopo l'omicidio di mio fratello, far presente meglio tutto quel bailamme mediatico e la strumentalizzazione che hanno fatto della morte di Gabriele: hanno parlato di violenza nel calcio, di decreti, di scontri, hanno richiamato il caso Raciti ma Gabriele con tutto questo non c'entra niente. Hanno ucciso un ragazzo e hanno provato a nasconderlo. Già dall'inizio».

Per come è stata diffusa la notizia?
«Per quello, perché non hanno fermato il campionato, per quello che è stato sostenuto in una conferenza stampa talebana dal questore di Arezzo dove è stato impedito ai giornalisti di fare domande, per quello che si diceva ancora il giorno dopo in Parlamento: si sosteneva la tesi incredibile di un colpo sparato in aria, si prendeva tempo».

Perché?
«La discriminante è la divisa. Il fatto che ci fossero di mezzo le istituzioni in un delitto talmente grave, così grave, ha fatto sì di cercare fino alla fine di nasconderlo, di salvare il salvabile. Ma non c'era più niente da salvare. Hanno fatto emergere un'immagine distorta di quello che era accaduto, hanno parlato di terrorismo... una cosa simile è degna dei peggiori regimi dittatoriali. "Caso Sandri: arrestati i terroristi". In Italia è andata così, all'estero la BBC ha aperto: "Poliziotto uccide a sangue freddo un tifoso". Non è un titolo, né una forzatura, è stata la realtà».

Adesso, da tempo, se ne parla poco.
«Adesso c’è silenzio. Assordante. Eppure una notizia così andrebbe sviscerata da tutti i punti di vista, andava trattata dai vari Porta a porta e Matrix che, a parte l'immediatezza della notizia, a parte l'audience che facevano all'istante, non hanno detto più niente. Oblio».

Quanto voluto?
«O voluto o dettato dalla tirature di copie, dallo share. Ma com'è possibile che le armi si usino così? Come non parlarne? Come non sviscerare una notizia così grave? Così grande nella sua gravità? Io ho ringraziato personalmente il testimone che ha raccontato di aver visto quel signore mettersi in posizione per prendere la mira perché altrimenti ho paura che ancora oggi staremmo a parlare di colpi sparati in aria. Ho detto che il silenzio è assordante perché lo abbiamo ascoltato in prima persona, soprattutto qualche giorno fa».

Qualche giorno fa sono uscite delle perizie...
«Già, parliamo di perizie e di accertamenti tecnici: questo signore, questo agente, ha avuto la voglia di sparare. Per quanto riguarda la tesi della deviazione della pallottola, l'unica che potrà sostenere la difesa, gli accertamenti che sono stati depositati riguardano gli elementi chimici rinvenuti sul proiettile per vedere appunto se ha toccato qualche colpo estraneo prima di uccidere Gabriele. Dalla relazione del consulente del pubblico ministero, quindi non il nostro, emerge che non ci sono elementi che possano indicare l'impatto con un corpo diverso. Noi questa relazione l'avevamo in mano da venti giorni, ma ci dicevamo: "Ora se ne occuperà la stampa, adesso arriverà la televisione", invece se non fossimo stati noi a fornire un'indicazione del genere non se ne sarebbe parlato per quel po' che si è tornato a fare. Non se ne sarebbe parlato per niente».

Fa aumentare la rabbia?
«Sì, perché ti trovi impotente... Noi ci troviamo in difficoltà perché non vorremmo emergere come quelli che forniscono le informazioni alla stampa o che vanno per televisioni, però... Dopo due giorni avremmo potuto lanciare un'agenzia, ne abbiamo aspettati venti».

Il presidente Napolitano nel suo messaggio di fine anno non ha ricordato Gabriele, ve l'aspettavate?
«Il presidente Napolitano è stata la seconda persona dopo Veltroni a farsi vivo con noi, e si è fatto sentire veramente. Ci ha detto di essere rimasto sgomento per un evento del genere, ha parlato di gravità estrema. Il presidente non ha parlato di generica violenza negli stadi come hanno fatto certi media, cercando l'orribile equazione: è stato ucciso un poliziotto, poi un tifoso... »

Invece...
«Invece il calcio non c'entra niente. Che quei ragazzi andavano a vedere la Lazio a Milano si è saputo dopo. Chi ha sparato a 60 metri, con le auto che passavano, coi ragazzi che non avevano né sciarpe né bandiere, non sapeva fossero tifosi. E' stato un atto di volontà di uno scellerato, di un delinquente, come ha avuto modo di dire il procuratore capo di Arezzo, non io».

Ci sono sentimenti di rabbia nei confronti delle forze dell'ordine?
«Noi non vogliamo generalizzare, capiamo bene che non tutti gli ambienti sono uguali, che ogni categoria ha i suoi interpreti. Proprio per questo chi ha sbagliato deve pagare. Abbiamo avuto la visita del capo della polizia, il dottor Manganelli, che ha ammesso la responsabilità di quell'appartenente alle forze dell'ordine»

Avete amici poliziotti?
«Sì, ne abbiamo anche come amici di famiglia».

Come si sono posti?
«Con difficoltà , non si spiegavano, non si spiegano come sia potuto accadere una cosa simile, un gesto così sconsiderato: un'arma un poliziotto la deve usare perché è in pericolo la vita propria o quella degli altri. Basta».

Non sono state prese alcune misure cautelari nei confronti dell'agente Spaccarotella.
«Questo signore è a piede libero. Tutti quanti si sono sbrigati a dire, giustificando col ritornello "l'inquinamento della prova, reiterazione del reato, pericolo di fuga... non ci sono gli estremi per..." Beh... Per l'inquinamento della prova non è stato detto nulla sul fatto che la zona in cui ha sparato il poliziotto non è stata posta sotto sequestro, dei due colpi che sono stati sparati, caso strano, è stato rinvenuto soltanto il bossolo del proiettile che secondo loro è stato sparato in aria, e non quello che invece ha raggiunto mio fratello. Per quanto riguarda la reiterazione del reato... uno che prende un’arma e spara con questa facilità si può immaginare anche che un giorno esca di casa e dia una bastonata in testa a qualcuno. Ecco, facciamolo qui il parallelismo con il caso del povero Raciti dove il minore indagato è stato raggiunto dalla custodia cautelare. E non c'entrava. "La legge è uguale per tutti", c'è scritto sui banchi delle aule di giustizia. Dovrebbe. E dovrebbe far riflettere».

Il tempo che variabile è adesso?
«Noi confidiamo nella celerità del procedimento, a febbraio verranno depositate le ultime relazioni sugli accertamenti disposti dal pubblico ministero, e da lì a poco attendiamo che il pm concluda le indagini e richieda il rinvio a giudizio del poliziotto. Noi immaginiamo in primavera, inizio estate. Non vorremmo che questo silenzio, quest'annacquamento sia l’ombrello sulla notizia perché così quando si arriverà al verdetto magari la posizione dello Spaccarotella venga in qualche modo affievolita».

Quale verdetto sarebbe "affievolito"?
«Per il reato di cui si è macchiato questo individuo il codice penale prevede 21 anni di carcere. Non un giorno di meno».

Non un giorno di meno.
«Non cerco e non cerchiamo vendetta. Ma giustizia giusta. Ci aspettiamo questo giudizio, non un colpo di spugna, né operazioni di ortopedia giuridica per alleggerire la posizione dell'agente che comunque, a mio avviso, sarà molto difficile effettuare».

Spaccarotella, un giorno lo incontrereste?
«No, e io non lo voglio incontrare per il resto della mia vita».

Il perdono?
«In questo momento non ci sono proprio i presupposti per perdonare una persona che senza criterio ha avuto la voglia di ammazzare».

(Interviene il papà): «Una persona che qualche ora dopo aver commesso il fatto ha detto bugie e ha risposto al citofono a voi giornalisti: "Fatemi vivere tranquillo". Come si fa poche ore dopo quello che hai fatto a dire "fatemi vivere tranquillo". Come si fa?».

Tra le tante cose dette, invece quella più importante, quella più bella, più giusta?
«Ciò che ci ha detto Napolitano, il presidente della Repubblica: "Starò sempre al vostro fianco". E poi la gente. L'affetto della gente è più forte di ogni strategia comunicativa, più forte del silenzio. La vicenda ha colpito tutti quanti, perché tutti quanti hanno vissuto la possibilità di avere in quella macchina il proprio figlio, il proprio fratello, il proprio amico. Ci sosterranno anche in futuro per quello che sarà una vicenda che purtroppo durerà nel tempo dal punto di vista giudiziario. In questo, però, sono abbastanza tranquillo: ogni persona non si dimenticherà di questo fatto, ogni persona farà in modo di far trionfare la giustizia giusta. Perché è inaccettabile tutto. Gabriele Sandri dev'essere un momento di riflessione per tutta la società civile».

Quello che ha ferito di più?
(Interviene il papà):
«Quando il ministro Amato ha detto che se si prendevano due caffé all’autogrill non sarebbe successo».
«La gestione della notizia, non solo nell'immediato ma due-tre giorni dopo, il fatto che ancora adesso tutti i responsabili siano a loro posto. Magari al poliziotto hanno cambiato mansione per evitare di andare a sparare in giro, ma sta al suo posto; il questore di Arezzo che ci ha regalato quelle dichiarazioni mostruose che hanno ammazzato Gabriele una seconda volta, sta ancora lì, come se non fosse successo nulla. Non so se tutto questo sia stato voluto per non far esplodere la situazione, alzato un polverone apposta: la menzogna dei colpi in area, il no-stop al campionato quando il fatto è avvenuto alle 9.18 e c'era tutto il tempo. Tutto il tempo perché si scatenasse quello che è capitato».

Si è lasciato scatenare?
«Sì, per spostare l'attenzione lontano da quello che è successo. Tutti sapevano nessuno ha fatto nulla, tutti sapevano, nessuno ci ha detto niente. Gabriele aveva i documenti con sé, sapevano chi era, dove abitava e non ci hanno nemmeno chiamato».

Come l'avete saputo?
«A me ha chiamato un amico-collega avvisato da un altro ragazzo, era attorno a mezzogiorno. Dopo mille chiamate per rintracciare il numero di casa (avevo il cellulare spento perché scarico quel giorno) mi ha detto: "Vai ad Arezzo", ma non perché. Mi ha detto: "Però fatti accompagnare", e lì ho capito che era successo qualcosa di brutto. Poi ho chiamato un altro amico per farmi accompagnare ed è lui che mi ha raccontato: "Hai sentito quello che è successo ad Arezzo? E' stato ucciso un tifoso della Lazio". Mentre andavo, la radio mi ha detto nome e cognome. Mio fratello».

"Mio fratello". Gabriele Sandri, un ragazzo ucciso nella sua auto mentre andava a vedere la Lazio. "Mio fratello". Cristiano Sandri è un tifoso?
«Da 33 anni, sono nato nel '74, sono della Lazio. Mio padre è tifoso della Lazio, è lui che mi ha portato a vederla quand'ero piccolissimo. Me lo ricordo, era lo stadio di Pisa, una partita di Coppa Italia, avrò avuto sì e no 5 anni . Era sera, c’erano le luci. Più che altro ho immagini di quello stadio. Sono stato abbonato in curva dai miei 16 anni anni fino a i 30, poi, così come va per molti altri che hanno vissuto lo stadio, gli amici si sono spostati in tribuna e con loro anch'io. Mio fratello invece continuava ad andare »

Sei più tornato allo stadio?
«No, da quel giorno no».

Hai intenzione di farlo?
«Sì, perché ho quasi l’impressione che tornandoci fisicamente ci posso riportare anche mio fratello. Certo, quando mi sentirò di affrontare questo... A parte vedere una Curva, la Curva Nord intitolata a Gabriele Sandri fa... Fa.».

A Badia al Pino sei più tornato?
«Quando abbiamo fatto i sopralluoghi per le perizie, ho visto non proprio il punto, ma dove hanno messo le sciarpe: i colori di tutte le squadre».

Per certi versi veramente un monumento, non solo simbolico. La morte di Gabriele potrebbe...
«Ho sentito tanti amici, tifosi della Lazio, tifosi della Roma, la morte di Gabriele ha dato una nuova consapevolezza di valori in tanti. La consapevolezza del valore della vita che mai può essere messo in discussione, né a rischio».

La morte di Gabriele può far cambiare in meglio le cose del calcio e quindi anche quelle della vita?
«Sì, è giusto parlare di sacrificio per mio fratello. Dalla sua morte non ho più sentito parlare di episodi di violenza negli stadi. Si deve parlare di sacrificio perché Gabriele possa venir preso sempre a simbolo per situazioni positive, in tutte, non solo nel calcio. Per questo ogni situazione a lui legata dovrà essere ricordata per l'alto valore della vita che rappresenta. Ogni iniziativa fatta sarà in tal senso: il valore stesso della vita».

Per il prossimo derby s'era parlato di fare qualcosa, avete pensate voi a qualcosa?
«Sì, il prossimo derby potrebbe essere un'occasione importante per dimostrare una presa di coscienza di tutti i tifosi, nella circostanza della Roma e della Lazio, ma non solo loro. Purtroppo quando si parla di tifosi lo si fa come ci si riferisse a una categoria di sottosviluppati e non di cittadini, di essere pensanti. Non so se io... sarebbe un'occasione importante. L'ultimo derby l'ho visto proprio con Gabriele ... Potrebbe essere un'occasione anche per me».

(Interviene il padre): «Io vorrei andare in Curva Sud. Come facevi un tempo con gli amici, a giocare a scopetta prima. Io vorrei andare a vedere il derby in Curva Sud».

Tuo fratello lo definiresti un ultrà?
«Anche io, e non solo mio fratello, mi posso definire un ultras, anche mio padre si può definire un ultras, anche tu se lo sei per la Roma. La parola ultras è sentita solo con un'accezione negativa e invece non è così: è il modo più bello di seguire la squadra del cuore ovunque essa giochi, fattivamente, incitandola. Creando quelle amicizie che sono poi la cosa più bella nel seguire questa passone. La goliardia, i sorrisi, i viaggi, la spensieratezza con cui si va allo stadio, oltre che per vedere la partita della squadra del cuore, per lo stare con gli altri, con gli amici e con chi non conosci ma che abbraccerai. Per viaggiare, una giornata insieme, a pranzo come sarebbe capitato a Gabriele se non fosse stato fermato prima... Di andare a vivere. Ad essere così vitali come accade. E la Curva secondo me è una delle massime espressioni nel calcio, il sentimento più alto».

I gruppi ultras della Roma hanno "scioperato" anche perché Gabriele Sandri il sistema se lo era dimenticato...
«Il fatto che si muovano i tifosi o solo qualche giornalista sportivo deve far pensare. Loro, o chi nello stadio è rimasto in silenzio, chi nel mondo ha ricordato Gabriele, sono gli unici che hanno individuato il nocciolo del problema, ed è stato sicuramente un modo civile. Si parla sempre e solo in negativo dei tifosi, degli ultras, poi quando fanno iniziative, o vengono dimenticate o strumentalizzate per coglierci il lato che non va bene».

Una volta si cantava 10-100-1000 Paparelli, adesso si cantano i cori per Gabriele Sandri.
«Ecco che significa Gabriele. E' un'evoluzione culturale che dovrebbe parlare a molti, che aiuta a far capire certi fenomeni, perché per me quello della violenza negli stadi può essere risolto. La presa di posizione dei tifosi è importante, i tifosi sono persone che hanno una loro intelligenza, che non si fanno condizionare, che non mandano il cervello all’ammasso, ma che vengono dipinti come massa indistinta».

Perché?
«Una forma di controllo. Quando vieni toccato da un fatto del genere pensi a tutto quanto, ti poni tante domande e cerchi di capire per quale motivo si voglia responsabilizzare oltremodo il mondo del calcio e dei tifosi su questioni che dovrebbero essere affrontate diversamente dalla società e dalle istituzioni, e non unicamente con la repressione, con il pugno duro. Dove c'è la repressione c'è la reazione, guarda i rapporti tra padre e figlio: non puoi pensare a punire se non pensi prima di approfondire il rapporto e i suoi motivi».

Se un giorno avessi dei figli...
«Li manderei in curva. Io mi ricordo quando andavo in curva quattro ore prima, l'emozione che mi dava il fatto di poter cantare per la mia squadra, poterla sostenere. È una cosa bellissima perché ti senti partecipe di una comunità autentica, semplice ma forte. Forse veramente lo stadio, e la curva in particolare, è l'unico posto in cui certi ostacoli, certe barriere cadono, il posto più trasversale che ci sia: nessuna differenza di ceto, di istruzione, di professione, di religione. Proprio per questo, visto il modo così genuino e del tutto spontaneo di vivere il calcio e in definitiva la vita, io posso dire che se avrò dei figli sicuramente li manderò in curva. Sempre se lo vorranno».

Sempre laziali eh?
«Po' esse solo quello».

Quello che conta è un altro. E' quel nome, Gabriele Sandri, e quel monumento di sciarpe all'autogrill di Badia al Pino...
«Una Fondazione. Stiamo studiando e lavorando per far nascere una Fondazione. A breve ci incontreremo col sindaco e col suo staff per poter organizzare una situazione effettiva e concreta, una Fondazione perché il nome di Gabriele possa essere associato a iniziative benefiche e di costruzione sociale, che comunque possano portare a qualcosa del positivo, possano aiutare chi ne ha bisogno. Si tratta di un'iniziativa impegnativa che dovrà essere strutturata in modo minuzioso e valido».

A Gabriele come piacerebbe essere ricordato?
- «Gabriele era il prototipo del ragazzo gioioso, che guardava alla vita unicamente dal lato positivo, quindi sicuramente con un sorriso. Vorrebbe essere ricordato col sorriso che lo contraddistingueva. E questo, come famiglia, cerchiamo di riproporcelo sempre, ogni volta. E come puoi immaginare non è facile. Perché la sua mancanza è talmente tanto grande e profonda che a volte sorridere fa tanto male».

Ti è capitato di sognarlo?
«Ancora no, un sogno così bello ancora non sono riuscito a farlo».

Non riesco ad aggiungere altro. Provo solo un profondo rispetto
e la voglia di dire grazie a Cristiano Sandri per le sue parole così vere.
Gabriele sarebbe orgoglioso di un fratello così.
[aNDy cAPp]

domenica, 18 novembre 2007

''Sei stato tu con il tuo sasso''
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


di Dario Stefano Dell'Aquila
(da Il Manifesto del 15 novembre)

[...] Nonostante l'attualità del tema, quello dell'uso delle armi da parte delle forze dell'ordine rimane ancora un tabù. Tanto è vero che non si dispone nemmeno di dati ufficiali su cui provare a ragionare.


Nel 1986 Luca Rossi, studente milanese, viene ucciso da un colpo di pistola partito, accidentalmente, dalla pistola di un agente della Digos. Gli amici di Luca Rossi fondano un centro di iniziativa politica provando a ragionare sul loro dolore. Si interrogano su quanti siano i morti e i feriti per mano delle forze dell'ordine dalla introduzione della legge Reale, la norma approvata nel 1975 che ha aumentato i poteri delle forze di polizia. Dai loro dati, che arrivano al 1989, basati sulle notizie di stampa, emerge che tra i morti (254) e i feriti (371) si arriva al numero di 625 persone.

Pubblicano questi dati in un libro dal titolo «625 Libro bianco sulla Legge Reale - Ricerca sui casi di uccisione e ferimento da legge Reale». E chiamano a discuterne alcuni intellettuali tra cui Franco Fortini. Purtroppo, il loro lavoro si è fermato ad alcuni anni fa. Visto che dati recenti non c'erano, abbiamo deciso di produrli noi, con un criterio ancora più selettivo. Abbiamo esaminato solo i casi avvenuti durante un controllo o un fermo di polizia, non abbiamo preso in esame cioè né i casi di conflitto a fuoco con altre persone armate né il caso di Carlo Giuliani. Dal 1998 ad oggi, emerge che sono almeno 18 le persone uccise da un colpo di pistola esploso accidentalmente. A questi casi, si potrebbero aggiungere altri 3 episodi, in cui la vittima è stata soffocata (2) o si è gettata dalla finestra (1). Caratteristica comune di questi casi è che la versione ufficiale ha sempre un avverbio, un accidentalmente, alla base della ricostruzione ufficiale.

[...] Solo quest'anno sono tre gli episodi. Il 4 luglio 2007 Susanna Venturini, 51 anni, incensurata, madre di tre figli, muore in un'area di servizio nel veronese. Scoperta durante un tentativo di estorsione fugge e viene uccisa, in auto, dal colpo di pistola di un carabiniere. L'otto settembre è la volta di una donna rumena, in fuga dopo aver rubato 300 euro ad un supermercato di Ivrea. L'auto su cui viaggia non si ferma all'alt dei carabinieri. Il ventotto ottobre a Somma Vesuviana, nel napoletano, muore Pasquale Guadagno, 20 anni. Viaggia su un'auto che non si ferma all'alt dei carabinieri. Dopo un lungo inseguimento, viene ucciso da un colpo esploso da una pistola. Nel 2006 un cittadino nomade di 51 anni, Giuseppe Laforè, viene ucciso dopo un inseguimento dei carabinieri, a Piasco, sulla strada tra Saluzzo e Cuneo. La vittima, accanto al guidatore, viaggiava su una vettura che, secondo una prima ricostruzione, non si sarebbe fermata a un posto di blocco, viene uccisa dal colpo di pistola partito accidentalmente.

Nel 2005, nel giro di tre mesi, muoiono due immigrati. A Milano un giovane tunisino, 26 anni, muore dopo che, durante una colluttazione, è colpito da un colpo di pistola accidentalmente partito dalla pistola di un agente della Guardia di Finanza. A Torino, cambiano nazionalità della vittima, a perdere la vita è un senegalese, e la divisa di chi ha sparato è quella di un agente di polizia. Rimane l'accidentalmente per l'omicidio avvenuto questa volta durante un normale controllo. Un immigrato nigeriano, a Torino, invece si getta da una finestra durante un controllo di polizia. Molto conosciuto il caso di Federico Aldrovandi che muore a Mantova durante un fermo. In questi due casi non vi è l'uso di armi da fuoco.

Molte di queste tragedie non hanno fatto notizia: sono state confinate nelle brevi di cronaca o nelle pagine dei quotidiani locali. È il caso, ad esempio, di Domenico Palumbo 30 anni, soffocato, il 31 ottobre 2004, durante un fermo effettuato da tre agenti di polizia penitenziaria di fronte la sede della loro scuola di polizia. Oppure come il caso di Gregorio Fichera che muore a diciotto anni, mentre, a Catania, è alla guida di un auto rubata. Il colpo di pistola è di un appuntato dei carabinieri. A Brescia, invece, Stefano Cabiddu muore mentre è sul bordo del fiume Mella in compagnia dei suoi fratelli. «Un doloroso incidente», lo definisce il procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini. È giugno 2003, quando ad Arzano vicino Napoli, Mohamed Kadiatou Cisse viene ucciso nell'abitazione della sorella. È a letto, soffre di una forte depressione. La famiglia ha chiamato il 118, ma arrivano i carabinieri. La sua morte si dimentica in due giorni, mentre i familiari ancora si battono per avere giustizia, o almeno la verità. A Gorizia Bostian Brecelj, di 30 anni, è ferito con un colpo di pistola alla testa sparato - accidentalmente, secondo la ricostruzione degli stessi carabinieri - durante una colluttazione avvenuta dopo un lungo inseguimento. Sempre dopo un lungo inseguimento, questa volta a Bari, trova la morte Michele Ditrani, 47 anni. Anche qui a sparare la pistola di un carabiniere. A Padova (2002) Nunzio Albanese, sospettato di far parte di una banda che ruba camion, viene ucciso in un'area di servizio, da una sventagliata di una mitraglietta il cui portatore, un carabiniere, scivola accidentalmente. Infine, ecco l'unico caso che ha avuto una certa attenzione dei media, prima di cadere nel dimenticatoio. Siamo a Napoli. È il 21 settembre 2000. Mario Castellano ha solo 17 anni e come tanti gira in motorino senza casco. Non si ferma all'alt dell'agente di polizia Tommaso Leone. Il poliziotto si volta e spara o, se preferite, inciampa e accidentalmente parte un colpo. Mario Castellano muore con un polmone bucato. Tommaso Leone viene condannato definitivamente (dopo che la Cassazione annulla il processo di secondo grado in cui era stato assolto), nel 2005, a dieci anni con l'accusa di omicidio volontario.

Nessuno di questi era un omicidio legato al calcio.
Di nessuno o quasi di questi morti ammazzati si è parlato.
Ma per come è andata la settimana che si è appena conclusa,
mi sembra che non si sia parlato troppo nemmeno di quello di Gabriele Sandri,
il neofascista con i sassi nelle tasche
Un altro, l'ennesimo, omicidio accidentale.
[aNDy cAPp]

sabato, 17 novembre 2007

Gli effetti speciali di una politica cieca [i grassetti sono nostri]
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


di Alessandro dal Lago
(da il Manifesto del 14 novembre)

Proviamo a separare i fatti di domenica dalle amenità fumogene dei soliti noti: la «guerra civile» di Calderoli, l'inevitabile solidarietà del pistolero Cossiga e la difesa a prescindere della polizia da parte di Casini. Che cosa resta? Banalmente, che un agente della stradale, scambiando una presunta rissa tra tifosi per una rapina, spara ad altezza d'uomo su un'automobile e uccide uno che non c'entra. Quello che è successo poi negli stadi era prevedibilissimo e il modo pasticciato con cui l'ineffabile Sgalla, già illustratosi al tempo della Diaz, il questore di Arezzo e autorità varie hanno cercato di gestire le conseguenze dimostra solo l'incapacità di comprendere il fenomeno ultrà e in generale la violenza giovanile.

Per cominciare, «errori» come quello di domenica dimostrano la scarsa attenzione dei corpi di polizia per la vita dei cittadini. Gli incidenti ai posti di blocco, i colpi in aria che uccidono i passanti e così via sono innumerevoli in Italia e la sciagurata legge Reale non ha fatto che legittimarli. Inoltre, tutti sanno che in questi casi o scatta l'impunità o comincia il depistaggio.

Qui non si tratta solo di mancanza di professionalità, ma di uno stile connaturato allo stato italiano, il quale non fa giudicare e punire mai i suoi uomini quando la fanno grossa. Tutti i dirigenti al tempo del G8 hanno fatto carriera, tranne quello che forse c'entrava di meno, cioè il questore di Genova, nonostante le violenze gratuite, la caccia grossa ai manifestanti pacifici, prove false, reticenze, testimonianze fasulle e così via siano state ampiamente dimostrate dalle indagini. Che la commissione d'inchiesta sui fatti di Genova non fosse voluta anche da gran parte dell'attuale maggioranza di governo, lo si sapeva. La polizia in Italia è intoccabile e vogliamo vedere se davvero questa volta si andrà fino in fondo, come non è successo con Carlo Giuliani, la morte di Raciti e innumerevoli casi minori.

Ma questo è solo un aspetto della questione.
Si direbbe che da anni si sostituisca la comprensione dei fatti con gli slogan a effetto e le definizioni giudiziarie a sensazione.

Ipotizzare il terrorismo per i fatti di Roma significa non avere più il senso delle proporzioni. Proprio come dare quattro anni di prigione al marocchino di Torino per un grammo di hashish. Esattamente come scatenare l'odio di massa per i rumeni, salvo poi rimangiarsi in parte un decreto che qualsiasi ente di diritto internazionale giudicherebbe lesivo dei diritti umani. Qui non vediamo alcuna differenza con la gestione della cosiddetta sicurezza da parte del governo Berlusconi. Voce grossa, deportazioni, decreti sull'onda dell'emozione e nessuna capacità di capire. E quindi le emergenze continueranno.

Se le autorità italiane praticassero un po' di quella «sociologia» che l'intelligentissimo ministro Amato tanto disprezza, saprebbero che il mondo delle curve ha visto emergere negli ultimi dieci anni una significativa novità: l'egemonia dei gruppuscoli di destra e la loro capacità di negoziare con le società di calcio i propri interessi e privilegi in termini di biglietti, visibilità e controllo degli stadi. Questo è il nodo, e non la generica disponibilità delle curve a menare le mani (che più o meno c'è sempre stata).

Colpendo il tifo in generale, proibendo le trasferte, trattando le sassaiole, gli scontri o le risse per atti di terrorismo, non si farà altro che rafforzare le avanguardie nere o comunque violente che forse non aspettano altro.

Se il ceto politico, compresa gran parte di quello ora al governo, crederà davvero ai propri slogan a effetto, invece di valutare esattamente le responsabilità, introdurre un po' di rispetto per la vita tra le forze dell'ordine e comprendere che i fenomeni sociali non si gestiscono per decreto, saranno guai.

(grazie a Emi per la segnalazione)