giovedì, 08 maggio 2008

Vado via.
Categoria:scritto da andrea, factory del dissenso


Ritorno a parlare della mia esperienza di vita lavorativa. Di me. Dopo il mio ultimo intervento, avevo deciso ch'era arrivato il momento di cambiare.
 
Cambio.

L'occasione non tarda ad arrivare.
Un imprenditore vicentino cerca un operaio per la sua ditta. Si tratta di fare scarpe da calcio artigianali. Roba seria. Roba da campioni del mondo. Da signorine del pallone. La cosa mi prende bene per vari motivi. Il lavoro su tutto. Essere assunto mi permetterebbe di iniziare a fare un lavoro artigianale, a costruire qualcosa di fisico, di vero, autentico. Poi è ovvio, l'idea di costruire le scarpe per tutti questi campioncini non mi dispiacerebbe affatto.
 
Il contatto è rapido. Una telefonata e sono già nell’ufficio del "padrone". Mi parla, scruta le mie mosse, le parole che escono contate dalla mia bocca. Non voglio sbilanciarmi. Non posso strafare. Ho lavorato in fabbrica quando avevo 18 anni. Oggi ne ho 38, qualche anno è passato ed i movimenti meccanici del mio fisico si saranno sicuramente arrugginiti dal tempo e dall'abitudine di un lavoro diverso.
 
Alla fine del colloquio mi dice che ha bisogno di me il prima possibile. Mi chiede di licenziarmi, ma io non posso. Sono in paternità facoltativa almeno fino alla fine del mese di aprile. "Però posso venire in prova". E' un ghigno strano il suo. Mi dice che ha bisogno di un operaio che impari il lavoro subito, ma su tutto che parli il dialetto vicentino perché è l’unica lingua con cui sa esprimersi.
 
"Il padrone" è incasinato, deve seguire le fiere, i clienti e non ha tempo di rimanere sempre in fabbrica a "fare tutto". Alla fine troviamo un accordo. Uso questo periodo di sosta come ambientamento, nel frattempo mi licenzio a partire da fine mese potendo sospendere la paternità facoltativa già concordata con l'INPS solo dal primo maggio.
Inizio.

Il lavoro mi piace fin da subito perché è fabbrica vera, perché fisicamente mi faccio il culo, perché ti arriva la pelle e dalla pelle, dopo vari e non semplici passaggi, tiri fuori le scarpe da calcio. Non pensavo. Ma praticamente è tutto lavoro dell'uomo. Le macchine aiutano a rifinire piccoli particolari. Ma è la mano dell'uomo, il suo cervello, le braccia, i muscoli e la vista che poi fanno la scarpa.
 
Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Per poi cucire. La cosa forse più difficile. Vista, velocità e precisione. Ma alla fine, da un innocuo pezzo di pelle trattato, sia esso di vitello o di canguro, ti ritrovi con le tue scarpe pronte all'uso. Belle non c'è che dire. Ma su tutto pronte per i campi più importanti, quelli inseguiti dalla pubblicità.
 
Con me lavorano due ragazze ghanesi. E poi un via vai di persone in continuo movimento, gente mandata a rompersi le mani dalle varie agenzie interinali della zona. Ma la fabbrica è piccola, e anche se le scarpe fanno il giro del mondo, non do molta importanza a questo continuo alternarsi del personale.
Sono felice.

Mi alzo alle 5:30 tutte le mattine per essere al lavoro alle 7:00. E poi via a fare scarpe fino alle sei di sera. Il terzo giorno faccio 20 paia scarpe all'ora. Il quarto 25. La quota è bassa. Mi rassicura il fatto che sono appena 4 giorni che lavoro in questa fabbrica di scarpe per "glorie deviate", ma su tutto mi rinfrancano le parole "del paron".
"Per imparare questo lavoro ci vogliono almeno 2 anni e mezzo".

Mi metto tranquillo ripetendomi che arriverò tranquillamente alle mie 40 paia di scarpe all'ora pretese.
 
Tranquillamente, appunto.
Tanto tranquillamente che il titolare mi chiama poco prima della fine della quarta giornata lavorativa, chiedendomi di seguirlo in ufficio. Ci mette poco. Dice di aver fatto quattro conti. E che io assunto a tempo indeterminato gli costo troppo. Gli conviene affidarsi alle agenzie. "Che tanto tramite le agenzie quando non ne hai più bisogno, la gente la lasci a casa in qualsiasi momento".
 
In qualsiasi momento.
Una persona la lasci a casa in qualsiasi momento. In qualsiasi momento puoi dargli un calcio nel culo e mandarla a cagare ché tanto il tuo lavoro è fatto.

Cala il silenzio.
Un silenzio sghembo, prodotto più che altro dalla mia volontà. Penso alle corse fatte per licenziarmi, pur essendo in paternità facoltativa e con alle spalle un lavoro sicuro, per quanto ne fossi stato snervato. Penso alla lettera di dimissioni scritta alla mia vecchia azienda. Penso alla fila fatta all'INPS, all'ufficio del personale del comune di residenza per la compilazione del foglio di licenziamento volontario. Penso alla strada. Penso alla mia famiglia. Ai miei figli. Penso al fallimento. Penso allo schifo. Penso alla mia ingenuità.
 
Licenziarmi senza aver avuto nulla di scritto in mano mi fa sentire coglione da non crederci. Penso ai soldi. Penso alla spesa, al mutuo della casa, alle bollette, alle assicurazioni, alla scuola, ai buoni pasto, penso alla mia figura di padre.
 
 
Lo guardo in faccia, dritto negli occhi.
E voglio che sia silenzio. Voglio guardare in faccia "il padrone". Voglio vedergli la bava marrone del caffè incrostata sulle parti più estreme delle labbra. Voglio capire se mi conviene partire con un destro per spappolargli la mascella, oppure lasciarlo solo con se stesso. Voglio che vi sia silenzio, dentro quel cesso. Voglio che si vergogni, almeno in quel momento. Almeno fino alla durata del silenzio. Voglio vederlo imbarazzato. Voglio vedergli il sudore nelle mani. Voglio vederlo mangiarsi le unghie incrostate dal mastice.
 
Voglio questo momento.

40 paia di scarpe all'ora. Chiodi, mastice, diluente, suole, colla. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. Tira la pelle, prendi la pelle, batti la pelle, inchioda. E poi tacchetti, prati, stadi. "vetrine". Calciatori. 1200 euro al mese, 10 ore di lavoro al giorno. Lo guardo ancora una volta, in un silenzio nauseante.
Vado via
.
 
[Ringrazio di nuovo Andrea. Le sue storie "dal basso" sono quelle che mi piacciono, sono quelle che voglio qui dentro, su questo palco da dove non si urla ma si racconta. Approfitto per ricordare a tutti che La Factory del Dissenso, in attesa delle annunciate novità grafiche e di impostazione, è aperta e pronta a raccogliere le testimonianze di tutti. (basta mandarle qui) Storie come questa di Andrea e come tutte le altre che abbiamo già pubblicato. Non serve saper scrivere: serve avere un punto di vista, una storia da raccontare, una vena che pulsa nel collo ma anche la forza e l'intelligenza di non strillare inutili e demagogici "vaffanculo" - ndSte]

giovedì, 03 aprile 2008

Professionisti del sociale.
Categoria:scritto da andrea, factory del dissenso


Lavoro da 14 anni in una Comunità per il recupero dei tossicodipendenti.

Da quando ho finito il "mio programma", mi è stata data la possibilità di entrare a far parte di una delle equipe che fino a poco tempo prima era stata "l'altra parte della barricata", e che con professionalità ed amore mi aveva aiutato a togliermi la "manca" da eroina,  ritrovando quella serenità persa da anni. O mai avuta.

Non che il passaggio "utente - operatore" sia stato immediato.
Giustamente, per un periodo di tempo, ho lavorato in una di quelle cooperative di facchinaggio che esistevano all'epoca [!!?]. Poi, grazie ai miei coglioni e alla scuola serale, sono diventato educatore professionale, e a dirla, 'sta parola, mi pare di riempirmi la bocca. Educatore professionale. Sentitela come suona! Va bene, passiamo oltre. In 14 anni c'ho messo l'anima, il corpo e la salute.

Sono sempre stato epilettico.
Una forma tosta di epilessia che, sicuro, in strada non ho fatto che peggiorare.

Colpa mia: me ne sono sempre assunto tutte le responsabilità, come per il resto. Un'epilessia, dicevo, che in gergo viene chiamata farmaco resistente. Significa che la malattia riesce a resistere alla forza snervante dei farmaci. O in altri termini, significa che la scienza e il mercato continuano a lanciare prodottini meravigliosi di cui questa mia "amichetta" sistematicamente se ne fotte. Come fare, mi chiederete?

I medici provano, sperimentano, usano il mio corpo come cavia per tutta una serie di verifiche farmacologiche. (il più delle volte proposte loro dai rappresentanti delle ditte farmacologiche) Le cose vanno anche bene, tanto che le crisi, negli anni, da 3-4 alla settimana diventano una, massimo due al mese. Fino a sparire per lunghi periodi, per poi fare capolino di tanto in tanto, come a dire "Guarda che ci sono. Sono ancora qua!".

    "E non lamentarti. Aspettale e affrontale come per fotterle."

Al lavoro tutti sanno.
Sopraggiunge la crisi, di cui non sono mai riuscito ad avvertire l'arrivo, cado a picco, mi si sistema disteso da una parte e non si fa che aspettare i cinque, sei minuti di convulsioni e i successivi 20 di perdita dei sensi. Collasso. Saluto alla vita. Morte apparente. Ma anche qui siamo fuori discorso. Parliamo di lavoro.

Aiutiamo i tossicodipendenti ad uscire da questa cazzo di storia.
Aiutiamo l'altro che in fondo l'altro siamo noi. Ma facciamo due conti che altrimenti ci perdiamo. Un tossicodipendente per entrare in comunità, passa per il Ser.t (servizio per le tossicodipendenze) e cioè le a.s.l. e quindi lo Stato, il quale dopo alcuni colloqui, e saggiata la volontà, inserisce il ragazzo in una qualche comunità del sociale privato.

Ancora un attimo di attenzione, perché questo è un discorso importante.
Inserire un ragazzo in comunità del sociale privato significa spendere a persona da parte dei Ser.t (e quindi dello stato), circa 50 euro al giorno. Dentro ci stanno vitto, alloggio, attività, interventi di qualche psicologo, educatori. Fate conto del problema dilaniante della droga, e vi ritroverete ad avere in mano un business. Volete un dato? L'azienda per cui lavoro, perché di azienda si tratta, è tra le più "grasse" del nord Italia e nel 2006 ha avuto un fatturato di 8 milioni di euro. Chiaro? 8 milioni di euro fatturati in un anno.

Ed è da questi 8 milioni di euro che parte la mia storia.
Se le regioni e quindi le a.s.l. non hanno soldi per far entrare i ragazzi in comunità, perché lo stato per problemi economici e questioni politiche taglia il "grosso" delle spese sociali, uno che ti fa delle crisi epilettiche, più che un dipendente diventa un peso. Una zavorra da eliminare, perché i costi vanno contenuti. Portati all'osso.

Nel frattempo le mie crisi iniziano nuovamente a battere duro.
Erano anni che non si manifestavano in questo modo. Due alla settimana. A volte tre. Molteplici e sconosciute le cause di una malattia per altro ancora così poco conosciuta. Ma l'azienda deve risparmiare, tagliare costi inutili, ed io inizio a diventare un peso.

Un dopo crisi è disarmante e faticoso. Non riesco a lavorare e devo per forza prendermi un paio di giorni di malattia. L'azienda inizia a storcere sempre più il naso. Vengo ricoverato in ospedale 14 giorni, mi viene sospesa la patente per 2 anni. (la patente viene sospesa automaticamente per 2 anni quando passi per 3 volte dal pronto soccorso con diagnosi di crisi epilettica) Nonostante ciò continuo a lavorare col massimo impegno, ma su tutto continuo ad avere la mia famiglia.

I miei figli non possono certo permettersi che papà loro non riesca a portare a casa il grano per mangiare, per farli andare a scuola, per dargli la possibilità di comprarsi qualche cazzo di sfizio. Chessò, un gioco della Play. Nonostante tutto la vita va avanti. Le spese ci sono.

Fino a quando mi chiamano in azienda per comunicarmi che dovrei almeno mettermi in malattia per tutti i 6 mesi a disposizione, che - dicono - "per lo meno paga l'INPS" (???). O licenziarmi, perché, detto schietto, sono di troppo. Che qui lo Stato paga sempre meno e se non produci ti tagliano dalla loro "agenda".

Il nostro è più che altro un lavoro emotivo, ed è ovvio che stare in mezzo ai ragazzi e caricarmi del peso delle loro storie - vista la malattia che m'è tornata indietro dura - non mi fa bene, per cui chiedo di essere inserito in un ufficio. Dalla mia ho un certificato medico e il fatto che so smanettare col Mac quanto col Pc. Che un buco per grazia ricevuta potrebbero anche trovarmelo, visti gli anni di lavoro prestati col massimo del sudore. Ma niente. Rifiuto di firmare un foglio su cui c'era scritto che nel giro di 2 mesi avrei tolto il disturbo. Viene anche usato un organo di stampa molto letto da queste parti per lamentare il fatto che uno che è stato tossicodipendente non può essere considerato professionista serio. E qui siamo al delirio: dirigenti di una Comunità per il recupero dei tossicodipendenti che, in un'intervista al giornale locale più letto, dicono candidamente che un ex tossicodipendente non potrà mai essere considerato professionista. Pazzesco.

Nel frattempo vengo inserito in una "sede" a fare niente, minacciato in continuazione di essere mandato a lavorare in una "filiale" a 60 km e 3 pullman (120 km e 6 pullman col ritorno) da casa mia.

Dimenticavo lo slogan che da sempre contraddistingue l'azienda: "professionisti del sociale".

Oggi sono in paternità facoltativa, in attesa di mandarli a cagare.
Fisicamente.
(continua l'adesione alla Factory del Dissenso da parte di lettori, commentatori, gente comune. Spero che la pazzesca storia di Andrea vi abbia interessati a dovere, come meriterebbe. Fanno specie testimonianze di questo genere in particolare in tempi di elezioni, in cui, faccioni e bellimbusti si propongono di rinnovare il Paese, dimostrando ogni giorno di più di aver capito poco delle reali emergenze. Personalmente ringrazio di cuore Andrea per aver avuto la forza e la dignità di renderci partecipe della sua storia personale. Il link al suo blog ce l'avete, qualora voleste seguirlo. Altrimenti ci si continuerà a leggere qui: non basta pensarlo, bisogna dirlo. - nd [Ste])