sabato, 17 maggio 2008
Novanta minuti più recupero
Categoria:pallone, scritto da andy capp
venerdì, 16 maggio 2008
Penso alla forza delle parole e all'ottusità di chi non vuole ascoltare.
Penso alla rabbia urlata per le strade e al roteare dei manganelli.
Penso alla paura di chi fugge e alla luce di un lampeggiante.
Penso al batticuore di chi si nasconde e agli insulti di chi osserva.
Penso alla precarietà della vita, dei sentimenti, del lavoro e dell'amore.
Penso a quella dei confini.
Penso a chi ci ha messo una vita a capire quello che voleva.
Penso a chi ancora non ha capito cosa vuole fare.
Penso a chi oggi non ha voce e a quelli che vorrebbero parlare per loro.
Penso alle promesse di chi ti vuole bene
e a quelle di chi non sa nemmeno chi sei.
Penso a quanto sarebbe semplice la vita se non ci fossero loro.
Penso a chi la vita l'ha dedicata a qualcosa e c'è riuscito.
Penso a quelli che non ce l'hanno fatta.
Penso a quei ragazzi di 17 anni che non sanno
nemmeno chi fossero i Clash.
Penso anche a tutti quei vecchi che non lo sanno.
Penso a quelli che ti segnano quando li incontri
e lo fanno con parole convincenti più di qualsiasi pugno.
Penso che la gente dovrebbe sapere che noi dei Clash siamo anti-fascisti,
contro la violenza, siamo anti-razzisti e per la creatività.
Noi siamo contro l'ignoranza.
Joe Strummer - Dicembre 1976
mercoledì, 14 maggio 2008
Adiacenze San Pietro, bilocale di nuova costruzione. Entrata indipendente, salotto con angolo cottura, camera, servizi, possibilità posto auto. Libero da ieri pomeriggio. Non è uno dei tanti annunci truffa - truffa se si pensa al fatto che una casa del genere oggi a Roma non si trova a meno di 350 mila euro - che ogni giorno vengono pubblicati negli annunci delle agenzie immobiliari, ma il rifugio di emergenza di un gruppo consistente di cittadini polacchi, che per vivere aveva scelto il sottopasso di via Gregorio VII, sì il sottopassaggetto del Rutelli/Guzzanti dell'Ottavo nano. E' solo un'altra delle tante storie di emarginazione a cui ormai abbiamo fatto talmente l'abitudine che il pensiero delle forze dell'ordine che hanno sgomberato la zona (dove da anni c'era questo insediamento) è andato al pericolo (!?) che avrebbero corso gli automobilisti in caso di incendio sotto al tunnel, dal momento che le uscite di sicurezza erano tutte bloccate. Ora, non vorrei discutere del fatto che in quel sottopassaggio non si è mai formato del traffico scorrevole (nel senso che non ci sono mai macchine, quindi si tratta di una struttura inutile), ma della normalità con cui si accetta che delle persone vivano in quel degrado.
Oggi non ci scandalizziamo più di niente, siamo sostanzialmente assuefatti alla realtà distorta della nuova toponomastica sociale cittadina e ognuno occupa il posto che gli compete. Così i polacchi vivono sotto i ponti, sono ubriachi dalla mattina alla sera e al massimo puliscono qualche faro ai semafori di piazza dei Cinquecento. No, i polacchi di una volta, quelli con due lauree che ti lavavano il vetro non ce li mandano proprio più. I rumeni sono cattivi però sono dei grandi lavoratori, sanno fare tutto. E vivono lungo gli argini del fiume, così non li vediamo. Le rumene però non sanno stirare, meglio se fanno le puttane. I bangladesi rompono il cazzo ai self service e vendono le rose a Trastevere, però di giorno non si incontrano mai, così come i filippini, che sono bravi proprio a fare le faccende domestiche nelle belle e grandi case della Camilluccia. I cinesi non si sopportano, abitano in centro, sono pieni di soldi, fanno lavorare solo altri cinesi e non parlano la lingua, mentre le ucraine sono proprio le migliori. Si alzano prestissimo perché Guidonia è un po' lontana dalla città, però sono sempre puntuali. Camminano piano piano tenendo i vecchi sotto braccio, veramente ammirevoli. Gli zingari? Quelli hanno rotto il cazzo, vogliono solo rubare e puzzano. E' vero. L'Italia offre troppe opportunità a tutti. Meglio stringere un po' i distributori del benessere sociale. Così tutti saremo più sicuri.
martedì, 13 maggio 2008
La giornata di Roberto non è molto diversa da quella di Adrian. Il primo, 27 anni italiano, una casa in affitto a Pietralata con la mamma invalida all'80%, un impiego come carpentiere in una ditta edile di piccole dimensioni e un SH 125 con qualche anno, parecchi chilometri ma una marmitta nuova di zecca. Il secondo, 23 anni kossovaro, una brandina dentro a una baracca in un insediamento lungo l'Aniene, una sorella in giro per l'Europa forse a Londra, forse in Germania, un pacchetto di Diana nel giubbotto di jeans e un paio di scarpe di gomma comprate al mercato a 18 euro. Roberto si alza alle 7 e in venti-venticinque minuti di solito riesce a raggiungere il cantiere dove lavora; per Adrian la giornata inizia un po' prima delle 7 invece perché sulla via Flaminia bisogna essere in prima fila ad aspettare che qualche caporale ti rastrelli. A Roma di questi tempi non manca il lavoro nei cantieri; poche settimane fa è stato approvato un nuovo Piano regolatore e intorno alla città ne sta nascendo un'altra ancora più grande. Tra Roberto e Adrian non c'è molta differenza: né il primo né il secondo ha una mansione particolare, nessuno dei due è un operaio specializzato perché non ha mai ricevuto una formazione, né l'uno né l'altro ha un contratto. Ecco il dato nuovo emerso da un controllo della Guardia di Finanza di Roma proprio nel contrasto al lavoro nero. Martedì scorso nella Capitale sono stati setacciati 80 cantieri e 37 di questi sono risultati irregolari. Tra i lavoratori impiegati, ben 127 risultano irregolari di cui 110 senza alcun tipo di contratto. Tra questi - tra quelli senza uno straccio di contratto - ben 85 sono italiani, 12 i rumeni, il restante di altre nazionalità. Gli sfruttati oggi non hanno più differenze all'origine e la loro pelle è tutta dello stesso colore.
Roberto e Adrian oggi sono più uniti di quanto non lo fossero qualche anno fa; uniti nel loro essere sfruttati. Gli parlavano di globalizzazione e di nuove opportunità, che tuttavia non sono mai arrivate. A discapito invece di un netto peggioramento delle condizioni di lavoro. La rincorsa alla produttività e la concorrenza senza regole hanno stravolto il mercato e gli stessi rapporti tra lavoratori italiani e immigrati, messi gli uni contro gli altri. Forse è il momento di smetterla con il ritornello dello "straniero che frega il posto di lavoro". Nei fatti esiste solo una classe dominante che ruba pezzi di vita, uno Stato che sanziona solamente chi manda i lavoratori a morire - senza contratto, formazione e sicurezza - e che invece scaccia quei clandestini che non hanno nemmeno il diritto di esistere. Roberto oggi ha capito di avere un nuovo compagno di lotta. Quell'Adrian che gli era sempre stato indicato come il nemico da combattere.
[Questo post ha sancito l'esordio di noantri su Giornalettismo.
Ogni venerdì cureremo per quella brava gente
una rubrica settimanale meravigliosamente intitolata
Ragazzi di vita]
venerdì, 09 maggio 2008
Può succedere è vero, può succedere a tutti. E la regola che se uno si fa gli affari propri può starsene tranquillo non vale sempre, forse non vale più. Perché a me è successo, quello che è successo a Nicola a Verona. Sono passati dieci anni tondi tondi e forse solo oggi, dopo Nicola, dopo Renato, dopo Dax, ripenso a quei momenti in maniera differente. Sono stato fortunato, anzia siamo stati fortunati, io e i miei amici, aggrediti e picchiati senza motivo da una banda di balordi, di naziskin, di ragazzi come lo eravamo noi all'epoca. Li rivedo oggi nelle facce di quei cinque infami che hanno tolto la vita a un'altra persona senza un motivo, li rivedo nei loro occhi spenti, in quelle acconciature anonime, nei vestiti e negli atteggiamenti violenti, da prepotenti, li rivedo nelle lacrime dei loro "non volevo", nelle loro giustificazioni. Li rivedo, ma non riesco a ricordarli, forse li ho rimossi per paura o per indignazione, non lo so. Forse quella notte ho capito definitivamente di essere molto diverso da loro. No, quelli non erano ragazzi come me. E non chiamatelo disagio o devianza, il disagio di chi va in giro a spaccare teste senza motivo non mi interessa; forse un mondo migliore per loro non l'ho mai voluto, anzi li farei vivere volentieri nell'inferno di teschi e svastiche che tanto amano.
E' ottobre, l'una di notte o poco più di un giovedì. Noi siamo cinque, c'è Luca, Cecco, Paoletto, Nino. E ci sono io. Veniamo da una serata anonima, rincorrevamo all'epoca il sogno di un progetto internet di cui poi non si fece nulla. Se avessi saputo che un giorno avrei scritto qui, mi sarei risparmiato parecchie incazzature. Prima di rincasare si decide per un cornetto dal solito cornettaro, quello che fa un cioccolato bianco e una crema senza paragoni. L'appuntamento è davanti alla serranda; chi si muove in macchina, chi prende il motorino. In dieci minuti siamo tutti di nuovo lì, facciamo la nostra scelta e ci mettiamo tranquilli sul marciapiede. D'improvviso il silenzio della notte è interrotto da alcuni cori piuttosto violenti. Dal pub vicino, frequentato da alcuni gruppi ultrà della curva sud vicini ad ambienti dell'estrema destra, esce un gruppo piuttosto consistente. Quei dieci, dodici ragazzi, avevano sicuramente alzato il gomito, ma si mettono in macchina e partono sgommando. Il tempo di percorrere pochi metri e succede l'imprevisto: una Fiat arriva dalla strada e gli fa cenno di passare facendo i fari per accostarsi davanti al cornettaro, proprio dove siamo noi. I nazi escono fuori di testa: scende il primo, polo Fred Perry nera con le righine gialle e capelli rasati sui lati e ossigenati sulla testa. La violenza con cui urla in faccia al conducente della macchina appena fermata è fuori controllo, del tutto ingiustificata. Si avvicinano un altro paio di pelati, uno pesa almeno cento chili. La tensione sale, noi siamo fermi a sei metri di distanza e smettiamo di mangiare i cornetti.
All'improvviso il conducente fa quello che non deve fare: un passo indietro, tira fuori un tesserino e con voce minacciosa tuona: "Ok, basta, sono della Polizia". Il gruppo, per niente intimorito, passa all'azione. Dalle macchine scendono tutti e si fiondano con violenza inaudita addosso ai due (era sceso anche l'altro) e cominciano a pestarli. Il poliziotto e l'amico in pochi istanti cadono in terra e sono costretti a subire una scarica di calci incredibile. La scena dura trenta secondi, noi siamo pietrificati. E anche noi facciamo quello che non dobbiamo fare (non lo so): "Ragazzi basta, così li ammazzate". A quel punto pensi che un gruppo di esaltati che ha appena massacrato una guardia e un'altra persona davanti a dei testimoni se la squagli, invece la reazione è un'altra: "Mò ce stanno pure per voi". Si passa dalle parole ai fatti in un attimo, io e Luca indietreggiamo, ma Cecco e Paolo sono già in terra: il primo svenuto perché colpito con un casco sulla testa, il secondo accerchiato da tre e preso a calci. Nino, minacciato con una catena viene bloccato e derubato dell'orologio, io mi avvicino al motorino - così per istinto - e mi ritrovo addosso l'energumeno da cento chili. Mi molla un destro in faccia che mi fa barcollare, Luca mi prende per un braccio e mi dice di scappare. Comincio a correre verso il nulla e penso che manca poco e tutto sarà finito. Mi giro e ne ho due dietro che mi rincorrono. Mi butto in mezzo alla strada nella speranza che passi qualcuno e intanto penso: "Ma perché ci picchiano?".
Un urlo interrompe quegli attimi infiniti: "Regà le guardie, via via!". Se ne vanno sgommando, così come tutto era cominciato. E' finita. Ho un occhio nero, Luca mi bacia in testa, Nino non lo vedo più, Paolo e Cecco sono a terra, uno ha perso i sensi. Tremo dalla paura. Non mi capacito del fatto che con quei tipi la domenica prima probabilmente ero gomito a gomito a tifare per la Roma. Sento le sirene, è la Polizia, e anche l'ambulanza. Il nostro amico cornettaro li aveva avvisati e si era preso anche un ceffone per aver tentato di intervenire. Il padrone della bottega invece lo stava rimproverando: "Devi farti i i cazzi tuoi hai capito? Noi stiamo qui tutte le notti". Ha ragione, penso. Ci portano al Commissariato e ci deridono anche i tizi in divisa: "Ragazzi ma che aggressione? Questa è rissa". Vogliono denunciare noi, incredibile. Non voglio sporgere denuncia, abito in zona e il primo pensiero è per mia sorella. Ma con due refertati del Pronto Soccorso la questione scatta d'ufficio. Intanto i due, il poliziotto con l'amico, si erano rialzati anche se malconci e con gli occhiali spaccati e sono al commissariato. "Tranquilli, me ne occupo io", ci dice quello che era al volante.
Fine dell'avventura: un riconoscimento dopo quattro anni non andato a buon fine e un storia da raccontare a dieci anni di distanza. Nessuna coltellata, nessun calcio in testa. Ma poteva succedere. Senza motivo. Oggi vado ancora in quella cornetteria e il padrone, quello che rimproverò il garzone, ogni volta mi sorride e mi fa l'occhiolino. "Che potevo fare? Avevo solo paura", sembra volermi dire. Ha ragione, ne ho avuta tantissima anch'io.
[Oggi è un giorno particolare.
E così dopo Nicola, Renato e Dax,
mi piacerebbe ricordare anche un altro ragazzo
ucciso da altri infami. Ciao Peppino]
mercoledì, 07 maggio 2008
La signora Olga da qualche settimana aiuta la signora Paola nelle faccende domestiche. La vecchia ha rimediato una brutta frattura all'omero, con tanto di operazione e riabilitazione piuttosto lunga. E se a questo guaio ci aggiungi gli acciacchi dell'età e qualche problema di salute piuttosto serio cominci a fare i conti anche con una situazione che tra qualche anno può farsi ancora più gravosa per i due figli, brillanti precari di 31 e 26 anni, tutto il giorno fuori casa per lavoro. Roma è una città che non accenna minimente a fermarsi. La periferia si allarga sempre di più e le famiglie si allontanano. Tiburtino, Quadraro e Tufello non stanno proprio a due passi da Primavalle. Ma i fratelli e le sorelle della signora Paola, tutti e tre più vecchi, soli e acciaccati, abitano ciascuno a 20 km di distanza in linea d'aria. Roba che con i mezzi ci si mette almeno un'ora e mezza, quanto non trovi traffico. E pensare che quando abitavano tutti e tre insieme, dopo cena il padre li portava a prendere il caffè con la panna da Giolitti, dietro al Pantheon. Oggi non è più così, prendersi un caffè insieme è impossibile. Succede così che i vecchi in città si ritrovano soli e con diversi problemi da affrontare nel quotidiano. Ecco perché all'improvviso nelle storie di queste persone compare un'altra signora, Olga appunto.
Olga dimostra almeno dieci anni di più dei suoi 43. Questo perché come dice lei "le donne ucraine sono belle fino a 30, poi diventano brutte perché c'è stato Chernobyl". Olga è un ingegnere, si è laureata a Kiev e conosce quattro lingue. Oggi in Italia pulisce il culo a un vecchio che abita alla Balduina tre volte alla settimana e aiuta la signora Paola nelle faccende domestiche fino a quando il suo omero non sarà tornato quello di prima. Abita a Villanova di Guidonia. Per arrivare a Primavalle prende due metro e due autobus, ma spacca il minuto ogni mattina alle 8.30. E' preoccupata, Olga, perché i documenti che aspetta con ansia da qualche mese non arrivano o meglio non sa dove andarli a prendere. Facciamo un passo indietro. Da qualche mese frequenta e vive con Vito, un calabrese che di mestiere ha una piccola impresa edile. Questo Vito ha vissuto in Canada per tanti anni, si è sposato, poi la sua storia d'amore è finita ed è tornato in Italia. Oggi ha promesso ad Olga il matrimonio, ma i documenti del suo divorzio non si trovano. Anche se dal Canada giurano di averli inviati. Tra pochi giorni il nullaosta di Olga scade e se non organizza a breve il matrimonio rischia di non vedere rinnovato il suo permesso di soggiorno. Sì, forse dietro questo amore, questo volersi bene, si cela qualcosa di meno nobile. Forse Vito non ha mai divorziato, forse Olga non lo ama alla follia. Ma probabilmente quando si arriva a una certa età i sentimenti teneri vanno incasellati tra quelli positivi e questo può bastare.
Una figlia di 27 anni con due bambine che vive in Ucraina e che le racconta di come i prezzi delle case in centro sfioriano quelli di Roma, mentre uno stipendio non supera i 400 euro, le fa stringere il cuore. Sarà difficile per Olga aiutarla se non riesce a rimanere in Italia. Ha sentito della vittoria della destra e del sindaco nuovo. Chiede con un po' di timore: "Questi adesso che pensando di stranieri?". La signora Paola cerca di non farla preoccupare: "Sai, co' sta storia della sicurezza e dei rumeni...". E' difficile immaginarla in un Cpt; Olga non resisterebbe a lungo. E se anche l'omero della signora Paola andrà a posto tra poco è più bello immaginarla sposata con Vito il calabrese, a pulire il culo del vecchio della Balduina tre volte alla settimana e a stirare i panni della signora Paola, piuttosto che rimpatriata a calci.
lunedì, 28 aprile 2008
L'artro pommeriggio Gianfranco Fini ha deciso de fa' er gaggio. Ha scerto de fasse 'n giro da le parti de Boccea, che un po' sò pure le parti mia, pe' tirà la volata a Gianni Alemanno alla corsa ar Campidoglio. Famo subbito chiarezza: io Gianni Alemanno nun l'ho votato pe' la storia mia perzonale, però Gianni Alemanno, pure che nun è romano come sottolinea sempre Rutelli er cicoria - 'n antro che je piace da fa' er gaggio - nun c'aveva bisogno de 'ste goliardate.
Sì perché er grande - grande co li piccoli e piccolo co li grandi - Fini s'è messo a strigne le mani dei passanti. Allora è passato er penzionato che voleva più sordi pe' la penzione, poi è passata la mamma che chiedeva l'asili nido, poi è stato er turno der vigile urbano che voleva la pistola, er tabbaccaio che reclamava sicurezza e la signora cor cane che je voleva fa' solo 'n saluto. A 'na certa so' passati pure du pischelli cor motorino che j'hanno fatto er braccio teso perché a Boccea ce so' tutti negozi d'ebbrei. Li fasci veri a Roma je rimproverano, a Fini er gaggio, d'esse annato a piagne a Gerusalemme e de avé rinnegato er fascismo.
Inzomma, dopo tutto 'sto bagno de folla, er gaggio (pe' comodità mo' lo chiameremo così) a 'na certa ha deciso de fasse grosso. Così s'è avvicinato a du venditori ambulanti de accendini, du eggiziani, e j'ha chiesto er documento. A gaggio ma che te sei messo pure a fa' la guardia? A gaggio ma che nun ce lo sai che tu nun li poi chiede i documenti a 'n antra perzona? Li du poracci, spauriti e circondati dalla folla che sbraitava insurti, j'hanno fatto vedé la carta d'identità e er gaggio ha rosicato: «Me sa - ha detto pure divertito - che voi due sete l'unici in regola in città». Er gaggio allora è annato a fasse 'n giro ar mercato der quartiere e lì tra chi je avrebbe voluto tirà du carote e chi je regalava du mele - du arance sembrava brutto - ha incontrato n'antri du negretti, seduti ar bar. Pure a questi allora j'ha chiesto li documenti. Uno ce l'aveva, l'artro se l'era dimenticati a casa: «Voglio vedé - ha detto er gaggio - se funziona la legge mia, ma me sa che nun è così... Nun è possibile che tutti c'hanno 'sto permesso, me sa che se lo comprano». Bella figura c'hai fatto a gaggio, nun sai manco come funziona la legge tua.
Fortuna che hai fatto la fine che meritavi, da gaggio a comparsa de la politica. Me sa che facevano bbene li du pischelli sul motorino che te 'nsurtavano. Manco Alemanno s'è fatto vedé in giro co' te. Pensace a gaggio, alla fine che hai fatto.
giovedì, 17 aprile 2008
[Lettera a cuore aperto agli elettori di sinistra
che stanno soffrendo per le loro scelte nell'urna.
Riflessioni e autocritica post disastro].
Cari compagni e care compagne,
non so da dove cominciare. Non mi piace pensare che l'unica soluzione sia andarsene in Spagna (ma forse in Nepal sarebbe meglio) con un biglietto di sola andata, né che gli italiani siano un popolo senza testa. Perché è qui il punto. E' qui l'errore. Abbiamo demonizzato non solo il nostro popolo, ma il popolo. Lo abbiamo allontanato, emarginato, sbeffeggiato, l'abbiamo disprezzato, non lo abbiamo ascoltato. E per la prima volta nella vita repubblicana italiana, la storia socialista e quella comunista non avranno una rappresentanza parlamentare. Un fallimento, una catastrofe, una tragedia senza precedenti dal 1948 ad oggi. Viviamo in un Paese di destra, ma questo lo sapevamo. Solo che ci siamo illusi. Illusi che fosse impossibile non riconoscersi in valori universali come la solidarietà sociale, la redistribuzione della ricchezza, l'antirazzismo, il pacifismo, la contrattazione collettiva, il rispetto per il concetto di lavoro. Evidentemente questo non è bastato. Dovevamo parlare al cuore e alla pancia dei lavoratori, ascoltare i loro bisogni, dare soluzioni ai loro problemi, investire sul futuro anche con promesse (e non compromessi) forti e radicali.
L'errore più grande secondo me è stato quello di formare un cartello politico come conseguenza della nascita del Partito Democratico. L'operazione unitaria - se proprio non si poteva evitare - andava fatta prima, così come prima andava presentato un programma innovativo e credibile, magari di opposizione, attraverso quei dirigenti radicati sul territorio come Vendola o come lo stesso Ferrero, uno dei pochi ministri che salvo del Governo Prodi. La rottura con la tecnocrazia di Padoa Schioppa doveva avvenire a ottobre, sul protocollo del welfare, non si doveva arrivare alla crisi centrista. Solo in questa maniera si poteva restare credibili agli occhi dei cittadini in difficoltà, dei precari e di tutti quelli per cui votare a sinistra ha sempre significato un'alternativa. Rompere con l'ambientalismo di facciata invece di farsi inglobare era la strada da scegliere: il progresso, compagni, Yuri Gagarin, cazzo!
Non abbiamo creato un soggetto politico credibile e rinunciando alla nostra identità comunista ci siamo fatti schiacciare da un sistema neoamericano arrivato dal basso. Certo, le colpe sono anche di chi ha respinto qualsiasi tipo di dialogo dopo due anni di fedeltà al Governo Prodi e un funzionale accordo politico che a livello locale ha pagato quasi sempre in tutte le elezioni amministrative e regionali. Ma le colpe di questo fallimento non possono essere solo degli altri. Politica si può fare anche fuori dal Parlamento, cominciando una nuova militanza nella vita di tutti i giorni fatta di presenza nelle scuole, nelle fabbriche, nelle piazze; di sobrietà e moderazione nelle scelte quotidiane. Ogni piccolo gesto di dissenso potrà risultare utile alla costruzione di un nuovo modo di affrontare le difficoltà. Non abbassiamo la testa e non inchiniamoci a ogni compromesso. E' necessario ora restare concentrati, aprire una fase nuova di critica e di divulgazione delle proprie ragioni. Ci vorrà molto tempo, forse anni. E l'assenza di una seppur minima rappresentanza parlamentare certo non gioverà a questo cammino. Mancheranno finanziamenti e visibilità. Ma non mancherà l'impegno.
"Il coraggio rivoluzionario non consiste nell'essere uccisi,
ma nel resistere al riso degli stupidi che sono in maggioranza".
[Lev Trotsky]
lunedì, 14 aprile 2008
Inviati, ricevuti, inventati. Ecco una breve carrellata dei messaggi di confronto/scontro delle ultime 48 ore relative alle elezioni politiche scambiati sul mio cellulare. Ma attenzione, in alcuni casi potrebbe trattarsi di una boutade.
"Oddio, sto a rischio voto PD al Senato".
"Pure alla Camera, yes we can...".
"Io me sa che al Senato lo voto".
"E' un voto alla persona".
"Mi fido di te".
"Se ancora pensi che siano uguali significa che sei in malafede".
"Meno male che Walter c'è".
"Passerò due notti di inferno".
"Vota con coscienza o passerai 5 anni di inferno".
"Moretti ha scritto il manifesto del meno peggio".
"Leggiti Moretti su Repubblica: si ride ma non c'è niente da ridere".
"Votare PD significa accettare la fine della contrattazione collettiva e del principio dell'interclassismo".
"Io non ci vado proprio".
"Hai votato PD, vero?".
"Mi sta sul cazzo se vince Berlusconi".
"Buonasera voto solo Comune e Provincia: che bello".
"Se ci riesce ha fatto un capolavoro politico".
"Ho votato Sinistra Arcobaleno, mi hanno parlato di un soggetto unico dopo il voto".
"Certo, non sono sereno".
"Con l'accordo a sinistra l'avrei pure votato".
"Spero che presto si apra una fase nuova: che generazione di merda".
"Quello del PD è un suicidio politico".
"Non ho votato Ferrando per rispetto dei compagni del PdCI".
"Grazie per averci regalato 12 anni di inferno: cinque al governo e sette al Quirinale".
"Non ho ritirato le schede".
"Ferrara alla Camera, al Senato Pdl".
"La Santanché ha detto che riduce gli stipendi: hai visto quanto guadagnano?".
"Voto disgiunto al Comune: pensare globalmente, agire localmente".
"Facile lavarsi così la coscienza".
"I soliti comunisti che si sentono superiori".
"Ovviamente noi saremo con la costola che non aderisce al progetto".
"Tutto inutile finché non cambia legge elettorale".
"Viva la Rivoluzione d'Ottobre".
Fine della carrellata. E forse di inventato c'è ben poco. C'è tempo fino alle 15. Se lo fate, fatelo con coscienza. E ricordate che nell'urna Dio vi vede... ma anche Stalin.
venerdì, 11 aprile 2008

martedì, 08 aprile 2008
«Sì, vaffanculo anche tu. Affanculo io? Vacci tu! Tu e tutta questa merda di città e chi la abita. No, no, no, no. In culo ai rumeni ai semafori che mi chiedono soldi facendo finta di essere storpi. In culo alle zingarelle minorenni, magari incinte, che fanno le lavavetri e che mi sporcano il vetro pulito della macchina. Ehi! Che ti avevo detto? Cercati un lavoro, stronzetta! Smettila subito! In culo agli egiziani che ogni sera occupano un distributore automatico e mi chiedono i soldi per 10 euro di benzina, che oggi non ci riempi nemmeno un quarto di serbatoio. In culo ai ragazzi di Ponte Milvio e piazza Euclide, con il torace depilato e i bicipiti pompati, sembrano delle checche isteriche uscite da una sfilata di moda, pronti a fare a gara a chi ce l'ha più duro, scommetto che con una donna non saprebbero nemmeno da che parte cominciare. In culo ai negozianti cinesi che non mi rispettano quando entro nelle loro sporche botteghe. Vendono all'ingrosso senza pagare una lira di tasse, sono qui da dieci anni e non sanno ancora mettere due parole insieme. In culo ai mafiosi albanesi del litorale. Rubano, imbrogliano e cospirano. Sequestrano la gente e rapinano gli uffici postali della provincia con i risparmi dei pensionati. Tornatevene da dove cazzo siete venuti! In culo agli agenti della Tecnocasa che pensano di essere i padroni dell'Universo; vanno in giro a valutare appartamenti quando sono solo degli stronzi in giacca e cravatta servi dei palazzinari romani. Quei figli di puttana si sentono come Michael Douglas-Gordon Gekko e pensano a nuovi modi per derubare la povera gente che lavora. Sbattete dentro quegli stronzi della Pirelli a marcire per tutta la vita. E Berlusconi e Veltroni non sapevano niente di quel casino? Ma fatemi il cazzo di piacere! In culo alla Banca di Roma, ai furbetti del quartierino, ai capitalisti senza denaro, a Confindustria! In culo ai bangladesi, venti in una stanza, che fanno crescere le spese dell'assistenza sociale. E non parliamo di quei pipponi dei filippini! Al loro confronto i bangladesi sono proprio dei fenomeni. In culo agli italiani che sperano nelle scorciatoie, con i loro capelli impomatati, i loro pantaloni di marca e i giubbotti griffati. Si guardano riflessi nelle lenti dei loro occhiali firmati e sperano in un provino al Grande Fratello. In culo ai senegalesi. Vendono collanine sulla spiaggia a 40 gradi all'ombra, si fanno fregare dalle prime due puttanelle pronte a tirare sul prezzo e danno la colpa al razzismo dei bianchi. La schiavitù è finita centotrentasette anni fa. E muovete le chiappe, è ora! In culo ai poliziotti corrotti che impalano i poveri cristi e li crivellano con i loro proiettili in un Autogrill o a una manifestazione. Nascosti dietro il muro d'omertà dei loro caschi blu. Avete tradito la nostra fiducia! Bolzaneto è stata solo una conferma di quanto sia giusto odiarvi. In culo ai preti, che mettono le mani nei pantaloni dei bambini innocenti. In culo alla chiesa, che li protegge non liberandoci dal male. E dato che ci siamo, ci metto anche Gesù Cristo. Se l'è cavata con poco. Un giorno sulla croce, un weekend all'inferno, e poi gli alleluja degli angeli per il resto dell'eternità. E voi lì nella parrocchia di quartiere ad osannarlo mentre vi battete il petto chiedendo perdono per i vostri peccati nell'oscurità di un confessionale. Provate a passare sette anni a Rebibbia, poi vediamo se cambia qualcosa nel vostro concetto cristiano di perdono e di peccato. In culo a Osama Bin Laden, a Al Qaeda e a quei cavernicoli retrogradi dei fondamentalisti di tutto il mondo. In nome delle migliaia di innocenti assassinati, vi auguro di passare il resto dell'eternità con le vostre settantadue puttane ad arrostire al fuoco lento dell'inferno. Vi sentite forti e puri, ma comincerò a rispettarvi solo quando farete altrettanto con le vostre donne e con gli omosessuali. Siete solo dei moralisti del cazzo accecati dalla vostra religione; siete solo dei nazisti islamici. Libertà per i popoli arabi oppressi dal fondamentalismo e dall'imperialismo americano e sionista. In culo a questa città, e a chi ci abita. Che bruci fino a diventare cenere, e che le acque del Tevere si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi. No. No. No. Io a fare in culo non mi ci mando perché al cambiamento ci avevo sempre creduto. Fino quando non mi sono rotto il cazzo di sperare in un mondo migliore».
[post liberamente ispirato]
giovedì, 27 marzo 2008
Non avevo mai pensato alla par condicio come a una legge inappropriata. O meglio, avevo sempre visto nello strapotere mediatico berlusconiano un'arma politica difficilmente contrastabile. Oggi invece ho capito che qualcosa non va. Nel senso che grazie alla par condicio hanno diritto di parola (sì, di parola) anche personaggi che con la politica e tutto il resto hanno poco a che vedere e che sfruttano il momento delle elezioni solo per visibilità personale o chissà cos'altro. Un esempio geniale di qualche anno fa, che rende al meglio l'idea, è la candidatura di Roberto Carlino, quello di Immobildream che non vende sogni ma solide realtà. Il suddetto si presentò alle Europee con Forza Italia e per i suoi cartelloni elettorali utilizzò foto e slogan delle sue stesse pubblicità. Non venne eletto è vero, però grazie ai rimborsi elettorali penso che qualche cosa ci abbia guadagnato, eccome.
Ma oggi c'è un altro problema, quello del proliferare di liste dai nomi assurdi che riescono - non so grazie a quale sistema perverso - a presentarsi agli appuntamenti elettorali. E non sto parlando delle divertenti minchiate elettorali che giggimassi ci ha raccontato nei suoi ultimi post. Prendiamo il caso di Roma. Per la corsa al Campidoglio, oltre ai partiti tradizionali, e alle liste politiche di nicchia (da Sinistra Critica a quelle indipendenti come quella di Michele Baldi, fino a ieri capogruppo in Consiglio comunale di Forza Italia), sulla nostra scheda troveremo anche liste come Forza Roma, Avanti Lazio, Amici di Beppe Grillo, Grilli Parlanti, No Euro o Movimento Nazionale del Delfino. Ah, sì c'è anche La Mia Italia. Meglio ricordarle tutte, che in regime di par condicio non si sa mai.
Per motivi di lavoro sto avendo a che fare quotidianamente con gli improbabili personaggi che si candidano alla poltrona di sindaco e sto ascoltando una quantità spropositata di idiozie che non è facile mandare giù: si va dall'esproprio delle case del Vaticano ("Ma non crede che si verrebbe a creare un conflitto inaccettabile?" "Sì, certo ma noi stiamo ripensando a una società socialista"), al ritorno alla Lira ("Scusi, ma state pensando a una doppia moneta?", "No, no, rivogliamo proprio la Lira") fino alla detassazione totale dell'acqua passando per l'abolizione del ticket dell'autobus ("E' al primo punto nel nostro programma"). Insomma, per par condicio i mezzi di informazione sono costretti a dare spazio a tutti, ma proprio a tutti. Poi che non ci siano contenuti e che diventa difficile intervistare questo&quello poco importa. L'importante è che tutti abbiamo lo stesso spazio. Chi ci rimette è la qualità dell'informazione e i cittadini, ma tant'è.
Poi escono notizie come questa:
"Dal monitoraggio della prima settimana dell'ultima fase della campagna elettorale, dopo la presentazione delle liste - dice l'Agcom- per quanto riguarda la presenza nei notiziari delle forze politiche, emergono dati di forte squilibrio sia tra le due forze politiche maggiori e il complesso delle altre sia nel rapporto tra queste ultime sia, anche, in una certa misura, tra il Pdl e il Pd a favore del primo".
E allora mi ricordo che siamo in Italia, che c'è un tizio con tre televisioni che si candida al Governo del Paese per la quinta volta e le mie angosce quotidiane tornano tutte al loro posto. Meglio un delfino che un biscione.
lunedì, 17 marzo 2008
"Mi ammazzo perché insieme al lavoro ho perso la dignità". Si chiamava Luigi l'ottava vittima della Thyssen, 39 anni e due figli, che a Torino in realtà non ci aveva mai messo piede. Luigi si è tolto la vita qualche giorno fa, dopo aver saputo che il suo contratto, dopo tre anni di precariato, non sarebbe stato rinnovato. Gli operai della Thyssen, oggi chiusa dopo la tragedia, aspettano in cassa integrazione una nuova sistemazione. E così per lui, che dipendeva da un'agenzia interinale legata a una fabbrica collegata alla multinazionale tedesca, non c'era più posto. Luigi è la vittima di una società che parla di flessibilità, ma che usa le persone come i pezzi di un puzzle in cui purtroppo spesso si resta fuori dall'incastro. Soprattutto quando si supera una certa età. Barbara, la moglie oggi dice questo: "Mio marito si è ucciso perché si sentiva umiliato. Chissà cosa deve avere provato, dentro, per decidere di farla finita. Se quell'azienda gli avesse rinnovato il contratto, ora non sarei una vedova con due figli piccoli da allevare".
Perdere il lavoro oggi significa perdere la dignità. Perché senza potere di acquisto viene annullata anche la propria identità di cittadino-consumatore. A questo oggi va data una risposta immediata e concreta. Basta con le promesse e la richiesta di sacrifici. Il precariato è un crimine contro l'umanità. La scorsa settimana l'Unione Industriali di Roma ha presentato uno studio sulle lauree brevi e sugli sbocchi professionali futuri. Dai dati risulta che trova molto più facilmente lavoro un giovane poco specializzato e poco istruito. Questo perché senza qualifiche e titoli sono minori sia le garanzie da offrire che i salari. La mediocrità delle imprese italiane e la loro scarsa creatività sono ormai evidenti. I dati impietosi sulla produttività sono sotto gli occhi di tutti. Ma il motivo non è certo nella concorrenza dei Paesi a basso costo di manodopera, quanto negli scarsi investimenti delle imprese e dello Stato - che sfrutta il maggior numero di lavoratori atipici in Italia - sia nella sicurezza che nella formazione.
Forse oggi Luigi, se avesse avuto una formazione adeguata, se avesso conosciuto una professione, se fosse stato un operaio specializzato, avrebbe trovato con facilità un altro posto di lavoro. E sarebbe ancora vivo, magari stanco e malpagato, ma a casa con la sua famiglia, la sera, dopo il lavoro.
venerdì, 14 marzo 2008
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Silvio Berlusconi ha concluso il suo reclutamento in attesa della prossima tornata elettorale che lo vede in netto vantaggio sul suo rivale più agguerrito. E così, se da una parte si strizza l'occhio alla classe dominante (vedi post precedente), da quest'altra, perso l'appoggio al centro dell'Udc, si è cercato un nuovo radicamento a destra, che risulta di difficile comprensione vista l'insistenza con cui si è chiesto ad Alleanza Nazionale di confluire nel Pdl. E tutto dopo l'operazione Storace; uno che dovrebbe andare a nascondersi. Giuseppe Ciarrapico è stato il nome che in questa settimana ha riempito le pagine dei principali giornali italiani. Eppure nessuno ha sottolineato la vera anomalia. Collocato all'undicesimo posto della lista nel Lazio, il Ciarra non verrà mai eletto. Di che preoccuparsi allora? Del fascismo? Del saluto romano? Ma andiamo, le idee del personaggio sono ben note da tempo. Quando lo stesso era alle dipendenze di Andreotti, nessuno storceva la bocca in questa maniera. Tra le sue operazioni ci fu addirittura l'intervento, sollecitato proprio dal senatore a vita, nella soluzione del Lodo Mondadori dove fece da intermediario tra lo stesso Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti.
In quegli anni Ciarrapico portò a termine anche una delle operazione che gli diede maggior visibilità, l'acquisto della Roma, avventura terminata nel 1993 - dopo due anni di presidenza - a causa della denuncia e dell'arresto per bancarotta fraudolenta. Senza contare l'appoggio ai pretoriani della tifoseria romanista, che diedero nuova linfa al neofascismo della Capitale. Il Ciarra è uno con la fedina penale non proprio immacolata: è stato condannato a quattro anni e mezzo di reclusione, ridotti in cassazione a 3 anni, per gli sviluppi della vicenda Casina Valadier. Il 18 marzo 1993 è stato spiccato nei suoi confronti un mandato di custodia cautelare: entrato a Regina Coeli il 21 marzo, il 24 aprile dello stesso anno gli vennero concessi gli arresti domiciliari. L'11 maggio gli fu revocato il mandato di custodia cautelare, ma la libertà fu breve perché venne di nuovo arrestato e trasferito a Milano, con l'accusa di finanziamento illecito ai partiti. Nel 2000, dopo sette anni, Ciarrapico è stato condannato in via definitiva e per la sua età fu affidato ai servizi sociali. Nel 1996 è stato condannato anche nel processo per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, in primo grado a 5 anni e mezzo di reclusione, ridotti in appello a 4 anni e mezzo. Successivamente gli sono stati condonati 4 anni, ed è stato condannato a scontare gli ultimi 6 mesi in detenzione domiciliare per motivi di salute. Condanna confermata in Cassazione. In tutto questo Ciarrapico non ha mai risarcito i danni alle parti civili cambiando continuamente residenza.
Suonano ancora più sinistre dunque le parole di Berlusconi, che per difendere il personaggio ha parlato di un imprenditore e di un editore con tanti giornali importanti (questo per tutti quelli che hanno tolto dal programma la legge sul conflitto di interessi). A destra non è cambiato niente: gli interessi personali e lo scambio di favori la fanno ancora da padroni (questo per tutti quelli che si riempivano la bocca con parole come legalità e sicurezza). La morale fatela a qualcun altro.
lunedì, 10 marzo 2008
Vorrei un partito che cambi il Paese, che non accetti i compromessi con le forze alleate e che rispetti l'avversario politico. Anche se questo si chiama Silvio Berlusconi, il male assoluto, il nemico su cui per due volte si è costruita una campagna elettorale. Vorrei un partito che scelga gli uomini del fare, che ai vecchi volti della politica preferisca dare una opportunità ai giovani. Anche se sono solo tre - forse qualcuno in più - quelli inseriti nei seggi sicuri. Stronzi, dovete ancora mangiarne di merda. Vorrei un partito che scelga una parte produttiva e decisiva per il Paese come Confindustria, che magari candidi dirigenti come Colaninno e Calearo, che no, agli operai l'ora di assemblea sulla sicurezza proprio non voleva concederla. Fanculo, ogni scusa è buona per non lavorare.
Vorrei un partito che candidi esperti economisti come Ichino, che da anni si batte per l'abrogazione dell'articolo 18, perché è quella la vera palla al piede dell'economia di questo Paese. Vorrei un partito che riconosca la difficoltà dei giovani - e non più giovani - precari, che gli garantisca quei mille-millecento euro al mese così passa la paura. Tutti che vogliono la pappa pronta, ma la gavetta non sapete proprio cosa sia? Vorrei un partito che sposi la legalità e che scelga, per farla rispettare, un personaggio come Achille Serra che tanto bene ha fatto a Roma - e che importa se prima era candidato con Forza Italia - oppure che punti tutto, in una regione come la Calabria, sul numero due della Polizia De Sena, anche per dare un segnale di discontinuità con la classe dirigenziale delle forze dell'ordine dopo tutto quello che è stato fatto in questi ultimi anni da Genova in poi. Poi se Lumia, vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, resta fuori dalle liste che importa, ci sarà sempre un Di Pietro qualsiasi a recuperarlo. Non parlo, non vedo, non sento.
Vorrei un partito che corra da solo e che non si allei con Di Pietro il questurino e con i Radicali solo per qualche votarello in più. Vorrei un partito che non candidi tra le sue fila chi ha avuto a che fare con la giustizia. Poi se il senatore Enzo Carra è stato condannato in via definitiva a un anno e quattro mesi durante Tangentopoli, che sarà mai? Non si condanna un uomo per la sciocchezza di una sera. Vorrei un partito che sia laico e cattolico allo stesso tempo perché così tutti saranno rappresentati, anche quei froci del cazzo che amano andarsene in giro col culo di fuori. Ma cosa vogliono ancora? Vorrei un partito da votare che sia la giusta sintesi per un Paese che resti tale e quale. Così dopo aver votato potrò tornarmene a casa con la coscienza a posto per aver fatto il mio dovere. Anche se per non votarlo di motivo ce ne sarebbe uno al giorno, penso che un partito così - in questo Paese - possa farcela. A passare per novità.
Nota: questo post di critica al PD rappresenta
solo il pensiero dell'autore e non di tutto il blog.
Siamo in par condicio, del resto.
giovedì, 06 marzo 2008
L'ultima in ordine di tempo a essere scivolata su una scopiazzatura è stata Loredana Bertè, estromessa dal Festival di San Remo. Ma c'è anche chi, a San Remo, ha presentato il suo ultimo brano tra gli elogi, i tributi e le standing ovation. I servizi segreti de noantri hanno fatto la soffiata. Ecco a voi, dunque, l'ultima perla di Lorenzo - ho letto Siddharta - Jovanotti, in arte Alejandro Sanz. A voi il giudizio.
mercoledì, 05 marzo 2008



[Le sue legioni]

[Un solo ideale: Roma]
martedì, 04 marzo 2008
Umbertino è l'ultimo morto ammazzato di una guerra clandestina dove i soldati non portano la divisa e i generali non hanno stellette e gradi ma vestono abiti in doppio petto firmati, indossano cravatte di seta e guidano macchine di lusso. E' la guerra della malavita romana, che si è sempre contraddistinta per un certo amore verso i piaceri della vita, ma anche per il sapersi accontentare. L'importante è sempre stato avere sotto controllo Roma.
«Roma è nelle nostre mani», si dicevano l'un l'altro i nuovi boss, spavaldi e col sorriso sulle labbra, interessati solo ad allargare il controllo sulla città e a entrare in nuovi affari, incuranti di chi ci fosse dietro. La droga poteva arrivare e andare indifferentemente a uomini della mafia, della camorra, della 'ndrangheta, dell'eversione nera, di organizzazioni mediorientali. Agli ex rapinatori cresciuti nelle batterie di quartiere, passati al giro più grosso delle bische e delle scommesse clandestine e diventati in pochi anni impresari di morte attraverso il traffico di droga, non interessava servire ed essere serviti da questa o quella banda. [tratto da Ragazzi di Malavita di Giovanni Bianconi]
Umberto Morzilli, 51 anni, freddato da un killer in piena mattina mentre con la sua Mercedes percorreva una rotatoria, poteva vantare nel suo curriculum criminale rapporti con la Banda della Magliana. Era accusato dagli investigatori di aver fatto esplodere un ordigno all'interno di un negozio della Capitale ed aver ingaggiato un killer per minacciare un commercialista romano per costringerlo a pagare 100 mila euro. Il tutto con l'aiuto dei figli del cosiddetto cassiere di quella banda che oggi in molti hanno ancora paura a pronunciare e che in tanti rimpiangono. Il paradosso di questa metropoli tentacolare è tutto qui. Nemmeno la criminalità si riesce a esportare fuori dal Grande Raccordo Anulare. E quando c'erano loro - Er Negro, Renatino e gli altri - potevi star sicuro che la camorra napoletana, o la 'ndrangheta che oggi lentamente si è infiltrata lungo il litorale meridionale del Lazio, o addirittura la mafia albanese, se ne sarebbero state ben lontane dal creare problemi. Ma dove non arriva lo Stato è giusto rimpiangere la legge di chi legge non ha se non quella della strada?
Umbertino, così lo conoscevano a Centocelle, nel vuoto di potere creatosi sul finire degli anni Novanta, aveva tentato il salto di qualità: secondo quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, sembra che nel dicembre 2002 fosse stato nominato liquidatore di una società che avrebbe portato una discreta somma nelle tasche di Danilo Coppola, in una operazione di speculazione immobiliare. La squadra mobile di Roma tiene la bocca cucita e sta lavorando per ricostruire l'omicidio e dare un'identità al killer. Ma gli esami balistici hanno già dimostrato che si tratta di un professionista, che non ha lasciato tracce, né ha avuto tentennamenti davanti al tentativo di fuga della vittima. Il fatto che nelle indagini sia subentrata anche la Dia (direazione investigativa antimafia) fa presupporre che la questione sia legata a un regolamento di conti nei piani alti della criminalità organizzata. «Eravamo i più potenti, perché eravamo gli unici che sparavano», avrebbe detto anni dopo in un'aula di tribunale uno dei componenti della Banda della Magliana. Un piombo che teneva alla larga i cattivi e che oggi torna prepotentemente d'attualità in un territorio da conquistare, crocevia per affari nel bel mezzo del Mediterraneo e a due passi da un'Europa che non ha più dogane.
lunedì, 25 febbraio 2008
[Non voglio]
[Non posso]

[Ce manchi sor Marchese]
lunedì, 25 febbraio 2008
Che figlio di puttana. E' la prima cosa che ho pensato ieri quando in tv ho visto salire sul palco la mamma di Valerio e il fratello di Stefano e Virgilio. Sto parlando di Veltroni e della presenza, ieri alla manifestazione del Partito Democratico, di Carla Verbano e Giampaolo Mattei. Le storie di queste due famiglie sono molto simili per la crudeltà che hanno vissuto e perché ancora oggi aspettano giustizia. Di Valerio abbiamo già parlato su questo blog, e spesso abbiamo discusso anche dei fratelli Mattei, la ferita più profonda del cuore di Primavalle.
Pochi giorni fa ho avuto modo di parlare con la signara Carla. Pensate, ha 84 anni e nonostante tutto cura un blog per ricordare Valerio e ha imparato anche a parlare su Skype. Mi ha detto che si sente stanca. Da 28 anni vive nella stessa casa al Tufello dove ha visto uccidere il figlio. "Di là hanno ucciso Valerio, nella stanza accanto ci è morto mio marito, qui ci morirò io", il suo ironico cinismo mi ha lasciato senza parole. Carla non vuole perdonare, non ce la fa. E io credo che non le si possa dire nulla se non portarle un profondissimo e silenzioso rispetto. La storia di Valerio Verbano è nota sia per la brutalità che per le oscure trame che hanno impedito alla famiglia di avere giustizia. Una storia simile a quella dei fratelli Mattei, bruciati in un rogo appiccato nella loro casa mentre dormivano. Anni di bugie e depistaggi hanno offeso la memoria di due ragazzi di 8 e 22 anni. Lo scorso anno in un programma televisivo la madre dei Mattei disse di essere riuscita a perdonare grazie al lavoro di ricerca e denuncia fatto da Luca Telese, un giornalista che cura questa collana di libri, nel libro Cuori Neri.
Vite distrutte e famiglie rovinate. Storie di un'Italia quasi nascosta e che oggi ci sembra così lontana. Si moriva per un ideale ci dicono sempre. Ma si moriva anche morti ammazzati. E senza motivo. Questo non ce lo raccontano mai. Forse perché un motivo c'era ma doveva rimanere nascosto. Il figlio di puttana all'inizio era per Uòlter. Il gesto di riconciliazione è apprezzabile, ma una kermesse elettorale non era il luogo più adatto. Di Veltroni non mi piace il mettere insieme questo&quello. Ma sarebbe un altro post.
NOTA BENE: in questi giorni avrete notato problemi di visualizzazione del blog.
Niente paura, stiamo lavorando per voi (e per noi).
Segnatevi le nostre mail nel caso un giorno non dovreste più trovarci.
lunedì, 18 febbraio 2008
E' vero che grazie a Zapatero ora potranno anche sposarsi, ma nella tradizionalmente bigotta e cattolicissima Spagna gli omosessuali continueranno a doversi nascondere. E in un certo senso vergognarsi del loro essere. Sarà così da oggi in poi anche per il povero Guti, giovane calciatore del Real Madrid, fotografato da un paparazzo mentre stava baciando sulla bocca un ragazzo. La moglie, la presentatrice tv Arancha de Benito, ha già annunciato di essersi presa una pausa di riflessione, mentre l'ironia la sta già facendo da padrona in tutti gli stadi. Eppure per evitare questo scandalo sarebbe bastata un po' di discrezione. Non certo da parte di Guti, ma da parte di quel fotografo che ha venduto le foto compromettenti al settimanale scandalistico Cuore, lesto nel pubblicarle sotto al titolo El carinoso. Purtroppo il sistema di sbattere il diverso in prima pagina funziona, in Italia come negli altri Paesi, dove spettacolo, sport, sesso e soldi si uniscono sempre di più sotto il comun denominatore dello scandalo. Il giochino funziona, purtroppo per colpa di una stampa che ha poco da offrire e anche per colpa di un pubblico di lettori sempre più morboso nel rapporto con le esse di cui sopra. Un pubblico sempre più arido e ignorante, ipocrita e sempre pronto a giudicare il prossimo. Spero solo che Guti possa continuare a giocare a calcio senza essere discriminato. Ma ci credo poco.
sabato, 16 febbraio 2008
Non c'è un'età ma un momento per farsi un tatuaggio. E' stato così per me quando decisi di tatuarmi il Che che ho sul polpaccio sinistro. Avevo 27 anni, una laurea fresca fresca e tante aspettative. Oggi ho quattro anni di più, un altro titolo fresco fresco, una laurea meno fresca e molte meno aspettative. Però era il momento giusto. Perché tutto quello che sto vivendo ora in qualche modo resti per sempre.

giovedì, 14 febbraio 2008
Aiuto mamma, mi spengono la fiamma. Tra il goliardico e il nostalgico, questo sms che ho ricevuto l'altra sera da un amico inquadra al meglio lo stato d'animo di quelli che vengono descritti come attaccati alle ideologie. Mi chiedo: a cos'altro dovremmo essere attaccati se non alle ideologie e ai simboli? Alla facce trite e ritrite di chi in questi mesi ha prima cercato di convincere la popolazione che era necessaria un'altra legge elettorale - cambia il vestito ma non la sostanza - oppure a quelli che oggi dicono che le coalizioni eterogenee non possono stare insieme, ma fino a ieri sì? In questi anni di fiori, ulivi, margherite, rose bianche, rose rosse, rose nel pugno è piuttosto comprensibile che i Verdi non siano riusciti a scavarsi una nicchia consistente nell'elettorato. Oggi ci si è messo pure Bertinotti a parlare dell'inquinamento: non buttate cartacce in terra, chiudete il rubinetto mentre vi lavate i denti, al semaforo mettete l'auto in folle e non pigiate sull'acceleratore. Ma per avere un minimo di senso civico ed educazione è necessario stare in un partito?
Ma non facciamo confusione, andiamo per ordine: del Pd abbiamo già detto in passato. Ha scelto il suicidio politico e continua a strizzare l'occhio a Berlusconi. Fa ricadere sulla sinistra colpe che non ha, tanto che le contraddizioni erano tutte al suo interno. Il faccione di Walter oggi cerca consenso in giro per l'Italia partendo dal cuore verde dell'Umbria. Probabilmente raccoglierà anche di più di quello che si possa pensare. Soprattutto se lui e Silvio - di comune accordo - continueranno a dichiarare: "Se non votate me, almeno votate lui". Insomma, se la cantano e se la suonano, altro che democrazia, altro che rigore a porta vuota. Chi lo ha fischiato il penalty per Silvio, chi votò l'accozzaglia dell'Unione oppure il Partito Democratico stesso andandoci a trattare prima della caduta del Governo? Il Pdl è ovviamente la peggior sciagura che possa capitare al Paese. Se pensate poi che i cosiddetti meno peggio (vedi Tabacci) continuano ad abbandonare la barca di re Silvio c'è poco da sperare. Incredibile il voltafaccia di Fini, che ha sciolto Alleanza Nazionale senza avere il coraggio di annunciarlo. Anche perché alla sua destra un imbufalito Storace continua a dirgliene di tutti i colori. Casini fa tenerezza: nell'Udc è rimasto solo lui (Folliini, Giovanardi, Baccini, ecc..., ecc...). Tutti dicevano che bisognava interrompere la frammentazione dell'arco parlamentare, ma continuano a nascere o a resistere formazioni politiche di una o due persone: vedi i Radicali, i vari socialisti, la Rosa Bianca, la Destra, l'Udc stessa, l'Unione Democratica (qualcuno sa chi sono?). Senza citare i vari De Gregorio, Rotondi & Co.
Capitolo sinistra: iniziativa tardiva. A parte la depressione che la faccia di Diliberto non riesce proprio a celare, in questa maniera la formazione è nata di riflesso al Partito Democratico, quindi sembra più una mossa difensiva che altro. Costruire una nuova sinistra dall'opposizione tuttavia sarà più semplice che farlo dal Governo. Bisogna solo che Bertinotti se ne renda conto. Per quanto mi riguarda in questo momento propendo per l'astensionismo. Perché in tutto 'sto bordello: dove sta la falce col martello?
