Sembra che siano passati un paio di secoli leggendo le righe che riporto qui di seguito. Eppure sono passati solo 25 anni. Prendo lo spunto dalle discussioni sull'argomento alla ricerca di convergenze, di idee pure e di visioni d'ampio respiro.
I brani che seguono sono documenti politici di Terza Posizione, formazione di estrema destra extraparlamentare (definizione puramente indicativa) attiva tra la fine degli anni '70 e il principio degli '80. Li ho scelti tra gli altri essenzialmente perchè sono riproponibili pressocchè integralmente anche oggi; gli altri erano incentrati su argomenti allora all'ordine del giorno (sequestro Moro, leggi speciali e simili), interessanti da un punto di vista storico, meno da quello propositivo.
Prendo subito posizione su quello che segue: sottoscrivo e condivido.
"Ci hanno divisi in partiti per poterci dominare meglio. Ci hanno suddivisi in classi per poterci distogliere dai nostri comuni problemi. Ci hanno schierati a destra, a sinistra, al centro, inventando teorie a compartimenti stagni, assicurando l'assurda inconciliabilità del nazionale e del sociale, del personale e del comunitario. Ci hanno spinti l'uno contro l'altro in nome di falsi miti, infettandoci con le ideologie. Hanno fatto in modo che il sangue della migliore gioventù bagnasse il selciato e loro, i mandanti, hanno portato a braccia le bare.
E mentre tutto questo accadeva, l'oligarchia mercantile che detiene il potere in accordo con l' imperialismo straniero ingrassava distruggendo la nostra economia, le nostre libertà, la nostra dignità nazionale.
Ma il meccanismo si è inceppato. Il referendum, le elezioni amministrative, l'azione svolta da forze autonome in campo sindacale, l'azione intrapresa in quartieri, scuole, campagne, dalle avanguardie rivoluzionarie, dimostrano oggi inequivocabilmente la volontà di rigetto da parte del popolo di coloro che pretenderebbero di rappresentarlo.
I grandi mezzi di informazione, ciechi o in mala fede, hanno minimizzato e minimizzano i fatti, non collegano l'emergere di tante situazioni, di tante realtà. Ma il popolo deve conquistare l'autonomia, la libertà, l'indipendenza. Dobbiamo rifiutare gli schemi. Tutti gli schemi che il potere ci impone. Fuggire le classificazioni artificiali, le divisioni inesistenti.
Non più di destra, non più di centro. Non più di sinistra. Fuori dalle sedi dei partiti. Disertando le loro iniziative. Non più borghesi, non più proletari. Ma uomini.
Uomini liberi che, organizzandosi e battendosi nelle fabbriche, negli uffici, sui mercati, nelle città, scoprono un senso nuovo, da tempo smarrito. Il senso di unità, il senso di creatività che farà e che già sta facendo di questi uomini liberi un popolo.
E questo popolo, isolati e travolti i rappresentanti dell'odierno potere, porrà se stesso alla guida dei propri destini.
Realizzerà una diversa qualità della vita. Darà corpo ad una cultura propria, schietta, genuina. Renderà la nostra una nazione libera e ben governata alla quale saremo lieti di appartenere. Una nazione che sarà di esempio per i popoli mediterranei ed europei in lotta, anch'essi, per riscattare un vergognoso presente."
Sulla città moderna.
"Sulle nostre pagine ci siamo più volte definiti rivoluzionari, e più volte nei quartieri e nelle scuole lo abbiamo dimostrato e lo dimostriamo con la pratica e la militanza politica. Ma l'auto definirci rivoluzionari non si ferma solo sul piano strettamente politico o sociale. Rivoluzionare non significa infatti ribaltare solamente la struttura sociale e instaurare un nuovo ordinamento politico; rivoluzionare significa innanzitutto ribaltare l'attuale mentalità. Noi, che abbiamo la presunzione di sentirci avanguardia rivoluzionaria, ci dobbiamo assumere coerentemente la responsabilità di esserlo. E' per questo che dobbiamo proporre un diverso modello mentale, un diverso modo di entrare in relazione con chi ci sta intorno, con le istituzioni politiche, con l'ambiente in cui viviamo.
Proporre un modello mentale significa fornire nella pratica strumenti ed esempi affinchè l'uomo-massa, l'individuo che oggi ragiona e vive in termini egoistici, si annulli e si trasformi in uomo-membro del popolo che deve nascere e forgiarsi nella rivoluzione. Noi col nostro esempio di milizia politica intendiamo fornire tale modello. Quando infatti denunciamo e prendiamo posizione contro le ingiustizie che governano l'attuale società, sappiamo e affermiamo che queste ingiustizie sono la manifestazione di quella maniera di pensare che noi dobbiamo e vogliamo sradicare.
I temi che ci danno l'esatta misura di quanto scriviamo sono innumerevoli. Uno dei più eclatanti è quello della casa-formicaio. L'ideologia che ha potuto concepire questa mostruosità è quella mercantilistica del dare e avere, è quella che si è concretata storicamente nella città intesa e vissuta come mercato economico, in cui gli unici rapporti considerati fra gli uomini sono quelli basati su valori che degradano l'uomo.
La casa-formicaio, cioè i grattacieli, i «casermoni» fatti solo per razionalizzare lo sfruttamento dello spazio evidenziano il disprezzo di tutti quei valori che costituiscono la nervatura della persona; se oltre a ciò consideriamo il fatto che tali costruzioni vengono patrocinate e compiute per un fine economico si intuisce quale sia la stima che nell'attuale ordinamento politico si ha dell'uomo. Questi edifici iniziano a trovare la loro collocazione anche in ambienti rurali: anche là, in spregio al formativo e qualificante contatto con la natura, si tenta di sradicare sempre di più l'uomo dal suo «paesaggio» originario; e questo viene salutato come l'arrivo del «progresso».
Il tema di cui stiamo trattando a mo' di esempio diventa un vero e proprio problema sociale quando la domanda e l'offerta dell'alloggio — imprescindibile necessità e punto di riferimento dell'uomo — creano la situazione che permette manovre speculative; si viene cioè ad assistere ad una delle più macroscopiche ingiustizie, quella del lucro su un bene di prima necessità: la casa. Ma, si dirà, l'esperienza comune ci fa notare oltre agli squallidi dormitori di borgata anche gli splendidi e impeccabili grattacieli di lusso con moquette e tripli servizi. Ebbene questi ultimi, in sostanza, non differiscono affatto dai primi, in quanto la concezione, ossia il modello mentale che li ha partoriti è lo stesso: i primi costituiscono la merce scadente, i secondi quella di prima qualità, entrambi restano merce.
Inoltre i «casermoni» di lusso acuiscono l'edonismo, la vanità dell'uomo-individuo che trova la sua possibilità di vita solo in questo sistema. L'adesione a valori come la frivolezza, l'edonismo si esprime in quei villaggi residenziali pieni di tutti i comfort: cioè in grattacieli tagliati a fette e disposti in pianura.
Quindi riassumendo, noi notiamo che dall'osservazione di un'ingiustizia sociale perveniamo a considerazioni che la superano di gran lunga. Giungiamo così a capire che i problemi generati e irrisolti da questa società sono il riflesso se non la conseguenza della maniera con cui la stessa si pone di fronte alla vita. E' dalla radicale opposizione di vedute con l'attuale sistema che nasce lo scontro con questo ultimo. Proprio per il fatto che non si vuole vivere da automi o peggio ancora senza una propria dignità si arriva alla determinazione di lottare e contrastare, fin dove è possibile, l'attuale modo di vivere e pensare. Questo scontro, o antiteticità di valori, si esplica esteriormente e in modo lampante come ribellione, insofferenza, sciopero, rivolta. Quindi attraverso la lotta nasce l'uomo-membro del popolo e la cultura di cui esso è portatore. E' ovvio che l'essere pervenuti a tali considerazioni ci allarga l'orizzonte, il senso e il peso dei vari fatti che intervengono nel rifiuto dell'attuale società. Infatti rileviamo ad esempio che il lottare solamente contro l'ingiustizia sociale è un'azione inconcludente, dispersiva, che possiamo definire controrivoluzionaria e questo per il fatto che la coscienza di lotta ci impegna in un'opera radicale, che abbisogna quindi del puntello di una vera e propria rivoluzione culturale.
Ma tutto questo appartiene al livello più appariscente e in un certo senso meno essenziale e più inconcludente quando — ed è l'esperienza comune a rilevarlo — reagendo in questo modo si viene facilmente riassorbiti e reinseriti nel sistema. Infatti il linguaggio con il quale in questi casi sì risponde è dialettico proprio rispetto all'ordinamento contro cui in quel momento ci si pone. Tuttavia questi momenti di scontro celano anche altre possibilità che emergono in particolare quando attraverso la lotta si viene a manifestare la volontà dì cambiare la situazione esistente e si realizza che il cambiarla radicalmente significa possedere una prassi la quale è originata da un modello mentale irriducibile a quello della base del sistema che si vuoi abbattere.
Se civiltà altissime, ivi compresa quella romana, hanno trovato pane per i loro denti quando si sono scontrate con l'afflusso alle città e con lo squilibrio tra vita rurale e vita urbana, è immaginabile quali disastrose conseguenze un simile fenomeno possa provocare in un agglomerato quale quello in cui oggi viviamo, agglomerato che, ben lontano da una qualsiasi forma di civiltà, necessita già di una notevole forzatura per vedersi attribuito l'appellativo di società. In primo luogo in altre epoche l'esodo verso la città è dipeso o da carestie o da condizioni improvvisamente divenute impossibili per il lavoro agrario, o dal fascino che esercitava non tanto la città quanto l'essere cittadino, un titolo più che ambito. Oggi l'urbanesimo è generato da cause diverse. La non convenienza di lavorare la terra, considerato il pressoché inesistente guadagno nel rivendere i prodotti. Il miraggio d'un lavoro sicuro con una paga fissa e con una fatica minore. Un continuo richiamo pubblicitario effettuato tramite simboli, miti, luoghi comuni. In pratica mentre l'urbanesimo in passato era generalmente effetto di cause non generate volontariamente. oggi non è così. Non si può parlare di sola inettitudine di fronte al problema agricolo e all'intermediariato. Si deve invece parlare di volontà criminale che costringe l'Italia a un ruolo preciso nell'economia occidentale. Ruolo nel quale l'agricoltura non trova posto.
A questo va aggiunto anche lo svilupparsi spontaneo di un modello di vita imposto dalla natura e dalla mentalità del mercante che è il dominatore o per lo meno il cardine della vita moderna. In secondo luogo va detto che mentre le civiltà, proprio in quanto tali, avevano la forza di reagire agli squilibri, l'Italia contemporanea li patisce oltre ogni ragionevole limite. E dunque la metropoli. confuso crogiuolo di tipi, di culture, di razze, di costumi, soffoca, succhia, sterilizza, uccide l'uomo e la donna, l'anziano e l'adolescente. Offre pigramente e maliziosamente lussuose voluttà nei quartieri residenziali dove il ricco, passando dal tennis alla piscina, dall'amichetta allo spinello, si isola sempre di più e sempre più si inaridisce in un'esistenza che i più fortunati sopportano con semplici sbalzi d'umore, solo perché non dotati di una buona intelligenza. Confonde e disperde nell'ibridismo del quartiere popolare dei benestanti, nel quale il collettivo e l'individuale sono sfumati, ma regna sovrana l'ipocrisia ad uccidere ogni slancio umano e le fa corona la poca disponibilità economica per potersi organizzare una vita sensata. Compie poi il suo ultimo crimine nei quartieri della periferia. Nelle borgate romane, nell'interland milanese, nei bassi napoletani, nei cosiddetti quartieri-dormitorio, negli anelli suburbani delle città industriali e portuali. Qui il disagio è grande e il senso di ribellione cova sotto la cenere.
E unito a rapporti umani ben più sinceri che nelle altre componenti il tessuto metropolitano, tutto ciò potrebbe essere pericoloso per il potere. Ma qui esso interviene con il veleno del mito propagandato. E il ghetto si sfoga in rapine, in scippi per procurarsi i mezzi da quartiere residenziale. In droga per sentirsi più forti ed ingannare le delusioni. In galera ripetuta. In impotenza. Questa è la realtà della metropoli. A questa realtà noi opponiamo il mito della vita naturale, della civiltà. Di una realtà organizzata in borghi e villaggi di campagna, di montagna, di mare. In borghi e villaggi dove la vita si svolge serenamente senza l'ipocrisia e l'ostilità che accompagnano la folle esistenza metropolitana. Di una realtà nella quale le città trovano un'altra dimensione e un altro valore. Siano porti, siano centri industriali, siano punti di riferimento politico ed amministrativo, esse dovranno essere organici centri di vita.
Ristrutturate secondo concetti urbanistici ed ecologici radicalmente diversi, sviluppate intorno ad un centro spirituale e politico, caratterizzate culturalmente, abitate da un numero di abitanti di parecchio inferiore alle cifre odierne, le città saranno organizzate secondo criteri diversi. Non più caotiche jungle di asfalto e cemento in cui si muore vivendo e si è sempre soli. In cui il nucleo familiare è disperso e disintegrato. Ma insieme di comunità organizzate e legate spontaneamente. Ed a questa realtà opponiamo anche e soprattutto la gioia della lotta, che è sinonimo di vita".
E ora sotto... Lapidatemi pure!