mercoledì, 23 aprile 2008
Gli uomini fanno progetti e Dio se la ride. (*)
Categoria:scritto da johnny durelli, factory del dissenso
Son seduto qui a casa, fatalmente brillo dopo pochi bicchieri del vino prodotto dal DON (alcool mischiato a sudore). I miei coinquilini son presi dallo studio matto e disperato pre-esami e questo li rende sufficientemente sociopatici: in sostanza, sto per vincere il titolo di uomo più solo del condominio.
Se la primavera a Roma mi aveva lasciato intravedere la possibilità di un mondo migliore, la pioggerellina salmastra milanese manda il mio barometro interiore a valori da depressione.
In poche parole, qui si muore a puntate.
E così mi siedo al pc dopo aver messo in circolo altro caffè nel sistema nervoso e cerco di tirar fuori dalle mie circonvoluzioni mentali e dai miei angoli bui qualcosa di nuovo e interessante.
Tanto per iniziare, è evidente come la traiettoria delle mie intenzioni e dei miei progetti e quella del mio destino lavorativo, (da me non deciso), vadano ognuna per i cazzi propri.
Oggi ho rifiutato una proposta di lavoro.
E vi spiego perché.
Si sarebbe trattato dell'ennesimo contratto a termine. L'ottavo, per l'esattezza. E ho rifiutato per parecchie ragioni. Anzitutto, un nuovo contratto a termine mi avrebbe impedito di poter fare progetti di alcun tipo per almeno un altro anno. Vivere e lavorare a termine sarebbero stati la stessa cosa.
Avrei poi percepito uno stipendio più basso, anche se di poco, rispetto all'ultimo impiego. Anche qui, insomma, niente progressi. Inoltre, si sarebbe trattato di un lavoro che ho già fatto per circa due anni: un lavoro che, a dirla tutta, non mi entusiasma granché e soprattutto un lavoro iper-specializzato che mi impedirebbe di crescere sia all'interno, (non è prevista una grossa carriera in un ruolo del genere) sia all'esterno, (con un lavoro così iper-specializzato e che fanno in pochi, o uno di quei pochi muore e ti chiamano a sostituirlo oppure non ti cercherà mai nessuno).
L'obiezione più ovvia che si possa muovere a questa decisione suona più o meno così: "Intanto accetta, poi cerchi altro". Ma non è così. E vi (ri)-spiego perché.
Nel momento in cui accetti l'ennesimo contratto-capestro a tempo determinato, ti rendi automaticamente disponibile ad ingoiare altre tonnellate di merda nella speranza che poi ti assumano a tempo indeterminato; cosa che poi quasi puntualmente non avviene. E allora inizi a guardarti intorno. E a quel punto, e parlo per esperienza, chiunque ti cerchi non fa altro che proporti un altro tipo di collaborazione a tempo: "Se ne hai accettati così tanti finora, potrai accettarne anche questo".
Ciò accade perché la loro tattica è quella del "Non puoi fare altro visto che sei con l'acqua alla gola", meglio nota come regola del "Ti prendo per le palle". In sostanza, accettare la proposta fattami oggi sarebbe stato il mio epitaffio lavorativo.
Mentre oggi mi recavo a questo colloquio, fumavo ininterrottamente e cercavo disperatamente una decisione. Ero uscito di casa pensando di accettare; (sapevo già la struttura dell'offerta per sommi capi). C'era però uno scrupolo a lasciarmi indeciso: uno scrupolo che nasceva dall'esaminare mentalmente tutta la ragnatela degli errori e delle decisioni lavorative sbagliate fatte e prese finora. Uno scrupolo che più camminavo e più diventava sdegno. Sdegno verso me stesso e sdegno verso questa gente per la quale non posso che augurarmi che le loro madri intrattengano piacevoli e continuativi rapporti con dotati turbonegri.
Più lo sdegno vibrava con grinta, più mi fermavo e accendevo l'ennesima sigaretta. E allora la decisione è uscita fuori da sola e mi è sembrata l'unica percorribile. Dovevo finirla con questo schifo che addolora la dignità. Dovevo rompere questa spirale.
E così ho fatto.
Vi confesso che ho tentennato, e parecchio. Quando ti parlano di soldi, tentenni sempre. Sempre. Soprattutto se son comunque di più di quelli che prenderesti facendo il barman o il commesso alla Feltrinelli.
Ora.
Non voglio certo applausi.
E so. So benissimo che me ne pentirò tantissime volte. So benissimo che spesso mi ritroverò imbrigliato in un intrico di rimpianti e recriminazioni. So benissimo che tutto questo nasce anche dal mio istintivo amore per i casini. So benissimo che spesso e volentieri i grossi rischi rendono spericolati e le insicurezze spavaldi, (sto citando qualcuno ma non so chi) ma che poi spericolatezza e spavalderia lasciano il campo alla paura fottuta. So benissimo tutto questo.
Oggi, però, questo scampolo di dignità ha reso meno problematico e complicato il mio fascicolo interiore.
(*): Michael Chabon: "Il sindacato dei poliziotti yiddish".





