venerdì, 02 maggio 2008

La via delle rose.
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Tira aria di ponte.
Perciò il blog riposerà, più o meno silente, fino a lunedì.

Intanto qui si lavora e stamattina, alle ore 9.45 su Rai Due, è andato in onda il nostro (nostro) quinto documentario, per la trasmissione "Un mondo a colori", dal titolo "La via delle rose". Trovo che sia una delle storie più interessanti e "inedite" che abbiamo raccontato: il percorso, allucinante in termini di abusi ambientali e umani, di ciascun fiore reciso che vediamo arrivare in Italia e vendere, per esempio, dai venditori ambulanti nei centri turistici delle città.

E' stato pazzesco scoprire il vorticoso giro che una rosa percorre per arrivare nelle mani nostre: non ce n'è una che venga coltivata da noi. A Sanremo, per esempio: o a Genova. Parrebbe facile, ovvio: e invece questi fiori arrivano dal Kenya e da altri paesi del sud del mondo. A milioni. Per un giro d'affari sesquipedale. Con devastazioni geografiche e ambientali difficili da immaginare. Vi consiglio affettuosamente di darci un'occhiata: se ve lo siete perso in tv, c'è la possibilità di rivederlo in streaming direttamente da questo indirizzo.

domenica, 24 febbraio 2008

Harmattan
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Con questo titolo - Harmattan - io dò il bentornato in Italia, in Europa, all'amico Alberto Puliafito che è giustappunto rientrato dal Mali. Lì, in Africa, lui ha fatto un lavoro che io ancora non ho avuto modo di ammirare, né di sentirmi raccontato - e che tra l'altro non è certo finito - ma di cui posso già essere sicuro circa l'importanza e la qualità che rivestirà nel prossimo futuro.

D'altra parte vale la pena d'essere così ottimisti in tempi che lo permettono: abbiamo (abbiamo) appena consegnato un altro documentario alla Rai, che è venuto molto bene, e racconta una storia molto interessante, e ci ha permesso di conoscere gente in gamba, perciò è anche per questo motivo, per questa ritrovata fiducia, che posso essere moderatamente certo che quest'altra cosa qui, che dà il nome al post, e che sancisce il rientro di Alberto in Italia, dopo un'avventura assurda, farà parlare di sè nel prossimo futuro.

Avventura assurda che lo stesso Alberto ci racconterà su queste pagine (oltre che sulle sue pagine) nei prossimi giorni, con tanto di fotografie e tutto. Un altro argomento che varrà la pena di leggere e discutere insieme.

sabato, 23 febbraio 2008

Ma cosa vuoi che sia una canzone
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


Il 29 marzo uscirà il nuovo album di Vasco Rossi
dal titolo Il mondo che vorrei,
con dodici brani inediti.
Vi segnalo questa intervista 
tratta dal suo sito ufficiale.

L'album esce il 28 marzo e subito dopo in pratica inizi le prove per il tour '08 che inizia il 29 maggio dall’Olimpico di Roma. Il 7 febbraio hai compiuto 56 anni. Come stai?
Mi sento un sopravvissuto… in tutti i sensi… ho vissuto molto intensamente anche perché credevo di avere una vita breve. Ho fatto un sacco di esperienze e ho cambiato molti modi di vivere… ho vissuto da sconosciuto, da povero, da ricco e famoso. Da montanaro, da studente, da dj e da rockstar mi sembra che dio mi abbia concesso una vita veramente molto varia e lunga… o forse si è dimenticato di me.

Sei tornato a Los Angeles questa volta per girare il video della prima canzone che si sentirà del tuo nuovo cd e hai scelto di affidarla alla regia di Marco Ponti (Premio Donatello per il film Santa Maradona). Come è nata la collaborazione tra di voi?
Quasi per caso… l'ho conosciuto ad una cena a casa sua l'anno scorso ed è scattato un feeling naturale e direi viscerale. L'ho trovato una bella mente. Molto motivato e ispirato…pieno di un entusiasmo che mi ha contagiato.

Fin dal primo ascolto questo tuo ultimo album è musicalmente rock, forse il più rock. Sei d’accordo?
Il
linguaggio musicale che ho sempre usato per esprimermi è il rock… oggi è soltanto eseguito meglio…

Chi conosce la tua storia potrà trovare in questo album i tuoi temi fondamentali. C'è un filo rosso che lega tutte le tue canzoni: la rabbia di vedere intorno che le cose non cambiano come vorresti, il difficile e complicato rapporto con l'altro, la battaglia quotidiana con quello che vorresti e che non può essere… e una buona e sana dose di auto ironia che rimanda sempre al tenere i piedi ben saldi a terra?
Il filo rosso che lega tutte le mie canzoni sono io. Che sono ancora qui vivo, in salute e vegeto!! La rabbia che provo nel vedere che le cose non sono mai come dovrebbero essere la scarico nelle mie canzoni. E per fortuna ho questo strumento. Ringrazio sempre il cielo e la chitarra.

In che cosa tra questi concetti si riconoscono i tuoi fans?
Penso che rabbia e il difficile rapporto con l’altro siano una condizione diffusa soprattutto tra I giovanissimi.


In questo nuovo disco appare un musicista del calibro di Slash, il chitarrista dei Guns'n'Roses. Come è nata la collaborazione e come è stata l'esperienza in studio? Perché hai voluto proprio lui?
È stata la sorella che al concerto di Firenze…

1982, "..Vado al massimo… Vado a Sanremo.."
E' stato il mio sberleffo a Sanremo… una manifestazione che a quei tempi era molto giù di moda (altrimenti penso che non mi avrebbero fatto partecipare. Ci fosse stato un direttore artistico come Pippo Baudo non so…) ma rappresentava ancora l'unica vetrina nazionale che uno sconosciuto poteva affrontare per farsi conoscere in tutta l'Italia…

Eri il rock che non si conosceva, portavi le chitarre elettriche, un atteggiamento non proprio allineato e nei testi ti esprimevi in prima persona, raccontavi le tue rabbie e le tue frustrazioni. In che cosa sei stato più rivoluzionario: nei testi o nel modo di essere sul palco?
Direi In tutti e due. Nei testi ho cercato di introdurre il minimalismo dopo la straordinaria stagione dei cantautori che aveva visto il trionfo delle parole e delle ballate. Usavo il rock come linguaggio musicale e la chitarra elettrica al posto della chitarra acustica. Anche nelle esibizioni dal vivo ho cominciato a privilegiare l'aspetto scenico e spettacolare al posto delle spiegazioni e delle riflessioni che contraddistinguevano le performance dei cantautori.

Se allora ti avessero detto che saresti diventato la più grande rockstar italiana, ci avresti creduto? E quando ti sei reso conto che rappresentavi il nuovo nel panorama della scena?
Nemmeno nei miei sogni più sfrenati. Che rappresentavo il nuovo me ne rendevo conto già all'inizio della storia ma non credevo di raggiungere questo livello di popolarità. Pensavo al massimo ad un successo di nicchia.

Ti ricordi dove e quando c’è stato il tuo primo concerto vero e proprio? Quanta gente c'era? Che emozione hai provato la prima volta che hai cantato davanti a un pubblico che è venuto lì appositamente per vedere te?
Me lo ricordo… è stato in piazza maggiore a Bologna e c'erano sì e no trenta persone che erano venute a vedermi. Il solo fatto che gli altri in piazza mi abbiano lasciato suonare senza mandarmi a quel paese mi sembrò un successo straordinario.

30 anni dal tuo primo singolo, Jenny/Silvia e dal tuo primo album Ma cosa vuoi che sia una canzone. Anche allora nell’album convivevano diverse anime: la nostra relazione tema sulla coppia, Jenny quello sociale e Ambarabacciccicoccò addirittura politico.
A parte ambarabacciciccoccò… le mie canzoni sono sempre state di carattere sociale più che politico… le due anime, il tema della coppia e il tema sociale, convivono sempre… parlo di quello che vedo e di quello che sento. Di me, delle mie rabbie e delle mie delusioni, cercando sempre di farlo con ironia. Spesso le mie sono delle provocazioni. Discorsi per assurdo, al limite o caricature che servono a far riflettere, a pensare e a tenere sveglie le coscienze. Compresa la mia.

E che peso ha la musica nella tua vita?
L'unico senso che ho cercato e trovato è nella musica.

Inizia dunque un'altra emozione.
Inutile dire che noi ci saremo.
[aNDy cAPp]

Biglietti

sabato, 12 gennaio 2008

Gabriele
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


In questo fine settimana torna il campionato di calcio.
Due mesi fa moriva Gabriele Sandri, ucciso senza motivo dalla pistola di un poliziotto.
Questa intervista al fratello Cristiano è stata fatta da Tonino Cagnucci
e pubblicata dal quotidiano sportivo Il Romanista.
Vi invito a non perdere nemmeno una parola.

"La morte non è niente, io sono andato semplicemente nella stanza accanto. Io sono io, voi siete voi. Per voi, io sarò sempre ciò che sono stato. Datemi sempre il nome che mi avete dato, parlatemi come avete sempre fatto. Non usate un tono diverso, non assumete un’aria austera o triste. Continuate a ridere di ciò che ci ha fatto sempre ridere. Pregate, sorridete, pensate a me, che il mio nome sia pronunciato in casa come è sempre accaduto senza alcuna enfasi, senza una traccia d’ombra. Il senso della vita è sempre lo stesso. Il filo non si è interrotto. Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri semplicemente perché sono fuori dalla vostra vita? Io non sono lontano, sono solamente dall’altro lato della strada".

Dall'altro lato della strada c’è il negozio della famiglia Sandri. Il fratello Cristiano e il papà Giorgio raccontano di Gabriele e di un omicidio che nelle cronache è quasi dimenticato, confuso, più o meno strumentalizzato; che nelle aule giudiziarie deve ancora fare il suo corso e che non sia lungo, possibilmente corto. Tirano fuori quelle parole che dentro non finiscono mai. Non smettono. Insieme alle domande. Le risposte devono essere ancora date. Troppe. In ritardo. Inutili. Dovute. Si parla di Gabriele Sandri perché è giusto così, perché non si può dimenticare, perché glielo chiedi, perché altrimenti loro non lo farebbero tanto per farlo. Ovvio. Santo. C'è tanto silenzio e non c'è nemmeno sole alla Balduina ieri. Ieri è ancora come l'altro ieri. Dall’altra parte della strada Cristiano è diventato più grande dei suoi 33 anni, il papà entra un po' più tardi prima di chiudere il mondo fuori. Lì, dall’altro lato della strada. Prima di tutto c’è sempre quella carreggiata, poi la notizia e come è stata raccontata.

Cristiano Sandri quali sono le parole che ancora vanno dette.
«Voglio dire quello che avevo in testa i primi giorni dopo l'omicidio di mio fratello, far presente meglio tutto quel bailamme mediatico e la strumentalizzazione che hanno fatto della morte di Gabriele: hanno parlato di violenza nel calcio, di decreti, di scontri, hanno richiamato il caso Raciti ma Gabriele con tutto questo non c'entra niente. Hanno ucciso un ragazzo e hanno provato a nasconderlo. Già dall'inizio».

Per come è stata diffusa la notizia?
«Per quello, perché non hanno fermato il campionato, per quello che è stato sostenuto in una conferenza stampa talebana dal questore di Arezzo dove è stato impedito ai giornalisti di fare domande, per quello che si diceva ancora il giorno dopo in Parlamento: si sosteneva la tesi incredibile di un colpo sparato in aria, si prendeva tempo».

Perché?
«La discriminante è la divisa. Il fatto che ci fossero di mezzo le istituzioni in un delitto talmente grave, così grave, ha fatto sì di cercare fino alla fine di nasconderlo, di salvare il salvabile. Ma non c'era più niente da salvare. Hanno fatto emergere un'immagine distorta di quello che era accaduto, hanno parlato di terrorismo... una cosa simile è degna dei peggiori regimi dittatoriali. "Caso Sandri: arrestati i terroristi". In Italia è andata così, all'estero la BBC ha aperto: "Poliziotto uccide a sangue freddo un tifoso". Non è un titolo, né una forzatura, è stata la realtà».

Adesso, da tempo, se ne parla poco.
«Adesso c’è silenzio. Assordante. Eppure una notizia così andrebbe sviscerata da tutti i punti di vista, andava trattata dai vari Porta a porta e Matrix che, a parte l'immediatezza della notizia, a parte l'audience che facevano all'istante, non hanno detto più niente. Oblio».

Quanto voluto?
«O voluto o dettato dalla tirature di copie, dallo share. Ma com'è possibile che le armi si usino così? Come non parlarne? Come non sviscerare una notizia così grave? Così grande nella sua gravità? Io ho ringraziato personalmente il testimone che ha raccontato di aver visto quel signore mettersi in posizione per prendere la mira perché altrimenti ho paura che ancora oggi staremmo a parlare di colpi sparati in aria. Ho detto che il silenzio è assordante perché lo abbiamo ascoltato in prima persona, soprattutto qualche giorno fa».

Qualche giorno fa sono uscite delle perizie...
«Già, parliamo di perizie e di accertamenti tecnici: questo signore, questo agente, ha avuto la voglia di sparare. Per quanto riguarda la tesi della deviazione della pallottola, l'unica che potrà sostenere la difesa, gli accertamenti che sono stati depositati riguardano gli elementi chimici rinvenuti sul proiettile per vedere appunto se ha toccato qualche colpo estraneo prima di uccidere Gabriele. Dalla relazione del consulente del pubblico ministero, quindi non il nostro, emerge che non ci sono elementi che possano indicare l'impatto con un corpo diverso. Noi questa relazione l'avevamo in mano da venti giorni, ma ci dicevamo: "Ora se ne occuperà la stampa, adesso arriverà la televisione", invece se non fossimo stati noi a fornire un'indicazione del genere non se ne sarebbe parlato per quel po' che si è tornato a fare. Non se ne sarebbe parlato per niente».

Fa aumentare la rabbia?
«Sì, perché ti trovi impotente... Noi ci troviamo in difficoltà perché non vorremmo emergere come quelli che forniscono le informazioni alla stampa o che vanno per televisioni, però... Dopo due giorni avremmo potuto lanciare un'agenzia, ne abbiamo aspettati venti».

Il presidente Napolitano nel suo messaggio di fine anno non ha ricordato Gabriele, ve l'aspettavate?
«Il presidente Napolitano è stata la seconda persona dopo Veltroni a farsi vivo con noi, e si è fatto sentire veramente. Ci ha detto di essere rimasto sgomento per un evento del genere, ha parlato di gravità estrema. Il presidente non ha parlato di generica violenza negli stadi come hanno fatto certi media, cercando l'orribile equazione: è stato ucciso un poliziotto, poi un tifoso... »

Invece...
«Invece il calcio non c'entra niente. Che quei ragazzi andavano a vedere la Lazio a Milano si è saputo dopo. Chi ha sparato a 60 metri, con le auto che passavano, coi ragazzi che non avevano né sciarpe né bandiere, non sapeva fossero tifosi. E' stato un atto di volontà di uno scellerato, di un delinquente, come ha avuto modo di dire il procuratore capo di Arezzo, non io».

Ci sono sentimenti di rabbia nei confronti delle forze dell'ordine?
«Noi non vogliamo generalizzare, capiamo bene che non tutti gli ambienti sono uguali, che ogni categoria ha i suoi interpreti. Proprio per questo chi ha sbagliato deve pagare. Abbiamo avuto la visita del capo della polizia, il dottor Manganelli, che ha ammesso la responsabilità di quell'appartenente alle forze dell'ordine»

Avete amici poliziotti?
«Sì, ne abbiamo anche come amici di famiglia».

Come si sono posti?
«Con difficoltà , non si spiegavano, non si spiegano come sia potuto accadere una cosa simile, un gesto così sconsiderato: un'arma un poliziotto la deve usare perché è in pericolo la vita propria o quella degli altri. Basta».

Non sono state prese alcune misure cautelari nei confronti dell'agente Spaccarotella.
«Questo signore è a piede libero. Tutti quanti si sono sbrigati a dire, giustificando col ritornello "l'inquinamento della prova, reiterazione del reato, pericolo di fuga... non ci sono gli estremi per..." Beh... Per l'inquinamento della prova non è stato detto nulla sul fatto che la zona in cui ha sparato il poliziotto non è stata posta sotto sequestro, dei due colpi che sono stati sparati, caso strano, è stato rinvenuto soltanto il bossolo del proiettile che secondo loro è stato sparato in aria, e non quello che invece ha raggiunto mio fratello. Per quanto riguarda la reiterazione del reato... uno che prende un’arma e spara con questa facilità si può immaginare anche che un giorno esca di casa e dia una bastonata in testa a qualcuno. Ecco, facciamolo qui il parallelismo con il caso del povero Raciti dove il minore indagato è stato raggiunto dalla custodia cautelare. E non c'entrava. "La legge è uguale per tutti", c'è scritto sui banchi delle aule di giustizia. Dovrebbe. E dovrebbe far riflettere».

Il tempo che variabile è adesso?
«Noi confidiamo nella celerità del procedimento, a febbraio verranno depositate le ultime relazioni sugli accertamenti disposti dal pubblico ministero, e da lì a poco attendiamo che il pm concluda le indagini e richieda il rinvio a giudizio del poliziotto. Noi immaginiamo in primavera, inizio estate. Non vorremmo che questo silenzio, quest'annacquamento sia l’ombrello sulla notizia perché così quando si arriverà al verdetto magari la posizione dello Spaccarotella venga in qualche modo affievolita».

Quale verdetto sarebbe "affievolito"?
«Per il reato di cui si è macchiato questo individuo il codice penale prevede 21 anni di carcere. Non un giorno di meno».

Non un giorno di meno.
«Non cerco e non cerchiamo vendetta. Ma giustizia giusta. Ci aspettiamo questo giudizio, non un colpo di spugna, né operazioni di ortopedia giuridica per alleggerire la posizione dell'agente che comunque, a mio avviso, sarà molto difficile effettuare».

Spaccarotella, un giorno lo incontrereste?
«No, e io non lo voglio incontrare per il resto della mia vita».

Il perdono?
«In questo momento non ci sono proprio i presupposti per perdonare una persona che senza criterio ha avuto la voglia di ammazzare».

(Interviene il papà): «Una persona che qualche ora dopo aver commesso il fatto ha detto bugie e ha risposto al citofono a voi giornalisti: "Fatemi vivere tranquillo". Come si fa poche ore dopo quello che hai fatto a dire "fatemi vivere tranquillo". Come si fa?».

Tra le tante cose dette, invece quella più importante, quella più bella, più giusta?
«Ciò che ci ha detto Napolitano, il presidente della Repubblica: "Starò sempre al vostro fianco". E poi la gente. L'affetto della gente è più forte di ogni strategia comunicativa, più forte del silenzio. La vicenda ha colpito tutti quanti, perché tutti quanti hanno vissuto la possibilità di avere in quella macchina il proprio figlio, il proprio fratello, il proprio amico. Ci sosterranno anche in futuro per quello che sarà una vicenda che purtroppo durerà nel tempo dal punto di vista giudiziario. In questo, però, sono abbastanza tranquillo: ogni persona non si dimenticherà di questo fatto, ogni persona farà in modo di far trionfare la giustizia giusta. Perché è inaccettabile tutto. Gabriele Sandri dev'essere un momento di riflessione per tutta la società civile».

Quello che ha ferito di più?
(Interviene il papà):
«Quando il ministro Amato ha detto che se si prendevano due caffé all’autogrill non sarebbe successo».
«La gestione della notizia, non solo nell'immediato ma due-tre giorni dopo, il fatto che ancora adesso tutti i responsabili siano a loro posto. Magari al poliziotto hanno cambiato mansione per evitare di andare a sparare in giro, ma sta al suo posto; il questore di Arezzo che ci ha regalato quelle dichiarazioni mostruose che hanno ammazzato Gabriele una seconda volta, sta ancora lì, come se non fosse successo nulla. Non so se tutto questo sia stato voluto per non far esplodere la situazione, alzato un polverone apposta: la menzogna dei colpi in area, il no-stop al campionato quando il fatto è avvenuto alle 9.18 e c'era tutto il tempo. Tutto il tempo perché si scatenasse quello che è capitato».

Si è lasciato scatenare?
«Sì, per spostare l'attenzione lontano da quello che è successo. Tutti sapevano nessuno ha fatto nulla, tutti sapevano, nessuno ci ha detto niente. Gabriele aveva i documenti con sé, sapevano chi era, dove abitava e non ci hanno nemmeno chiamato».

Come l'avete saputo?
«A me ha chiamato un amico-collega avvisato da un altro ragazzo, era attorno a mezzogiorno. Dopo mille chiamate per rintracciare il numero di casa (avevo il cellulare spento perché scarico quel giorno) mi ha detto: "Vai ad Arezzo", ma non perché. Mi ha detto: "Però fatti accompagnare", e lì ho capito che era successo qualcosa di brutto. Poi ho chiamato un altro amico per farmi accompagnare ed è lui che mi ha raccontato: "Hai sentito quello che è successo ad Arezzo? E' stato ucciso un tifoso della Lazio". Mentre andavo, la radio mi ha detto nome e cognome. Mio fratello».

"Mio fratello". Gabriele Sandri, un ragazzo ucciso nella sua auto mentre andava a vedere la Lazio. "Mio fratello". Cristiano Sandri è un tifoso?
«Da 33 anni, sono nato nel '74, sono della Lazio. Mio padre è tifoso della Lazio, è lui che mi ha portato a vederla quand'ero piccolissimo. Me lo ricordo, era lo stadio di Pisa, una partita di Coppa Italia, avrò avuto sì e no 5 anni . Era sera, c’erano le luci. Più che altro ho immagini di quello stadio. Sono stato abbonato in curva dai miei 16 anni anni fino a i 30, poi, così come va per molti altri che hanno vissuto lo stadio, gli amici si sono spostati in tribuna e con loro anch'io. Mio fratello invece continuava ad andare »

Sei più tornato allo stadio?
«No, da quel giorno no».

Hai intenzione di farlo?
«Sì, perché ho quasi l’impressione che tornandoci fisicamente ci posso riportare anche mio fratello. Certo, quando mi sentirò di affrontare questo... A parte vedere una Curva, la Curva Nord intitolata a Gabriele Sandri fa... Fa.».

A Badia al Pino sei più tornato?
«Quando abbiamo fatto i sopralluoghi per le perizie, ho visto non proprio il punto, ma dove hanno messo le sciarpe: i colori di tutte le squadre».

Per certi versi veramente un monumento, non solo simbolico. La morte di Gabriele potrebbe...
«Ho sentito tanti amici, tifosi della Lazio, tifosi della Roma, la morte di Gabriele ha dato una nuova consapevolezza di valori in tanti. La consapevolezza del valore della vita che mai può essere messo in discussione, né a rischio».

La morte di Gabriele può far cambiare in meglio le cose del calcio e quindi anche quelle della vita?
«Sì, è giusto parlare di sacrificio per mio fratello. Dalla sua morte non ho più sentito parlare di episodi di violenza negli stadi. Si deve parlare di sacrificio perché Gabriele possa venir preso sempre a simbolo per situazioni positive, in tutte, non solo nel calcio. Per questo ogni situazione a lui legata dovrà essere ricordata per l'alto valore della vita che rappresenta. Ogni iniziativa fatta sarà in tal senso: il valore stesso della vita».

Per il prossimo derby s'era parlato di fare qualcosa, avete pensate voi a qualcosa?
«Sì, il prossimo derby potrebbe essere un'occasione importante per dimostrare una presa di coscienza di tutti i tifosi, nella circostanza della Roma e della Lazio, ma non solo loro. Purtroppo quando si parla di tifosi lo si fa come ci si riferisse a una categoria di sottosviluppati e non di cittadini, di essere pensanti. Non so se io... sarebbe un'occasione importante. L'ultimo derby l'ho visto proprio con Gabriele ... Potrebbe essere un'occasione anche per me».

(Interviene il padre): «Io vorrei andare in Curva Sud. Come facevi un tempo con gli amici, a giocare a scopetta prima. Io vorrei andare a vedere il derby in Curva Sud».

Tuo fratello lo definiresti un ultrà?
«Anche io, e non solo mio fratello, mi posso definire un ultras, anche mio padre si può definire un ultras, anche tu se lo sei per la Roma. La parola ultras è sentita solo con un'accezione negativa e invece non è così: è il modo più bello di seguire la squadra del cuore ovunque essa giochi, fattivamente, incitandola. Creando quelle amicizie che sono poi la cosa più bella nel seguire questa passone. La goliardia, i sorrisi, i viaggi, la spensieratezza con cui si va allo stadio, oltre che per vedere la partita della squadra del cuore, per lo stare con gli altri, con gli amici e con chi non conosci ma che abbraccerai. Per viaggiare, una giornata insieme, a pranzo come sarebbe capitato a Gabriele se non fosse stato fermato prima... Di andare a vivere. Ad essere così vitali come accade. E la Curva secondo me è una delle massime espressioni nel calcio, il sentimento più alto».

I gruppi ultras della Roma hanno "scioperato" anche perché Gabriele Sandri il sistema se lo era dimenticato...
«Il fatto che si muovano i tifosi o solo qualche giornalista sportivo deve far pensare. Loro, o chi nello stadio è rimasto in silenzio, chi nel mondo ha ricordato Gabriele, sono gli unici che hanno individuato il nocciolo del problema, ed è stato sicuramente un modo civile. Si parla sempre e solo in negativo dei tifosi, degli ultras, poi quando fanno iniziative, o vengono dimenticate o strumentalizzate per coglierci il lato che non va bene».

Una volta si cantava 10-100-1000 Paparelli, adesso si cantano i cori per Gabriele Sandri.
«Ecco che significa Gabriele. E' un'evoluzione culturale che dovrebbe parlare a molti, che aiuta a far capire certi fenomeni, perché per me quello della violenza negli stadi può essere risolto. La presa di posizione dei tifosi è importante, i tifosi sono persone che hanno una loro intelligenza, che non si fanno condizionare, che non mandano il cervello all’ammasso, ma che vengono dipinti come massa indistinta».

Perché?
«Una forma di controllo. Quando vieni toccato da un fatto del genere pensi a tutto quanto, ti poni tante domande e cerchi di capire per quale motivo si voglia responsabilizzare oltremodo il mondo del calcio e dei tifosi su questioni che dovrebbero essere affrontate diversamente dalla società e dalle istituzioni, e non unicamente con la repressione, con il pugno duro. Dove c'è la repressione c'è la reazione, guarda i rapporti tra padre e figlio: non puoi pensare a punire se non pensi prima di approfondire il rapporto e i suoi motivi».

Se un giorno avessi dei figli...
«Li manderei in curva. Io mi ricordo quando andavo in curva quattro ore prima, l'emozione che mi dava il fatto di poter cantare per la mia squadra, poterla sostenere. È una cosa bellissima perché ti senti partecipe di una comunità autentica, semplice ma forte. Forse veramente lo stadio, e la curva in particolare, è l'unico posto in cui certi ostacoli, certe barriere cadono, il posto più trasversale che ci sia: nessuna differenza di ceto, di istruzione, di professione, di religione. Proprio per questo, visto il modo così genuino e del tutto spontaneo di vivere il calcio e in definitiva la vita, io posso dire che se avrò dei figli sicuramente li manderò in curva. Sempre se lo vorranno».

Sempre laziali eh?
«Po' esse solo quello».

Quello che conta è un altro. E' quel nome, Gabriele Sandri, e quel monumento di sciarpe all'autogrill di Badia al Pino...
«Una Fondazione. Stiamo studiando e lavorando per far nascere una Fondazione. A breve ci incontreremo col sindaco e col suo staff per poter organizzare una situazione effettiva e concreta, una Fondazione perché il nome di Gabriele possa essere associato a iniziative benefiche e di costruzione sociale, che comunque possano portare a qualcosa del positivo, possano aiutare chi ne ha bisogno. Si tratta di un'iniziativa impegnativa che dovrà essere strutturata in modo minuzioso e valido».

A Gabriele come piacerebbe essere ricordato?
- «Gabriele era il prototipo del ragazzo gioioso, che guardava alla vita unicamente dal lato positivo, quindi sicuramente con un sorriso. Vorrebbe essere ricordato col sorriso che lo contraddistingueva. E questo, come famiglia, cerchiamo di riproporcelo sempre, ogni volta. E come puoi immaginare non è facile. Perché la sua mancanza è talmente tanto grande e profonda che a volte sorridere fa tanto male».

Ti è capitato di sognarlo?
«Ancora no, un sogno così bello ancora non sono riuscito a farlo».

Non riesco ad aggiungere altro. Provo solo un profondo rispetto
e la voglia di dire grazie a Cristiano Sandri per le sue parole così vere.
Gabriele sarebbe orgoglioso di un fratello così.
[aNDy cAPp]

venerdì, 14 dicembre 2007

Pugili all'angolo
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Siccome lo abbiamo sempre fatto, siccome so che c'è qualcuno interessato e siccome, addirittura, c'è chi, tra i lettori, mi aveva in qualche modo ispirato l'argomento mesi fa, (mi riferisco al mitico Botticella), vi segnalo che è andato in onda questa mattina su Rai Due il quarto nostro lavoro per Rai Educational dal titolo "Pugili all'angolo". Parla, naturalmente della realtà dei pugili stranieri qui in Italia, tra sfruttamento, ostracismo e speranze. Il tutto per la bellissima trasmissione "Un Mondo a Colori".

Il fatto che non lo abbia scritto qui prima è perché io stesso ho saputo oggi pomeriggio che andava in onda... Stamattina. (no comment) Come per tutti gli altri servizi, anche questa volta ho lavorato insieme ad Alberto Puliafito e Fulvio Nebbia della meravigliosa IK PRODUZIONI: senza di loro eccetera eccetera.

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Se ve lo volete guardare basta cliccare qui.
Se volete guardare i nostri altri servizi potete sceglierli nella colonna gialla qui a sinistra. (non è molto professionale, me ne rendo conto!) Altrimenti ci leggiamo qui e là. Come sempre.

domenica, 18 novembre 2007

''Sei stato tu con il tuo sasso''
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


di Dario Stefano Dell'Aquila
(da Il Manifesto del 15 novembre)

[...] Nonostante l'attualità del tema, quello dell'uso delle armi da parte delle forze dell'ordine rimane ancora un tabù. Tanto è vero che non si dispone nemmeno di dati ufficiali su cui provare a ragionare.


Nel 1986 Luca Rossi, studente milanese, viene ucciso da un colpo di pistola partito, accidentalmente, dalla pistola di un agente della Digos. Gli amici di Luca Rossi fondano un centro di iniziativa politica provando a ragionare sul loro dolore. Si interrogano su quanti siano i morti e i feriti per mano delle forze dell'ordine dalla introduzione della legge Reale, la norma approvata nel 1975 che ha aumentato i poteri delle forze di polizia. Dai loro dati, che arrivano al 1989, basati sulle notizie di stampa, emerge che tra i morti (254) e i feriti (371) si arriva al numero di 625 persone.

Pubblicano questi dati in un libro dal titolo «625 Libro bianco sulla Legge Reale - Ricerca sui casi di uccisione e ferimento da legge Reale». E chiamano a discuterne alcuni intellettuali tra cui Franco Fortini. Purtroppo, il loro lavoro si è fermato ad alcuni anni fa. Visto che dati recenti non c'erano, abbiamo deciso di produrli noi, con un criterio ancora più selettivo. Abbiamo esaminato solo i casi avvenuti durante un controllo o un fermo di polizia, non abbiamo preso in esame cioè né i casi di conflitto a fuoco con altre persone armate né il caso di Carlo Giuliani. Dal 1998 ad oggi, emerge che sono almeno 18 le persone uccise da un colpo di pistola esploso accidentalmente. A questi casi, si potrebbero aggiungere altri 3 episodi, in cui la vittima è stata soffocata (2) o si è gettata dalla finestra (1). Caratteristica comune di questi casi è che la versione ufficiale ha sempre un avverbio, un accidentalmente, alla base della ricostruzione ufficiale.

[...] Solo quest'anno sono tre gli episodi. Il 4 luglio 2007 Susanna Venturini, 51 anni, incensurata, madre di tre figli, muore in un'area di servizio nel veronese. Scoperta durante un tentativo di estorsione fugge e viene uccisa, in auto, dal colpo di pistola di un carabiniere. L'otto settembre è la volta di una donna rumena, in fuga dopo aver rubato 300 euro ad un supermercato di Ivrea. L'auto su cui viaggia non si ferma all'alt dei carabinieri. Il ventotto ottobre a Somma Vesuviana, nel napoletano, muore Pasquale Guadagno, 20 anni. Viaggia su un'auto che non si ferma all'alt dei carabinieri. Dopo un lungo inseguimento, viene ucciso da un colpo esploso da una pistola. Nel 2006 un cittadino nomade di 51 anni, Giuseppe Laforè, viene ucciso dopo un inseguimento dei carabinieri, a Piasco, sulla strada tra Saluzzo e Cuneo. La vittima, accanto al guidatore, viaggiava su una vettura che, secondo una prima ricostruzione, non si sarebbe fermata a un posto di blocco, viene uccisa dal colpo di pistola partito accidentalmente.

Nel 2005, nel giro di tre mesi, muoiono due immigrati. A Milano un giovane tunisino, 26 anni, muore dopo che, durante una colluttazione, è colpito da un colpo di pistola accidentalmente partito dalla pistola di un agente della Guardia di Finanza. A Torino, cambiano nazionalità della vittima, a perdere la vita è un senegalese, e la divisa di chi ha sparato è quella di un agente di polizia. Rimane l'accidentalmente per l'omicidio avvenuto questa volta durante un normale controllo. Un immigrato nigeriano, a Torino, invece si getta da una finestra durante un controllo di polizia. Molto conosciuto il caso di Federico Aldrovandi che muore a Mantova durante un fermo. In questi due casi non vi è l'uso di armi da fuoco.

Molte di queste tragedie non hanno fatto notizia: sono state confinate nelle brevi di cronaca o nelle pagine dei quotidiani locali. È il caso, ad esempio, di Domenico Palumbo 30 anni, soffocato, il 31 ottobre 2004, durante un fermo effettuato da tre agenti di polizia penitenziaria di fronte la sede della loro scuola di polizia. Oppure come il caso di Gregorio Fichera che muore a diciotto anni, mentre, a Catania, è alla guida di un auto rubata. Il colpo di pistola è di un appuntato dei carabinieri. A Brescia, invece, Stefano Cabiddu muore mentre è sul bordo del fiume Mella in compagnia dei suoi fratelli. «Un doloroso incidente», lo definisce il procuratore capo di Brescia Giancarlo Tarquini. È giugno 2003, quando ad Arzano vicino Napoli, Mohamed Kadiatou Cisse viene ucciso nell'abitazione della sorella. È a letto, soffre di una forte depressione. La famiglia ha chiamato il 118, ma arrivano i carabinieri. La sua morte si dimentica in due giorni, mentre i familiari ancora si battono per avere giustizia, o almeno la verità. A Gorizia Bostian Brecelj, di 30 anni, è ferito con un colpo di pistola alla testa sparato - accidentalmente, secondo la ricostruzione degli stessi carabinieri - durante una colluttazione avvenuta dopo un lungo inseguimento. Sempre dopo un lungo inseguimento, questa volta a Bari, trova la morte Michele Ditrani, 47 anni. Anche qui a sparare la pistola di un carabiniere. A Padova (2002) Nunzio Albanese, sospettato di far parte di una banda che ruba camion, viene ucciso in un'area di servizio, da una sventagliata di una mitraglietta il cui portatore, un carabiniere, scivola accidentalmente. Infine, ecco l'unico caso che ha avuto una certa attenzione dei media, prima di cadere nel dimenticatoio. Siamo a Napoli. È il 21 settembre 2000. Mario Castellano ha solo 17 anni e come tanti gira in motorino senza casco. Non si ferma all'alt dell'agente di polizia Tommaso Leone. Il poliziotto si volta e spara o, se preferite, inciampa e accidentalmente parte un colpo. Mario Castellano muore con un polmone bucato. Tommaso Leone viene condannato definitivamente (dopo che la Cassazione annulla il processo di secondo grado in cui era stato assolto), nel 2005, a dieci anni con l'accusa di omicidio volontario.

Nessuno di questi era un omicidio legato al calcio.
Di nessuno o quasi di questi morti ammazzati si è parlato.
Ma per come è andata la settimana che si è appena conclusa,
mi sembra che non si sia parlato troppo nemmeno di quello di Gabriele Sandri,
il neofascista con i sassi nelle tasche
Un altro, l'ennesimo, omicidio accidentale.
[aNDy cAPp]

sabato, 17 novembre 2007

Gli effetti speciali di una politica cieca [i grassetti sono nostri]
Categoria:segnalazioni, scritto da altri


di Alessandro dal Lago
(da il Manifesto del 14 novembre)

Proviamo a separare i fatti di domenica dalle amenità fumogene dei soliti noti: la «guerra civile» di Calderoli, l'inevitabile solidarietà del pistolero Cossiga e la difesa a prescindere della polizia da parte di Casini. Che cosa resta? Banalmente, che un agente della stradale, scambiando una presunta rissa tra tifosi per una rapina, spara ad altezza d'uomo su un'automobile e uccide uno che non c'entra. Quello che è successo poi negli stadi era prevedibilissimo e il modo pasticciato con cui l'ineffabile Sgalla, già illustratosi al tempo della Diaz, il questore di Arezzo e autorità varie hanno cercato di gestire le conseguenze dimostra solo l'incapacità di comprendere il fenomeno ultrà e in generale la violenza giovanile.

Per cominciare, «errori» come quello di domenica dimostrano la scarsa attenzione dei corpi di polizia per la vita dei cittadini. Gli incidenti ai posti di blocco, i colpi in aria che uccidono i passanti e così via sono innumerevoli in Italia e la sciagurata legge Reale non ha fatto che legittimarli. Inoltre, tutti sanno che in questi casi o scatta l'impunità o comincia il depistaggio.

Qui non si tratta solo di mancanza di professionalità, ma di uno stile connaturato allo stato italiano, il quale non fa giudicare e punire mai i suoi uomini quando la fanno grossa. Tutti i dirigenti al tempo del G8 hanno fatto carriera, tranne quello che forse c'entrava di meno, cioè il questore di Genova, nonostante le violenze gratuite, la caccia grossa ai manifestanti pacifici, prove false, reticenze, testimonianze fasulle e così via siano state ampiamente dimostrate dalle indagini. Che la commissione d'inchiesta sui fatti di Genova non fosse voluta anche da gran parte dell'attuale maggioranza di governo, lo si sapeva. La polizia in Italia è intoccabile e vogliamo vedere se davvero questa volta si andrà fino in fondo, come non è successo con Carlo Giuliani, la morte di Raciti e innumerevoli casi minori.

Ma questo è solo un aspetto della questione.
Si direbbe che da anni si sostituisca la comprensione dei fatti con gli slogan a effetto e le definizioni giudiziarie a sensazione.

Ipotizzare il terrorismo per i fatti di Roma significa non avere più il senso delle proporzioni. Proprio come dare quattro anni di prigione al marocchino di Torino per un grammo di hashish. Esattamente come scatenare l'odio di massa per i rumeni, salvo poi rimangiarsi in parte un decreto che qualsiasi ente di diritto internazionale giudicherebbe lesivo dei diritti umani. Qui non vediamo alcuna differenza con la gestione della cosiddetta sicurezza da parte del governo Berlusconi. Voce grossa, deportazioni, decreti sull'onda dell'emozione e nessuna capacità di capire. E quindi le emergenze continueranno.

Se le autorità italiane praticassero un po' di quella «sociologia» che l'intelligentissimo ministro Amato tanto disprezza, saprebbero che il mondo delle curve ha visto emergere negli ultimi dieci anni una significativa novità: l'egemonia dei gruppuscoli di destra e la loro capacità di negoziare con le società di calcio i propri interessi e privilegi in termini di biglietti, visibilità e controllo degli stadi. Questo è il nodo, e non la generica disponibilità delle curve a menare le mani (che più o meno c'è sempre stata).

Colpendo il tifo in generale, proibendo le trasferte, trattando le sassaiole, gli scontri o le risse per atti di terrorismo, non si farà altro che rafforzare le avanguardie nere o comunque violente che forse non aspettano altro.

Se il ceto politico, compresa gran parte di quello ora al governo, crederà davvero ai propri slogan a effetto, invece di valutare esattamente le responsabilità, introdurre un po' di rispetto per la vita tra le forze dell'ordine e comprendere che i fenomeni sociali non si gestiscono per decreto, saranno guai.

(grazie a Emi per la segnalazione)

sabato, 03 novembre 2007

Doh!
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Incredibile ma vero.
Adesso anche Homer Simpson ha un blog.

domenica, 30 settembre 2007

La cosa più bella
Categoria:segnalazioni, weekend, scritto da stefano havana


La cosa più bella che abbia mai letto sull'argomento Vasco Rossi dal vivo l'ho trovata scritta da un insospettabile, uno che tutte le passioni pensavo che avesse tranne questa. Sto parlando di "Zio" Trenta Marlboro, sto parlando di questo meraviglioso post. Che entra di diritto tra i cinque post più belli che abbia mai incontrato: si intitola "Pronomi personali" ed è il primo post che mi sono sentito in dovere di commentare via sms all'autore ancor prima che nella maniera tradizionale.
(lo possono leggere anche i non appassionati di Vasco: parla di molte altre cose. Parla di noi)

martedì, 06 febbraio 2007

A lei piace molto la Schweppes (riconsiderare YouTube)
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


A proposito di utilizzazione volgare di Internet, vi invito all'ascolto di "Gocce di memoria" di Giorgia, qui reinterpretata da una dolcissima artista d'avanguardia che più che il cuore ci mette i polmoni in maniera sensazionale. Da sentire a volume sostenuto, per piacere. (da abbassare, invece, le proprie pretese intellettuali del 98% almeno)

(si ringrazia la trasmissione su Radio Deejay condotta da quei geni di Elio e le Storie Tese per la magnifica segnalazione. Elio ha peraltro contattato telefonicamente la dottoressa in questione al fine di realizzare un memorabile duetto con l'interprete originale del pezzo, notoriamente amica e collaboratrice degli Elii)

giovedì, 09 novembre 2006

Novità in libreria
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Ieri sono stato in libreria per cercare il libro di questo signore.
Non trovandolo, ho dato un'occhiata in giro e mi sono reso conto di due straordinarie novità editoriali (che mi bombardavano da ogni dove).

Intanto tutto era tappezzato delle foto segnaletiche di Annamaria Franzoni. Il che strideva fortemente con la mole inquantificabile di belle signorine (gnocche prodigiose) che circolavano ieri per la via della Dolce Vita romana. Mi domandavo se non fosse una stramba iniziativa di una qualche Associazione Genitori. Poi ho capito che era il lancio promozionale del libro in uscita della donna, scritto insieme all'inviato del settimanale Gente, Gennaro De Stefano: "Le verità", si intitola e sarà sugli scaffali a partire dal 14 novembre. L'incipit recita così:

Il piumone copre completamente il letto, penso che Samuele si sia nascosto per farmi lo scherzo del cucu, ma, nello stesso momento, sento un respiro strano, prendo il piumone e lo alzo, buttandolo sul letto. Un sussulto. Urlo: "Samuele"!, ma la voce è affogata.

Giusto sei giorni dopo l'uscita del tomo, riprenderà a Torino il processo d'appello relativo all'omicidio Cogne: qualcuno ha parlato di tempestività sospetta. Difficile comunque pensare che l'uscita di un prodotto editoriale possa condizionare i percorsi giudiziari già incasinati massimamente da Taormina.

fedeIn attesa dell'evento, comunque, possiamo consolarci con un altro brillante approdo che non mancherà di destabilizzare le menti già definitivamente addormentate dell'italiano medio. "Fuori onda", di Emilio Fede. L'unico direttore di tg famoso perché faccia ridere e non perché informi, ci sorprenderà con effetti speciali. Tutto un programma il titolo: Emilio è infatti entrato nelle case di tutti gli italiani grazie all'operato polveroso di "Striscia la Notizia" che ne ha resi celeberrimi gli sfoghi - per l'appunto - fuori onda.

"La differenza tra me e un pazzo? E che io non sono pazzo!". (E. Fede)fede

Dal risvolto di copertina: l'anchorman più longevo della televisione italiana, sottoscrive il celebre motto di Salvator Dall (di cui fu amico) e vuole dimostrare in questo libro pieno di curiosità, notizie e aneddoti che a dare qualche segno di vero squilibrio sono soprattutto i suoi innumerevoli e instancabili detrattori. Ha una parola buona e una cattiva per tutti, amici e nemici. Non è forse pazza l'informazione televisiva, sempre a caccia di scoop e di gossip? E la politica? Quale sarà, dopo Tangentopoli e Bancopoli, il prossimo gioco da tavolo che più fedelmente restituirà l'immagine del Paese?

Emilio Fede, tra un fuori onda di "Striscia la Notizia" e un omaggio di "Blob" confessa ai suoi lettori le "bugie" grazie alle quali, ha detto (quasi) sempre la verità.

Buona lettura a tutti!

sabato, 04 novembre 2006

Corto è bello
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


paradisoDopo circa un mese di lavoro, si può ormai ufficialmente dire (fatta salva l'apocalisse) che questo post diventerà un cortometraggio. Bello, no?

Questo grazie alla voglia e alla passione di due ragazzi toscani che si chiamano Rocco e Andrea: mi scrissero qualche giorno dopo la pubblicazione di quel racconto e mi proposero la cosa. Da allora sono stato a Firenze, abbiamo buttato giù qualche decina di migliaia di parole e mi sono occupato di stendere un primo "concept" di una trentina di pagine per la sceneggiatura della Somma Opera. Abbiamo i volti dei due attori protagonisti, ma siccome sono nomi importanti, allora per scaramanzia non li dico ancora fino all'ufficialità. Ora viene il bello, perché bisogna stringere i tempi, incaricare il nostro sceneggiatore ufficiale (ché non è il mestiere mio)  di rendere praticabile quello che ho messo su carta nel "concept" (che potrebbe tranquillamente essere una monnezza), assicurarci le location e procedere con le riprese. Il nostro obiettivo è di completare tutto entro la fine di dicembre.

Niente, ve lo volevo dire.
E se qualcuno disponesse di una ENORME poltrona gialla e kitch si facesse sentire!

sabato, 07 ottobre 2006

Alcune cose da fare insieme
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Qui a Roma, dal 7 al 10 dicembre 2006 si terrà questa benedetta Fiera della piccola e media editoria: "Più libri, più liberi". Ora, a parte il fatto che io avrei volentieri cambiato la dicitura in "Più libri necessari, più liberi", mi piacerebbe comunque approfittare di questo stantìo weekend - occupato mediaticamente da quei banditi della Nazionale - per parlarvi un po' dell'evento che, quest'anno, sarà pesantemente incernierato sulla realtà blog.

Due palle, diranno in molti: e in effetti il rischio è quello, se non fosse che alla base dell'organizzazione della cosa - che si chiama Più Blog - ci sono tre persone tra quelle che veramente mi piacciono di questo mondo strano che vive sui monitor di ciascuno e vale a dire: Marina Bellini, Mitì Vigliero e Tittyna Cerquetti. C'è anche un signore che si chiama Leo Sorge e che ho avuto modo di conoscere in occasione del Noantri Birra Party: non ci ho parlato molto, ma nel salutarlo mi ha detto che da coscia nasce coscia, il che mi ha completamente persuaso su un sacco di cose della vita e del mondo.

Ora, relativamente a questa cosa fichissima che si terrà al Palazzo dei Congressi dell'Eur dal 7 al 10 dicembre, appunto, voi cosa potete fare di bello? Dunque, intanto - se lettori di Noantri siete - potete VENIRE CON NOI (per ora siamo io ed Andy Capp, ma conto di trascinare anche Valerio e gli altri). Stiliamo una bella lista di partecipanti e ci vediamo tutti lì. Facciamo un po' di casino, lavora chi deve lavorare, stende contatti chi deve stendere contatti, rompiamo le palle alle hostess coi tacchi, facciamo l'occhiolino alle signore, cerchiamo di divertirci e poi, se è il caso, ci andiamo a prendere tutti quanti una bella cosa da bere.

Da qui fino alla data, io vi ricorderò la cosa un paio di volte al mese: se qualcuno vuole aiutarmi nell'impresa di aggregazione UMANA, può scrivermi. Oppure parlarne a propria volta, andare sul blog dell'iniziativa e cominciare a studiarne i particolari (per esempio consultando il programma), oppure partecipare all'originale concorso letterario che si chiama "Emozioni tra le righe" e che tratta di libri e di letture: se pensate di essere in grado di scrivere qualcosa di necessario in dieci-righe-dieci potete leggere il regolamento e pubblicare il vostro lavoro. Ci sono anche un sacco di altre iniziative utilissime a far muovere quei cervelli lobotomizzati dai reality show che ci troviamo: andatevi a leggere questa grandiosa pagina e spegnete quella cazzo di televisione.

Mettiamoci in testa di avere TUTTI una responsabilità precisa: "Cambiare la faccia alla classifica dei best sellers". Lo disse una volta Flannery O' Connor, l'ho detto io a Marina la sera in cui ci siamo conosciuti e mi pare che lei avesse annuito fino a spettinarsi. Proviamo a ridare una dignità all'editoria italiana. Ma, come, noi? Piccoli e infinitesimali noi? Secondo me ce la possiamo fare. Se dietro questi monitor c'è gente simile a quella che ho avuto modo di conoscere di persona l'ultima volta a cena, amici miei, l'universo è conquistato.

lunedì, 02 ottobre 2006

Santa Klaus
Categoria:segnalazioni, scritto da andy capp


andycappChe Marco Travaglio sia un giornalista scomodo non lo scopriamo certo ora. A molti la sua sottile (non facile) ironia fa storcere il naso. Ma la sua preparazione è talmente alta che giustificarne la spocchiosità credo sia più che dovuto. Fortuna che esistono ancora professionisti come lui. Quella che segue è una sua perla di un paio di anni fa. In questo caso il nemico non era nemmeno uno così potente, ma pericoloso in un certo senso sì. Obbligo: Imparare da queste righe come si distrugge un personaggio...

Incerto se occuparsi dei processi Berlusconi e Dell’Utri, o se invece presentare il suo ultimo libro anche a Porta a Porta avendo esaurito gli altri programmi Rai, lunedì Bruno Vespa ha optato per un caso ben più serio che lacera la società contemporanea: le gemelle Lecciso. Erano con lui, in quell’ora grave, Barbara Palombelli e Paolo Crepet, che distillavano gli stessi alti concetti espressi di solito sul pigiama della mamma di Cogne. Poi, al posto del criminologo Francesco Bruno, c’era Klaus Davi. Gli storici che studieranno l’Italia di inizio millennio si occuperanno, nel reparto peli superflui, di questo eroe dei nostri tempi che riciccia su tutti i canali, a tutte le ore, in tutti i programmi, a discutere di tutto senza dire nulla né aver nulla da dire.

Chi è Klaus Davi? Svizzero, 37 anni, è quel wurstel coi capelli unti, gli occhialini tondi, l’abitino di carta stagnola e la vocina bianca che ride sempre senza spiegare né sapere perché. Si presenta come “massmediologo”, ma nelle redazioni dei giornali è noto da diversi anni, da quando si aggirava come un postulante molesto tentando di piazzare sondaggini su argomenti improbabili e veniva gentilmente accompagnato all’uscita. Poi convinse incolpevoli vip e mezzivip, fra i quali la psicologa Vera Slepoj, ad affidarsi a lui per promuovere la loro immagine e cominciò a creare eventi intorno a loro, nella speranza di una citazione, o almeno una didascalia. A furia di insistere e di presenziare, entrò a far parte del paesaggio, anche se nessuno capiva bene chi fosse e che volesse. Un po’ come gli imbucati ai pranzi di matrimonio, che i parenti della sposa credono amici dello sposo, e viceversa; intanto quelli mangiano a sbafo. Che cosa sia poi accaduto non si sa. Si sa soltanto che, a un certo punto, l’uomo-wurstel “svoltò”. Continuò a piazzare vip e mezzivip in tv e nei giornali e poi, già che c’era, piazzò anche se stesso.

Da quando in tv non possono più metter piede Biagi, Santoro e gli altri criminosi, il Negronetto della massmediologia sbuca in ogni dove come opinionista dispensando il suo nulla a piene manine. Perché lui ha questo, di buono: riesce a parlare di tutto con la stessa, enciclopedica incompetenza. Ospite fisso di Quelli che il calcio e del Processo di Biscardi, ma anche di Vespa e di Costanzo, ha addirittura un contratto col Tg3: ogni sera traduce due o tre titoli di giornale dal francese e dall’inglese, impresa così ardua da non poter essere realizzata in redazione, e da imporre un appalto esterno al Davi medesimo. Il quale, la domenica, al Tg3 della notte, balbetta addirittura un editoriale. Negli ultimi tempi s’è dato pure alla politica, curando immagini a destra e a sinistra. Il che non gli impedisce di tenere rubriche di argomento televisivo sull’ Espresso e Sorrisi e Canzoni, in triplo conflitto d’interessi. Per non farci mancare niente, ha persino scritto un libro,“Dì qualcosa di sinistra”, dal sottotitolo che è tutto un programma: “Come vincere in politica senza parlar male del Cavaliere”. Per incredibile che possa sembrare, ha trovato persino nei Ds qualcuno che gli desse retta, a riprova del fatto che la “circonvenzione di capace” (definizione di Agnelli) non è riuscita soltanto ad Adornato con Romiti ai tempi di Liberal. La cura Davi, catastrofica per il centrosinistra, si rivela però fruttuosa almeno per Davi. Che infatti viene continuamente invitato nelle tv controllate o possedute da Berlusconi, intervistato dai giornali di Berlusconi, ingaggiato dalle regioni targate Berlusconi (come Piemonte e Lazio). Segno evidente che Berlusconi lo teme come una spina nel fianco. Lui comunque lavora per destra e sinistra: così, mal che vada, vince sempre.

Il 12 novembre, intervistato dal Giornale, Wurstel Man ammoniva la sinistra a guardarsi “dalla sindrome da Michael Moore”, sosteneva che in Rai “sembra di essere all’era Santoro-Zaccaria”, intimava alla Dandini a non invitare più Santoro e invitava l’Ulivo a elogiare la riforma fiscale di Berlusconi e a frequentare Biscardi. Il 5 dicembre, sempre sul Giornale, elogiava Rete4 (“più brillante di Rai3”) e bocciava Rai3 (“una rete ghetto”) e Ballarò, reo di aver invitato un “registucolo qualsiasi” come Ken Loach. Per fortuna alla rete-ghetto rimane un gigante come Davi, che tutto il mondo ci invidia.

“La mission – si legge nel suo sito - della Klaus Davi & Co. consiste nell’assistere il cliente in ogni passo del processo di decisione... A questi plus si aggiunge un nuovo approccio di comunicazione ambientalista... Inizialmente votata alla comunicazione pubblicitaria, al fashion e all’implementazione della brand awareness, si è oggi sviluppata e organizzata nelle divisioni Practice Corporate Communications (Posizionamento/ riposizionamento strategico; relazioni con enti/istituzioni/ altri stakeholder; reputation management; image building), Practice Mass Marketing & Fashion Communications (relazioni con trendsetter, iniziative di co-marketing)...”. Ecco: mentre gli altri dormono, Davi approccia il plus, riposiziona la mission, monitora il fashion e implementa il brand awareness. Fra i beneficiari più prestigiosi delle sue “grandi strategie di comunicazione”, oltre a Rai e Ds, si segnalano i Giovani Imprenditori, la Fiat Auto, ma soprattutto i reggipetto Wonderbra e il Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo Imballaggi Cellulosici. Senza dimenticare il Consorzio Prosciutto S.Daniele che, per motivi autobiografici, è il suo preferito.

(L'Unità, 8 dicembre 2004)

giovedì, 28 settembre 2006

Noantri Birra Party
Categoria:segnalazioni, scritto da noantri


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Qui diamo una festa.
La diamo martedì 3 ottobre a Roma. Il locale si chiama Lapsutinna ed è in Via Giordano Bruno 25 (zona Largo Trionfale, a due passi da Via Candia, per esempio. Ma anche a due passi da Piazzale degli Eroi. Oppure a due passi da Via Andrea Doria: insomma è a due passi un po' da tutto, dipenda da dove si arriva). Ci vediamo lì a partire dalle 20.30: non c'è Lost, non c'è Champions League.

Parlando degli Awards, qualche post fa, nei commenti ci siamo detti: e allora facciamole noi le cose, se non ci piace come le fanno gli altri. Se non ci sentiamo rappresentati. Ecco, lo spirito di questa festa è anche questo: Opposizione al Governo. Decidiamo noi il da farsi e il come farlo, senza dare i resti a nessuno. Non è Rivoluzione (non ancora): chiamiamola Alternativa.

Partecipanti:

- Stefano (
noantri) +1
- Granduca (
noantri)
- Fede (
noantri)
- Andy Capp (
noantri)
- Valerio (
pennyroyaltea.splinder.com)
- Ataru (
ataru.splinder.com)
- Giggimassi (
parolibero.splinder.com) +1
- Tittyna (
tittyna.splinder.com)
- Alberto (
www.indignato.it)
- Marcus (
www.noitrentenni.splinder.com)
- Andrea (
www.invernomuto.com)
- Boc (
buonaocattiva.splinder.com)
- Aliena (
unaliena.splinder.com)
- Francesca (
semplicemente77.splinder.com)
- Marina (www.ineditablog.splinder.com)
- Elisa (2sister.splinder.com)
- Leosorge (http://www.futuristico.it/)
- Kappa (http://kappak.splinder.com)
- Graziella (http://zattereperlemamme.blogspot.com
)
- Folletta (http://ragazzasemplice.splinder.com/)
- Demona ( http://ghirigori.splinder.com/)
- Antonio (http://liberidallaforma.blogspot.com)
- Sciroccata (http://www.bloggers.it/sciroccata/)

Raggiunta quota 25

PRENOTAZIONI CHIUSE

sabato, 23 settembre 2006

06blog
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


A me blogo.it sta sui coglioni. Nonostante diverse persone che stimo ci abbiano a che fare: ma i gusti sono gusti eccetera eccetera. Non c'è un motivo particolare: mi sta sui coglioni e basta. Però ho detto di sì, quando mi hanno scritto per propormi un'intervista (?), in qualità di Noantri, sulla nuova piattaforma 06blog.it, una roba che si interessa verticalmente della città di Roma. La prossima settimana intervisteranno ataru, a quanto ho capito e via dicendo.

Ho detto un po' di cazzate, nulla di trascendentale, è come un post che non ho messo qui. Perciò, se vi va - oggi è sabato e magari non sapete cosa fare e siete ancora in pigiama - l'intervista (?) sta qui.

p.s. l'organizzazione del Primo Noantri Birra Party Romano procede. Poi produrremo un post congiunto con le informazioni del caso, ad ogni modo se vi tenete liberi tra venerdì 29 settembre e mercoledì 4 ottobre fate bene. A meno che non vogliate perdervi il primo tentativo di... Opposizione al Governo. Vi spiegheremo. Contatti e informazioni preliminari qui.

venerdì, 08 settembre 2006

Vedi alla voce Guerra
Categoria:segnalazioni, scritto da stefano havana


Sto leggendo Addio alle armi di Ernest Hemingway. Parla di guerra, naturalmente, e questo passaggio mi ha stravolto per la modernità della situazione:

«Io credo che si debba finire la guerra» dissi. «Non finirebbe se una parte smettesse di combattere. Sarebbe soltanto peggio se si smettesse di combattere».
«Non potrebbe essere peggio» disse Passini con rispetto. «Non c'è nulla di peggio della guerra».
«La sconfitta è peggio».
«Non credo» disse Passini sempre con rispetto. «Che cos'è la sconfitta? Si ritorna a casa».
«Ti vengono dietro. Ti prendono la casa. Ti prendono le sorelle».
«Non credo» disse Passini. «Non possono farlo a tutti. Lascia che ciascuno difenda la propria casa. Lascia che ciascuno si chiuda le sorelle in casa».
«Ti impiccano. Vengono a farti fare di nuovo il soldato. Non nelle autoambulanze, nella fanteria».
«Non possono impiccare tutti».
«Una nazione straniera non può farti fare il soldato» disse Manera. «Alla prima battaglia si scappa tutti».
«Come i cecoslovacchi».
«Credo che non sappiate che cosa vuol dire essere vinti, e così credete che non sia grave».
«Tenente» disse Passini. «Lei ci lascia parlare. Senta. Niente è brutto come la guerra. Noi nell'autoambulanza non si riesce neanche a capire come sia brutto. Quando si capisce com'è brutto non si può far niente per fermarla perché si diventa matti. C'è qualcuno che non lo capisce mai. C'è qualcuno che ha paura dei suoi ufficiali. Sono loro che fanno la guerra».
«So che è brutto, ma dobbiamo finirla».
«Non finisce. Non c'è fine per una guerra».
«Sì che c'è».
Passini scosse la testa.
«La guerra non si vince con la vittoria. E se anche prendessimo il San Gabriele? Se prendessimo il Carso e Monfalcone e Trieste? A che punto sarebbe? Ha visto tutte quelle montagne quest'oggi? Crede che possiamo prenderle tutte anche quelle? Solo se gli austriaci smettono di combattere. Una delle due parti deve smettere di combattere. Perché non smettono di combattere? Se scendono in Italia si stancano e se ne vanno. Hanno già il loro paese. Ma no. Invece c'è la guerra».
«Sei un oratore».
«Noi pensiamo. Leggiamo. Non siamo contadini. Siamo meccanici. Ma perfino i contadini sanno che non si deve credere in una guerra. Tutti odiano questa guerra».
«La classe che controlla il paese è stupida e non capisce niente e non capirà mai niente. E' per questo che c'è questa guerra».
«E poi ci fanno i quattrini».
«Molti non li fanno neanche» disse Passini. «Sono troppo stupidi. La fanno per niente. Per stupidità».

Addio alle armi uscì il 27 settembre 1929. Il libro fu ispirato dalla tragica avventura del giovane Hemingway sul fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale. Poche pagine dopo questi stralci, Passini verrà fatto a pezzi da una granata austriaca.

sabato, 02 settembre 2006

Che me ne importa della politica?
Categoria:segnalazioni, scritto da andy capp


Abbiamo deciso di inaugurare una nuova rubrica. Semplici segnalazioni di articoli, passi di un libro, discorsi, lettere, racconti o quant'altro che valga la pena leggere. Insomma, pezzi d'autore che facciano riflettere. Naturalmente siete invitati a partecipare.

calamandreiQuello che segue è un discorso di Piero Calamandrei, giurista e intellettuale, che fece parte della commissione dei 75 incaricata dall'Assemblea costituente di redigere il progetto della Costituzione Italiana. Questo è il suo Discorso agli studenti milanesi (1955).

La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica. È un po' una malattia dei giovani l'indifferentismo. "La politica è una brutta cosa. Che me n'importa della politica?". Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l'oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l'altro stava sul ponte e si accorgeva che c'era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: "Ma siamo in pericolo?" E questo dice: "Se continua questo mare tra mezz'ora il bastimento affonda". Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: "Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda". Quello dice: "Che me ne importa? Unn'è mica mio!". Questo è l'indifferentismo alla politica.

E' così bello, è così comodo! E' vero? è così comodo! La libertà c'è, si vive in regime di libertà. C'è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono... Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l'aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica...

Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell'Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane...
E quando io leggo nell'art. 2: "l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale"; o quando leggo nell'art. 11: "L'Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli", la patria italiana in mezzo alle altre patrie... ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini!
O quando io leggo nell'art. 8:"Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge", ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell'art. 5: "La Repubbllica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali", ma questo è Cattaneo!
O quando nell'art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: "l'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica", esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!
E quando leggo nell'art. 27: "Non è ammessa la pena di morte", ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani...

Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa cartra. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamenteo di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove fuorno impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.