mercoledì, 14 maggio 2008

Nuovo piano regolatore sociale
Categoria:società, scritto da andy capp


salottoAdiacenze San Pietro, bilocale di nuova costruzione. Entrata indipendente, salotto con angolo cottura, camera, servizi, possibilità posto auto. Libero da ieri pomeriggio. Non è uno dei tanti annunci truffa - truffa se si pensa al fatto che una casa del genere oggi a Roma non si trova a meno di 350 mila euro - che ogni giorno vengono pubblicati negli annunci delle agenzie immobiliari, ma il rifugio di emergenza di un gruppo consistente di cittadini polacchi, che per vivere aveva scelto il sottopasso di via Gregorio VII, sì il sottopassaggetto del Rutelli/Guzzanti dell'Ottavo nano. E' solo un'altra delle tante storie di emarginazione a cui ormai abbiamo fatto talmente l'abitudine che il pensiero delle forze dell'ordine che hanno sgomberato la zona (dove da anni c'era questo insediamento) è andato al pericolo (!?) che avrebbero corso gli automobilisti in caso di incendio sotto al tunnel, dal momento che le uscite di sicurezza erano tutte bloccate. Ora, non vorrei discutere del fatto che in quel sottopassaggio non si è mai formato del traffico scorrevole (nel senso che non ci sono mai macchine, quindi si tratta di una struttura inutile), ma della normalità con cui si accetta che delle persone vivano in quel degrado.

Stanza da lettoOggi non ci scandalizziamo più di niente, siamo sostanzialmente assuefatti alla realtà distorta della nuova toponomastica sociale cittadina e ognuno occupa il posto che gli compete. Così i polacchi vivono sotto i ponti, sono ubriachi dalla mattina alla sera e al massimo puliscono qualche faro ai semafori di piazza dei Cinquecento. No, i polacchi di una volta, quelli con due lauree che ti lavavano il vetro non ce li mandano proprio più. I rumeni sono cattivi però sono dei grandi lavoratori, sanno fare tutto. E vivono lungo gli argini del fiume, così non li vediamo. Le rumene però non sanno stirare, meglio se fanno le puttane. I bangladesi rompono il cazzo ai self service e vendono le rose a Trastevere, però di giorno non si incontrano mai, così come i filippini, che sono bravi proprio a fare le faccende domestiche nelle belle e grandi case della Camilluccia. I cinesi non si sopportano, abitano in centro, sono pieni di soldi, fanno lavorare solo altri cinesi e non parlano la lingua, mentre le ucraine sono proprio le migliori. Si alzano prestissimo perché Guidonia è un po' lontana dalla città, però sono sempre puntuali. Camminano piano piano tenendo i vecchi sotto braccio, veramente ammirevoli. Gli zingari? Quelli hanno rotto il cazzo, vogliono solo rubare e puzzano. E' vero. L'Italia offre troppe opportunità a tutti. Meglio stringere un po' i distributori del benessere sociale. Così tutti saremo più sicuri.

lunedì, 17 marzo 2008

Lavorare salva la vita
Categoria:società, scritto da andy capp


precari"Mi ammazzo perché insieme al lavoro ho perso la dignità". Si chiamava Luigi l'ottava vittima della Thyssen, 39 anni e due figli, che a Torino in realtà non ci aveva mai messo piede. Luigi si è tolto la vita qualche giorno fa, dopo aver saputo che il suo contratto, dopo tre anni di precariato, non sarebbe stato rinnovato. Gli operai della Thyssen, oggi chiusa dopo la tragedia, aspettano in cassa integrazione una nuova sistemazione. E così per lui, che dipendeva da un'agenzia interinale legata a una fabbrica collegata alla multinazionale tedesca, non c'era più posto. Luigi è la vittima di una società che parla di flessibilità, ma che usa le persone come i pezzi di un puzzle in cui purtroppo spesso si resta fuori dall'incastro. Soprattutto quando si supera una certa età. Barbara, la moglie oggi dice questo: "Mio marito si è ucciso perché si sentiva umiliato. Chissà cosa deve avere provato, dentro, per decidere di farla finita. Se quell'azienda gli avesse rinnovato il contratto, ora non sarei una vedova con due figli piccoli da allevare".

Perdere il lavoro oggi significa perdere la dignità. Perché senza potere di acquisto viene annullata anche la propria identità di cittadino-consumatore. A questo oggi va data una risposta immediata e concreta. Basta con le promesse e la richiesta di sacrifici. Il precariato è un crimine contro l'umanità. La scorsa settimana l'Unione Industriali di Roma ha presentato uno studio sulle lauree brevi e sugli sbocchi professionali futuri. Dai dati risulta che trova molto più facilmente lavoro un giovane poco specializzato e poco istruito. Questo perché senza qualifiche e titoli sono minori sia le garanzie da offrire che i salari. La mediocrità delle imprese italiane e la loro scarsa creatività sono ormai evidenti. I dati impietosi sulla produttività sono sotto gli occhi di tutti. Ma il motivo non è certo nella concorrenza dei Paesi a basso costo di manodopera, quanto negli scarsi investimenti delle imprese e dello Stato - che sfrutta il maggior numero di lavoratori atipici in Italia - sia nella sicurezza che nella formazione.

Forse oggi Luigi, se avesse avuto una formazione adeguata, se avesso conosciuto una professione, se fosse stato un operaio specializzato, avrebbe trovato con facilità un altro posto di lavoro. E sarebbe ancora vivo, magari stanco e malpagato, ma a casa con la sua famiglia, la sera, dopo il lavoro.

martedì, 04 marzo 2008

Malavita
Categoria:società, scritto da andy capp


Umbertino è l'ultimo morto ammazzato di una guerra clandestina dove i soldati non portano la divisa e i generali non hanno stellette e gradi ma vestono abiti in doppio petto firmati, indossano cravatte di seta e guidano macchine di lusso. E' la guerra della malavita romana, che si è sempre contraddistinta per un certo amore verso i piaceri della vita, ma anche per il sapersi accontentare. L'importante è sempre stato avere sotto controllo Roma.

«Roma è nelle nostre mani», si dicevano l'un l'altro i nuovi boss, spavaldi e col sorriso sulle labbra, interessati solo ad allargare il controllo sulla città e a entrare in nuovi affari, incuranti di chi ci fosse dietro. La droga poteva arrivare e andare indifferentemente a uomini della mafia, della camorra, della 'ndrangheta, dell'eversione nera, di organizzazioni mediorientali. Agli ex rapinatori cresciuti nelle batterie di quartiere, passati al giro più grosso delle bische e delle scommesse clandestine e diventati in pochi anni impresari di morte attraverso il traffico di droga, non interessava servire ed essere serviti da questa o quella banda. [tratto da Ragazzi di Malavita di Giovanni Bianconi]

PoliziaUmberto Morzilli, 51 anni, freddato da un killer in piena mattina mentre con la sua Mercedes percorreva una rotatoria, poteva vantare nel suo curriculum criminale rapporti con la Banda della Magliana. Era accusato dagli investigatori di aver fatto esplodere un ordigno all'interno di un negozio della Capitale ed aver ingaggiato un killer per minacciare un commercialista romano per costringerlo a pagare 100 mila euro. Il tutto con l'aiuto dei figli del cosiddetto cassiere di quella banda che oggi in molti hanno ancora paura a pronunciare e che in tanti rimpiangono. Il paradosso di questa metropoli tentacolare è tutto qui. Nemmeno la criminalità si riesce a esportare fuori dal Grande Raccordo Anulare. E quando c'erano loro - Er Negro, Renatino e gli altri - potevi star sicuro che la camorra napoletana, o la 'ndrangheta che oggi lentamente si è infiltrata lungo il litorale meridionale del Lazio, o addirittura la mafia albanese, se ne sarebbero state ben lontane dal creare problemi. Ma dove non arriva lo Stato è giusto rimpiangere la legge di chi legge non ha se non quella della strada?

AbbrucciatiUmbertino, così lo conoscevano a Centocelle, nel vuoto di potere creatosi sul finire degli anni Novanta, aveva tentato il salto di qualità: secondo quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, sembra che nel dicembre 2002 fosse stato nominato liquidatore di una società che avrebbe portato una discreta somma nelle tasche di Danilo Coppola, in una operazione di speculazione immobiliare. La squadra mobile di Roma tiene la bocca cucita e sta lavorando per ricostruire l'omicidio e dare un'identità al killer. Ma gli esami balistici hanno già dimostrato che si tratta di un professionista, che non ha lasciato tracce, né ha avuto tentennamenti davanti al tentativo di fuga della vittima. Il fatto che nelle indagini sia subentrata anche la Dia (direazione investigativa antimafia) fa presupporre che la questione sia legata a un regolamento di conti nei piani alti della criminalità organizzata. «Eravamo i più potenti, perché eravamo gli unici che sparavano», avrebbe detto anni dopo in un'aula di tribunale uno dei componenti della Banda della Magliana. Un piombo che teneva alla larga i cattivi e che oggi torna prepotentemente d'attualità in un territorio da conquistare, crocevia per affari nel bel mezzo del Mediterraneo e a due passi da un'Europa che non ha più dogane.

venerdì, 01 febbraio 2008

C'era una volta il problema rumeni
Categoria:società, scritto da andy capp


SgomberoEra il 31 ottobre quando la povera signora Reggiani venne brutalmente aggredita. E sono passati solo tre mesi da quando tutta Roma sembrava terrorizzata nel mettere un piede fuori dalla porta e da quando tutti avevano una sola ossessione in testa: i rumeni. Non è passato così tanto tempo eppure dalla sovraesposizione mediatica (ricordate la notizia dei rumeni che rubavano pigne?) al nulla c'è una bella differenza. Che è tutta racchiusa nella legittimazione di una politica dello sgombero attuata dal Comune di Roma che va avanti senza sosta nell'indifferenza generale. Due giorni fa è stato sbaraccato un insediamento abusivo di circa 300 rom, tra cui 100 bambini, accampati dallo scorso mese di agosto sotto il viadotto della Magliana, all'altezza di via dell'Imbrecciato. Si trattava dell'ultimo grande insediamento presente all'interno del Grande Raccordo Anulare.

Quasi tutti erano di nazionalità romena. I rom hanno abbandonato l'insediamento trasportando i loro oggetti su carrelli del supermercato, i più fortunati su furgoni che di solito utilizzano per il trasporto di metalli. «Avevamo previsto un programma di assistenza per questi nuclei - ha detto un operatore della sala operativa sociale del partimento del Comune - ma, come accade abitualmente, non ne hanno usufruito». Nessuno ha scelto di usufruire dell'aiuto offerto da chi li stava sbattendo nuovamente per la strada. Ma il motivo è piuttosto semplice. Lo ha spiegato Paolo Ciani, che per la Comunità di Sant'Egidio si occupa di nomadi: «L'assistenza viene offerta solamente alle donne e ai bambini, ma i rom non vogliono dividersi e per questo non accettano la casa famiglia. Il paradosso è che il Comune ormai ha capito il gioco: offre assistenza perché tanto sa che verrà rifiutata. Del resto se per paradosso tutti accettassero vorrei proprio sapere dove verrebbero messi visto che non ci sono abbastanza posti letto»

Campo NomadiAl termine delle operazione di riconoscimento e di sgombero, coordinate dalla polizia, l'insediamento è stato preso in consegna dall'ufficio Tutela ambiente della polizia municipale, che sta già provvedendo alla bonifica del luogo, alla demolizione delle baracche e alla recinzione del sito, per evitare una nuova occupazione. Sul posto al momento dello sgombero c'era anche il presidente del XV Municipio, Gianni Paris: «Qui c'era una situazione di degrado e di pericolo - ha detto - ed era mio dovere segnalarla. Questa zona è interessata da un piano di riqualificazione. Questo era l'insediamento di rom più ampio del municipio, ora sono rimasti solo piccoli nuclei». Paris ovviamente non è tenuto alla gestione dell'ordine pubblico: «Del resto si tratta di cittadini liberi e comunitari che non hanno commesso nessun reato, liberi di andare da un'altra parte». Sì, ma dove? In un altra baraccopoli, sotto un altro ponte, lungo un altro argine. E' ovvio. E' quello che sta succedendo da tre mesi a Roma, dove una massa di persone vaga senza meta alla ricerca di un luogo dove vivere. Basterebbe magari avvertire invece di presentarsi all'alba con le ruspe. Ma l'effetto propagandistico agli occhi della gente non sarebbe lo stesso. Per le istituzioni il problema resta quello di bonificare aree adibite ad altro, per i cittadini di non vedere più baraccopoli accanto alle loro abitazioni, per gli operatori sociali sapere dove andare la volta successiva a fare i vaccini, per i rom dove passare la prossima notte.

mercoledì, 23 gennaio 2008

Puncicate romane
Categoria:società, scritto da andy capp


Molte volte su questo blog abbiamo parlato di sottocultura ultras e molte volte abbiamo sposato delle posizioni difficilmente comprensibili per chi non vive la realtà metropolitana. Oggi è doveroso analizzare una problematica a cui già in passato avevamo accennato. Questo pomeriggio la Roma sarà impegnata sul campo della Sampdoria per l'andata dei quarti di finale di Coppa Italia. I suoi tifosi però non potranno partire per Genova. E' stata questa la decisione dell'Osservatorio del Viminale sulle manifestazioni sportive, che da quando è stato istituito ne sta combinando una di seguito all'altra. La punizione è arrivata dopo l'aggressione con le lame ai danni di tre tifosi del Catania, usciti malconci da uno scontro domenica pomeriggio nei pressi di Ponte Duca d'Aosta. 

Prima questione, l'Osservatorio: al di là delle ridicole regole decise per l'acquisizione di un biglietto per assistere a una partita, quello che lascia perplessi è la mancanza assoluta di percepezione del pericolo. Faccio un esempio molto efficace: nella scorsa stagione i tifosi catanesi che si presentarono all'Olimpico per la partita contro la Roma furono più di cinquemila. Sette di questi finirono all'ospedale tagliati dagli ultras romanisti. Sì, ultras, non pseudotifosi come usano chiamarli i giornali romani o i politici di fede romanista. Al massimo si potrebbe utilizzare l'eufemismo cani sciolti, ovvero ultras non appartenenti a gruppo organizzati, che spesso si muovono in maniera violenta al seguito della squadra e che sfuggono al controllo dei tifosi più responsabili.

Qualche settimana dopo quella partita si giocò il derby Catania-Palermo in cui perse la vita l'ispettore Raciti. Ricorderete l'intervista all'incappucciato ultras del Catania che raccontò di avere un conto aperto con i romanisti. Insomma, i presupposti per vietare la trasferta ai catanesi c'erano tutti. Anche se il paradosso dei provvedimenti è proprio qui: vietare alla presunta vittima di andare a vedere la partita piuttosto che punire il carnefice. A questo siamo arrivati oggi in Italia. E poi che senso ha proibire trasferte in partite come Torino-Genoa dove le tifoserie sono gemellate da anni? O ancora non vendere più i biglietti del settore ospiti a San Siro per Milan-Napoli con 10 mila napoletani automaticamente sparsi per la curva nord?

Seconda questione, le lame: a Roma purtroppo sono tornate di moda. Sono numerosi - alcuni giornali hanno parlato di trenta - gli episodi di aggressioni che si sono registrati nelle partite casalinghe della Roma negli ultimi 2-3 anni. Non che prima non esistesse la violenza o i coltelli: ci sono foto di sequestri durante i derby degli anni 70 in cui si vede più di una pistola sul tavolo dei commissariati. Altro che coltelli. Però dopo un periodo di relativa calma, oggi la situazione è sfuggita di mano. Il famoso slogan Basta Lame Basta Infami risale al 1995 quando tutte le tifoserie italiane si incontrarono dopo l'omicidio di Spagna - ultrà della Nord genoana ucciso da un ultras del Milan - per dar vita a un sorta di regolamento non scritto nel fare scontri. Capisco che questo passaggio può apparire di difficile comprensione, ma gli ultras esistono e anche gli ultras che si scontrano. E ci sono delle regole. O meglio, ciascuna piazza ha le sue. Su Repubblica di ieri un interessante editoriale di Marco Mensurati raccontava di come delinquenti africani e rumeni abbiamo riportato nelle strade della città l'abitudine di girare armati di coltello e di come i romani a contatto con queste nuove realtà  delinquenziali non abbiano fatto altro che adeguarsi. Allo stadio poi, dove la marginalità spesso diventa aggregazione, il tutto è stato giustificato con la tradizione della puncicata romana di inizio Novecento, quando fuori dalle osterie i bulli regolavano i conti con le lame.

Il fenomeno o meglio la piaga esiste. E si sta diffondendo non solo allo stadio, ma sempre più spesso fuori dalle discoteche o ai semafori. Quante vittime di banali litigi finiscono con una lamata? Sempre di più. La coltellata dunque non è un'azione criminale esclusivamente da stadio, ma di fatto questa cattiva abitudine sta intaccando l'immagine degli ultras romanisti, sempre più spesso considerati degli infami - che a Roma a dir la verità ha un altro significato ancora - dalle altre tifoserie che vi entrano in contatto. Le soluzioni sono due, una esterna e una interna. La prima chiama di nuovo in causa l'Osservatorio: se la Curva Nord di Bergamo è stata chiusa fino al 31 marzo 2008 perché dieci persone hanno rotto dei vetri, non si capisce come alla Roma non sia ancora stato squalificato il campo. L'altra riguarda invece un'autoregolamentazione della componente ultras romanista, ancora oggi troppo frammentata e fuori da ogni tipo di controllo.

venerdì, 18 gennaio 2008

Quella cosa che finisce per ''no''
Categoria:società, scritto da stefano havana


Guardavo, anzi spiavo, la teatralità del corteggiamento in un esemplare di maschio adulto. Sedeva a un tavolino tondo piccolo e occhieggiava la sua femmina come si fa in questi casi, con lo sguardo necessariamente subdolo di chi fa quello che fa per arrivare ad altro misurando con dovizia la concessione di quel sentimento, trattenendolo od elargendolo a seconda delle reazioni del suo obiettivo.

Osservato così, nel suo tentativo d'essere piacente, affabile, sensuale e ammiccante, l'esemplare di maschio adulto risulta puntualmente ridicolo. Un maschio che sta corteggiando una femmina è bruttissimo, assai più sconcio di quanto possa essere nella più perversa pratica erotica: quello stesso maschio, più tardi, quando impegnato sarà in un brutale coito con lei, ancora indossando i calzini, ebbene manterrà tuttavia una dignità ben maggiore. E' pur vero che anche io corteggio, ma ciò non toglie, ahimé, che il corteggiamento, oggi come oggi, sia una gravosissima perdita di tempo: temo il corteggiamento come temo certa forma di idealismo. Il corteggiamento, come l'idealismo esasperato, può concorrere a far perdere di vista il reale obiettivo che, nel caso dell'idealismo può essere uno qualunque - dalla rivoluzione politica, a quella culturale, è molto difficile a dirsi - mentre nel caso del corteggiamento non può che essere uno soltanto: scopare.

Scopare è l'unico e reale motivo per cui un maschio decide di parlare con una femmina. Perciò io penso che il corteggiamento, anzi più precisamente la cavalleria, ecco penso che questi meccanismi siano il più grande esempio di maschilismo possibile. Quando vedo un maschio aprire la portiera a una femmina, vedo un maschio che sta compiendo qualcosa di ipocrita che è solo uno dei tantissimi passi necessari perché, alla fine della storia, o più concretamente alla fine della serata, possa trovarsi a letto con la propria preda. Tutti quei gesti, quei gorgoglianti versi che escono dalla bocca di lui, mentre le versa il vino nella maniera che ha visto fare su Raisat Gambero Rosso, è qualcosa di raggelante: la donna, se donna fosse, e spesso donna non è, invece, alzarsi dovrebbe - mentre lui è ancora lì, con quell'atteggiamento che trasuda "credo che tu non sia minimamente in grado di servirti da sola, quindi lo faccio io al posto tuo, basta che poi me la dai" da tutti i pori - e andarsene dal locale lasciando sul tavolino due banconote da 50 euro e una scia di profumo insieme all'eco dei tacchi alti sul pavimento.

Ma questo non succede: la donna si fa prendere per il culo dall'inizio della serata alla fine e poi pretende di scendere in piazza a manifestare contro la fallocrazia il sabato successivo. Dico che il corteggiamento dovrebbe essere bandito per legge come l'amore eterno: tutti questi flute di vino che tintinnano, tutto questo sushi scadente che viene fatto passare per eccelso, tutto questo irretirsi di convenzioni sociali inebetenti dovrebbe essere passato al vaglio di particolari inquirenti incaricati. La sera, in giro, dovrebbe essere un continuo vedere irruzioni da parte delle forze dell'ordine dentro ai locali "in" e assistere alle contorsioni disperate dei poveretti catturati che non ci vogliono stare a farsi incriminare.

Le poesie, le rime baciate, i bei vestiti, i trucchi, le gonne, le portiere che vengono aperte, le sedie che vengono cavallerescamente allontanate dai tavoli sono tutte azioni finalizzate all'atto sessuale. Se io fossi femmina, afferrerei per il bavero della giacca il maschio che sta facendo ticchettare la propria carta di credito sul bordo del bicchiere in attesa del cameriere e lo rovescerei nell'acquario delle aragoste; se io fossi donna girerei armata, non per difendermi dagli stupratori, ma per offendere fisicamente il compagno che pretende d'essere gentile.

Tanto.
Quello.
Vuole.
Scopare.

I maschi ce l'hanno scritto in fronte: perfino la musica che scelgono per la macchina è analiticamente ponderata per agevolarsi la strada. La più grande storia d'amore dell'umanità è cominciata perché lui voleva scoparsi lei: nient'altro. Prendete Romeo e Giulietta. Li avete presi? Tutto quel sudare amore, tutto quel sognarsi, tutto quel parlare di luna e di bellezza, tutto quel morire d'amore, tutto quel dramma, nel senso di azione pura, di fatica, intorno all'amore, è nato perché un bel giorno, vedendo Giulietta passare, a Romeo venne in mente che ancora più bella sarebbe stata nuda e ansimante. Ha voglia a fare Shakespeare: il lirismo assoluto della sua poesia non può nascondere questo dato di fatto. Il maschio vuole scopare tutte le donne che incontra. Secondo voi a cosa stava pensando Leo Di Caprio, sulla prua del Titanic, mentre urlava, per farla contenta, (santa pazienza) "Sono il re del mondo"?

venerdì, 14 dicembre 2007

Lato B (25 anni della nostra vita)
Categoria:società, scritto da stefano havana


1983 - Rosa Fumetto (voto 6,5)

1988 - Susan Martin (Voto N.C.: in quella posizione è bello pure il mio)

1988 Susan Martin

1995 - Michelle Hunziker (Voto 6,5)

1995 Michelle Hunziker

2003 - Caroline Salvia (Voto 8,5)

2003 Caroline Salvia

2006 - Natalia Bush (Voto 7,5)

2006 Natalia Bush

VOTATE!

(e, naturalmente, se pensate di avercelo più bello di Roberta, mandateci pure il vostro... Lato migliore)

[foto: via FalcoWeb]

mercoledì, 21 novembre 2007

Per avere un tetto
Categoria:società, scritto da andy capp


Nella giornata di ieri in Campidoglio il Comune di Roma ha firmato il protocollo d'intesa per l'emergenza casa. Un piano di quattro anni in cui attraverso un finanziamento si cercherà di porre rimedio a una delle problematiche maggiori del territorio. Verranno costruite 20 mila nuove case di cui la metà in alloggi popolari. Quello dell'emergenza abitativa è uno dei nodi irrisolti della politica comunale, ma negli anni storie e situazioni molto diverse si sono sovrapposte, tanto da rendere il problema di ancor più difficile soluzione. Colpa dello Stato, del mercato, ma anche di concetti assoluti come quello della proprietà privata, paradossalmente rimesso in discussione dalla disperazione dell'uomo.

E' il caso di Fabio, 40 anni, oggi disoccupato e senza casa, fino a dieci anni fa brillante artigiano con una vita da vivere. Fabio viveva da solo in affitto in una casa vicino a Primavalle. La sua bottega di falegname era al Gianicolo. Pochi chilometri ogni mattina lo separavano dal lavoro. Poi qualche anno fa il buio: un aneurisma lo colpisce e gli effetti su di lui sono devastanti. Fisicamente sta bene, ma non ha più la stessa percezione della realtà. Così gli amici iniziano ad evitarlo e anche le persone che gli stanno intorno lo guardano con sospetto. Il lavoro ne risente e inevitabilmente comincia a perdere clienti e lavoro. In pochi mesi è costretto a lasciare la bottega anche perché non riesce più a pagare l'affitto del negozio. Decide così di utilizzare il suo piccolo giardino per qualche lavoretto extra, ma le medicine che prende non hanno su di lui alcun effetto. E' solo, Fabio. Quando lo incontri ha sempre il sorriso sulle labbra, ogni scusa è buona per attaccare bottone e scambiare qualche parola, giusto il tempo di stare un po' in compagnia. Fa sempre strani riferimenti al 1900. E' come se questi anni 2000 per lui non fossero mai arrivati. Pochi giorni fa è arrivato lo sfratto esecutivo. "Mi dispiace tantissimo - racconta la proprietaria di casa - sò che si tratta di una persona che non sta bene, ma le ho provate tutte per aiutarlo. Sono quasi due anni che non mi paga più l'affitto e non so come fare. Le spese per la casa ci sono: condominio, tasse. Ma ora non posso andare avanti". La signora Donatella è dispiaciuta e rassegnata: "Questa è la casa dove sono nata, mi dispiace vederla ridotta così. Spero solo che Fabio non mi costringa a chiamare la forza pubblica per il trasloco: l'ufficiale giudiziario ha stabilito dei giorni in cui può portare via la sua roba". La roba, l'unica amica che gli è rimasta. Fabio oggi non ha più niente: una casa, un lavoro, un obiettivo. Andrà a vivere a Ladispoli dai suoi genitori rovinando inevitabilmente la loro vecchiaia felice. Ma chi ha ragione e chi torto in questa storia? Nessuno.

Così come niente si può rimproverare a Iolanda, anziana signora di 76 anni, invalida al 100% con diabete, un'anca di ceramica, un chiodo nel femore operato e senza utero. Vive sola da quando è morta la madre 8 anni fa e tira avanti con la pensione minima, quella che il Governo Berlusconi portò, quando c'erano ancora le lire, a un milione. Anche Iolanda vive in affitto: non è mai riuscita a comprarsi un appartamento tutto suo. Dopo la guerra ha lavorato tanti anni in un negozio di ferramenta piuttosto famoso a Roma, che non le versò nemmeno un contributo. Ma in quel periodo non era facile ribellarsi e mandare tutto a quel paese. Chi aveva un lavoro se lo teneva stretto a qualsiasi condizione. L'amore per lei non è mai arrivato. O almeno non è arrivato quello che dura una vita, magari con busta paga del Ministero, che ti lascia la pensione di reversibilità. La casa dove vive Iolanda da 20 anni è di proprietà dell'Ina Assitalia. O meglio lo era fino a qualche anno fa. Oggi il nuovo padrone è la Pirelli spa, che grazie alla cartolarizzazione ha fatto razzìa in città di tutte le case di proprietà degli Enti, facendo alzare i prezzi a dismisura. Quando Iolanda ottenne il contratto d'affitto ricorda ancora le parole che pronunciò alla madre dopo lo sfratto dall'appartamento in cui era cresciuta: "Da qui non ci manda più via nessuno", le disse nell'orecchio. "Almeno per lei - sorride malinconicamente - è stato così. Ora di me non sò che sarà. Il contratto mi scade a luglio 2008. Oggi pago 350 euro al mese e con la pensione minima già non è facile. Non sò se ho diritto a un altro rinnovo, certo è che anche solo un ritocco della cifra per me diventa un problema di sopravvivenza. Ho provato a guardare qualche affitto in giro e sinceramente più che ridere non posso fare. Che il Signore me la mandi bbona", conclude con quella cadenza romanesca che trasuda saggezza di chi la guerra l'ha fatta davvero.

Due generazioni diverse, due storie di vita distanti, due persone forse sfortunate. Oppure un modello di società che ancora non sa trovare le giuste soluzioni. Non servono nuovi partiti. Ma risposte alle semplici domande di vita onesta e serena di tutti i giorni.

lunedì, 24 settembre 2007

Mutande
Categoria:società, scritto da stefano havana


Rubare mutande sporche una notte a Roma nella casa di Gigi Marzullo. Perché? Mi voglio mettere nei panni di quei ladri che nel qauartiere Trevi hanno preso e si sono intrufolati nella casa del noto conduttore.

Voglio vestire i loro panni, per un momento, sperando che non abbiano ancora indossato le mutande trafugate, e cercare di capire, analizzare, sondare le ragioni della psiche dei mariuoli che hanno perpetrato il fatto: rubare mutande sporche una notte a Roma nella casa di Gigi Marzullo.

Gigi Marzullo è fatto così:

marzullo1

Delle mutande maschili sono fatte così:

marzullo

Ora immaginare il primo entrare nelle seconde già mi crea ansia. Eppure deve essere un gesto che lui, Marzullo, compie ogni mattina, o almeno si spera, prima di indossare i suoi abiti eleganti da conduttore di Televisione di Stato, improfumarsi d'acqua di colonia costosa e ripassarsi il copione delle puntate da registrare. Pensare, però, che dei ladri si siano introdotti nella sua abitazione alto borghese e, dopo attenta ricerca, abbiano affondato le mani in un cesto della biancheria sporca per tirarne fuori 20 mutande usate, ecco, questa cosa, qui, più dell'altra, mi getta nell'assoluto panico.

Allora è vero quello che dicono i giornali: viviamo sul serio in un mondo difficile destinato all'annientamento. Non c'è dubbio: se esiste gente così, gente che prende e entra in casa di Marzullo per rubargli le mutande sporche, allora è sicuro che esiste pure gente capace di violentare i bambini o rapinare i vecchi. Voglio dire un'altra cosa prima di andare avanti, perché c'è un avanti, ed è questa: il fatto che tutta la gente del mondo, a parte quelli della foresta Amazzonica, che ne so, ma il fatto che chiunque, proprio chiunque, tutti i giorni, senza che lo sappiamo, indossi mutande pulite, anche questo è un fatto che mi crea qualche scompenso: uomini di potere, capi di stato, perfino il Papa. Ecco: pure se mi ci metto, magari mi concentro, mi metto da una parte, chiudo gli occhi e faccio un grande sforzo, ebbene, niente, non ce la faccio a immaginarmi il Papa che si toglie le mutande sporche e si infila quelle pulite. Già il tentativo è difficile con Ratzinger, figuratevi con Wojtyla. Ma è una cosa che la gente fa, mi sa che perfino Madre Teresa di Calcutta lo faceva, comunque non vorrei per forza parlare di persone vecchie, sante o morte, perché è troppo facile: quello che voglio dire è che pure immaginare Robert De Niro che si cambia le mutande, semmai assonnato, oppure B.B. King, insomma, pensare alla gente che si cambia le mutande è come pensare alla gente seduta sul cesso.

C'è quel vecchio detto che non esiste una persona meno offensiva di una persona che sta cagando: il che è vero - pensate di aprire una porticina e trovarvi Saddam Hussein seduto sul cesso, oppure Silvio Berlusconi, a parte il fatto che uno è morto e l'altro è immortale, però entrambi, se ve li immaginate, perdono immediatamente quella connotazione carismatica che li ha portati entrambi a fare carriere politiche simili - il che è vero, dicevo, il fatto del vecchio detto sulle persone sedute sul cesso, è vero, ma non ci riporta a Gigi Marzullo e le sue mutande sporche rubate. Che invece mi piacerebbe fossero l'oggetto principale di questo mio pezzo, articolo, post… Affare, perché rubare 20 mutande sporche a Gigi Marzullo è un fatto di cronaca che meriterebbe le prime pagine dei giornali, al posto del solito Padoa-Schioppa.

Per questo mi sono messo a ragionare e alla fine ho tratto una conclusione: si vede che i ladri non sapevano d'essere entrati in casa di Marzullo. Altrimenti le mutande sporche non le avrebbero toccate, sono sicuro. I ladri, così dev'essere andata, pensavano d'essersi intrufolati in casa di Sabrina Ferilli. È l'unica spiegazione: erano ladri viziosi, oppure adolescenti in calore, con un feticismo assurdo, tipo, appunto, rubare mutande a belle donne per poi farne gli usi più svariati, da quelli personali-onanistici ad altri più commerciali, tipo la vendita su E-bay.

Solo che.
Prendendo per vera questa mia versione, si dovrebbe necessariamente ponderare un interrogativo superiore, vale a dire: fa, Gigi Marzullo, abitualmente uso di mutande da donna? Piccoli perizoma di licra con pailettes e smeraldini, oppure coulotte verdine che mettano in risalto i glutei rinsaldati dallo step? Ce lo vedete Marzullo con uno scheletrino nell'armadio del genere? Tutto può essere, in particolare se hai quei capelli lì e se sono 143 anni che conduci sempre la stessa trasmissione non prendendoti mai, neanche una volta, la briga di cambiarla, ringiovanirla, rinnovarla, modificarne anche minimamente il format alla base. Non può essere che questo il mistero: ladri feticisti pensano di introdursi in casa di bella e famosa attrice romana e invece capitano nella casa di Gigi Marzullo. Perché diciamoci la verità: tutti toccheremmo le mutande usate di Jennifer Aniston, o di Elisabetta Canalis. O non lo vogliamo dire? Una volta ho sentito la storia di un tizio che si ritrovò a rimanere chiuso dentro il camerino di Naomi Campbell dopo una sfilata: non vi voglio neanche dire cosa non si fidò di fare con tutti quei vestiti usati dalla Venere Nera. E giustamente. Naomi non assomiglia nemmeno un po' a Gigi Marzullo.

Perciò, arrivati a questo punto, non so che idea vi siate fatti voi della faccenda, perché io ho le idee piuttosto confuse e se davvero dovessi farmi una domanda e darmi pure una risposta, non saprei che pesci pigliare.

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OT: Stiamo cercando storie di "mala istruzione" o di "mala scuola". Insegnanti di sostegno, caro-libri, supplenti per una vita, scuole senza servizi e tanti altri problemi reali. Scriveteci qui e daremo vita a una rubrica di denuncia sul mondo della scuola. Invito a farlo tutti: insegnanti, studenti, genitori, bidelli, semplici segretari. Cosa non funziona nel vostro istituto? Cosa vorreste dire al caro vecchio Fioroni? (tutto prende il via da questo post)

mercoledì, 29 agosto 2007

Un lavavetri raccontato a Natale
Categoria:società, scritto da andy capp


Lasciare alla destra forcaiola, razzista e demagogica un tema importante come quello della sicurezza è stato da sempre uno dei punti deboli di una sinistra spesso ancorata su posizioni ideologiche che non tengono conto dei cambiamenti sociali delle metropoli italiane. Ma proporre addirittura tre mesi di carcere per chi viene sorpreso a un semaforo con secchi e spugne intento a lavare i parabrezza delle automobili è una proposta al limite del ridicolo. Eppure nel paradiso dell'evasione fiscale succede anche questo. E' stato l'assessore Cioni di Firenze - evidentemente rimasto senza spicci - a prendere la decisione due giorni fa. Ma un paio di anni prima di lui fu lo sceriffo di Bologna Cofferati a rendere dura la vita ai lavavetri.

lavavetri2"Si tratta - disse Cofferati - di persone che agiscono senza nessuna autorizzazione dato che non sono previste in nessun ordinamento attività di questa natura e credo sia giusto rafforzare i controlli affinché non ce ne siano in futuro. E soprattutto che non ci siano azioni aggressive mirate anche a creare ostacolo o fastidio agli automobilisti". Molto simile la posizione odierna del Comune di Firenze: "L'ordinanza  - ha detto Cioni - non vuole colpire i poveri o chi chiede l'elemosina, ma è una risposta all'arroganza che molti lavavetri mettono in atto nei confronti degli automobilisti che non gli danno quanto loro vorrebbero". Parole sante si dirà. Come negare l'atteggiamento spesso minaccioso dei lavavetri ai semafori? Bisogna prendere atto dunque che agli italiani oggi basta davvero poco per vivere sereni: basta non avere rotture di scatole al semaforo, in modo da poter cambiare stazione alla radio o scrivere un sms senza problemi, col proprio culo sudato ben piantato sul sedile anteriore.

lavavetriA inaugurare questo malcostume dei lavavetri furono i polacchi che scappavano dal proprio paese durante gli anni Ottanta, quando la battaglia di Solidarnosc contro il regime comunista si faceva sempre più dura. In quel periodo giravano anche delle barzellette intrise di razzismo, come al solito tollerate dal buonismo tricolore, raccontate a Natale a tavola, davanti a un bel piatto di frittura: "Se cadono da un palazzo un italiano e un polacco chi arriva prima giù? L'italiano, perché il polacco si è fermato a lavare i vetri". E giù grasse risate senza magari spiegare ai propri figli che quel lavavetri aveva due lauree e parlava cinque lingue.

Oggi sono gli egiziani e i nordafricani a spartirsi il mercato clandestino degli incroci. Magari ci provano anche i bangladesi, ma per loro - di solito miti rispetto alle altre etnie - la vita è piuttosto dura. Ultimamente, soprattutto a Roma, ai semafori si vedono molti rumeni, molto spesso minorenni. Dopo l'applauso a Cioni dalla Lega Nord, pronta a soffiare sul fuoco dell'intolleranza - a proposito chissà come titola stamattina Vittorio Feltri, il peggior giornalista italiano - sono arrivate per fortuna le parole di Veltroni, ancora una volta lesto a centrare il problema: "Bisogna considerare che spesso dietro il fenomeno dei lavavetri c'è uno sfruttamento del lavoro minorile, qui, come per lo sfruttamento della prostituzione c'è un racket ed è quello che bisogna colpire". Ecco, sarà questo quello che spiegherò a mio figlio, un giorno a Natale, davanti a un piatto di frittura.

giovedì, 19 luglio 2007

Tira di più un pelo di figa
Categoria:società, scritto da stefano havana


A me questa lettrice che ha scritto a "la Republica" già mi arrapa. Me l'immagino, donna fatta, colta e semmai in carriera, (ma non ne sono affatto convinto) con un culo sodo e bello, vestire dei completini estivi floreali o dei jeans chiari, un po' sbrecciati dietro le natiche, e indossare sandali con generoso tacco: già mi arrapa.

Se mai leggesse queste righe, per piacere si palesasse in qualche maniera, conosco un sacco di persone che la vorrebbero conoscere: tutti uomini abbastanza bruti, la gente di classe, a parte il fatto che di gente di classe non ne conosco, comunque mi sa che la gente di classe se ne sta tutta insieme ad altre donne, più semplici, meno colte ma assai più intelligenti, che giammai trasformerebbero una lettera di protesta a un quotidiano in una marchetta personale. Una lettera come quella della lettrice de "la Repubblica" io penso che soltanto "la Repubblica", ridotto com'è, avrebbe potuto pubblicarla e in prima pagina: una stampa seria avrebbe cestinato le righe di una sociopatica compulsiva, avvisando semmai anche le autorità, che ogni quattro righe fa l'esegesi del proprio culo e delle proprie caviglie, specificando però che lei usa indignarsi quando gli uomini, vedendola passare per la strada, che fanno?, le guardano il culo e le caviglie, anziché fermarsi a stringerle la mano, proiettarla in un casché, e complimentarsi, citando Dos Passos, per la doppia laurea conseguita.

Perciò io, maschio, confermo che quando incontro una donna passare le guardo prima di tutto il culo, poi le gambe, in terzo luogo le tette, quasi mai il viso e certamente neanche una volta il grado d'istruzione. E confermo pure che tutti i vezzi maschilisti dei maschi tracciati dalla lettrice nella sua lettera sono veri: il pressappochismo classista che disegna l'uomo nel suo agire sociale è quello che è. Innegabile, genetico: io sono molto maschilista. Però amo le donne, una in particolare, e, potete credermi sulla parola, porto molto rispetto per le donne in generale: quello che io noto, in tutti questi discorsi, è che a farla da padrone è sempre e solamente il sesso.

La lettrice che ha scritto a "la Repubblica" è evidentemente una a cui piace tantissimo il membro maschile eretto, noi ometti si sa quanto siamo fallo-centrici, e così via. Perciò cosa voleva dire questa tizia arrapata e arrapante con la sua lettera destabilizzante? Voleva parlare di quote rosa? Di emancipazione? Di potere alle donne? Di festa della donna? Di violenza sulle donne? Di cosa? Della sofferenza endemica delle donne? Oppure voleva parlare di sesso? C'è qualcosa a proposito del sesso che bisognerebbe dire? Io conosco un sacco di donne tutte serenamente a posto con la propria esistenza e con quella dei compagni di esistenza UOMINI (scusate se ci siamo) e che non passano le loro giornate ad alzare gli occhi al cielo non appena vengono guardate, osservate, complimentate: come mai costoro non hanno mai pensato di scrivere una lettera a "la Repubblica"? E come mai costoro non hanno neanche mai sentito il bisogno di dover parlare del loro culo e delle loro caviglie a un importantissimo quotidiano nazionale?

Vogliamo parlare di sesso, per piacere, e dire le cose come stanno? Perché farne sempre un fatto politico o sociale? Gli uomini sono maschilisti, funziona così da che mondo e mondo e io spero che non cambi mai, perché non ne posso più di questo mondo perfettino e precisino che certi sembrano sempre più auspicare, niente bugie, niente guerre, niente furti, niente rapine con scasso, niente parolacce, niente sguardi laidi dei maschi alle donne, niente più perizoma, niente più di niente.

Il problema è il sesso. Il problema è che la televisione trasmette sempre e soltanto sesso. Il problema è che solo il sesso vende. Oggi per vendere uno stendipanni servono le nudità delle donne. Le donne acconsentono perché è assolutamente legittimo che lo facciano a fronte di forti guadagni: (e questo lo dice anche la signorina della lettera a "la Repubblica") proprio l'altro giorno ho dsimesso per sempre TUTTI i miei dubbi su modelle come Giselle Bundchen: a quella tizia lì, che di lauree non ne avrà mai due, ma di culo ne ha uno che alla tizia de "la Repubblica" le dà di sicuro un allungo da primato, a Giselle Bundchen il terribile e pericolosissimo mondo maschile rifila circa 40 milioni di euro all'anno, secondo recenti stime. Quindi perché non fare la Giselle Bundchen se sei Giselle Bundchen? Date 40milioni di euro alla tizia de "la Repubblica" e la tizia de "la Repubblica" non scriverà MAI PIU' una lettera a "la Repubblica". La tizia de "la Repubblica" molto probabilmente ha un grandissimo culo, due lauree e neanche un lavoro come si deve. (è l'unica cosa di cui NON parla nella lettera)

Probabilmente quel culo lo darebbe via anche subito per l'ultimo posto disponibile all'Isola dei Famosi. Quindi, per favore, lo dico ancora: non facciamo gli eroi. Il mondo funziona così e finché ci sarà aria da respirare io non farò mai, dico mai, attraversare la strada a una donna brutta. La tizia de "la Repubblica" non ha detto nulla di nuovo e non ha certo centrato il problema proponendo di affogare i bimbi maschi appena nati, oppure di obbligarli a rifarsi il letto sin da piccoli: il problema è il sesso. La nostra società, grazie a farabutti disonesti e pericolosi come Costanzo (nuovo direttore del Brancaccio, fatto fuori Gigi Proietti, complimenti) o come sua moglie, pone i pilastri dell'accettabilità sociale esclusivamente sulla bellezza, sulle fette di culo in vista, sui muscoli addominali e sul sesso. Niente di nuovo. Briatore ha detto che Vallettopoli non ha fatto altro che incrementare il suo giro d'affari. Lele Mora ha detto che Vallettopoli non ha fatto altro che incrementargli il conto in banca. Fabrizio Corona ha detto che Vallettopoli lo ha rilanciato: tutte e tre queste persone hanno detto quello che hanno detto in compagnia di strafiche abbronzate e svestite.

E' il sesso che fa girare tutto, non il maschilismo né il femminismo: è tutta una questione di mercificazione sessuale. Vince il sesso e il pelo di figa tira più che un carro di buoi. Indi per cui: le donne soffriranno ma domineranno il mondo, perché la moneta-pisello farà presto la fine che ha fatto la lira. Trovate un lavoro decente a tutte le bi-laureate con un culo così e avrete un universo di bi-laureate con un culo così che non ci penseranno nemmeno a scrivere una lettera indignata a "la Repubblica".

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piccolo update che rende ancora più inutile il dibattito...

venerdì, 25 maggio 2007

Il lavoro nobilita l'uomo - 3#
Categoria:società, scritto da andy capp


Vi proponiamo un'altra puntata della nostra inchiesta sui mestieri pericolosi. Oggi andiamo alla scoperta delle mansioni di un operaio litografo. Quella che segue è la testimonianza di un lavoratore impiegato in un'azienda alimentare. Nelle prime due puntate avevamo raccontato l'esperienza di un sommozzatore e di un cernitore. Buona lettura.

Che lavoro fai?
Faccio il litografo per un'azienda che produce packaging per l'industria alimentare.

In cosa consiste il tuo lavoro e perché lo consideri pericoloso?
Il lavoro di litografo (ovvero l'evoluzione del vecchio tipografo dopo la diffusione della stampa offset) in sé non sarebbe pesante e pericoloso, ma è reso tale dalle condizioni imposte dall'azienda dove lavoro ad esempio.

MacchinarioPerché?
Il materiale antinfortunio è insufficiente e inadeguato, i turni sono massacranti e caratterizzati da un'alternanza di diurni e notturni piuttosto atipica (per cinque mesi ho alternato una settimana di giorno a due di notte) e non hanno pausa, lo straordinario è letteralmente imposto (si lavora minimo dieci ore al giorno, sei giorni su sette) e la lavorazione è appesantita dalla mancanza di macchinari ausiliari e resa pericolosa dall'assenza di misure di sicurezza (già i primi giorni mi si chiedeva di andare in giro per i reparti con un carrello elevatore senza che io ne avessi mai guidato uno in vita mia, e ancora oggi non mi è stato fatto fare il corso di guida senza cui non sarei autorizzato a guidarlo).

Da quanto tempo fai il litografo?
Da un anno. Prima ho svolto altri tipi di lavoro, sempre da operaio.

Hai fatto delle scuole o hai imparato sul posto?
Ho cominciato completamente a digiuno di litografia, il mio ruolo era di aiuto macchinista.

Nell'azienda dove lavori fanno corsi di formazione?
Fino ad ora ho fatto solo una specie di breve corso sull'incrementazione della produzione. Non ho mai fatto un corso sull'utilizzo dei macchinari, né sulla litografia, né sulla sicurezza.

L'ambiente dove si lavora è pulito?
Sì, è interesse dell'azienda che lo sia. Produciamo packaging per l'industria alimentare e sono frequenti le visite dei clienti nello stabilimento.

MacchinaCom'è la situazione contrattuale dei lavoratori?
Piuttosto grottesca. Gli operai più giovani vengono mantenuti per anni a tempo determinato facendoli saltellare da un'agenzia interinale all'altra, in modo da poterli tenere sotto ricatto. Come ferie hanno una pausa non retribuita tra la fine di un contratto e l'inizio di un altro, mentre le ferie vere e proprie vengono sfruttate per le malattie. L'azienda inoltre incentiva il trasferimento degli operai verso la sede all'estero (considerata molto strategica) non riuscendo a trovare lì operai del luogo disposti a sottostare alle stesse condizioni.

In che modo gli operai vengono incentivati ad andare all'estero: aumenti o ricatti?
Con la fine dell'odissea dei contratti interinali. Bisogna specificare
però che non si tratta di un'incentivazione pressante.

C'è il sindacato all'interno dell'azienda?
Sì, ma si occupa solo degli operai dipendenti, per i lavoratori interinali invece è del tutto inerte.

Hai possibilità di fare carriera?
Teoricamente sì, se sapessi farmi strada col clientelismo e il nepotismo che qui sono gli unici criteri di avanzamento di carriera. La meritocrazia purtroppo è di casa altrove. Altrimenti c'è la possibilità di fare carriera in altre aziende sfruttando l'esperienza acquisita, perché l'operaio offset è una figura piuttosto ricercata.

Sei a contatto con materiale tossico? Di che tipo?
Soprattutto solventi, per i quali mi è stata fornita inizialmente della attrezzatura antinfortunio (guanti di gomma, mascherina ecc.) che però non mi è stata rinnovata dopo il normale logorio, nonostante le mie insistenze.

LitografiaQual è un tipo di infortunio che può capitare a un litografo?
Ce ne sono diversi. Andrò per ordine. Lesioni all'udito: vengono regolarmente forniti tappi per le orecchie, ma trattandosi di un lavoro di squadra in cui la comunicazione è fondamentale, nessuno li utilizza , né verrebbe tollerato dai colleghi di squadra chi volesse utilizzarli. Lesioni a bronchi e polmoni: le macchine offset utilizzano la polvere detta antiscartino per accelerare l'asciugatura degli inchiostri, la quale viene volatilizzata nell'aria circostante alla macchina. Da considerare inoltre l'eventuale utilizzo di solventi idrocarburi policiclici aromatici (sono cancerogeni se inalati) che sono molto diffusi, ma nella mia azienda per fortuna non se ne fa uso. Lesioni alla colonna vertebrale: da me si trasportano pedane di carta anche di mezza tonnellata col solo ausilio del traspallet a mano, e l'ernia del disco è considerata un dettaglio obbligato della propria storia professionale. Lesioni alla cute delle mani: per l'azione di sostanze tossiche (inchiostri oleosi, alcol isopropilico, acetato, solventi a base di benzene) e per le schegge dovute al maneggiare continuo di pallet di legno.

Chi volesse raccontare la sua esperienza personale, la sua giornata di lavoro o le problematiche legate alla sua professione può contattarmi qui.

Noi ci leggiamo domani con il consueto appuntamento del sabato: "Weekend con il dubbio".

mercoledì, 16 maggio 2007

Il lavoro nobilita l'uomo - 2#
Categoria:società, scritto da andy capp


Prosegue la nostra inchiesta alla scoperta dei mestieri considerati pericolosi. Dopo la prima puntata dedicata ai sommozzatori, oggi ci raccontano come si lavora il porfido all'interno di un cantiere. Su noantri parla un cernitore. Un ringraziamento particolare a chi si è prestato all'intervista con gentilezza e dignità.

CavaChe lavoro fai, di cosa ti occupi?
Mi occupo della prima lavorazione del porfido. Il porfido viene estratto dal fronte cava con l'esplosivo. Viene caricato su un camion e portato nel cantiere. Lì viene, grazie a delle pale meccaniche, distribuito tra le varie postazioni di lavoro. E' in quel momento che entro in gioco io, che con l'ausilio di una mazza, una mazzetta e un cuneo, devo sfaldare i blocchi di porfido in lastre e contemporaneamente cernirle in base alla grandezza e allo spessore. Alcune di queste tipologie di lastre sono già prodotto finito, altre vengono invece mandate ad una seconda lavorazione per essere trasformate in cubetti o piastrelle.
 
Hai qualche specializzazione particolare?

No, è un lavoro che non necessità di alcuna specializzazione. In un paio di giorni impari e poi è sempre lo stesso identico lavoro.
 
Quanti anni sono che fai questo lavoro?
Sono stato assunto nel 1998 quindi questo è il nono anno.
 
Hai sempre lavorato con la stessa ditta?
Da quando ho iniziato a fare il cernitore sono sempre rimasto nella medesima ditta.
 
Che tipo di contratto hai?
Contratto a tempo indeterminato. Fin dal primo giorno di lavoro. Per quanto ne so, nel mio settore è la prassi. Il cernitore lavora di solito a cottimo. In pratica abbiamo una paga base di circa mille euro. Raggiunti i quintali (veniamo pagati in base ai quintali di prodotto finito che lavoriamo) necessari per formare la paga base tutto il resto diviene cottimo. Questo ci dà la possibilità, in sole 8 ore, di portare a casa delle paghe abbastanza dignitose. 
 
Quanto dura un turno di lavoro, fai degli straordinari?
Le classiche 8 ore. Tolte ovviamente un paio di pause. Diciamo che alla fine lavorerò poco più di 7 ore.
 
Nel cantiere sono tutti sotto contratto?
Sì, tutti a tempo indeterminato.
 
E' mai venuto un controllo sulla sicurezza?
Ogni lunedì arriva un ingegnere minerario che controlla che tutto sia in regola. Ma controlli a sorpresa da parte ad esempio dell'ispettorato, non ne ho mai visti.
 
Ti è mai capitato di assistere o di sentire di un incidente sul lavoro?
Fortunatamente nel cantiere dove lavoro io, a parte qualche unghia nera, non ci sono mai stati incidenti di particolare gravità.
 
Consideri il tuo lavoro pericoloso?

macchineIn linea teorica potrebbe essere un lavoro pericoloso. Ci sono pale meccaniche e camion che girano nel cantiere. Inoltre lavoriamo tutto il giorno con dei martelli (mazza e mazzetta) sbattuti su delle pietre e quindi c'è pure il rischio di schiacciarsi una mano oppure che qualche scaglia di porfido mi colpisca. Se vengono però messi in atto dei semplici accorgimenti (tra l'altro obbligatori), il rischio cala notevolmente. Pale dotate di cicalini per la retromarcia, settori di lavoro degli operai ben delineati e divieto assoluto di transitare dietro alle pale meccaniche permettono di ridurre al minimo il rischio di venire investiti dalle pale. Guanti pantaloni lunghi e occhiali protettivi invece ci proteggono da eventuali rischi del lavoro stesso di cernitore. In più uno dei problemi più grossi dell'estrazione del porfido è la polvere di silicio che si forma e che può causare silicosi. Negli ultimi anni sono state montate nei cantieri delle girandole che bagnando costantemente il cantiere fanno in modo che la maggior parte della polvere si depositi a terra.
 
C'è un addetto alla sicurezza presente sul posto?

E' uno dei miei titolari, coaudiuvato dall'ingegnere minerario. Si limitano a riprenderti se non segui le regole di sicurezza del cantiere. Se ci fossero dei casi di recidività sono autorizzati a multare l'operaio (mai successo finora).
 
Lo consideri un lavoro usurante?

Il fatto di lavorare tutto il giorno chini, martellando e sollevando lastre di profido (alcune di peso non indifferente) e respirando (poca o tanta) silice credo che faccia del mio lavoro un lavoro usurante. Alla lunga il rischio di mal di schiena o di ernie è elevato.
 
Cosa pensi della proposta di aumentare l'età pensionabile?
L'età pensionabile non si può considerare una costante. Dovrebbe essere variabile a seconda del lavoro svolto. Nel mio caso sarebbe improponibile chiedere ad una persona di lavorare in una cava fino a 65 anni. Già dopo i 40 anni si incomincia a vedere un calo di rendimento che superati i 50 porta ad avere appena la forza di arrivare alla paga base. Ma di per se non è solo una questione di paga base. Non vedo possibile costringere una persona anche solo di 60 anni a movimentare a mano 2-300 (e più) quintali di materiale al giorno con in mano un martello di 2 o anche 5 chili. E' solo questione di buon senso.
 
LavoratoriCome si potrebbero migliorare le condizioni di lavoro in un cantiere?
Posso parlarti del mio caso specifico. La cernita è rimasta, nel settore della lavorazione del porfido, l'unica lavorazione che si effettua completamente a mano. Da alcuni anni si sta cercando però di migliorare almeno le condizioni di lavoro. Si stanno diffondendo dei nastri trasportatori su banco che permetterebbero di lavorare il materiale in posizione eretta. Cosa che, unita alla presenza di sollevatori che permettano di impilare il materiale stesso sui pallets rimanendo sempre con la schiena dritta, agevolerebbe notevolmente la pesantezza del mio lavoro. Forse la soluzione finale sarebbe quella di abolire il cottimo e mettere tutti gli operai a giornata. Come se fosse una fabbrica. Ma al momento il cottimo è la principale motivazione che spinge delle persone a fare un lavoro tanto pesante e non vedo quindi questa soluzione come attuabile in tempi brevi.
 
A tuo figlio consiglieresti di fare il tuo stesso lavoro?

Pur considerando che questo avverrebbe tra più di 20 anni (minimo, non avendo figli) e che quindi il mio lavoro sarebbe completamente trasformato da come è adesso, se mio figlio mi dicesse che vuole lavorare nel mio stesso settore farei di tutto per farlo desistere. Non tanto perchè non lo consideri un lavoro dignitoso, quanto perché è un lavoro che non ti insegna niente. Non impari nessun mestiere, come invece se, restando su lavori di cantiere, decidesse di fare il muratore. Il mio è un lavoro che impari in due giorni e che, al di fuori di questa attività, non ha alcuna utilità.

Chi volesse raccontare la sua giornata di lavoro o la sua esperienza può contattarmi qui.

mercoledì, 09 maggio 2007

Maddeché...
Categoria:società, scritto da stefano havana


- La patente?
- Sì, la stai prendendo?
- Maddeché.
- Cioè?
- ...
- Bocciato?
- Io me la sono comprata.
- Ah, te la sei comprata.
- Ti credo...
- Pure tutti gli amici miei se la sono comprata. Mi sa che faccio così pure io...
- Ma certo. Che sei matto...? Ti vuoi mettere pure a studiare per la patente?
- Ne ho parlato con mio padre...
- Bò, il mio non era d'accordo. Diceva che le cose vanno guadagnate. E allora mi sono guadagnato i soldi per comprarmi la patente.
- Quanto?
- 700 euro.
- Mortacci.
- Lo so, però...
- 700 euro sono tanti.
- Ho capito, ma tu veramente andresti a scuola guida, eccetera? Tutte quelle cose che si devono fare? Io c'ho la maturità...
- ...
- Gli amici miei l'hanno presa direttamente a Napoli.
- E tu dove l'hai presa?
- Sono andato fino a Fidene.
- Sei andato fino a lì?
- Essì.
- Mio padre dice che posso fare come cazzo mi pare.
- Vabbè, se rompe tu non glielo dire.
- ...
- Gli dici che te la sei presa regolarmente e invece te la vai a comprare.
- E i 700 euro chi me li dà?
- Quelli li rimedi.
- ...
- Io li ho rimediati facile.
- Tutti gli amici miei l'hanno comprata, in effetti...
- Pure mio fratello mò la sta comprando. La volevamo comprare insieme, così quello ci faceva un prezzo migliore. Però io, capirai, prima finisco 'sta cosa della scuola, poi si vede.
- Ma infatti... Non esiste che uno va a scuola guida.
- Tu conosci uno che ha preso la patente normalmente? Io no.
- Maddeché...

Maddeché.
Adesso io lo so cosa state pensando, ciao a tutti, sono di nuovo io adesso, Ste, ci siamo?, ok, dicevo, lo so cosa state pensando: state pensando che il dialogo qui sopra è tutta un'invenzione, oppure, se è un po' vero, allora il resto è tutto zuccherato per farlo scendere meglio nel gargarozzo vostro. E invece no, maddeché. L'ho ascoltato con queste orecchie lunedì 7 maggio nello spogliatoio della mia palestra: a parlare era una coppia di questi ragazzini d'oggi, che tu a guardarli non gli daresti meno di 29 anni e invece di anni ne hanno 17, 16, ecco, stavano lì, in piedi completamente nudi a parlare, che già questa è una cosa che mi manda al manicomio. Io non ci riuscirei mai a parlare beatamente nudo con un'altra persona, circondato da altre persone. Mi spoglio abbastanza tranquillamente in presenza di estranei (conquista, questa, che ho guadagnato col sudore della fronte lungo svariati anni di auto-psicoterapia), ma non per questo me ne starei a chiacchierare con un altro tizio così ignobilmente nudo. Quantomeno un asciugamano indosserei, oppure, che ne so, mi metterei seduto, mostrerei un minimo, dico un minimo, di sano imbarazzo, tanto per rendere chiara la differenza che esiste, perché esiste, tra un uomo nudo e un uomo vestito. A maggior ragione, porco cazzo, se sto parlando del fatto che mi sono comprato la patente e che non conosco nessuno che non abbia fatto così.

boxeInvece questi due no: parlavano nudissimi, magari ogni tanto si massaggiavano le palle, poi si asciugavano le labbra con i dorsi delle stesse mani (potrei aprire adesso, ma non lo farò, un discorso su coloro i quali, nella mia palestra, vanno a pisciare e poi ad allenarsi senza prima lavarsi le mani e questa è una cosa a cui penso ogni volta che prendo un attrezzo tra le dita) e parlavano, a voce molto alta, con accento romanissimo, della possibilità, a loro dire scontata, di acquistare la patente di guida.

Maddeché: ecco, se dovessi dire, è stata più che altro questa loro certezza a farmi sentire la voglia di asciugarmi più velocemente i capelli. Perfino gentili, erano: che non è poco in tempi di tale carestia. Voglio dire che quei due ragazzini ero abituato a vederli lì dentro, in palestra, e se per caso gli domandavo di farmi spazio per spogliarmi, loro acconsentivano volentieri: perfino di buona famiglia dovevano essere. D'altra parte la palestra si sa che non è gratis, e pure se la mia è una palestra di pugilato, questo non significa che uno debba per forza essere un avanzo di galera. Io, per esempio, ci vado e non sono un avanzo di galera: i pugili, poi, sono personaggi pazzeschi: hanno queste facce da serial killer professionisti e conducono una vita da carla fracci. Mangiano sei o sette pomodori e la notte stanno tutti a letto massimo alle dieci: il popolo dei pugili è un popolo di una bellezza rara.

E' tutta gente dal rigore morale inaudito e dal vocabolario scarno, oltre che dalle nocche delle mani spellate. Perciò sono abbastanza abituato, io tuttavia borghese, alle facce brutte, ai modi sgarbati, ai comportamenti approssimativi: eppure quei due ragazzini m'hanno turbato, m'hanno infastidito con quel modo di fare, con quelle certezze truffaldine: tutti gli amici mia se la sono comprata, sei matto a farti la patente, bastano 700 euro. Bastano 700 euro: ai nostri tempi - ho "solo" 27 anni ma faccio finta di potermi permettere una locuzione simile - ai nostri tempi un milione e 400mila lire li raccimolavamo quando?, mai, a forza di cinquemilalire spiegazzate regalo dei nonni, un milione e 400mila lire, semplicemente, non erano affar nostro, pure se non provenivamo da famiglie poverelle.

boxe1Ho sentito, allora, una certa rabbia covare dentro, mentre m'arrotolavo le fasce intorno alle mani, tutto sudato: ho pensato che quel maddeché deve essere la cifra dell'imminente fine del mondo, molto più dell'allarmismo isterico da siccità proclamato, forse, nel mese di maggio più piovoso degli ultimi mille anni, quel maddeché su cui io adesso non vorrei fare facili apologie pornografiche, però, ecco, secondo me è lì che dobbiamo guardare se vogliamo tentare un giro di vite su quello che sono diventati i giovani oggi. La sindrome del maddeché io la vedo tanto più grave e devastante di questo annoiante e finto morbo del bullismo di cui si sono occupati TUTTI per circa una settimana e poi basta, il che è normalissimo, intendiamoci, perché da che mondo e mondo siamo TUTTI stati bulli, e siamo stati TUTTI vittime dei bulli, a seconda, venendone tranquillamente fuori, senza che la stampa si occupasse del nostro suicidio, e invece con altrettanta certezza posso dire che NON tutti siamo stati profeti del maddeché. Abbiamo peccato, ci siamo drogati, abbiamo tradito, siamo stati dei poco di buono, ma non ci siamo comprati la patente e comunque avremmo un minimo di pudore a dirlo in uno spogliatoio affollato. 

Terremmo la voce bassa, non ci metteremmo a dire, indignati perfino, che la patente oggigiorno nessuno più la consegue, casomai la compra, di certo non parleremmo della nostra patente da 700 euro così nudi o, se lo facessimo, finiremmo per sentirci inevitabilmente un po' stronzi e da lì delle due una: o ci rivestiremmo mesti mesti, oppure andremmo a mettere un lucchetto a ponte milvio.

venerdì, 04 maggio 2007

Il lavoro nobilita l'uomo - 1#
Categoria:società, scritto da andy capp


Cogliamo al volo la discussione che si è scatenata nei commenti del post del 1° maggio per far parlare chi davvero fa lavori pericolosi. Iniziamo il nostro viaggio andando a scoprire un mestiere affascinante da molti punti di vista, ma sicuramente tra i più difficili.

Oggi su noantri parla un palombaro.

ImmersioneCome si diventa sommozzatori professionisti in Italia?
Esiste una scuola privata a Roma e alcuni corsi di formazione finanziati dalla Regione. In più c'è una scuola a La Spezia. I costi si aggirano dai 4 mila euro (otto mesi)  per la scuola privata, ma quello che ho fatto io ad esempio è gratuito. Oppure scegliendo la vita militare in Marina.

Di cosa si occupa un sommozzatore?
Di tutti i lavori che si svolgono sott'acqua, da quelli in shore a quelli off shore, ovvero portuali o in mare aperto. Parliamo della costruzione di un porto come della manutenzione di opere portuali come condutture subacquee o le piattaforme petrolifere.

Quanto guadagna in media?
Dipende per quale ditta si lavora: si può arrivare a guadagnare per una giornata di lavoro dai 90 ai 400 euro. Parliamo sempre dell'Italia perché ad esempio i sommozzatori inglesi arrivano a guadagnare sugli 800 euro al giorno.

Sono cifre molto alte rispetto a quelle di un operaio semplice. Perché questa differenza?
La differenza è data dal fatto che siamo operai specializzati e un po' dal tipo di lavoro, che richiede molti sacrifici.

Quali per esempio?
Intanto quando si parte per una piattaforma si coprono turni da 60 giorni continuativi (7 su 7) in cui si lavora per 12 ore. Squadre di giorno e squadre di notte si alternano per coprire le 24 ore.

PiattaformaQuante ore al massimo puoi stare sott'acqua?
Seguendo gli standard dovrebbero essere 4 al massimo, ma a volte sono di più.

Quante sono in Italia le ditte che prendono questo tipo di appalti?
Quelle importanti sono circa dieci, più altre ditte minori che fanno lavori portuali, che hanno al massimo tre-quattro operai.

Quanti sono i sommozzatori?
Alla Capitaneria di porto di Roma ce ne sono iscritti 170. Secondo me quelli che realmente lavorano in tutta Italia sono meno di mille.

Che tipo di contratto ha un sommozzatore?
Qui c'è da ridere: se ha un contratto si tratta di contratti a progetto o a tempo determinato o collaborazioni con ritenuta d'acconto.

E quando un contratto scade che succede?
Di solito è il sommozzatore che si deve licenziare in maniera che la ditta possa riassumerti tra un lavoro e un altro, che possono essere separati anche da due mesi.

I sindacati cosa dicono?
Non esiste un sindacato di categoria, teoricamente siamo metalmeccanici. Il nostro non viene calcolato come lavoro usurante, non ci sono indennità di rischio.

Ma si rischia la vita su una piattaforma?
Di incidenti mortali non ce ne sono stati tanti, anche se sono capitate storie piuttosto strane che si tramandano di cantiere in cantiere: una volta mi hanno raccontato di una morte fatta passare per quella di uno sportivo che si era immerso senza le dovute accortezze.

Vengono seguiti i normali standard di sicurezza?
Non sempre. I rischi maggiori sono sott'acqua: spesso si lavora con fiamme ossidriche, saldatrici, carichi sospesi pesanti. E la visibilità spesso è ridotta. A volte poi si respirano miscele di gas.

Con che tipo di attrezzatura lavorate?
Le ditte piccole non passano attrezzatura, spesso con queste si lavora con semplici bombole e senza l'ombelicale che fornisce aria dalla superficie. Con quelle grosse si usa attrezzatura della ditta: caschi, mute, camere iperbariche, campane.

A quanto si può arrivare a scendere in profondità?
Difficilmente si scende sotto i 200 metri.

Qual è il cantiere più duro in cui hai lavorato?
La piattaforma in Congo è stata un'esperienza forte, anche perché mi sono reso conto di quanto si arriva ad inquinare senza il minimo controllo. Ho lavorato anche al Mose, un cantiere in teoria enorme dove ho lavorato con bombole arrugginite e senza la minima sicurezza.

CascoQuesto tipo di lavoro quali conseguenze porta per la salute?
Le più comuni sono l'artrosi, l'invecchiamento precoce, problemi all'apparato uditivo. Quando si fanno immersioni in alto fondale si usano tecniche che hanno meno di 30 anni e sulle conseguenze reali non se ne sa ancora molto. Respirare miscele di elio e ossigeno per 28 giorni di seguito in camera iperbarica non so quanto faccia bene alla salute.

Non vorresti cambiare?
Magari tra un po'. Perché una vita così è un po' difficile da immaginare. Certo se penso alle garanzie che mi dà smetterei ora, però ci sono anche tanti buoni motivi per continuare. Quali? Tempo libero e soprattutto una grandissima passione per il mare.

mercoledì, 31 gennaio 2007

Con i peli del culo a batuffoli
Categoria:società, scritto da stefano havana


moggiHo guardato, ieri sera, Luciano Moggi in televisione ospite della trasmissione di Enrico Ruggeri: "Il Bivio". Mi ci sono proprio messo, nel senso che sapevo che c'era e mi sono seduto apposta davanti al televisore. Va bene, non voglio parlare di Moggi.

Voglio parlare di Dio. Voglio parlare della Fede. Le telecamere della trasmissione di Ruggeri hanno indugiato per tutto il tempo su questo braccialetto al polso di Luciano, un crocifisso d'oro molto fine e sicuramente molto benedetto da qualche Padre connivente. Lui stesso, per la durata dell'intera trasmissione, ha spesso parlato di fede cristiana: Moggi Luciano ha parlato di fede cristiana e anche di come proprio Dio lo abbia salvato da propositi di suicidio. Fede cristiana, Dio, crocifisso al polso, voglia di farla finita. Mettiamo queste cose da una parte. Ho fatto un giro di pensieri, esattamente a questo punto, e ho capito che – non sempre, è chiaro – sono i Cattivi ad avere bisogno di Dio. Moggi col crocifisso e la fede cristiana, Pinochet con quattordici preti al funerale, (ma nemmeno uno a quello LAICO di Welby) Provenzano e la Bibbia, Saddam Hussein e il "suo" Dio, i kamikaze e il fondamentalismo, la jihad, gli assassini nelle carceri tutti inginocchiati col rosario in mano. Non c'è un Cattivo che non sia anche un Perfetto Credente. Non che certi Buoni non credano. Credono. Però ostentano meno di così: non si fanno ciondolare niente addosso in diretta televisiva. Non lo tirano fuori come un pornodivo fa con l'uccello. I Buoni – più o meno – fanno quello che devono fare più silenziosamente e in genere ci restano secchi prima. (o comunque la fanno franca di meno) Me lo sono immaginato Moggi, in piena Calciopoli, inginocchiato contro il bordo del lavandino del cesso a pregare Iddio e a riceverne l’Assoluzione. Credere in qualcosa di Alto è prerogativa di chi si è già giocato tutto in Terra. Perdendo 3-0 la partita.

mercoledì, 06 dicembre 2006

Quello che vi dico io
Categoria:società, scritto da stefano havana


cannavaro4Cari ragazzi di Napoli, cari bambini, io non sono Fabio Cannavaro e figuriamoci se ho mai vinto un Pallone d'Oro, però se avete dato retta a lui, date retta pure a me. Se avete recepito il suo messaggio, alla consegna del Premio (se n'è parlato tanto in quest'ultima settimana della sua dedica a Napoli), vi voglio dire che non è vero che i sogni s'avverano. Scusate se lo dico così, senza girarci troppo intorno e senza accarezzarvi sulla testa, ma i sogni non s'avverano: alle volte sì, può succedere che uno che sogni - per esempio - di diventare un grande sciatore, guarda caso diventa un grande sciatore. Se ne sentono di storie così, voi mi direte: e tutti i calciatori allora? E i grandi attori? I fotografi? I medici? Che, forse, nemm